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Responsabilità delle video sharing platform: il Tribunale delle Imprese di Roma decide dopo la sentenza della Corte di Cassazione sul caso Mediaset c. Yahoo!

Avv. Alessandro La Rosa

I Fatti

I video di RTI oggetto di causa sono stati caricati sulla piattaforma francese da utenti privati a partire dal 2006 e in alcuni casi sono rimasti online fino al 2013.

Una volta verificata la presenza di video non autorizzati, RTI ha inviato alla piattaforma di video-sharing francese plurime diffide trasmesse ante causam sin dal 2010. Nel corso del procedimento, iniziato nel 2012 e conclusosi nel 2019, i video illecitamente pubblicati confluiti nell’oggetto della causa sono stati 995.

Con la sentenza n. 14757/2019 del 12.7.2019 il Tribunale delle Imprese di Roma ha condannato Dailymotion SA (società del gruppo francese Vivendi) al risarcimento di oltre 5,5 milioni di euro in favore di RTI (società del Gruppo Mediaset).

I Principi.

  • Video-sharing-platform come provider attivo non riconducibile alla figura di hosting “passivo”. Il Collegio romano ha anzitutto stabilito che il provider “attivo” non costituisce una sub-categoria del provider “passivo” disciplinato dall’art. 16 del D. Lgs. n. 70/2003 ma è figura del tutto autonoma che si sottrae integralmente alla disciplina nazionale e comunitaria prevista per l’hosting “neutro”: “L’HOSTING PROVIDER ATTIVO si colloca al di là della specifica categoria proposta dalla normativa comunitaria e conseguentemente al di fuori anche della specifico regime dell’articolo 16 della normativa nazionale… Tale distinzione a livello europeo è scaturita da un’attenta riflessione sul considerando 42 della direttiva E-COMMERCE;

La natura “attiva” o “passiva” del provider non può essere definita in maniera statica ma va valutata, caso per caso, in relazione all’interazione del provider con i singoli video oggetto di contestazione: “Altro rischio che si corre è quello di un eccessivo irrigidimento della qualificazione giuridica di un soggetto commerciale. Un HOSTING PROVIDER può svolgere infatti alternativamente funzioni attive e passive a seconda dei soggetti con cui interloquisce e può svolgere funzioni attive e passive anche contemporaneamente… Quindi la verifica sulla natura attiva o passiva del provider non deve investire tanto il soggetto giuridico in quanto tale”.

  • Responsabilità civile secondo le regole comuni. Conseguentemente il provider attivo non può negare la propria conoscenza dell’illecito finché non ne venga notiziato da terzi, ad esempio tramite un’apposita diffida da parte del titolare del diritto, perché tanto potrebbe riconoscersi, al più, qualora il provider abbia natura neutra e passiva. Conseguentemente l’operatore “attivo” risponde delle conseguenze dell’illecito secondo le regole generali sulla responsabilità civile: “La comunicazione/diffida ai sensi dell’articolo 16 della normativa nazionale è difatti categorizzazione tipica della hosting provider passivo, laddove DAILYMOTION, quale provider attivo, risponde della pubblicazione di contenuti autoriali altrui secondo le tradizionali norme di carattere civilistico”.
  • Gli elementi identificativi dei contenuti illeciti. Quand’anche si volesse considerare Dailymotion un provider “passivo”, per il Tribunale delle Imprese di Roma non poteva escludersi la conoscenza degli illeciti da parte della video-sharing platform sulla base di elementi identificativi delle opere audiovisive di RTI quali il titolo della trasmissione e altri dati caratterizzanti, quali ad esempio, le luminose di canale: “Ora che non vi è chi non veda come, nel momento in cui una società abbia espressamente richiesto ad Hosting Provider (si suppone passivo) l’eliminazione del portale di tutti i contenuti relativi ad una determinata trasmissione, segnalando il titolo della trasmissione e anche dei dati caratterizzanti, abbia integrato con ciò quella “comunicazione” o l’essere “al corrente dei fatti”, cui fa riferimento l’a 16 della direttiva 31-00 ed abbia così posto in condizione la società convenuta con un minimo sacrificio di agevolmente rimuovere tutti i contenuti riferibile ad una determinata privativa d’autore”.

