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Imposta di registro e garanzia

Avv. Daniele Franzini

In tema di imposta di registro, il decreto ingiuntivo ottenuto nei confronti del debitore dal garante che abbia stipulato una polizza fideiussoria e che sia stato escusso dal creditore è soggetto all’imposta con aliquota proporzionale al valore della condanna, in quanto il garante non fa valere corrispettivi o prestazioni soggetti all’imposta sul valore aggiunto, ma esercita un’azione di rimborso di quanto versato.

Lo hanno stabilito le Sezioni Unite civili della Corte di Cassazione con la sentenza n. 18520 pubblicata in data 10 luglio 2019.

Omessa o irregolare notifica del titolo esecutivo: quando è sanabile?

Avv. Daniele Franzini

La disciplina dell’opposizione agli atti esecutivi deve essere coordinata con le regole generali in tema di sanatoria degli atti nulli, sicché con l’opposizione ex art. 617 c.p.c. non possono farsi valere vizi – quali la nullità della notificazione del titolo esecutivo e del precetto – che devono considerarsi sanati per raggiungimento dello scopo ex art. 156 c.p.c., in virtù della proposizione dell’opposizione da parte del debitore, costituendo la prova evidente del conseguimento della finalità di invitare il medesimo ad adempiere, rendendolo edotto del proposito del creditore di procedere ad esecuzione forzata in suo danno.

Lo ha stabilito la VI Sezione civile della Corte di Cassazione con l’ordinanza n. 19440 pubblicata in data 18 luglio 2019.

La Suprema Corte è stata chiamata a pronunciarsi circa la legittimità dell’opposizione all’esecuzione e agli atti esecutivi, ai sensi degli artt. 615 e 617 c.p.c., avverso un atto di precetto di pagamento notificato dalla ricorrente in Cassazione al debitore.

L’opposizione, accolta dal Tribunale di Trapani, si basava sulla nullità derivante dall’omessa indicazione della data di notificazione del titolo nel precetto e dall’omessa notificazione del titolo stesso; tuttavia, secondo la ricorrente tale nullità sarebbe stata sanata, ai sensi dell’art. 156 ultimo comma c.p.c., in ragione dell’avvenuta proposizione dell’opposizione da parte dell’intimato.

La Suprema Corte ha ritenuto non applicabile il principio secondo cui “la nullità del precetto derivante dalla mancata indicazione della data di notificazione del titolo esecutivo resterebbe sanata per il raggiungimento dello scopo, dalla proposizione dell’opposizione agli atti esecutivi, in tutti i casi in cui con questa ci si limiti a lamentare l’esistenza della irregolarità formale in sé considerata, senza dedurre che essa abbia causato pregiudizio ai diritti tutelati dal regolare svolgimenti della procedura esecutiva (…)”.

La Corte, in proposito, ha ribadito che “lo scopo della notificazione del titolo esecutivo (prevista dall’art. 479 c.p.c.) è quello di portare a conoscenza del debitore il titolo esecutivo nel suo integrale contenuto documentale, munito altresì della clausola di spedizione in forma esecutiva ai sensi dell’art. 475 c.p.c. Tale finalità non può evidentemente ritenersi raggiunta attraverso la mera notificazione del solo atto di precetto che, ai sensi dell’art. 480 c.p.c., deve contenere l’intimazione ad adempiere in base al titolo e l’indicazione della data di notificazione di esso, se avvenuta separatamente”.

Di conseguenza, la sanatoria della nullità conseguente all’omessa o irregolare notificazione del titolo esecutivo, ai sensi dell’art. 479 c.p.c., può determinarsi solo nel caso in cui la proposizione dell’opposizione dimostri che lo scopo della norma è stato raggiunto ovvero che il titolo spedito in forma esecutiva sia integralmente pervenuto nella sfera di conoscenza del debitore.

