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Opposizione all’esecuzione. Liquidazione delle spese

Avv. Daniele Franzini

Ai fini della liquidazione delle spese nei giudizi di opposizione all’espropriazione forzata il valore della causa deve essere determinato in relazione al ‘peso’ economico della controversia: (a) per la fase precedente l’inizio dell’esecuzione, in base al valore del credito per cui si procede; (b) per la fase successiva, in base agli effetti economici dell’accoglimento o del rigetto dell’opposizione; (c) nel caso di opposizione all’intervento di un creditore, in base al solo credito vantato dall’interveniente; (d) nel caso in cui non sia possibile determinare gli effetti economici dell’accoglimento o del rigetto dell’opposizione, in base al valore del bene esecutato; (e) nel caso in cui l’opposizione riguardi un atto esecutivo che non abbia direttamente ad oggetto il bene pignorato ovvero il valore di quest’ultimo non sia determinabile, la causa deve essere ritenuta di valore indeterminabile.

Lo ha sancito la Corte di Cassazione con la sentenza n. 20451 del 2.8.2018.

Gli Ermellini erano stati chiamati a pronunciarsi in merito all’opposizione all’esecuzione proposta da un terzo essendo il pignoramento stato erroneamente eseguito su un immobile non di proprietà del debitore esecutato ma di proprietà del terzo opponente. Oggetto di impugnazione è stato anche il capo relativo alla statuizione sulle spese, liquidate in misura ritenuta sproporzionata rispetto al valore della causa.

Fondo patrimoniale. Condizioni per l’impignorabilità

Avv. Daniele Franzini

Il debitore che intenda avvalersi del regime di impignorabilità dei beni costituiti in fondo patrimoniale deve dimostrare non solo la regolare costituzione del fondo e la sua opponibilità al creditore procedente, ma anche che il suo debito verso quest’ultimo è stato contratto per scopi estranei ai bisogni della famiglia.

Lo ha stabilito la S.C. con la sentenza n. 20998 del 23.8.2018 con specifico riferimento al tema della riscossione coattiva delle imposte dopo aver ribadito che l’iscrizione ipotecaria di cui all’art. 77 del D.P.R. 602/1973 è ammissibile anche sui beni facenti parte del fondo patrimoniale a condizione che l’obbligazione tributaria sia strumentale ai bisogni della famiglia.

In particolare, gli Ermellini erano stati chiamati a pronunciarsi in merito alla domanda avanzata dal debitore nei confronti di Equitalia di risarcimento dei danni subiti a seguito dell’iscrizione, a suo dire illegittima, di due distinte ipoteche su immobili rientranti nel fondo patrimoniale dal medesimo costituito anni prima.

Le ipoteche erano state iscritte dalla società di riscossione per importi dovuti in virtù di cartelle esattoriali relative a sanzioni amministrative per violazione del Codice della strada e per omesso pagamento di tributi. Secondo il debitore, l’iscrizione ipotecarie era da ritenersi illegittima essendo i debiti estranei ai bisogni della famiglia e la Corte di Cassazione, con la sentenza in commento, ne ha condiviso il ragionamento.

L’ingiunzione non opposta diviene cosa giudicata

Avv. Daniele Franzini

Il decreto ingiuntivo non opposto è assimilabile ad una sentenza di condanna passata in giudicato.

Il giudicato sostanziale conseguente alla mancata opposizione di un decreto ingiuntivo copre non soltanto l’esistenza del credito azionato, del rapporto di cui esso è oggetto e del titolo su cui il credito ed il rapporto stessi si fondano, ma anche l’inesistenza di fatti impeditivi, estintivi e modificativi del rapporto e del credito precedenti al ricorso per ingiunzione e non dedotti con l’opposizione.

E’ quanto si legge nell’ordinanza del 18 luglio 2018, n. 19113 della Corte di Cassazione.

L’opposizione sana i vizi di notifica del precetto

Avv. Daniele Franzini

La presenza di irregolarità formali nel precetto può ritenersi sanata per il raggiungimento dello scopo a seguito della proposizione dell’opposizione agli atti esecutivi in tutti i casi in cui l’opposizione stessa si limiti a lamentare l’esistenza della irregolarità formale in sè, senza denunciare alcun pregiudizio ai suoi diritti, tutelati dal regolare svolgimento della procedura esecutiva, conseguente all’irregolarità stessa.