4)        L’irrilevanza della comunicazione degli URL. Diretta conseguenza di quanto sopra detto, è che il titolare del diritto d’autore non può essere gravato dell’obbligo di indicare al provider in modo specifico tutti gli URL per la localizzazione dei contenuti illeciti: la questione della non necessità dell’indicazione degli URL “può essere, ad avviso del presente collegio, risolta comunque sempre mediante l’applicazione del principio di buona fede ex art. 1375 del codice civile, principio cui peraltro fa espresso riferimento la normativa comunitaria e che grava un soggetto dell’obbligo di garantire il diritto altrui riconosciuto dall’ordinamento nei limiti dell’apprezzabile sacrificio. Il riferimento deve quindi sempre essere soltanto all’effettiva conoscenza dei contenuti illeciti per la quale non può in alcun modo ritenersi indispensabile l’indicazione degli URL essendo sufficiente un’indicazione specifica dei files illeciti (video, programmi etc) con ogni mezzo”.

5)        L’onere della prova. Secondo il Collegio romano avrebbe dovuto essere Dailymotion a dimostrare di possedere caratteristiche tali da poterle consentire di beneficiare del regime giuridico di favore previsto dalla direttiva e-commerce 2000/31/CE e non invece il titolare dei diritti autoriali (RTI) a dover dimostrare l’estraneità della video-sharing-platform alla figura creata dal legislatore eurounitario: “incombeva alla convenuta dare la dimostrazione fattuale dell’esistenza di una struttura di impresa, di un’organizza- zione di dipendenti e di una modalità di gestione compatibili con quanto previsto dall’articolo 14 della direttiva e 16 della normativa nazionale. Alla luce difatti di un principio generale di responsabilità per la pubblicazione e diffusione di materiale altrui protetto da diritto d’autore (DAILYMOTION è perfettamente conscia del fatto che la maggior parte del materiale divulgato sulla sua piattaforma è coperto da privativa autoriale) la convenuta era gravata dall’onere di dare fattiva dimostrazione del possedere le specifiche corrispondenti all’esimente stabilita dal Legislatore comunitario”.

  • I diritti esclusivi violati. I diritti esclusivi dell’operatore televisivo violati in ipotesi di abusiva messa a disposizione del pubblico di contenuti protetti da provative autoriali sono quelli tutelati dagli articoli 78 ter e 79 della legge sul diritto d’autore: “Dailymotion dovrà quindi rispondere nei confronti di RTI ai sensi dell’a 78 ter della LDA e dell’art. 79, quale società che esercita l’attività di emissione televisiva”.

Gli elementi fattuali

In piena aderenza ai principi enucleati dalla recentissima sentenza n. 7708/2009 della Corte di Cassazione (sul caso RTI c Yahoo!, secondo cui la natura “attiva” o “neutrale” del provider va valutata alla luce di specifici “indici di interferenza” quali l’attività di indicizzazione, organizzazione, catalogazione dei materiali memorizzati), i Giudici romani sono giunti alla conclusione che nel caso specifico Dailymotion “abbia perso il carattere di neutralità e passività … operando sui dati che carica forme di intervento volte a sfruttare i contenuti dei singoli materiali caricati dagli utenti e memorizzati sui propri server ed operando in generale sotto le forme del controllo, della conoscenza e della profilazione dei dati ed in maniera non automatizzata”.

Tanto sulla base dell’esame di una serie di circostanze fattuali, di seguito indicate: “anche l’organizzazione dell’archiviazione e della catalogazione preventiva (dei contenuti video ndr) mediante la predisposizione di Cookies può costituire un elemento di manipolazione, o di assenza di neutralità, almeno nella misura in cui la predisposizione di cookies tarati ad un determinato risultato, effettuati da tecnici informatici (per esempio per la fornitura di pubblicità mirata) e la catalogazione dei contenuti, alterino la naturale collocazione dei documenti stoccati e ne determinino differente visibilità e ricorrenza nelle ricerche”.

