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Viola il diritto alla riservatezza e all’immagine chi pubblica le foto altrui su Facebook senza consenso

Avv. Vincenzo Colarocco

Viola il diritto alla riservatezza e all’immagine chi pubblica le foto altrui su Facebook senza consenso. È quanto disposto dal Tribunale di Bari accogliendo il ricorso di un uomo che chiedeva venissero rimosse le foto sue e dei suoi figli dal profilo Facebook della propria ex compagna.

La pubblicazione di una foto è subordinata alla manifestazione, esplicita o implicita, del consenso da parte della persona ritratta. E tale condizione “è prevista sia dalle disposizioni normative a tutela del diritto all’immagine (art. 10 c.c. et art. 96 legge 633/1941) sia da quelle a tutela del diritto alla riservatezza (art. 6 Regolamento UE 2016/679) poiché l’altrui pubblicazione di una propria immagine fotografica costituisce in ogni caso (e a prescindere dall’applicabilità o meno della normativa di tutela di riferimento) una forma di trattamento di un dato personale”.

Irrilevante la differenza tra negazione e cessazione del consenso. Nel caso di specie, il consenso del ricorrente risulta espressamente negato, o, comunque, ne risulta comunicata la cessazione.

Il giudice ha disposto anche una misura di coercizione indiretta dell’adempimento dell’obbligo a norma dell’articolo 614-bis del c.p.c., condannando la donna a corrispondere una somma per ogni giorno di ritardo nell’esecuzione dell’ordine di cancellazione.

Tar Lazio: il dato personale tra diritto della personalità e nuovo bene “patrimoniale”

Avv. Flaviano Sanzari

Il Tar Lazio, con sentenza 260/2020, si pronuncia su un provvedimento sanzionatorio adottato dall’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato nei confronti di Facebook Inc. e Facebook Ireland Limited, in relazione a presunte pratiche commerciali scorrette in violazione del decreto legislativo n. 206 del 6 settembre 2005 (cd. “Codice del Consumo”).

Le censure del social network riguardavano innanzitutto la carenza di potere dell’Agcm, che avrebbe invaso un campo di esclusiva competenza dell’Autorità garante per la “privacy”, in quanto non sussisterebbe alcun corrispettivo patrimoniale e, quindi, un interesse economico dei consumatori da tutelare.

Il Tribunale Amministrativo, sul punto, ha affermato che a fronte della tutela del dato personale quale espressione di un diritto della personalità dell’individuo, e come tale soggetto a specifiche e non rinunciabili forme di protezione, quali il diritto di revoca del consenso, di accesso, rettifica, oblio, sussiste pure un diverso campo di protezione del dato stesso, inteso quale possibile oggetto di una compravendita, posta in essere sia tra gli operatori del mercato che tra questi e i soggetti interessati.

Il fenomeno della “patrimonializzazione” del dato personale, tipico delle nuove economie dei mercati digitali, impone agli operatori di rispettare, nelle relative transazioni commerciali, quegli obblighi di chiarezza, completezza e non ingannevolezza delle informazioni previsti dalla legislazione a protezione del consumatore, che deve essere reso edotto dello scambio di prestazioni che è sotteso alla adesione ad un contratto per la fruizione di un servizio, quale è quello di utilizzo di un “social network”.

Deve anche escludersi che l’omessa informazione dello sfruttamento ai fini commerciali dei dati dell’utenza sia una questione interamente disciplinata e sanzionata nel “Regolamento privacy”.

Non sussiste, nel caso di specie, alcuna incompatibilità o antinomia tra le previsioni del “Regolamento privacy” e quelle in materia di protezione del consumatore, in quanto le stesse si pongono in termini di complementarietà, imponendo, in relazione ai rispettivi fini di tutela, obblighi informativi specifici, in un caso funzionali alla protezione del dato personale, inteso quale diritto fondamentale della personalità, e nell’altro alla corretta informazione da fornire al consumatore al fine di fargli assumere una scelta economica consapevole.

Definire su Facebook gli amministratori pubblici “imbroglioni” è diffamazione aggravata, non critica

Avv. Flaviano Sanzari

La Corte di Cassazione, con sentenza n. 628/2020, ha confermato la sentenza resa dalla Corte d’Appello di Messina, che aveva condannato per il reato di diffamazione aggravata un cittadino responsabile di aver pubblicato sulla bacheca pubblica del portale “Facebook” due messaggi offensivi della reputazione del vice-sindaco del proprio comune di residenza, suo avversario politico.

