Diritto d’autore e ricerca scientifica: i confini della coautorialità secondo la High Court of Justice di Londra

Diritto d’autore e ricerca scientifica: i confini della coautorialità secondo la High Court of Justice di Londra
La pronuncia della High Court of Justice di Londra del 17 dicembre 2025 offre importanti precisazioni in merito ai confini della coautorialità nelle pubblicazioni scientifiche, applicando in modo rigoroso i principi elaborati nel noto caso Kogan v. Martin.

La controversia traeva origine da un progetto di ricerca accademica presso l’École Polytechnique Fédérale de Lausanne (“EPFL”), nel cui ambito il Dott. Djokic aveva pubblicato un articolo scientifico senza indicare come coautrice la responsabile del laboratorio, Prof.ssa Boghossian. Quest’ultima rivendicava la propria contitolarità sull’opera, sostenendo di aver contribuito in modo determinante alla struttura e ai contenuti del paper, ed agiva nei confronti dell’editore per violazione del copyright.

Nel respingere integralmente la domanda, la High Court richiamò i criteri fissati nel menzionato caso Kogan, nel quale era stato chiarito che la joint authorship richiedeva la compresenza di quattro elementi: una collaborazione fondata su un disegno comune; un contributo effettivamente autoriale, vale a dire creativo e non meramente tecnico; l’assenza di una distinzione separabile tra i contributi; un apporto idoneo a esprimere la “creazione intellettuale propria dell’autore”. Tale pronuncia segnò, inoltre, un passaggio fondamentale nel superamento di una visione formalistica dell’autorialità, chiarendo che non era decisivo individuare il soggetto che avesse materialmente redatto il testo. In particolare, la Corte precisò che anche chi contribuisce alla costruzione del plot, dei personaggi o della struttura narrativa può qualificarsi come autore, purché eserciti scelte libere ed espressive, escludendo al contempo che possano assumere rilievo autorale le mere attività di editing, revisione, critica o supporto, quando non siano inserite nell’ambito di una vera e propria collaborazione creativa.

È proprio su tale impianto teorico che la High Court innestò la propria decisione nel caso Boghossian. Il giudice sottolineò come, nelle pubblicazioni scientifiche, lo spazio per scelte creative individuali risulti fisiologicamente ridotto: la struttura dell’articolo, l’organizzazione dei risultati e il linguaggio impiegato rispondono a standard consolidati e a vincoli tecnici che limitano l’espressione della “personalità” dell’autore. In tale contesto, la definizione dell’ossatura del paper, i suggerimenti metodologici e le correzioni editoriali non furono ritenuti idonei a integrare un contributo autoriale in senso proprio.

Con specifico riferimento all’onere della prova, la Prof.ssa Boghossian non riuscì a dimostrare, mediante la produzione di bozze annotate o versioni intermedie del documento, l’esistenza di contributi testuali creativi riconducibili alla propria iniziativa intellettuale. In assenza di tali riscontri documentali, la Corte escluse la possibilità di riconoscere una joint authorship, evidenziando come la rivendicazione di un apporto indistinto non potesse prescindere da una base probatoria concreta.

La sentenza del 17 dicembre 2025 rappresenta un’importante applicazione dei principi enunciati nella Kogan al mondo della ricerca scientifica, chiarendo che la partecipazione a un progetto comune, la supervisione accademica o il contributo tecnico non bastano, di per sé, a fondare diritti di coautorialità. La decisione invita ricercatori, università ed editori a una maggiore chiarezza nella definizione dei ruoli e conferma la centralità della prova della creatività individuale quale presupposto imprescindibile della tutela del diritto d’autore.

Avv. Lorenzo Pinci

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