I precedenti della Corte di Giustizia UE

La decisione in commento, si pone in piena sintonia con le più recenti sentenze della Corte di Giustizia europea che si sono espresse sul tema della responsabilità dei fornitori di servizi di hosting: tra le altre la sentenza del 7.8.2018, C-521/17, resa nel caso SNB-REACT la CGUE; la sentenza C-324/09, nel caso L’Oréal c. eBay; la sentenza resa nel caso C-610/15 Stichting c. Ziggo BV; la sentenza resa nel caso C-236/08 Google c. Louis Vuitton. Tra tutte, proprio la sentenza sul caso C-610/15 Stichting c. Ziggo BV , come la Corte di Cassazione citata, aveva indicato nella presenza di un motore di ricerca interno alla piattaforma di content-sharing (“thepiratebay”) e nella presenza di sistemi di catalogazione ed organizzazione dei contenuti gli elementi idonei ad integrare la violazione del diritto esclusivo di comunicazione al pubblico di materiali coperti dal diritto d’autore.

Conclusioni

La sentenza, nel suo complesso, pare confermare (così come la citata sentenza della Suprema Corte sul caso RTI-Yahoo!) l’ormai costante orientamento giurisprudenziale che guarda con esplicito favore alla tutela dei diritti autorali in ambito digitale, recependo pienamente il chiaro indirizzo dato dal legislatore comunitario con la recente direttiva 2019/790 sul diritto d’autore nel mercato unico digitale.

Il Tribunale della Corte di Giustizia europea ha dichiarato la nullità del marchio a tre strisce Adidas

Avv. Alessandro La Rosa

Il Tribunale dell’Unione europea con sentenza del 16 giugno 2019 ha decretato la nullità del marchio Adidas depositato in data 18 dicembre 2013 nella classe 25 (abbigliamento, scarpe, cappelleria) e «costituito da tre strisce parallele equidistanti di uguale larghezza, applicate sul prodotto in qualsiasi direzione», come di seguito rappresentato.

La vicenda ha avuto inizio a seguito dell’opposizione in sede EUIPO presentata dalla Shoe Branding Europe BVBA, per la dichiarazione di nullità del marchio sopra rappresentato, sul rilievo dell’assenza di qualsiasi carattere distintivo, sia intrinseco che acquisito in seguito all’uso.

Adidas contro tale decisione proponeva ricorso, sostenendo che tale marchio, grazie a un utilizzo prolungato ed esteso territorialmente, avesse oramai acquisito carattere distintivo.

Anche il predetto ricorso veniva respinto, con la conseguente conferma della carenza di carattere distintivo in capo al marchio e dell’invalidità dello stesso in quanto registrato in violazione dell’articolo 7, paragrafo 1, lettera b), del regolamento n. 207/2009.

Contro tale decisione Adidas proponeva opposizione davanti al Tribunale dell’Unione europea sulla base delle seguenti considerazioni così riassumibili:

  1. a) la Commissione non avrebbe adeguatamente preso in considerazione gli elementi di prova allegati dalla ricorrente in quanto asseritamente riguardanti segni diversi rispetto al marchio controverso e avrebbe interpretato il segno in maniera erronea;
  2. c) la Commissione non avrebbe correttamente applicato la «legge delle varianti autorizzate» e,
  3. b) avrebbe errato nel ritenere che non fosse stato dimostrato che il marchio controverso avesse acquisito un carattere distintivo in seguito all’uso fattone nel territorio dell’Unione.

Procedendo per punti, relativamente alla questione inerente all’erronea interpretazione del marchio controverso, la Adidas ha ritenuto che poiché lo stesso era stato rivendicato solo in determinate dimensioni e, in particolare, con un determinato rapporto tra l’altezza e la larghezza, la Commissione di ricorso non avrebbe correttamente interpretato il marchio e le varianti a questo direttamente riconducibili.

