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Condominio. Atto di precetto

Avv. Daniele Franzini

La notifica del precetto intimato ad un condominio di edifici, eseguita nei confronti di persona diversa da quella che riveste la carica di amministratore del detto condominio, non può ritenersi idonea a fare assumere al destinatario della notificazione stessa la qualità di soggetto contro cui l’esecuzione forzata è minacciata in proprio, essendo l’amministratore non il soggetto passivo del rapporto quanto il rappresentante degli obbligati.

Ne segue il difetto di legittimazione del medesimo a proporre opposizione iure proprio solo per contestare di rivestire la qualifica di amministratore del condominio intimato.

Lo ha stabilito la Corte di Cassazione con la sentenza n. 5151 del 21 febbraio 2019.

L’opposizione a precetto ex art. 615, comma 1, c.p.c. introduce un giudizio nell’ambito del quale unico legittimato attivo è il soggetto contro cui l’esecuzione è minacciata, mentre unico legittimato passivo è il creditore che ha intimato il precetto.

Poiché l’amministratore ha la rappresentanza sostanziale e processuale del condominio, nei limiti delle attribuzioni stabilite dall’art. 1130 c.c., il precetto relativo a titolo esecutivo formatosi nei confronti del condominio deve essere notificato all’amministratore presso il suo domicilio privato ovvero presso lo stabile condominiale ove in esso esistano appositi locali in cui è svolta l’attività gestoria.

Se dalla relata di notifica risulti che il destinatario abbia negato la qualità di amministratore del condominio e il notificante non dimostri la sussistenza in capo al notificato dei poteri rappresentativi del condominio, la notificazione è da ritenersi affetta da nullità, da far valere con l’opposizione ai sensi dell’art. 617 c.p.c., fatta salva la sanatoria del vizio per raggiungimento dello scopo in virtù della proposizione dell’opposizione da parte del condominio correttamente rappresentato dall’amministratore in carica.

 

Esecuzione presso terzi. Fallimento del debitore

Avv. Daniele Franzini

In caso di sopravvenuto fallimento del debitore assoggettato ad espropriazione presso terzi, il creditore, in applicazione del principio della par condicio creditorum, non può più pretendere il pagamento di quanto dichiarato dal terzo ed assegnato dal Giudice dell’esecuzione con l’ordinanza di assegnazione.

Il pagamento eventualmente effettuato dal debitor debitoris in favore del creditore procedente diviene inefficace ai sensi dell’art. 44 L.F. se intervenuto successivamente alla dichiarazione di fallimento.

Lo ha stabilito la Corte di Cassazione con la sentenza n. 5489 del 26 febbraio 2019.

La Suprema Corte ha sottolineato che l’anteriorità temporale dell’assegnazione è priva di rilevanza, in quanto, essendo l’assegnazione disposta ‘salvo esazione’, la stessa non determina l’immediata estinzione del debito dell’insolvente. Ne consegue che l’effetto satisfattivo per il creditore procedente è rimesso alla riscossione del credito, ovvero ad un pagamento che, ove eseguito dopo la dichiarazione di fallimento del debitore, sarebbe sanzionato con l’inefficacia.

Il principio della par condicio creditorum, la cui salvaguardia costituisce la ratio della sottrazione al fallito della disponibilità dei suoi beni, deve ritenersi violato non solo in ipotesi di pagamenti eseguiti dal debitore successivamente alla dichiarazione di fallimento, ma anche nell’ipotesi in cui sia ravvisabile un qualsiasi atto estintivo di un debito a lui riferibile, seppur indirettamente, effettuato con suo denaro o per suo incarico o in suo luogo.

In tale ultima categoria rientra il pagamento eseguito dal terzo debitore in favore del creditore del fallito destinatario dell’assegnazione coattiva del credito, la cui valenza estintiva opera, oltre che per il suo debito nei confronti del creditore assegnatario, anche per quello del fallito.

