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Avviso di accertamento ed ingiunzione fiscale

Avv. Daniele Franzini

L’ordinanza-ingiunzione fiscale, in quanto espressione del potere di accertamento e di autotutela della Pubblica Amministrazione, cumula in sé le caratteristiche del titolo esecutivo e del precetto e legittima, in caso di mancato pagamento, la riscossione coattiva mediante pignoramento dei beni del debitore. Pertanto, si tratta di un atto liquidatorio e non di un nuovo atto impositivo, in quanto si pone a valle dell’avviso di accertamento e non lo sostituisce, con la conseguenza che, una volta che quest’ultimo sia divenuto definitivo, il rapporto giuridico tributario deve considerarsi esaurito.

Lo ha chiarito la Corte di Cassazione con l’ordinanza n. 10896 del 18 aprile 2019.

Nella fattispecie, il contribuente aveva impugnato l’ingiunzione di pagamento emessa dall’Amministrazione comunale per il pagamento della TARSU in ragione della rilevata non corrispondenza tra le somme indicate nell’ingiunzione e quelle indicate nell’avviso di accertamento in precedenza notificato.

La Commissione adita in primo grado aveva accolto le tesi del contribuente, mentre la Commissione Tributaria Regionale aveva accolto l’appello proposto dall’Amministrazione comunale.

In sede di ricorso per la cassazione della sentenza della C.T.R. il contribuente sosteneva che il giudizio tributario non sarebbe stato volto all’accertamento positivo dell’obbligazione tributaria, ma all’accertamento negativo del diritto all’annullamento.

La Suprema Corte, nel rigettare il ricorso proposto, ha chiarito che la sentenza emessa all’esito del processo tributario ha valore di accertamento della pretesa tributaria, implicante la quantificazione della pretesa tributaria entro i limiti posti dalle domande di parte.

Quanto all’ingiunzione fiscale, ne hanno sottolineato la distinzione rispetto all’avviso di accertamento, al quale l’ingiunzione fiscale segue per il caso di mancato pagamento dell’importo recato dall’avviso.

Decreto ingiuntivo ed effetti della mancata opposizione

Avv. Daniele Franzini

Il decreto ingiuntivo di condanna al pagamento di una somma di denaro acquista, ove non sia proposta opposizione, efficacia di giudicato non solo in ordine al credito azionato, ma anche in relazione al titolo posto a fondamento dello stesso, precludendo in tal modo ogni ulteriore esame delle ragioni addotte a giustificazione della relativa domanda in altro giudizio.

Lo ha chiarito la Corte di Cassazione con l’ordinanza n. 11211 del 24 aprile 2019.

La Suprema Corte, a tale fine, ha valorizzato il principio secondo cui l’autorità del giudicato spiega i suoi effetti non solo sulla pronuncia esplicita della decisione, ma anche sulle ragioni che ne costituiscono, sia pure implicitamente, il presupposto logico-giuridico.

Conseguentemente, l’autorità e l’incontrovertibilità del giudicato non riguarda solo le ragioni giuridiche e di fatto esercitate in giudizio, ma si estende a tutte le possibili questioni, proponibili in via di azione o eccezione, che, sebbene non dedotte specificamente, costituiscono precedenti logici, essenziali e necessari, della pronuncia.

Pertanto, in ossequio al fondamentale principio di certezza delle situazioni giuridiche, la mancata opposizione da parte dell’ingiunto spiega i propri effetti anche rispetto a quello che è il presupposto logico-giuridico dell’ingiunzione di pagamento ovvero il titolo posto a fondamento del credito azionato in via monitoria, rispetto al quale non è consentito alcun esame delle ragioni eventualmente addotte, a confutazione, dal debitore in altro giudizio.

 

Fondo patrimoniale

Avv. Daniele Franzini

L’onere della prova dell’estraneità del debito alle esigenze familiari e la consapevolezza del creditore grava sul debitore che intenda avvalersi del regime di impignorabilità dei beni costituiti in fondo patrimoniale: ove sia proposta opposizione ai sensi dell’art. 615 cod. proc. civ. per contestare il diritto del creditore ad agire esecutivamente il debitore opponente deve dimostrare non soltanto la regolare costituzione del fondo e la sua opponibilità al creditore procedente, ma anche che il suo debito nei confronti di quest’ultimo è stato contratto per scopi estranei ai bisogni della famiglia.

Lo ha stabilito la Sesta Sezione Civile della Corte di Cassazione con l’ordinanza n. 4264 pubblicata in data 13 febbraio 2019.