Azione revocatoria e crediti litigiosi

Avv. Daniele Franzini

Il credito litigioso, derivante da un fatto illecito o da un rapporto contrattuale contestato in separato giudizio, è idoneo a determinare l’insorgere della qualità di creditore abilitato all’esperimento dell’azione revocatoria ordinaria avverso l’atto dispositivo compiuto dal debitore.

Pertanto, il relativo giudizio non è soggetto a sospensione necessaria ex art. 295 c.p.c. in rapporto alla pendenza della controversia sul credito da accertare, e per la cui conservazione è stata proposta domanda revocatoria, poiché tale accertamento non costituisce l’indispensabile antecedente logico-giuridico della pronuncia sulla domanda revocatoria, né può ipotizzarsi un conflitto di giudicati tra la sentenza che dichiari inefficace l’atto di disposizione e la sentenza negativa sull’esistenza del credito.

Lo ha stabilito la VI Sezione Civile della Corte di Cassazione con l’ordinanza n. 19439 pubblicata in data 18 luglio 2019.

Pignorabilità degli interessi

Avv. Daniele Franzini

Il denaro contante pignorato presso il debitore produce interessi per tutto il periodo della custodia, nella misura fissata dalla banca, dall’ufficio postale o dagli altri enti abilitati ad aprire un libretto di deposito o un conto corrente nel contratto, dagli usi oppure, in mancanza, in quella legale.

Lo ha stabilito la III Sezione Civile della Corte di Cassazione con la sentenza n. 15308 pubblicata in data 6 giugno 2019.

Secondo la Suprema Corte, gli interessi così maturati contribuiscono ad accrescere il compendio sequestrato o pignorato, ai sensi dell’art. 2912 c.p.c., secondo cui il pignoramento comprende i frutti (anche civili) della cosa pignorata.

Allo stesso modo, qualora il credito pignorato tragga origine da una fonte che prevede il decorso degli interessi, anche questi devono intendersi inclusi nell’oggetto del pignoramento.

Pertanto, in caso di sequestro conservativo o di pignoramento di crediti, il terzo sequestratario o pignorato, costituito ex lege custode delle somme pignorate, è tenuto alla corresponsione degli interessi nella misura prevista dal rapporto da cui origina il credito pignorato e con le decorrenze ivi previste.

Opposizione all’ordinanza di assegnazione

Avv. Daniele Franzini

L’ordinanza di assegnazione di un credito, costituendo l’atto conclusivo del procedimento di esecuzione forzata per espropriazione di crediti, ha natura di atto esecutivo. Pertanto, essa va impugnata con il rimedio dell’opposizione agli atti esecutivi tutte le volte in cui si facciano valere vizi, ancorché sostanziali, attinenti all’ordinanza di assegnazione oppure ai singoli atti esecutivi che l’hanno preceduta.

Il rimedio impugnatorio dell’appello, invece, deve ritenersi circoscritto al caso in cui il contenuto di tale ordinanza, esulando da quello ad essa proprio, decida questioni che integrano l’oggetto tipico di un procedimento di cognizione.

Lo ha stabilito la III Sezione civile della Corte di Cassazione con la sentenza n. 17663 pubblicata in data 2 luglio 2019.

La Suprema Corte è stata chiamata a pronunciarsi circa la legittimità dell’opposizione proposta dai terzi pignorati (società) che avevano reso dichiarazione negativa a fronte della domanda di pignoramento di un credito di lavoro. In particolare, i terzi – ai sensi dell’art. 617 c.p.c. – avevano proposto atto di citazione in opposizione all’ordinanza di assegnazione emanata dal giudice dell’esecuzione. Tale ordinanza era stata dichiarata inammissibile dal Tribunale di Venezia che aveva ritenuto che l’opposizione dovesse essere proposta con ricorso nel rispetto dei termini previsti dall’art. 617 c.p.c.