Inefficacia del decreto ingiuntivo

Avv. Daniele Franzini

Nell’ambito della disciplina dettata dall’art. 644 c.p.c., secondo cui il decreto ingiuntivo diviene inefficace se non notificato entro 60 giorni dalla sua emissione, detta inefficacia è legittimamente riconducibile alla sola ipotesi in cui manchi o sia inesistente la notifica nel termine stabilito dalla norma predetta, poiché la notificazione del decreto ingiuntivo comunque effettuata, anche se nulla, è pur sempre indice della volontà del creditore di avvalersi del decreto stesso. Pertanto, potendo tale nullità od irregolarità essere fatta valere a mezzo dell’opposizione tardiva di cui al successivo art. 650 c.p.c., deve essere esclusa la presunzione di abbandono del titolo che costituisce il fondamento della previsione di inefficacia di cui all’art. 644 c.p.c..

Lo ha sancito la Suprema Corte con ordinanza n. 1509 del 21.1.2019.

 

Cartella esattoriale. Pagamento a carico dei soci

Avv. Daniele Franzini

La cartella esattoriale non è qualificabile come atto esecutivo, trattandosi, in realtà, dell’atto conclusivo dell’iter che conduce alla formazione del titolo esecutivo e che preannuncia l’esercizio dell’azione esecutiva; ne consegue l’inapplicabilità dell’art. 2304 c.c., il quale disciplina il beneficium excussionis relativamente alla sola fase esecutiva, nel senso che il creditore sociale non può procedere coattivamente a carico del socio, se non dopo avere agito infruttuosamente sui beni della società.

Lo ha stabilito la Corte di Cassazione con l’ordinanza n. 1996 del 24.1.2019.

La controversia sottoposta al vaglio della Suprema Corte ha avuto origine dall’impugnazione, da parte del contribuente, di sei cartelle di pagamento a lui notificate da Equitalia, nella sua qualità di socio illimitatamente responsabile di due società in accomandita semplice.

Il contribuente aveva lamentato la violazione del principio del beneficium excussionis per essere state le cartelle di pagamento, quali atti dell’esecuzione, emesse senza il previo infruttuoso esperimento dell’esecuzione nei confronti delle società, nella loro qualità di debitrici principali.

La Commissione Tributaria Provinciale aveva accolto il ricorso del contribuente, mentre la Commissione Tributaria Regionale aveva riformato la sentenza di primo grado, avendo ritenuto che la cartella non costituiva titolo esecutivo e, conseguentemente, che non vi era stata la violazione del principio del beneficium excussionis.

La Corte di Cassazione ha ritenuto il ricorso del contribuente infondato sulla base dei principi suesposti. Conclusivamente, ha ritenuto legittima la cartella esattoriale notificata ai soci, senza la previa escussione della società quale debitrice principale.

Opposizione a decreto ingiuntivo ed a precetto. Connessione

Avv. Daniele Franzini

La contemporanea pendenza, relativamente al medesimo credito, di un procedimento di opposizione a decreto ingiuntivo e di altro di opposizione a precetto intimato sulla base di quel medesimo titolo, non comporta modificazioni della competenza, che, rispettivamente, appartiene, secondo criteri inderogabili, in base all’art. 645 c.p.c., al giudice che ha emesso il decreto ingiuntivo opposto e, in base agli artt. 27, comma 1, e 615, comma 1, c.p.c. al giudice del luogo dell’esecuzione competente per materia e per valore.

Ne deriva che il “simultaneus processus” di opposizione a decreto ingiuntivo e di opposizione a precetto è possibile, se il giudice che ha emesso l’ingiunzione coincida con quello del luogo dell’esecuzione competente per materia e per valore.

Lo ha stabilito con l’ordinanza n. 30183 del 22.11.2018 la Corte di Cassazione.

 

Obblighi di fare e di non fare. Poteri del giudice dell’esecuzione

Avv. Daniele Franzini

In materia di esecuzione forzata degli obblighi di fare e di non fare, spetta al giudice dell’esecuzione accertare la portata sostanziale della sentenza di cognizione e determinare le modalità di esecuzione dell’obbligazione idonee a ricondurre la situazione di fatto alla regolamentazione del rapporto ivi stabilita, nonché verificare la corrispondenza a tale regolamentazione del risultato indicato dalla parte istante nel precetto, e, se del caso, disporre le opere necessarie a realizzarlo.

