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Pignoramento dell’autoveicolo

Avv. Daniele Franzini

È pignorabile il veicolo che l’ufficiale giudiziario trova nella disponibilità del debitore esecutato, anche se dai registri PRA risulta un differente proprietario. Secondo la Cassazione, infatti, per i beni mobili registrati opera il principio “possesso vale titolo”.

Di conseguenza, il terzo che intenda proporre opposizione all’esecuzione deve provare di avere acquistato il veicolo e di avere altresì conseguito il possesso per un titolo diverso dal trasferimento della proprietà attraverso traditio.

Lo ha stabilito la Terza Sezione Civile della Corte di Cassazione con l’ordinanza n. 26327 pubblicata il 17 ottobre 2019.

Nullita’ della notificazione del decreto ingiuntivo. Opposizione

Avv. Daniele Franzini

La nullità della notificazione del decreto ingiuntivo non determina in sé l’inesistenza del titolo esecutivo e, pertanto, non può essere dedotta mediante opposizione a precetto o all’esecuzione intrapresa in forza dello stesso, restando invece attribuita alla competenza funzionale del giudice dell’opposizione al decreto la cognizione di ogni questione attinente all’eventuale nullità o inefficacia del provvedimento monitorio.

Lo ha stabilito la Sesta Sezione Civile della Corte di Cassazione con la sentenza n. 29729 pubblicata il 15 novembre 2019.

La Suprema Corte è stata chiamata a pronunciarsi sulla riforma della sentenza emessa dalla Corte di Appello di Milano che, al pari del primo grado, aveva rigettato l’opposizione a precetto proposta avverso un decreto ingiuntivo.

In particolare,erano stati dedotti vizi del titolo esecutivo, fra i quali la ritenuta invalidità della notificazione, in quanto eseguita presso un luogo ove il ricorrente non era più residente.

Secondo la Corte, la fattispecie non integra un’ipotesi di radicale inesistenza della notificazione. Infatti, in base ai principi di strumentalità delle forme degli atti processuali e del giusto processo, “l’inesistenza della notificazione di un atto giudiziario è configurabile, oltre che in caso di totale mancanza materiale dell’atto, nelle sole ipotesi in cui venga posta in essere un’attività priva degli elementi costitutivi essenziali idonei a rendere riconoscibile un atto qualificabile come notificazione, ricadendo ogni altra ipotesi di difformità dal modello legale nella categoria della nullità”.

Sempre secondo la Corte, tutt’al più, il ricorrente avrebbe potuto proporre un’opposizione tardiva ai sensi dell’art. 650 c.p.c. davanti al giudice funzionalmente competente a giudicare sull’opposizione a decreto ingiuntivo ovvero competente a decidere su ogni questione attinente la validità o nullità del titolo esecutivo.

Nel caso in esame, sempre secondo la Suprema Corte, “l’opponente non ha prospettato, neppure in astratto, la sussistenza di vizi idonei a determinare l’inesistenza del titolo esecutivo”, ritenendo, pertanto, inammissibile il ricorso dal medesimo presentato.

Esecuzione forzata e comunione legale

Avv. Daniele Franzini

È improcedibile l’esecuzione a carico di un bene immobile in comunione legale per debiti personali di un solo coniuge, quando la procedura non sia stata promossa e l’atto di pignoramento non sia stato trascritto nei confronti di entrambi onde consentire lo scioglimento della comunione e il diritto del coniuge non debitore alla metà della somma lorda ricavata dalla vendita del bene stesso.

Lo ha stabilito il Tribunale di Viterbo con la sentenza n. 22543 pubblicata il 18 ottobre 2019.

La comunione legale tra i coniugi è una comunione finalizzata alla tutela della famiglia e costituisce una “comunione senza quote” ovvero entrambi i coniugi sono solidalmente titolari di un diritto avente ad oggetto tutti i beni che la compongono.

Per tali motivi questo tipo di comunione può sciogliersi nei solo casi previsti dalla legge e indipendentemente dalla volontà dei singoli coniugi.