Come è noto, la legge 24 dicembre 2012, n. 228 (Legge di stabilità 2013) ha differenziato il regime giuridico a seconda che il terzo non renda la dichiarazione oppure che il contenuto della stessa sia contestato. Nel primo caso non è necessario che venga introdotto il giudizio di accertamento dell’obbligo del terzo poiché il suo silenzio è equiparato alla non contestazione dell’esistenza del credito pignorato: l’ordinanza di assegnazione così pronunciata dal giudice dell’esecuzione può essere impugnata dal terzo nelle forme e nei termini di cui all’art. 617, primo comma c.p.c.

Nell’ipotesi in cui, invece, sorgano contestazioni circa il contenuto della dichiarazione del terzo, esse vanno risolte dal giudice dell’esecuzione con ordinanza pronunciata ai sensi dell’art. 549 c.p.c.: tale ordinanza è impugnabile nelle forme e nei termini di cui all’art. 617 c.p.c.

Nel caso concreto, la Suprema Corte ha ritenuto che il giudice dell’esecuzione abbia pronunciato l’ordinanza di assegnazione con errore percipiente circa il contenuto delle dichiarazioni rese dai terzi pignorati ovvero sbagliando nel ritenerle positive, oppure ancora, che abbia accertato sommariamente la sussistenza del credito pignorato sulla base dei poteri riconosciutigli dall’art. 549 c.p.c., nella versione introdotta dalla legge n. 228 del 2012.

Nel caso specifico, trattandosi di un’opposizione proposta avverso un atto del processo esecutivo, la stessa andava proposta con ricorso al giudice dell’esecuzione, ai sensi dell’art. 617, secondo comma, c.p.c. Sempre secondo la Corte, la stessa conclusione sarebbe valsa nell’ipotesi in cui, con l’ordinanza in questione, il giudice dell’esecuzione avesse voluto sommariamente accertare l’esistenza del credito denegato dai terzi, così come consentito dall’art. 549 c.p.c.

Tfr. Compensazione

Avv. Daniele Franzini

La compensazione del tfr con crediti del datore di lavoro, tra i quali si annovera la penale pattuita per il recesso anticipato dal patto di stabilità, è legittima, posto che il divieto previsto dall’art. 1246, n. 3, c.c., in relazione ai crediti impignorabili, opera solamente con riguardo alla compensazione “propria”, che ricorre quando le reciproche ragioni di debito-credito nascono da distinti rapporti giuridici, e non anche per quella ‘impropria’, ove le suddette ragioni provengono da un unico rapporto, qual è indubbiamente il rapporto di lavoro.

Lo ha stabilito la Sezione Lavoro della Corte di Cassazione con la sentenza n. 13647 pubblicata in data 21 maggio 2019.

La Suprema Corte, chiamata a pronunciarsi circa la legittimità della domanda di pignoramento presso il terzo (società datoriale) dei crediti maturati dal debitore proposta da un soggetto creditore del lavoratore, si è concentrata sulla cd. compensazione impropria ovvero quella compensazione effettuata tra i crediti spettanti al debitore a titolo di retribuzione e di tfr e il maggior credito vantato dalla terza pignorata a titolo risarcitorio.

La Corte di Cassazione ha precisato che, ai fini dell’applicabilità della compensazione atecnica, l’identità ed unicità del rapporto da cui originano i reciproci crediti non è esclusa dal fatto che uno di essi abbia natura risarcitoria derivando da inadempimento.

 

Azione revocatoria

Avv. Daniele Franzini

Ai fini dell’esperibilità dell’azione revocatoria ordinaria, ai sensi dell’art. 2901 c.c., la nozione di credito deve essere intesa in senso lato, come comprensiva della ragione o aspettativa, con conseguente irrilevanza dei normali requisiti di certezza, liquidità ed esigibilità, sicché anche il credito eventuale, nella veste di credito litigioso, è idoneo a determinare – sia che si tratti di un credito di fonte contrattuale oggetto di contestazione in separato giudizio sia che si tratti di credito risarcitorio da fatto illecito – l’insorgere della qualità di creditore che abilita all’esperimento dell’azione revocatoria ordinaria avverso l’atto di disposizione compiuto dal debitore.