La Suprema Corte ha ritenuto non censurabili le conclusioni della Corte d’Appello nell’aver ritenuto che il contenuto dei messaggi “postati” dall’imputato rivelasse la volontà di muovere non tanto un’aspra critica all’operato degli amministratori comunali, bensì quella di accusarli di essersi appropriati di danaro pubblico, insinuando che gli stessi si fossero “intascati” risorse provenienti dal prelievo fiscale. In tal senso, la sentenza ha dunque escluso la stessa configurabilità dell’esimente di cui all’art. 51 c.p., sostanzialmente negando la sussistenza della veridicità del fatto posto alla base dell’invocato esercizio del diritto di critica.

Configurabilità della diffamazione attraverso la lettura, in progressione, di vari articoli di stampa

Avv. Flaviano Sanzari

La Corte di Cassazione, con sentenza n. 396, pubblicata il 9 gennaio scorso, ha ricordato che la diffamazione è un illecito formale ed istantaneo che si consuma con la comunicazione a più persone, lesiva dell’altrui reputazione. L’offesa deve essere rivolta ad una persona determinata, essendo irrilevante l’assenza di indicazione nominativa del soggetto la cui reputazione è lesa, purché tale soggetto sia ugualmente individuabile, sia pure da un numero limitato di persone. L’individuazione dell’effettivo destinatario dell’offesa rappresenta, quindi, una condizione essenziale ed imprescindibile per attribuire alla condotta una rilevanza giuridica. L’applicazione di tali principi porta al rigetto della tesi secondo cui l’individuazione del destinatario dell’offesa sarebbe possibile attraverso la lettura, in progressione, di vari articoli di stampa, pubblicati in tempi diversi, per cui gli ultimi, che chiaramente menzionavano il destinatario dell’offesa, avrebbero consentito di comprendere che proprio costui era il soggetto menzionato nei primi. In realtà, trovandoci in presenza di un illecito istantaneo, tutti i requisiti della fattispecie, compreso quindi quello dell’individuazione dell’effettivo destinatario dell’offesa, devono sussistere al momento della pubblicazione di ciascun articolo.

Recensioni false su Tripadvisor: è sostituzione di persona

Avv. Flaviano Sanzari

Scrivere recensioni false ha sempre rappresentato una violazione di legge –comunitaria (Direttiva 2005/29/CE relativa alle pratiche commerciali sleali tra imprese) e nazionale- ma questa è la prima volta che si configura il reato di sostituzione di persona.

Nel caso di specie, il proprietario di un’azienda salentina che vendeva pacchetti di recensioni online false su TripAdvisor è stato condannato dal Tribunale di Lecce a 9 mesi di reclusione e al pagamento di circa 8.000 euro (il lucro illecitamente accumulato).

Per potersi configurare il reato di sostituzione di persona sul web si deve necessariamente realizzare un vantaggio per colui che la mette in atto: nel caso di specie è stato infatti accertato che la creazione di false recensioni positive dietro corrispettivo consentisse alla struttura di posizionarsi nei primi risultati di ricerca, realizzando così un ritorno di immagine non indifferente in termini di pubblicità.

Non v’è dubbio che la sentenza pronunciata dal Tribunale di Lecce costituisca un punto di svolta nel fenomeno delle false recensioni online, mettendo fine a una pratica commerciale pregiudizievole per i diritti degli utenti e dei consumatori.

Facebook: può esserci diffamazione anche con un messaggio postato in bacheca

Avv. Flaviano Sanzari

La Corte di Cassazione, con sentenza n. 40083 depositata lo scorso 6 settembre, ha ribadito che costituisce condotta diffamatoria – nello specifico, nei confronti dell’ex compagna e madre della figlia – la pubblicazione da parte del ricorrente di contenuti offensivi tramite la bacheca di Facebook, in quanto anche in tal caso sussiste il requisito della comunicazione con più persone, per l’accessibilità dei suddetti contenuti a tutti quelli che possono vedere il profilo. Tanto che la diffamazione, in simili ipotesi, deve altresì ritenersi aggravata, proprio perché trattasi di condotta potenzialmente capace di raggiungere un numero indeterminato o comunque quantitativamente apprezzabile di persone. Peraltro, precisa la Cassazione, non vi è dubbio che la funzione principale della pubblicazione di un messaggio in una bacheca o anche in un profilo Facebook sia la condivisione di esso con gruppi più o meno ampi di persone, le quali hanno accesso a detto profilo, che altrimenti non avrebbe ragione di definirsi social.