Opposizione a precetto e opposizione all’esecuzione

Avv. Daniele Franzini

L’opposizione a precetto e l’opposizione all’esecuzione, avviata sulla base del medesimo titolo esecutivo, successivamente proposta devono, se fondate su fatti costitutivi identici e pendenti innanzi al medesimo ufficio giudiziario, essere riunite d’ufficio ai sensi dell’art. 273 c.p.c..

Lo ha stabilito la Terza Sezione Civile della Corte di Cassazione con la sentenza n. 26285 pubblicata il 17ottobre 2019.

La Suprema Corte è stata chiamata a pronunciarsi sulla riforma della sentenza emessa dal Tribunale di Milano, in funzione di giudice d’appello, che aveva dichiarato la sospensione del titolo esecutivo, adottato ai sensi dell’art. 615, primo comma, c.p.c., e aveva altresì revocato il provvedimento di sospensione dell’esecuzione già iniziata.

La Corte ha così ribadito il principio secondo cui sussiste litispendenza “tra l’opposizione a precetto e l’opposizione all’esecuzione successivamente proposta avverso il medesimo titolo esecutivo, quando le due azioni sono fondate su fatti costitutivi identici, concernenti l’inesistenza del diritto di procedere all’esecuzione forzata e sempreché le cause pendano innanzi a giudici diversi”.

Infatti, il petitum dell’opposizione pre-esecutiva ex art. 615, primo comma, c.p.c. coincide con quello dell’opposizione all’esecuzione già iniziata ai sensi del secondo comma del medesimo articolo poiché in entrambi i casi la domanda principale è volta ad accertare l’insussistenza, in tutto o in parte, del diritto del creditore a procedere esecutivamente.

La Corte, inoltre, ha aggiunto che nell’ipotesi più probabile in cui le due opposizioni pendano dinanzi al medesimo ufficio giudiziario troveranno applicazione gli artt. 273 e 274 c.p.c. che ne prevedono la riunione, ferme restando le decadenze già maturate nella causa iniziata per prima. Tuttavia, se la riunione non è possibile per ragioni d’ordine processuale, la seconda causa dovrà essere sospesa ai sensi dell’art. 295 c.p.c..

Opposizione a decreto ingiuntivo. Chiamata di terzo

Avv. Daniele Franzini

L’opponente al decreto ingiuntivo, che intenda chiamare in causa un terzo ai sensi del secondo comma dell’art. 269 c.p.c., non può direttamente citarlo per la prima udienza, ma nell’atto di opposizione deve chiedere al giudice di essere a ciò autorizzato.

Il provvedimento del giudice che autorizza, o rifiuta di autorizzare, la chiamata in causa di un terzo ex art. 269 c.p.c. non ha natura decisoria, pertanto, non può essere oggetto di appello.

Infine, se la chiamata in causa del terzo viene negata, tale soggetto non assume la qualità di parte del processo neppure nell’ipotesi in cui egli sia litisconsorte necessario.

Lo ha stabilito la II Sezione Civile della Corte di Cassazione con l’ordinanza n. 21706 pubblicata il 26 agosto 2019.

Opposizione a decreto ingiuntivo. Onere della mediazione

Avv. Daniele Franzini

In tema di opposizione a decreto ingiuntivo, l’onere di esperire il tentativo obbligatorio di mediazione grava sulla parte opponente (a condizione che sia domandata la concessione della provvisoria esecuzione del decreto ingiuntivo o la sospensione della stessa) poiché l’art. 5 del D. Lgs. n. 28 del 2010 è ispirato alla logica della ragionevole durata del processo e in tale senso deve essere interpretato.

Lo ha stabilito la VI Sezione Civile della Corte di Cassazione con l’ordinanza n. 23003 pubblicata il 16 settembre 2019.