Lo ha stabilito la VI Sezione Civile della Corte di Cassazione con l’ordinanza n. 14576 pubblicata il 28 maggio 2019.

La Suprema Corte, chiamata a pronunciarsi relativamente ad una controversia, avente ad oggetto il conferimento di immobili in fondo patrimoniale, si è pronunciata circa i presupposti del credito rilevanti per l’esperimento dell’azione revocatoria ai sensi dell’art. 2901 c.c., delineando la nozione di credito rilevante a tal fine.

La Suprema Corte ha ribadito l’orientamento (tra le altre, Cass., SU, n. 9440/2004, Cass. n. 1893/2012, Cass. n. 5619/2016) secondo cui anche un credito eventuale – come quello fideiussorio – legittima la dichiarazione di inefficacia di un atto dispositivo da parte del debitore e (come nel caso di specie) del fideiussore, ritenendosi comprese nella nozione di credito rilevante ai fini dell’applicazione dell’art. 2901 c.c. anche la ragione o la aspettativa e hanno altresì statuito che, stante la preesistenza del debito fideiussorio all’atto di conferimento degli immobili nel fondo patrimoniale, la verifica circa la sussistenza dei presupposti per l’applicazione dell’art. 2901 c.c. debba limitarsi alla sola scientia damni.

Avviso di accertamento ed ingiunzione fiscale

Avv. Daniele Franzini

L’ordinanza-ingiunzione fiscale, in quanto espressione del potere di accertamento e di autotutela della Pubblica Amministrazione, cumula in sé le caratteristiche del titolo esecutivo e del precetto e legittima, in caso di mancato pagamento, la riscossione coattiva mediante pignoramento dei beni del debitore. Pertanto, si tratta di un atto liquidatorio e non di un nuovo atto impositivo, in quanto si pone a valle dell’avviso di accertamento e non lo sostituisce, con la conseguenza che, una volta che quest’ultimo sia divenuto definitivo, il rapporto giuridico tributario deve considerarsi esaurito.

Lo ha chiarito la Corte di Cassazione con l’ordinanza n. 10896 del 18 aprile 2019.

Nella fattispecie, il contribuente aveva impugnato l’ingiunzione di pagamento emessa dall’Amministrazione comunale per il pagamento della TARSU in ragione della rilevata non corrispondenza tra le somme indicate nell’ingiunzione e quelle indicate nell’avviso di accertamento in precedenza notificato.

La Commissione adita in primo grado aveva accolto le tesi del contribuente, mentre la Commissione Tributaria Regionale aveva accolto l’appello proposto dall’Amministrazione comunale.

In sede di ricorso per la cassazione della sentenza della C.T.R. il contribuente sosteneva che il giudizio tributario non sarebbe stato volto all’accertamento positivo dell’obbligazione tributaria, ma all’accertamento negativo del diritto all’annullamento.

La Suprema Corte, nel rigettare il ricorso proposto, ha chiarito che la sentenza emessa all’esito del processo tributario ha valore di accertamento della pretesa tributaria, implicante la quantificazione della pretesa tributaria entro i limiti posti dalle domande di parte.

Quanto all’ingiunzione fiscale, ne hanno sottolineato la distinzione rispetto all’avviso di accertamento, al quale l’ingiunzione fiscale segue per il caso di mancato pagamento dell’importo recato dall’avviso.

Decreto ingiuntivo ed effetti della mancata opposizione

Avv. Daniele Franzini

Il decreto ingiuntivo di condanna al pagamento di una somma di denaro acquista, ove non sia proposta opposizione, efficacia di giudicato non solo in ordine al credito azionato, ma anche in relazione al titolo posto a fondamento dello stesso, precludendo in tal modo ogni ulteriore esame delle ragioni addotte a giustificazione della relativa domanda in altro giudizio.