Lo ha stabilito la Corte di Cassazione con ordinanza del 18 luglio 2018, n. 19105.

Nel caso di specie, benché esistesse il vizio formale della mancata indicazione nella copia notificata del precetto della data di notifica dei titoli, la notifica precedente era avvenuta e pertanto lo scopo di dare al debitore la possibilità di pagare spontaneamente dopo la notifica del titolo era stato comunque raggiunto, come pure era stata data conoscenza al debitore della volontà del creditore di procedere ad esecuzione forzata.

Secondo gli Ermellini, la disciplina dell’opposizione agli atti esecutivi deve essere coordinata con le regole generali in tema di sanatoria degli atti nulli, sicchè con l’opposizione agli atti esecutivi non possono farsi valere vizi, quali la nullità della notificazione del titolo esecutivo e del precetto, quando sanati per raggiungimento dello scopo ex art. 156, ultimo comma, c.p.c., in virtù della proposizione dell’opposizione da parte del debitore, quella al precetto in particolare costituendo prova evidente del conseguimento della finalità di invitare il medesimo ad adempiere, rendendolo edotto del proposito del creditore di procedere ad esecuzione forzata in suo danno.

Né, in contrario, vale invocare il disposto dell’art. 617, comma 2, c.p.c., attinente alla diversa ipotesi in cui il vizio della notificazione, per la sua gravità, si traduce nella inesistenza della medesima, così come la circostanza che, per effetto della nullità della notificazione, possa al debitore attribuirsi un termine inferiore a quello minimo di dieci giorni previsto dall’art. 480 c.p.c..

Opposizione ad ingiunzione. Chi è legittimato a partecipare?

Avv. Daniele Franzini

I singoli condomini non sono legittimati a proporre opposizione avverso il decreto ingiuntivo emesso nei confronti del condominio in una controversia relativa alla gestione di un servizio svolto nell’interesse comune.

Nel giudizio di opposizione a decreto ingiuntivo le parti possono essere soltanto colui il quale ha proposto la domanda di ingiunzione e colui contro cui tale domanda è diretta.

Pertanto, dal momento che il decreto ingiuntivo è stato emesso nei confronti del condominio, solo quest’ultimo ente può opporsi; i singoli condomini non possono vantare alcuna legittimazione attiva.

Lo ha stabilito la Suprema Corte con l’ordinanza n. 15567 pubblicata in data 13 giugno 2018.

La mancanza di legittimazione attiva dei condomini oggi ricorrenti, rilevabile in ogni stavo e grado del giudizio, comporta l’annullamento dell’opposizione al decreto ingiuntivo.

Non può nemmeno trovare applicazione il principio in base al quale, essendo il condominio un ente di gestione sfornito di personalità distinta rispetto a quella dei suoi partecipanti, l’esistenza di un organo rappresentativo unitario non priverebbe i singoli condomini di agire per tutelare i diritti connessi alla loro partecipazione, perchè tale principio trova amplia applicazione solo in materia di controversie aventi ad oggetto azioni reali, che possono incidere sul diritto pro-quota che compete a ciascun condomino sulle parti comuni o su quello esclusivo sulla singola unità immobiliare, ma, al contrario, non può trovare applicazione nelle controversie, aventi ad oggetto la gestione di un servizio comune.

Pignoramento dell’Agenzia delle Entrate-Riscossione

Avv. Daniele Franzini

E’ valido il pignoramento presso terzi sottoscritto dal funzionario delegato dall’agente di riscossione, e non da difensore abilitato e munito di procura, giacchè l’art. 41, comma 1 e comma 2, lettera c), del d.lgs. n. 112 del 1999, stabilisce che l’agente della riscossione può essere rappresentato dai dipendenti delegati che possono stare in giudizio personalmente.

Lo stabilisce la Cassazione Civile, sez. III, sentenza 7 giugno 2018, n. 14741.

Nel caso di specie, il debitore esecutato si era opposto agli atti dell’esecuzione forzata promossa nei suoi confronti da Equitalia Servizi di riscossione s.p.a., deducendo che il pignoramento presso l’I.N.P.S. era nullo, essendo stato sottoscritto da un funzionario dell’agente di riscossione, e non da un difensore munito di procura come necessario.

