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Violenza sessuale: vietata la pubblicazione di informazioni che possano identificare la vittima, anche indirettamente

Avv. Vincenzo Colarocco

Il Garante per la protezione dei dati personali ha ribadito, con alcune recenti decisioni (cfr. inter alia n. 9065807, 9065782, 9065800) il principio per cui viene fatto divieto ai media di diffondere informazioni che possano rendere identificabile, anche in via indiretta, una vittima di violenza sessuale.

L’art. 137 del Codice della Privacy prevedeva – e tuttora dispone nel nuovo testo dell’art. 12, comma 1, lett. c), del d.lgs. 101/2018,– che in caso di diffusione o di comunicazione di dati personali per finalità giornalistiche restano fermi i limiti del diritto di cronaca a tutela dei diritti e delle libertà delle persone e, nello specifico, il limite dell’essenzialità dell’informazione riguardo a fatti di interesse pubblico.

Il Garante ha affermato che detto limite deve essere interpretato con particolare rigore quando vengono in considerazione dati idonei a identificare vittime di reati, a maggior ragione con riferimento a notizie che riguardano episodi di violenza sessuale, attesa la particolare tutela accordata dall’ordinamento, anche in sede penale, alla riservatezza delle persone offese da tali delitti.

La diffusione all’interno di un articolo di informazioni idonee a rendere, sia pure indirettamente, la vittima identificabile, risulta in contrasto con le esigenze di tutela della dignità della medesima anche in ragione dell’art. 8, comma 1, del codice di deontologia relativo al trattamento dei dati personali nell’esercizio dell’attività giornalistica.

Il Garante ha ricordato che in caso di inosservanza del divieto, il titolare del trattamento, in questo caso l’editore, può incorrere anche nelle nuove sanzioni amministrative introdotte dal GDPR, all’art. 83, par. 5, lett. e), che possono raggiungere i 20 milioni di euro o il 4% del fatturato mondiale totale annuo dell’esercizio precedente.

Comminate le prime sanzioni per violazioni al gdpr

Avv. Vincenzo Colarocco

A circa sei mesi di distanza dall’entrata in vigore del Regolamento UE 679/2016 (“GDPR”), recante la nuova disciplina in materia di trattamento dei dati personali nel contesto comunitario, si segnalano le prime sanzioni derivanti da violazioni del nuovo tessuto normativo.

Anzitutto si segnala un provvedimento sanzionatorio adottato dal Garante Privacy Austriaco in relazione ad un inappropriato utilizzo dei sistemi di videosorveglianza aziendali (per un approfondimento sul tema, in lingua originale, clicca qui). In particolare, l’azienda sanzionata risultava munita di videocamere che, prescindendo da una concreta finalità, da qualunque segnalazione al Garante e dall’esposizione della dovuta segnaletica, riprendevano non solo gli ingressi agli stabilimenti aziendali ma anche i volti di chi percorrevi gli attigui marciapiedi. In tale circostanza la sanzione comminata è stata pari ad euro 4.000,00 circa.

Da riportarsi è anche la sanzione conseguente ad un caso di data breach verificatosi in Germania. Nonostante i casi di violazione di dati personali non si siano certo fatti attendere in questa prima fase di entrata in vigore del GDPR, il provvedimento adottato dal Garante Tedesco (disponibile qui in allegato in lingua originale) si attesta sinora come una rarità nello scenario comunitario. La particolarità della sanzione comminata nel caso di specie si attesta nella circostanza che l’Autorità competente sembrerebbe aver tenuto in maggior considerazione l’evidenza che i dati violati (nello specifico nome utente e password aziendali) fossero stati mal conservati dall’azienda coinvolta, piuttosto che dalla conseguente sottrazione degli stessi. Tale ultima circostanza costituirebbe infatti, stando al Garante Tedesco, la mera conseguenza di non essersi muniti di sistemi di cifratura adeguati che, seppur in caso di sottrazione di dati, avrebbero quantomeno potuto evitare che le password dei dipendenti venissero rese pubbliche. In seguito a tali eventi la sanzione adottata si è attestata sugli euro 20.000.

Le descritte misure sanzionatorie restano comunque ben più lievi rispetto a quella recentemente comminata dall’Autorità Portoghese (pari ad euro 400.000,00) ad una struttura ospedaliera nazionale rea di aver posto in essere delle politiche estremamente leggere in materia di accesso a dati sanitari, con la conseguenza che gli addetti di qualsiasi reparto potevano, con estrema facilità, non soltanto accedere, ma anche modificare i dati personali e sanitari contenuti nelle cartelle cliniche di tutti i pazienti ospiti del complesso ospedaliero. La portata della sanzione adottata ha fatto sì che la notizie fosse rilanciata con enfasi anche dai quotidiani nazionali portoghesi (qui un esempio).

Dal quadro esposto emerge chiaramente come le Autorità Europee Garanti della Privacy, dopo una concepibile prima fase di assestamento, guardino ormai con attenzione crescente a quel complesso di norme del GDPR attinenti alla sfera sanzionatoria, di cui tanto si è parlato nei momenti antecedenti all’entrata in vigore della nuova normativa. Risulta altresì evidente come il quadro sanzionatorio – e per l’effetto quello delle possibili condotte che possano integrarlo – si configuri come assai vario. Non adottare la dovuta segnaletica in ambito di videosorveglianza; non munirsi di policy adeguate per regolamentare l’accesso ai dati; non beneficiare di semplici sistemi di cifratura per le password dei propri dipendenti, rappresentano errori assai comuni e che possono essere commessi a qualunque livello aziendale.