Il relativo provvedimento è impugnabile con l’atto di appello laddove il giudice dell’esecuzione si discosti da quanto stabilito nel titolo da eseguire, non costituendo più manifestazione dei poteri del giudice dell’esecuzione e conseguentemente non essendo  impugnabile nelle forme proprie degli atti esecutivi.

Lo ha stabilito, con ordinanza n. 32196 del 12.12.2018 la Corte di Cassazione.

Secondo la Suprema Corte, la sentenza che decide sull’appello in ordine a tale questione è a sua volta ricorribile per cassazione per motivi concernenti l’interpretazione fornita dal giudice del merito circa l’accertamento compiuto e l’ordine impartito dal giudice della cognizione nella sentenza della cui esecuzione si tratta, la cui disamina non attribuisce tuttavia alla S.C. il potere di valutarne direttamente il contenuto, bensì solamente quello di stabilire se l’interpretazione della sentenza è conforme ai principi che regolano tale giudizio, nonché funzionale alla concreta attuazione del comando in essa contenuto.

L’interpretazione del titolo esecutivo, consistente in una sentenza passata in giudicato, compiuta dal giudice dell’opposizione a precetto o all’esecuzione, si risolve nell’apprezzamento di un “fatto”, come tale incensurabile in sede di legittimità (fatto salvo il caso di omessa pronuncia) o giuridici, senza che possa diversamente opinarsi alla luce dei poteri di rilievo officioso e di diretta interpretazione del giudicato esterno da parte del giudice di legittimità, atteso che, in sede di esecuzione, la sentenza passata in giudicato, pur ponendosi come “giudicato esterno” (in quanto decisione assunta fuori dal processo esecutivo), non opera come decisione della lite, bensì come titolo esecutivo e, pertanto, al pari degli altri titoli esecutivi, non va intesa come momento terminale della funzione cognitiva del giudice, bensì come presupposto fattuale dell’esecuzione, ossia come condizione necessaria e sufficiente per procedere ad essa.

 

 

Condomino moroso. Ingiunzione

Avv. Daniele Franzini

Nel procedimento di opposizione a decreto ingiuntivo emesso per la riscossione di contributi condominiali, il giudice deve limitarsi a verificare la perdurante esistenza ed efficacia delle relative delibere assembleari, senza poter sindacare in via incidentale la loro validità, essendo questa riservata al giudice davanti al quale dette delibere siano state impugnate, a nulla rilevando l’eventuale omessa convocazione alle riunioni assembleari.

L’omessa convocazione è un vizio invocabile con l’impugnazione della deliberazione, non potendo tale motivo di annullabilità, formare oggetto di eccezione nel giudizio di opposizione.

Il condomino moroso, pertanto, deve  pagare la somma portata dall’ingiunzione per spese di riscaldamento, anche se ha conosciuto i criteri di riparto solo con la notifica del decreto ingiuntivo oppure non è stato convocato dall’assemblea e ciò in quanto non ne ha impugnato le decisioni.

Lo ha stabilito il Tribunale di Verbania con la sentenza n. 601 del 30.11.2018.

 

Il credito emerge dalla sentenza in base a un mero calcolo. Non serve l’ingiunzione

Avv. Daniele Franzini

Quando il provvedimento non contiene la determinazione della somma dovuta, la sentenza di condanna costituisce titolo esecutivo a condizione che – dal complesso di informazioni rinvenibili nel dispositivo e nella motivazione, anche mediante l’integrazione con elementi certi perché acquisti agli atti o riguardanti dati ufficiali – possa procedersi alla quantificazione con un’operazione meramente matematica.

Lo ha stabilito la Corte di Appello di Firenze con la sentenza n. 2686 del 20.11.2018.