Il Tribunale aveva accolto l’opposizione, escludendo, in particolare, che si fosse in presenza di un atto adottato ai sensi della speciale disciplina di cui all’art. 72 bis del D.P.R. 29 settembre 1973 n. 602.

Avverso questa decisione aveva proposto ricorso per cassazione Equitalia Servizi di riscossione s.p.a., prospettando la violazione e falsa applicazione degli artt. 72, comma 2, del D.P.R. n. 602 del 1973, e 543 c.p.c., in relazione all’art. 41 del d.lgs. 13 aprile 1999 n. 112, poiché il Tribunale avrebbe errato nell’escludere che alla fattispecie fosse applicabile la disciplina speciale dei pignoramenti presso terzi promossi dall’agente di riscossione per il recupero di tributi erariali e contributi previdenziali, nonché per aver omesso di applicare l’altrettanto speciale previsione che permetteva, al concessionario in parola, la sottoscrizione della citazione, dell’esecutato e del terzo pignorato, da parte di dipendente dell’agente appositamente delegato, in luogo di difensore munito di procura.

 

Opposizioni ai pignoramenti dell’Agenzia delle Entrate-Riscossione. Interviene la Corte Costituzionale

Avv. Daniele Franzini

La Corte Costituzionale, con sentenza del 31 maggio 2018, n. 114 ha dichiarato l’illegittimità costituzionale dell’art. 57, comma 1, lettera a), del D.P.R. 29 settembre 1973, n. 602 (“Disposizioni sulla riscossione delle imposte sul reddito”), nella parte in cui non prevede che, nelle controversie che riguardano gli atti dell’esecuzione forzata tributaria successivi alla notifica della cartella esattoriale o alla successiva intimazione di pagamento, siano ammesse le opposizioni regolate dall’art. 615 c.p.c., ossia quelle mediante le quali il contribuente può contestare il diritto dell’agente della riscossione a procedere ad esecuzione forzata.

Il censurato art. 57, norma volta a disciplinare l’opposizione all’esecuzione o quella agli atti esecutivi nell’ambito del procedimento di riscossione coattiva, è formulato in termini di inammissibilità delle opposizioni secondo le regole ordinarie del codice di rito: in altri termini, esclude che sia ammissibile l’opposizione all’esecuzione per il solo fatto che il contribuente opponente formuli un petitum con cui contesta il diritto dell’Amministrazione finanziaria o dell’agente della riscossione di procedere ad esecuzione forzata, come sarebbe, invece, possibile secondo il canone ordinario dell’opposizione ex art. 615 c.p.c..

In realtà, secondo il percorso argomentativo seguito dal Giudice delle leggi, in questa parte la norma censurata va raccordata con l’art. 2 del D.Lgs. n. 546 del 1992, che demanda alla giurisdizione del giudice tributario le contestazioni del titolo (normalmente, la cartella di pagamento) su cui si fonda la riscossione esattoriale. Se il contribuente contestasse il titolo della riscossione coattiva, la controversia così introdotta apparterrebbe alla giurisdizione del giudice tributario e l’atto processuale di impulso sarebbe il ricorso ex art. 19 del D.Lgs. n. 546 del 1992, proponibile avverso “il ruolo e la cartella di pagamento”.

Tuttavia, la censurata disposizione dell’art. 57, comma 1, lettera a), esprime anche un’altra norma: l’opposizione all’esecuzione ex art. 615 cod. proc. civ. è inammissibile non solo nell’ipotesi in cui la tutela invocata dal contribuente, che contesti il diritto di procedere a riscossione esattoriale, ricada nella giurisdizione del giudice tributario e la tutela stessa sia attivabile con il ricorso ex art. 19 del D.Lgs. n. 546 del 1992, ma anche allorché la giurisdizione del giudice tributario non sia invece affatto configurabile e non venga in rilievo perché si è a valle dell’area di quest’ultima. Il dato letterale della disposizione censurata non consente di ritenere che l’inammissibilità dell’opposizione all’esecuzione sia sancita solo nella prima ipotesi e non anche nell’altra.