 

Verità presunta o fake news? Conta la verifica delle fonti

Avv. Flaviano Sanzari

Che il termine fake news sia già entrato anche all’interno delle aule giudiziarie e di alcune sentenze che hanno deciso cause civili per diffamazione non sorprende. D’altronde, al centro del problema fake news vi è un tema classico che i Tribunali si trovano ad affrontare nell’esame delle possibili cause di esclusione della responsabilità da diffamazione, ossia quello della verità dei fatti riferiti e delle varie sfumature che la stessa può assumere. Così, se sono tollerati errori marginali, non possono di certo essere accettate inesattezze determinanti sulla realtà fattuale, in grado di ledere la reputazione dei soggetti interessati. Via libera allora alla verità putativa, se il giornalista ha fatto tutto il possibile per verificare le fonti e ciononostante sia caduto in errore, mentre viene punita la verità soggettiva, dietro la quale si cela sempre l’insidia delle fake news, ovvero quelle «notizie false, altrimenti dette bufale». Il Tribunale di Torino, ad esempio, con la sentenza n. 2861 dello scorso 9 giugno, si è espresso circa un articolo in cui il giornalista aveva definito un «gigantesco malinteso» e poi un «errore giudiziario» il sequestro disposto da un magistrato sull’abitazione di due neo sposi. Il giudice cita in giudizio per diffamazione il giornale, colpevole di «inaudita superficialità e negligenza». All’esito del giudizio, emerge che se di clamoroso errore doveva parlarsi, questo era da ricercare nelle modalità con cui venne data la notizia, «frutto quantomeno di superficialità». La sentenza dà modo al giudice di affrontare il tema delle fake news e del vaglio sulla verità delle fonti, ritenuto esigibile quando si diffonde una notizia su qualsiasi mezzo, anche nel web. Si tratta di un giudizio di bilanciamento tra diritto di cronaca e quello alla reputazione dei soggetti coinvolti, che passa attraverso la misura della verità che il lettore deve pretendere da chi divulga i fatti. Lo aveva già precisato il Tribunale di Catania con la sentenza n. 3475 del 19 luglio 2017, decidendo il caso di un marito che aveva chiesto ad una emittente televisiva il risarcimento dei danni subiti a causa delle offese diffuse dalla sua ex moglie. Per il giudice non ci sono dubbi, «le fake news possono rendere irrespirabile l’aria di una comunità di poche migliaia di anime» in cui le notizie che «attribuiscono la patente di orco al danneggiato corrono di bocca in bocca a soddisfare l’insana sete di quanti si beano a vedere il mostro di turno sbattuto in prima pagina». La sentenza non fa sconti e condanna l’emittente a risarcire il danno da diffamazione, quantificato in 40mila euro. Anche in questo caso, il Tribunale punisce la mancata verifica delle fonti, che fa di una notizia non accuratamente vagliata una vera e propria fake news. Le varie forme della verità sono state spesso al centro della giurisprudenza degli ultimi anni, dando luogo a una vera e propria classificazione delle falsità tollerabili. Il giornalismo non ammette mezze verità, eppure delle sue sfumature sono pieni i Tribunali. Se la verità oggettiva è quella alla quale ogni giornalista dovrebbe tendere, esiste poi la verità putativa che scrimina solo se frutto di un attento lavoro di verifica delle fonti che però non sono tutte uguali. Affidabili quelle ufficiali, come i ministeri, da verificare le interviste o gli esposti anonimi. Non basta poi che una notizia circoli nel web e che non sia mai stata smentita per abbassare la soglia di guardia. Debole anche la verità soggettiva che si nutre delle convinzioni personali del giornalista, così come non salva la verità dubitativa, fatta di allusioni e omesse narrazione di parte dei fatti in realtà conosciuti. Ma se è semplice applicare il criterio minimo della verità putativa ai giornalisti, lo stesso non vale quando le false notizie vengono diffuse da privati e, soprattutto, da soggetti non identificabili. Le vittime, in tal caso, hanno la possibilità di aggredire direttamente i provider, Facebook e Google tra tutti, debitamente informati dell’illecito commesso tramite le loro piattaforme.