Secondo la difesa, difatti, il marchio costituito dalle tre strisce avrebbe rappresentato un «motivo di superficie» che, in quanto tale, poteva essere riprodotto in dimensioni e proporzioni differenti in funzione dei prodotti a questo destinati. Più precisamente, sempre stando a tali assunti, le tre strisce parallele equidistanti costituenti il marchio controverso sarebbero state idonee ad essere prolungate o tagliate secondo inclinazioni diverse, tra cui quella obliqua, tanto da poter qualificare il marchio di cui trattasi non come marchio figurativo, ma come marchio a motivi: in ragione di ciò, le proporzioni dello stesso non sarebbero state definite, tanto da consentire una rappresentazione dello stesso di volta in volta diversa.

Ebbene, secondo i giudici, tali assunti non sarebbero supportati da alcun elemento concreto, né dalla rappresentazione grafica, né dalla descrizione del marchio riportata in sede di deposito.

Difatti, analizzando la rappresentazione del marchio, il Tribunale ha ritenuto che quest’ultimo è caratterizzato da un rapporto di circa 5 a 1 tra l’altezza e la larghezza totale, nonché dalla sua forma rettangolare, mentre le tre strisce che lo compongono sono tagliate ad angolo retto, ma tale affermazione non è corroborata dalla descrizione del marchio controverso che si limita a menzionare esclusivamente le “tre strisce parallele di larghezza equidistante” e a precisare che tali strisce possono essere “applicate sul prodotto in qualsiasi direzione”, senza esplicitare che la lunghezza delle strisce potrebbe essere modificata o che le strisce potrebbero essere tagliate in obliquo.

Il secondo quesito sul quale ha preso posizione il Tribunale ha avuto ad oggetto l’asserita scorretta applicazione della «legge delle varianti autorizzate» secondo la quale l’uso di un marchio in una forma che si differenzia per taluni elementi che non alterano il carattere distintivo di detto marchio nella forma in cui esso è stato registrato, deve essere considerato quale uso di detto marchio.

Adidas nella sua difesa ha ritenuto, infatti, che tutti i documenti che essa ha prodotto avrebbero dimostrato le molteplici forme di uso del marchio in contestazione sulla base delle quali il carattere distintivo non risulterebbe alterato. Pertanto, i predetti usi avrebbero dovuto assumere rilevanza ai fini della valutazione relativa a se il marchio controverso abbia acquisito o meno un carattere distintivo. In ragione di ciò, la Commissione di ricorso non avrebbe tenuto in debita considerazione i postulati secondo cui:

  1. a) in presenza di un marchio estremamente semplice, anche una lieve differenza potrebbe condurre a una significativa alterazione delle caratteristiche del marchio originariamente registrato;
  2. b) l’uso del marchio controverso con la forma di uno schema di colori invertito potrebbe alterare il carattere distintivo di tale marchio;
  3. c) l’uso del predetto marchio con due strisce, anziché tre, e l’uso di strisce inclinate, avrebbe modificato il carattere distintivo di tale marchio.

Anche le sopra citate argomentazioni della ricorrente sono state interamente rigettate in quanto, secondo il Tribunale, a fronte dell’estrema semplicità del marchio controverso, modifiche di numero, di inversione dei colori e di inclinazione delle strisce, non avrebbero fatto altro che comportare variazioni non trascurabili rispetto alla forma registrata del predetto marchio.

La suddetta censura è stata, peraltro, direttamente ricondotta alla valenza e al perimetro attribuibili all’uso, più precisamente, all’uso effettivo del marchio raffigurante le tre strisce. Difatti Adidas ha insistito affinché la nozione di uso del marchio includesse l’utilizzo dello stesso in forme differenti rispetto a quella in cui lo stesso marchio era stato registrato, argomentazione resa in sede di opposizione davanti all’EUIPO e di reclamo davanti al Tribunale, ma comunque rigettata. Difatti, secondo i giudici sarebbe stato ammissibile l’uso di un segno diverso rispetto a quello oggetto di registrazione solo nel caso in cui tale segno presentasse elementi di trascurabile divergenza tali da rendere i due segni (quello registrato e quello utilizzato con variazioni) complessivamente equivalenti.