Secondo la Corte territoriale, non si può chiedere in separato giudizio che la condanna sia espressa in termini monetari più precisi, essendo sufficiente, ad integrare il requisito della liquidità del credito, che questo sia determinabile nel suo ammontare con un mero calcolo aritmetico sulla base di elementi certi e positivi, tutti contenuti nel titolo fatto valere, i quali sono da identificare nei dati che, pur se non menzionati in sentenza, sono stati assunti dal giudice come certi ed oggettivamente già determinati, anche nel loro assetto quantitativo, perché così presupposti dalle parti e non controversi, e pertanto, acquisti nel processo per implicito.

Opposizione all’esecuzione. Inammissibilità

Avv. Daniele Franzini

È inammissibile l’opposizione all’esecuzione proposta dal debitore esecutato successivamente all’emissione – avvenuta prima dell’avvio della procedura di concordato preventivo – dell’ordinanza di assegnazione delle somme pignorate, provvedimento questo che costituisce l’atto finale e conclusivo del processo di esecuzione forzata presso terzi.

La dichiarazione di inammissibilità non è impedita né dalla circostanza che il pagamento ad opera del terzo pignorato ed in favore del creditore procedente sia stato effettuato coattivamente ed in epoca successiva alla ammissione del debitore alla procedura di concordato preventivo (in quanto tale pagamento deve essere considerato atto successivo rispetto ad una procedura esecutiva esaurita e già conclusa con l’assegnazione della somma pignorata), né da quella che il debitore esecutato, ammesso al concordato, abbia proposto l’opposizione all’esecuzione prima dell’effettuazione del pagamento.

Lo ha stabilito il Tribunale di Milano con la sentenza dell’1.10.2018.

 

Opposizioni esecutive. Fase sommaria inderogabile

Avv. Daniele Franzini

La preliminare fase sommaria delle opposizioni esecutive (successive all’inizio dell’esecuzione) davanti al giudice dell’esecuzione non può essere ritenuta meramente facoltativa, ma è necessaria ed inderogabile, in quanto prevista non solo per la tutela degli interessi delle parti del giudizio di opposizione, ma anche di tutte le parti del processo esecutivo e, soprattutto, in funzione di esigenze pubblicistiche, di economia processuale, di efficienza e regolarità del processo esecutivo e di deflazione del contenzioso ordinario.

La sua omissione, come il suo irregolare svolgimento, determina l’improponibilità della domanda di merito e l’improcedibilità del giudizio di opposizione a cognizione piena laddove abbia impedito la regolare instaurazione del contraddittorio nell’ambito del processo esecutivo ed il preventivo esame dell’opposizione da parte del giudice dell’esecuzione non solo in vista di eventuali richieste cautelari di parte, ma anche dell’eventuale esercizio dei suoi poteri officiosi diretti a regolare il corso dell’esecuzione.

Lo ha stabilito la Corte di Cassazione con la sentenza n. 25170 dell’11.10.2018.

Nel caso di specie, l’opposizione agli atti esecutivi avverso l’ordinanza del giudice dell’esecuzione (con la quale era stata dichiarata improcedibile l’esecuzione in relazione ad alcuni dei beni pignorati) era stata avanzata direttamente in sede di merito, al giudice della cognizione – peraltro con ricorso e non con atto di citazione – senza il preventivo svolgimento della fase sommaria davanti allo stesso giudice dell’esecuzione.

L’irregolarità è stata eccepita dalla società opposta, ma il giudice del merito aveva respinto l’eccezione, affermando che la fase preliminare sommaria davanti al giudice dell’esecuzione prevista non sarebbe indefettibile ma sostanzialmente prevista nell’interesse della sola parte opponente, onde consentire a quest’ultima di richiedere al giudice dell’esecuzione l’emissione di provvedimenti cautelari, con la conseguenza che, laddove l’opponente non intenda avanzare tali richieste, essa potrebbe anche non avere luogo, e la stessa parte opponente sarebbe pertanto libera di instaurare direttamente la fase di merito dell’opposizione, davanti al giudice competente per valore e per materia, senza preventivamente instaurare il contraddittorio con le altre parti davanti al giudice dell’esecuzione.