È diffamazione dare del “bandito” al datore di lavoro durante l’assemblea sindacale

Avv. Flaviano Sanzari

Con la sentenza 11 maggio 2018, n. 21133, la Corte di Cassazione ha avuto modo di riaffermare un principio ormai consolidato in tema di diffamazione. In particolare, pronunciandosi su un ricorso proposto avverso la sentenza con cui il giudice di merito aveva confermato la condanna per il reato di diffamazione nei confronti del dipendente di una residenza sanitaria, che aveva offeso i titolari-datori di lavoro, definendoli “banditi”, la Suprema Corte – nel disattendere la tesi difensiva secondo cui erroneamente i giudici avrebbero desunto il dolo del reato di cui all’art. 595 c.p., solo dal termine “banditi” adoperato, senza tuttavia rendersi conto della non ricorrenza dell’intento diffamatorio, anche per la genericità dello stesso – ha diversamente argomentato che, ai fini della sussistenza dell’elemento soggettivo del delitto di diffamazione, non si richiede che sussista l”animus iniurandi vel diffamandi”, essendo sufficiente il dolo generico, che può anche assumere la forma del dolo eventuale, in quanto è sufficiente che l’agente, consapevolmente, faccia uso di parole ed espressioni socialmente interpretabili come offensive, ossia adoperate in base al significato che esse vengono oggettivamente ad assumere, senza un diretto riferimento alle intenzioni dell’agente.

Il danno da lesione della reputazione va allegato e provato

La Corte di Cassazione, con ordinanza 16 aprile 2018, n. 9385, è tornata a ribadire come il danno non patrimoniale da lesione della reputazione, alla stregua degli altri danni da lesione di diritti fondamentali, sia un tipico danno-conseguenza e, perciò, non coincide con la lesione dell’interesse (ovvero, non sussiste in re ipsa); deve, pertanto, essere allegato e provato da chi chiede il relativo risarcimento.

Secondo il consolidato orientamento della giurisprudenza di legittimità, inoltre, ove si tratti di un pregiudizio proiettato nel futuro, la prova può essere fornita con il ricorso a valutazioni prognostiche ed a presunzioni sulla base di elementi obiettivi, che è però onere del danneggiato fornire.

Questo indirizzo giurisprudenziale, del resto, segue l’autorevole orientamento proposto dalle stesse Sezioni Unite della Suprema Corte, le quali hanno da tempo chiarito come sia da respingere l’affermazione che nel caso di lesione di valori della persona il danno sarebbe in re ipsa, perché la tesi snatura la funzione del risarcimento, che verrebbe concesso non in conseguenza dell’effettivo accertamento di un danno, ma quale pena privata per un comportamento lesivo.

Diffamazione: legittimo il sequestro della pagina Facebook

Avv. Flaviano Sanzari

E’ legittimo il sequestro preventivo, nel rispetto del principio di proporzionalità e ricorrendo i requisiti del fumus e del periculum, di un sito web o di una pagina telematica (nella specie, di una pagina Facebook), per mezzo dei quali è stata commessa diffamazione,

Sequestro che avviene tramite l’imposizione al fornitore dei servizi internet, anche in via d’urgenza, dell’oscuramento di una risorsa elettronica o l’impedimento dell’accesso agli utenti ai sensi degli artt. 14, 15 e 16 D.Lgs. n. 70/2003.

La equiparazione dei dati informatici alle cose in senso giuridico, in particolare, consente di inibire la disponibilità delle informazioni in rete e di impedire la protrazione delle conseguenze dannose del reato.

Sulla scorta di questa motivazione, la Corte di Cassazione, quinta sezione penale, con la recentissima sentenza n. 21521 del 15 maggio 2018, ha respinto il ricorso di alcuni indagati per il delitto di diffamazione, ed ha confermato il provvedimento di sequestro preventivo tramite oscuramento delle pagine Facebook attribuite agli indagati medesimi (mediante la quali gli stessi avevano pubblicato video e commenti offensivi della reputazione altrui).

La Suprema Corte ha chiarito, in proposito, che le forme di comunicazione telematica come blog o social network (tra cui rientra Facebook), le mailing list, le newsletter, sono espressione del diritto di manifestare liberamente il pensiero, garantito dall’art. 21 Cost., ma non possono godere delle garanzie costituzionali in tema di sequestro della stampa, anche nella forma online, poiché rientrano nei generici siti internet, non sono oggetti agli obblighi ed alle garanzie previste dalla normativa sulla stampa.