La Suprema Corte è stata chiamata a pronunciarsi sulla riforma della sentenza emessa dalla Corte di Appello di Torino che aveva dichiarato improcedibile un’opposizione a decreto ingiuntivo per mancato esperimento nei termini della mediazione obbligatoria ex art. 5 D. Lgs. n. 28 del 2010.

L’opponente ha proposto ricorso in Cassazione, adducendo come unico motivo la violazione e falsa applicazione dell’articolo menzionato e ritenendo, al contrario, che l’onere di esperire il tentativo obbligatorio di mediazione gravasse sulla parte opposta.

La Corte ha ritenuto il ricorso infondato, affermando il principio secondo cui l’art. 5 D. Lgs. 28/2010 deve essere interpretato in conformità alla sua ratio ovvero al principio della ragionevole durata del processo sulla quale ben può incidere negativamente il giudizio di merito che l’opponente abbia interessa ad introdurre.

Il tentativo obbligatorio di mediazione è strutturalmente legato ad un processo fondato sul contraddittorio, pertanto, grava sulla parte che promuove il giudizio di opposizione l’onere di assolvere tale condizione di procedibilità e sempre a condizione che sia stata domandata la concessione della provvisoria esecuzione del decreto ingiuntivo o la sospensione della stessa.

Dunque, secondo la Suprema Corte, in tema di opposizione a decreto ingiuntivo l’onere dell’esperimento nei termini del tentativo obbligatorio di mediazione spetta all’opponente, essendo nel suo interesse definire alternativamente il giudizio.

Da ciò consegue che, in caso di mancato assolvimento di tale condizione di procedibilità, l’opposizione proposta sarà travolta dalla declaratoria di improcedibilità.

La logica del contraddittorio, infatti, viene senza dubbio garantita proprio assicurando al destinatario dell’ingiunzione la possibilità di definire in via extragiudiziaria la controversia nella fase del giudizio di merito instaurato a seguito di opposizione.

Imposta di registro e garanzia

Avv. Daniele Franzini

In tema di imposta di registro, il decreto ingiuntivo ottenuto nei confronti del debitore dal garante che abbia stipulato una polizza fideiussoria e che sia stato escusso dal creditore è soggetto all’imposta con aliquota proporzionale al valore della condanna, in quanto il garante non fa valere corrispettivi o prestazioni soggetti all’imposta sul valore aggiunto, ma esercita un’azione di rimborso di quanto versato.

Lo hanno stabilito le Sezioni Unite civili della Corte di Cassazione con la sentenza n. 18520 pubblicata in data 10 luglio 2019.

Omessa o irregolare notifica del titolo esecutivo: quando è sanabile?

Avv. Daniele Franzini

La disciplina dell’opposizione agli atti esecutivi deve essere coordinata con le regole generali in tema di sanatoria degli atti nulli, sicché con l’opposizione ex art. 617 c.p.c. non possono farsi valere vizi – quali la nullità della notificazione del titolo esecutivo e del precetto – che devono considerarsi sanati per raggiungimento dello scopo ex art. 156 c.p.c., in virtù della proposizione dell’opposizione da parte del debitore, costituendo la prova evidente del conseguimento della finalità di invitare il medesimo ad adempiere, rendendolo edotto del proposito del creditore di procedere ad esecuzione forzata in suo danno.

Lo ha stabilito la VI Sezione civile della Corte di Cassazione con l’ordinanza n. 19440 pubblicata in data 18 luglio 2019.

La Suprema Corte è stata chiamata a pronunciarsi circa la legittimità dell’opposizione all’esecuzione e agli atti esecutivi, ai sensi degli artt. 615 e 617 c.p.c., avverso un atto di precetto di pagamento notificato dalla ricorrente in Cassazione al debitore.

L’opposizione, accolta dal Tribunale di Trapani, si basava sulla nullità derivante dall’omessa indicazione della data di notificazione del titolo nel precetto e dall’omessa notificazione del titolo stesso; tuttavia, secondo la ricorrente tale nullità sarebbe stata sanata, ai sensi dell’art. 156 ultimo comma c.p.c., in ragione dell’avvenuta proposizione dell’opposizione da parte dell’intimato.