La Suprema Corte, chiamata a pronunciarsi in relazione ad una controversia originata dall’opposizione proposta, ai sensi degli artt. 615 e 619 cod. proc. civ., dai coniugi ricorrenti nel corso di un processo di esecuzione per espropriazione forzata promosso dall’Agenzia delle entrate nei loro confronti su beni da essi costituiti in fondo patrimoniale, dei quali i medesimi hanno sostenuto l’impignorabilità, ha precisato che i ‘bisogni della famiglia’ devono essere intensi non in senso meramente oggettivo, ma come comprensivi anche dei bisogni ritenuti tali dai coniugi in ragione dell’indirizzo della vita familiare e del tenore prescelto in conseguenza delle possibilità economiche familiari.

Anche un debito di natura tributaria, sorto per l’esercizio dell’attività imprenditoriale, può ritenersi contratto per soddisfare tale finalità, fermo restando che essa non può dirsi sussistente per il solo fatto che il debito derivi dall’attività professionale o d’impresa del coniuge, dovendo essere accertato che l’obbligazione sia sorta per il soddisfacimento dei bisogni familiari ovvero per il potenziamento della capacità lavorativa del coniuge e non per esigenze di natura voluttuaria o caratterizzate da interessi meramente speculativi.

La Corte di Cassazione ha, conclusivamente, rigettato il ricorso e confermato la sentenza di secondo grado che aveva ritenuto contratti per i bisogni della famiglia i debiti fiscali IRPEF scaturenti dall’accertamento induttivo di un maggior reddito da partecipazioni societarie rispetto a quello dichiarato, già idoneo a soddisfare i bisogni della famiglia, stante l’assenza di prova contraria, il cui onere gravava sui debitori.

Limiti di pignorabilità della pensione

Avv. Daniele Franzini

In caso di sequestro del saldo del conto corrente bancario sul quale confluiscono i ratei della pensione il Giudice è tenuto a verificare la causale degli accrediti e ad assicurare, a fronte degli accrediti anteriori all’apposizione del vincolo, almeno una somma non inferiore al triplo dell’assegno sociale, fatti salvi gli specifici limiti riguardanti accrediti successivi.

Lo ha stabilito la Sesta Sezione Penale della Corte di Cassazione con la sentenza n. 13422 pubblicata in data 27 marzo 2019.

La Suprema Corte, chiamata a pronunciarsi circa la legittimità di un decreto di sequestro preventivo emesso dal G.I.P. e funzionale alla confisca ai sensi dell’art. 322-ter cod. pen., ha osservato che le norme civilistiche speciali che sanciscono precisi limiti alla pignorabilità e/o alla sequestrabilità di somme rivenienti da trattamenti retributivi e/o pensionistici sono volte a garantire i diritti inalienabili della persona, nonché il c.d. minimo vitale, il quale, essendo di incerta definizione, è rimesso, in assenza di parametri definiti, alla valutazione del giudice dell’esecuzione.

Con specifico riferimento agli emolumenti pensionistici, secondo l’orientamento – in passato costante – della Suprema Corte di legittimità le somme rivenienti da detti emolumenti, una volta acquisite ed entrate a far parte del patrimonio del beneficiario, si confondevano con quest’ultimo, rendendo inapplicabili i limiti sanciti dall’art. 545 cod. proc. civ. (cfr. ex multis Cass. civ., Sez. I, 6.8.2014, n. 17732).

A seguito della ‘sollecitazione’ del Giudice delle leggi (cfr. sentenza n. 85 del 15.4/15.5.2015), investito della questione di legittimità costituzionale delle norme che impongono la rimessa in conto corrente di stipendi e pensioni oltre un determinato importo, per contrasto con gli artt. 3 e 38 Cost., l’art. 545 cod. proc. civ. è stato oggetto di un intervento riformatore (cfr. decreto-legge 17.6.2015, n. 83, convertito, con modificazioni, dalla legge 6.8.2015, n. 132): in base al testo della disposizione codicistica attualmente in vigore le somme dovute a titolo di pensione nel caso di accredito su conto corrente bancario o postale intestato al debitore possono essere pignorate per l’importo eccedente il triplo dell’assegno sociale quando l’accredito ha luogo in data anteriore al pignoramento; in caso di accredito avente luogo alla data del pignoramento o successivamente le predette somme possono essere pignorate nei limiti previsti dai commi terzo, quarto, quinto e settimo del medesimo art. 545.

Condominio. Atto di precetto

Avv. Daniele Franzini

La notifica del precetto intimato ad un condominio di edifici, eseguita nei confronti di persona diversa da quella che riveste la carica di amministratore del detto condominio, non può ritenersi idonea a fare assumere al destinatario della notificazione stessa la qualità di soggetto contro cui l’esecuzione forzata è minacciata in proprio, essendo l’amministratore non il soggetto passivo del rapporto quanto il rappresentante degli obbligati.

Ne segue il difetto di legittimazione del medesimo a proporre opposizione iure proprio solo per contestare di rivestire la qualifica di amministratore del condominio intimato.

