Il Tribunale distrettuale di Tokyo – secondo quanto è stato possibile apprendere da fonti aperte – ha condannato Cloudflare, uno dei principali fornitori di servizi Content Delivery Network (CDN) a livello globale, per aver “agevolato” la violazione del diritto d’autore su opere manga di enorme diffusione internazionale, tra cui “ONE PIECE” e “Attack on Titan”. L’azione è stata promossa dai “Big Four” dell’editoria giapponese: Kadokawa, Kodansha, Shueisha e Shogakukan.
Il caso trae origine dall’attività di due grandi siti pirata che distribuivano illegalmente oltre 4.000 titoli manga, raggiungendo complessivamente più di 300 milioni di accessi mensili. Tali siti si avvalevano dei servizi CDN di Cloudflare, che consentivano una distribuzione rapida ed economica dei contenuti, mascherando al contempo l’identità dei server di origine.
Si apprende che, secondo i giudici giapponesi, la responsabilità di Cloudflare non risiede nella tecnologia CDN in quanto tale, ma nelle modalità con cui il servizio veniva offerto, in particolare, l’assenza di adeguate procedure di Know Your Customer (KYC) e la mancata reazione efficace a fronte di ripetute segnalazioni di violazione del copyright.
Il Tribunale avrebbe infatti ritenuto che la scelta di semplificare l’accesso ai servizi, omettendo controlli sull’identità dei clienti, abbia garantito ai gestori dei siti pirata un elevato grado di anonimato, rendendo di fatto inefficaci le ordinarie azioni di enforcement dei titolari dei diritti.
Su queste basi, sarebbe stata esclusa l’applicazione delle tutele di “safe harbour” previste dalla normativa giapponese, l’Information Distribution Platform Safety Act, ritenendo Cloudflare consapevole dell’illiceità delle attività agevolate e tecnicamente in grado di interrompere il servizio, condannandola, così, al pagamento di circa 500 milioni di yen.
La pronuncia si inserisce in un più ampio dibattito internazionale sulla responsabilità degli intermediari digitali e presenta evidenti punti di contatto con il quadro normativo europeo. Anche nell’Unione europea, infatti, il Digital Services Act e la Direttiva Copyright rafforzano gli obblighi di diligenza e cooperazione delle piattaforme, limitando l’accesso alle esenzioni di responsabilità nei casi in cui l’intermediario svolga un ruolo non meramente passivo o ometta di intervenire a fronte di violazioni manifeste.
In Italia, nei giorni scorsi, l’AGCOM ha irrogato a Cloudflare una sanzione di oltre 14 milioni di euro per violazione della normativa antipirateria (L. 93/2023), non avendo ottemperato all’ordine dell’Autorità di disabilitare l’accesso a contenuti illeciti segnalati dai titolari dei diritti attraverso la piattaforma Piracy Shield o, comunque, di adottare le misure tecnologiche e organizzative necessarie per rendere non fruibili da parte degli utilizzatori finali i contenuti diffusi abusivamente. Il provvedimento conferma come, anche nel nostro ordinamento, l’inerzia dell’intermediario tecnologico a fronte di ordini chiari e tempestivi possa tradursi in una responsabilità diretta per la persistente diffusione di contenuti pirata.
Avv. Maria Eleonora Nardocci e Dott.ssa Emanuela Laganà