Con la sentenza in commento la Corte costituzionale ha concluso che laddove la censura della parte assoggettata a riscossione esattoriale non radichi una controversia devoluta alla giurisdizione del giudice tributario e, quindi, sussista la giurisdizione del giudice ordinario, l’impossibilità di far valere innanzi al giudice dell’esecuzione l’illegittimità della riscossione mediante opposizione all’esecuzione, essendo ammessa soltanto l’opposizione con cui il contribuente contesti la mera regolarità formale del titolo esecutivo o degli atti della procedura e non anche quella con cui egli contesti il diritto di procedere alla riscossione, confligge frontalmente con il diritto alla tutela giurisdizionale riconosciuto in generale dall’art. 24 Cost. e nei confronti della Pubblica Amministrazione dall’art. 113 Cost., dovendo essere assicurata in ogni caso una risposta di giustizia a chi si oppone alla riscossione coattiva.

Accesso alle banche dati da parte del creditore

Il creditore istante ai sensi del secondo comma dell’art. 155 quinquies disp. att. c.p.c. può chiedere di essere autorizzato ad accedere direttamente alle banche dati della p.a. od alle quali quest’ultime possono accedere, ed all’anagrafe tributaria, compreso l’archivio dei rapporti finanziari, fino alla pubblicazione sul portale dei servizi telematici del ministero della giustizia dell’elenco delle banche dati per le quali è possibile l’accesso da parte dell’ufficiale giudiziario.

Lo ha stabilito il Tribunale di Pescara con la sentenza n. 231 del 20.4.2018.

Tardivo esperimento della mediazione: opposizione a decreto ingiuntivo improcedibile

Avv. Daniele Franzini

Il procedimento di opposizione a decreto ingiuntivo deve essere dichiarato improcedibile e l’ingiunzione diventa esecutiva se l’opponente disattende l’onere di attivare il procedimento di mediazione nel termine di 15 giorni assegnato dal giudice per sanare il precedente vizio di procedibilità.

La mediazione tardivamente attivata rende improduttivo di effetti il relativo incombente, provocando gli stessi effetti del mancato esperimento di esso, con conseguente applicazione della sanzione della improcedibilità della domanda giudiziale.

Lo ha stabilito il Tribunale di Padova con sentenza del 18.4.2018.

Come noto, l’art. 5 comma 1 bis del D. Lgs. n. 28/2010 prevede che l’esperimento del procedimento di mediazione è condizione di procedibilità della domanda giudiziale. Qualora quest’ultima non sia preceduta dal predetto procedimento, la stessa norma autorizza il giudice a concedere alle parti un termine massimo di 15 giorni per provvedervi.

Ora, sarebbe illogico ritenere che il Legislatore dell’art. 5 cit. – da un lato abbia previsto la sanzione dell’improcedibilità per mancato esperimento della mediazione, prevedendo altresì che la stessa debba essere attivata entro il termine di 5 giorni e – dall’altro – abbia voluto negare ogni rilevanza al mancato rispetto di detto termine.

Assegnare, in caso di inottemperanza un ulteriore termine o ritenere assolto l’obbligo nonostante la tardività, contrasterebbe con il dato normativo che sanziona con l’improcedibilità tale ipotesi ed introdurrebbe una ulteriore forma di sanatoria non prevista dalla legge, in contrasto con il principio di economia processuale (in quanto comporta un ulteriore allungamento del processo) e con il principio di iniziativa di parte (secondo cui è onere di chi ha interesse dare i necessari atti di impulso processuali).

Il termine de quo ha pertanto natura perentoria, natura che si evince dalla stessa gravità della sanzione comminata, l’improcedibilità della domanda giudiziale, che comporta la necessità di una sentenza di puro rito, cosi impedendo al processo di pervenire al suo naturale epilogo.

Obbligazioni solidali

Nei rapporti interni tra i condebitori solidali cessa di operare il vincolo della solidarietà, imposta a garanzia e nell’interesse del creditore, e torna ad avere esclusiva rilevanza il principio della parzialità dell’obbligazione, e, pertanto, nel caso di parziale pagamento del debito solidale al condebitore solvente spetta l’azione di regresso ex art. 1299 c.c. nei confronti degli altri condebitori ove la somma pagata ecceda la sua quota nei rapporti interni e nei limiti di tale eccedenza.

Il principio è stato ribadito dalla Suprema Corte con ordinanza n. 3404 del 13 febbraio 2018.