La Suprema Corte ha ritenuto non applicabile il principio secondo cui “la nullità del precetto derivante dalla mancata indicazione della data di notificazione del titolo esecutivo resterebbe sanata per il raggiungimento dello scopo, dalla proposizione dell’opposizione agli atti esecutivi, in tutti i casi in cui con questa ci si limiti a lamentare l’esistenza della irregolarità formale in sé considerata, senza dedurre che essa abbia causato pregiudizio ai diritti tutelati dal regolare svolgimenti della procedura esecutiva (…)”.

La Corte, in proposito, ha ribadito che “lo scopo della notificazione del titolo esecutivo (prevista dall’art. 479 c.p.c.) è quello di portare a conoscenza del debitore il titolo esecutivo nel suo integrale contenuto documentale, munito altresì della clausola di spedizione in forma esecutiva ai sensi dell’art. 475 c.p.c. Tale finalità non può evidentemente ritenersi raggiunta attraverso la mera notificazione del solo atto di precetto che, ai sensi dell’art. 480 c.p.c., deve contenere l’intimazione ad adempiere in base al titolo e l’indicazione della data di notificazione di esso, se avvenuta separatamente”.

Di conseguenza, la sanatoria della nullità conseguente all’omessa o irregolare notificazione del titolo esecutivo, ai sensi dell’art. 479 c.p.c., può determinarsi solo nel caso in cui la proposizione dell’opposizione dimostri che lo scopo della norma è stato raggiunto ovvero che il titolo spedito in forma esecutiva sia integralmente pervenuto nella sfera di conoscenza del debitore.

Azione revocatoria e crediti litigiosi

Avv. Daniele Franzini

Il credito litigioso, derivante da un fatto illecito o da un rapporto contrattuale contestato in separato giudizio, è idoneo a determinare l’insorgere della qualità di creditore abilitato all’esperimento dell’azione revocatoria ordinaria avverso l’atto dispositivo compiuto dal debitore.

Pertanto, il relativo giudizio non è soggetto a sospensione necessaria ex art. 295 c.p.c. in rapporto alla pendenza della controversia sul credito da accertare, e per la cui conservazione è stata proposta domanda revocatoria, poiché tale accertamento non costituisce l’indispensabile antecedente logico-giuridico della pronuncia sulla domanda revocatoria, né può ipotizzarsi un conflitto di giudicati tra la sentenza che dichiari inefficace l’atto di disposizione e la sentenza negativa sull’esistenza del credito.

Lo ha stabilito la VI Sezione Civile della Corte di Cassazione con l’ordinanza n. 19439 pubblicata in data 18 luglio 2019.

Pignorabilità degli interessi

Avv. Daniele Franzini

Il denaro contante pignorato presso il debitore produce interessi per tutto il periodo della custodia, nella misura fissata dalla banca, dall’ufficio postale o dagli altri enti abilitati ad aprire un libretto di deposito o un conto corrente nel contratto, dagli usi oppure, in mancanza, in quella legale.

Lo ha stabilito la III Sezione Civile della Corte di Cassazione con la sentenza n. 15308 pubblicata in data 6 giugno 2019.

Secondo la Suprema Corte, gli interessi così maturati contribuiscono ad accrescere il compendio sequestrato o pignorato, ai sensi dell’art. 2912 c.p.c., secondo cui il pignoramento comprende i frutti (anche civili) della cosa pignorata.

Allo stesso modo, qualora il credito pignorato tragga origine da una fonte che prevede il decorso degli interessi, anche questi devono intendersi inclusi nell’oggetto del pignoramento.

Pertanto, in caso di sequestro conservativo o di pignoramento di crediti, il terzo sequestratario o pignorato, costituito ex lege custode delle somme pignorate, è tenuto alla corresponsione degli interessi nella misura prevista dal rapporto da cui origina il credito pignorato e con le decorrenze ivi previste.