Lo ha stabilito la Corte di Cassazione con la sentenza n. 5151 del 21 febbraio 2019.

L’opposizione a precetto ex art. 615, comma 1, c.p.c. introduce un giudizio nell’ambito del quale unico legittimato attivo è il soggetto contro cui l’esecuzione è minacciata, mentre unico legittimato passivo è il creditore che ha intimato il precetto.

Poiché l’amministratore ha la rappresentanza sostanziale e processuale del condominio, nei limiti delle attribuzioni stabilite dall’art. 1130 c.c., il precetto relativo a titolo esecutivo formatosi nei confronti del condominio deve essere notificato all’amministratore presso il suo domicilio privato ovvero presso lo stabile condominiale ove in esso esistano appositi locali in cui è svolta l’attività gestoria.

Se dalla relata di notifica risulti che il destinatario abbia negato la qualità di amministratore del condominio e il notificante non dimostri la sussistenza in capo al notificato dei poteri rappresentativi del condominio, la notificazione è da ritenersi affetta da nullità, da far valere con l’opposizione ai sensi dell’art. 617 c.p.c., fatta salva la sanatoria del vizio per raggiungimento dello scopo in virtù della proposizione dell’opposizione da parte del condominio correttamente rappresentato dall’amministratore in carica.

 

Esecuzione presso terzi. Fallimento del debitore

Avv. Daniele Franzini

In caso di sopravvenuto fallimento del debitore assoggettato ad espropriazione presso terzi, il creditore, in applicazione del principio della par condicio creditorum, non può più pretendere il pagamento di quanto dichiarato dal terzo ed assegnato dal Giudice dell’esecuzione con l’ordinanza di assegnazione.

Il pagamento eventualmente effettuato dal debitor debitoris in favore del creditore procedente diviene inefficace ai sensi dell’art. 44 L.F. se intervenuto successivamente alla dichiarazione di fallimento.

Lo ha stabilito la Corte di Cassazione con la sentenza n. 5489 del 26 febbraio 2019.

La Suprema Corte ha sottolineato che l’anteriorità temporale dell’assegnazione è priva di rilevanza, in quanto, essendo l’assegnazione disposta ‘salvo esazione’, la stessa non determina l’immediata estinzione del debito dell’insolvente. Ne consegue che l’effetto satisfattivo per il creditore procedente è rimesso alla riscossione del credito, ovvero ad un pagamento che, ove eseguito dopo la dichiarazione di fallimento del debitore, sarebbe sanzionato con l’inefficacia.

Il principio della par condicio creditorum, la cui salvaguardia costituisce la ratio della sottrazione al fallito della disponibilità dei suoi beni, deve ritenersi violato non solo in ipotesi di pagamenti eseguiti dal debitore successivamente alla dichiarazione di fallimento, ma anche nell’ipotesi in cui sia ravvisabile un qualsiasi atto estintivo di un debito a lui riferibile, seppur indirettamente, effettuato con suo denaro o per suo incarico o in suo luogo.

In tale ultima categoria rientra il pagamento eseguito dal terzo debitore in favore del creditore del fallito destinatario dell’assegnazione coattiva del credito, la cui valenza estintiva opera, oltre che per il suo debito nei confronti del creditore assegnatario, anche per quello del fallito.

Inefficacia del decreto ingiuntivo

Avv. Daniele Franzini

Nell’ambito della disciplina dettata dall’art. 644 c.p.c., secondo cui il decreto ingiuntivo diviene inefficace se non notificato entro 60 giorni dalla sua emissione, detta inefficacia è legittimamente riconducibile alla sola ipotesi in cui manchi o sia inesistente la notifica nel termine stabilito dalla norma predetta, poiché la notificazione del decreto ingiuntivo comunque effettuata, anche se nulla, è pur sempre indice della volontà del creditore di avvalersi del decreto stesso. Pertanto, potendo tale nullità od irregolarità essere fatta valere a mezzo dell’opposizione tardiva di cui al successivo art. 650 c.p.c., deve essere esclusa la presunzione di abbandono del titolo che costituisce il fondamento della previsione di inefficacia di cui all’art. 644 c.p.c..

Lo ha sancito la Suprema Corte con ordinanza n. 1509 del 21.1.2019.

 

Cartella esattoriale. Pagamento a carico dei soci

Avv. Daniele Franzini

La cartella esattoriale non è qualificabile come atto esecutivo, trattandosi, in realtà, dell’atto conclusivo dell’iter che conduce alla formazione del titolo esecutivo e che preannuncia l’esercizio dell’azione esecutiva; ne consegue l’inapplicabilità dell’art. 2304 c.c., il quale disciplina il beneficium excussionis relativamente alla sola fase esecutiva, nel senso che il creditore sociale non può procedere coattivamente a carico del socio, se non dopo avere agito infruttuosamente sui beni della società.