Lo ha chiarito la Corte di Cassazione con l’ordinanza n. 11211 del 24 aprile 2019.

La Suprema Corte, a tale fine, ha valorizzato il principio secondo cui l’autorità del giudicato spiega i suoi effetti non solo sulla pronuncia esplicita della decisione, ma anche sulle ragioni che ne costituiscono, sia pure implicitamente, il presupposto logico-giuridico.

Conseguentemente, l’autorità e l’incontrovertibilità del giudicato non riguarda solo le ragioni giuridiche e di fatto esercitate in giudizio, ma si estende a tutte le possibili questioni, proponibili in via di azione o eccezione, che, sebbene non dedotte specificamente, costituiscono precedenti logici, essenziali e necessari, della pronuncia.

Pertanto, in ossequio al fondamentale principio di certezza delle situazioni giuridiche, la mancata opposizione da parte dell’ingiunto spiega i propri effetti anche rispetto a quello che è il presupposto logico-giuridico dell’ingiunzione di pagamento ovvero il titolo posto a fondamento del credito azionato in via monitoria, rispetto al quale non è consentito alcun esame delle ragioni eventualmente addotte, a confutazione, dal debitore in altro giudizio.

 

Fondo patrimoniale

Avv. Daniele Franzini

L’onere della prova dell’estraneità del debito alle esigenze familiari e la consapevolezza del creditore grava sul debitore che intenda avvalersi del regime di impignorabilità dei beni costituiti in fondo patrimoniale: ove sia proposta opposizione ai sensi dell’art. 615 cod. proc. civ. per contestare il diritto del creditore ad agire esecutivamente il debitore opponente deve dimostrare non soltanto la regolare costituzione del fondo e la sua opponibilità al creditore procedente, ma anche che il suo debito nei confronti di quest’ultimo è stato contratto per scopi estranei ai bisogni della famiglia.

Lo ha stabilito la Sesta Sezione Civile della Corte di Cassazione con l’ordinanza n. 4264 pubblicata in data 13 febbraio 2019.

La Suprema Corte, chiamata a pronunciarsi in relazione ad una controversia originata dall’opposizione proposta, ai sensi degli artt. 615 e 619 cod. proc. civ., dai coniugi ricorrenti nel corso di un processo di esecuzione per espropriazione forzata promosso dall’Agenzia delle entrate nei loro confronti su beni da essi costituiti in fondo patrimoniale, dei quali i medesimi hanno sostenuto l’impignorabilità, ha precisato che i ‘bisogni della famiglia’ devono essere intensi non in senso meramente oggettivo, ma come comprensivi anche dei bisogni ritenuti tali dai coniugi in ragione dell’indirizzo della vita familiare e del tenore prescelto in conseguenza delle possibilità economiche familiari.

Anche un debito di natura tributaria, sorto per l’esercizio dell’attività imprenditoriale, può ritenersi contratto per soddisfare tale finalità, fermo restando che essa non può dirsi sussistente per il solo fatto che il debito derivi dall’attività professionale o d’impresa del coniuge, dovendo essere accertato che l’obbligazione sia sorta per il soddisfacimento dei bisogni familiari ovvero per il potenziamento della capacità lavorativa del coniuge e non per esigenze di natura voluttuaria o caratterizzate da interessi meramente speculativi.

La Corte di Cassazione ha, conclusivamente, rigettato il ricorso e confermato la sentenza di secondo grado che aveva ritenuto contratti per i bisogni della famiglia i debiti fiscali IRPEF scaturenti dall’accertamento induttivo di un maggior reddito da partecipazioni societarie rispetto a quello dichiarato, già idoneo a soddisfare i bisogni della famiglia, stante l’assenza di prova contraria, il cui onere gravava sui debitori.