Lo ha stabilito la Corte di Cassazione con l’ordinanza n. 1996 del 24.1.2019.

La controversia sottoposta al vaglio della Suprema Corte ha avuto origine dall’impugnazione, da parte del contribuente, di sei cartelle di pagamento a lui notificate da Equitalia, nella sua qualità di socio illimitatamente responsabile di due società in accomandita semplice.

Il contribuente aveva lamentato la violazione del principio del beneficium excussionis per essere state le cartelle di pagamento, quali atti dell’esecuzione, emesse senza il previo infruttuoso esperimento dell’esecuzione nei confronti delle società, nella loro qualità di debitrici principali.

La Commissione Tributaria Provinciale aveva accolto il ricorso del contribuente, mentre la Commissione Tributaria Regionale aveva riformato la sentenza di primo grado, avendo ritenuto che la cartella non costituiva titolo esecutivo e, conseguentemente, che non vi era stata la violazione del principio del beneficium excussionis.

La Corte di Cassazione ha ritenuto il ricorso del contribuente infondato sulla base dei principi suesposti. Conclusivamente, ha ritenuto legittima la cartella esattoriale notificata ai soci, senza la previa escussione della società quale debitrice principale.

Opposizione a decreto ingiuntivo ed a precetto. Connessione

Avv. Daniele Franzini

La contemporanea pendenza, relativamente al medesimo credito, di un procedimento di opposizione a decreto ingiuntivo e di altro di opposizione a precetto intimato sulla base di quel medesimo titolo, non comporta modificazioni della competenza, che, rispettivamente, appartiene, secondo criteri inderogabili, in base all’art. 645 c.p.c., al giudice che ha emesso il decreto ingiuntivo opposto e, in base agli artt. 27, comma 1, e 615, comma 1, c.p.c. al giudice del luogo dell’esecuzione competente per materia e per valore.

Ne deriva che il “simultaneus processus” di opposizione a decreto ingiuntivo e di opposizione a precetto è possibile, se il giudice che ha emesso l’ingiunzione coincida con quello del luogo dell’esecuzione competente per materia e per valore.

Lo ha stabilito con l’ordinanza n. 30183 del 22.11.2018 la Corte di Cassazione.

 

Obblighi di fare e di non fare. Poteri del giudice dell’esecuzione

Avv. Daniele Franzini

In materia di esecuzione forzata degli obblighi di fare e di non fare, spetta al giudice dell’esecuzione accertare la portata sostanziale della sentenza di cognizione e determinare le modalità di esecuzione dell’obbligazione idonee a ricondurre la situazione di fatto alla regolamentazione del rapporto ivi stabilita, nonché verificare la corrispondenza a tale regolamentazione del risultato indicato dalla parte istante nel precetto, e, se del caso, disporre le opere necessarie a realizzarlo.

Il relativo provvedimento è impugnabile con l’atto di appello laddove il giudice dell’esecuzione si discosti da quanto stabilito nel titolo da eseguire, non costituendo più manifestazione dei poteri del giudice dell’esecuzione e conseguentemente non essendo  impugnabile nelle forme proprie degli atti esecutivi.

Lo ha stabilito, con ordinanza n. 32196 del 12.12.2018 la Corte di Cassazione.

Secondo la Suprema Corte, la sentenza che decide sull’appello in ordine a tale questione è a sua volta ricorribile per cassazione per motivi concernenti l’interpretazione fornita dal giudice del merito circa l’accertamento compiuto e l’ordine impartito dal giudice della cognizione nella sentenza della cui esecuzione si tratta, la cui disamina non attribuisce tuttavia alla S.C. il potere di valutarne direttamente il contenuto, bensì solamente quello di stabilire se l’interpretazione della sentenza è conforme ai principi che regolano tale giudizio, nonché funzionale alla concreta attuazione del comando in essa contenuto.

L’interpretazione del titolo esecutivo, consistente in una sentenza passata in giudicato, compiuta dal giudice dell’opposizione a precetto o all’esecuzione, si risolve nell’apprezzamento di un “fatto”, come tale incensurabile in sede di legittimità (fatto salvo il caso di omessa pronuncia) o giuridici, senza che possa diversamente opinarsi alla luce dei poteri di rilievo officioso e di diretta interpretazione del giudicato esterno da parte del giudice di legittimità, atteso che, in sede di esecuzione, la sentenza passata in giudicato, pur ponendosi come “giudicato esterno” (in quanto decisione assunta fuori dal processo esecutivo), non opera come decisione della lite, bensì come titolo esecutivo e, pertanto, al pari degli altri titoli esecutivi, non va intesa come momento terminale della funzione cognitiva del giudice, bensì come presupposto fattuale dell’esecuzione, ossia come condizione necessaria e sufficiente per procedere ad essa.