Peraltro, secondo il Tribunale, dalla documentazione prodotta non risulterebbe nemmeno la presenza di un numero significativo di segni simili ma complessivamente equivalenti alla forma registrata del marchio controverso: Adidas, infatti, non sarebbe riuscita a indicare quali tra le immagini prodotte nel corso del procedimento dinanzi all’EUIPO, avrebbero consentito di dimostrare l’uso del marchio richiesto nella sua forma registrata o in forme complessivamente equivalenti (sebbene diverse). Per questo motivo, pertanto, non sarebbe stato dimostrato che il marchio controverso, a seguito dell’uso, avrebbe acquisito carattere distintivo in tutta l’Unione europea.

Il Tribunale nelle sue argomentazioni ha difatti evidenziato la circostanza che un segno, per essere ammesso alla registrazione, deve avere carattere distintivo, intrinseco o acquisito in seguito all’uso, nell’intero territorio dell’Unione. Ne consegue che un marchio privo di carattere distintivo intrinseco all’interno degli Stati membri potrà essere registrato in forza di tale disposizione soltanto se sia dimostrato che esso abbia acquisito, a seguito dell’uso, un carattere distintivo in tutto il territorio dell’Unione.

Nel caso di specie, il Tribunale ha ritenuto pacifico che il marchio Adidas con le tre strisce fosse privo di distintività intrinseca in tutta l’Unione, anche sulla base dell’esame della documentazione prodotta dalla titolare del marchio quali gli studi di mercato i quali, sebbene valutati complessivamente, da un lato, non avrebbero consentito di dimostrare un uso del marchio controverso in tutto il territorio dell’Unione e, dall’altro, non sarebbero stati sufficienti, in ogni caso, a dimostrare che, a seguito di tale uso, il marchio controverso è divenuto idoneo, nel predetto ambito territoriale, a identificare i prodotti per i quali è stato registrato e, quindi, a distinguere tali prodotti da quelli di altre imprese.

Ricapitolando, con la sentenza in commento, il Tribunale ha confermato la decisione assunta in sede EUIPO, e ha dichiarato l’invalidità del “CTM di Three-Streepes”, marchio a tre strisce di Adidas, concludendo che il predetto marchio non è di modello, ma un marchio figurativo ordinario e che conseguentemente a tale qualificazione, qualsiasi forma di utilizzo diversa -compresa la combinazione di colori divergente rispetto a quella oggetto di domanda di registrazione- che diverga dalle caratteristiche essenziali del marchio, non sarebbe potuta essere presa in considerazione, anche in quanto la società ricorrente non è riuscita a provare il carattere distintivo delle tre strisce parallele nel territorio dell’Unione europea.

Riconosciuta la corresponsabilità del provider americano CloudFlare Inc. per i servizi di intermediazione resi in favore di gestori di siti “pirata”

Avv. Alessandro La Rosa

Con provvedimento collegiale del 24.6.2019, il Tribunale delle Imprese di Roma, in sede di reclamo, ha integralmente confermato la decisione del Giudice della prima fase cautelare, con cui il Giudicante aveva:

  • ordinato alla società Cloudflare di cessare immediatamente la fornitura dei servizi erogati a favore di determinati siti “pirata” (che consentivano l’accesso abusivo alle opere audiovisive denominate Grande Fratello, Grande Fratello Vip, L’isola dei Famosi e Le Iene) ed in particolare dei servizi di archiviazione dei dati e di ogni ulteriore servizio che consenta il funzionamento dei predetti portali e di quelli che, pur avendo denominazione in parte diversa, siano riconducibili agli stessi soggetti gestori, nonché l’accesso agli stessi, per quanto contribuiscano alla violazione del diritto d’autore della ricorrente RTI;
  • ordinato alla società Cloudflare di comunicare immediatamente alla RTI i dati identificativi richiesti e nella sua disponibilità per l’identificazione degli hosting provider e dei gestori dei detti siti “pirata” e di quelli che, pur avendo denominazione in parte diversa, siano riconducibili agli stessi soggetti gestori;
  • condannato la società Cloudflare al pagamento in favore della RTI della somma di € 1.000,00 per ogni giorno in cui dovesse manifestarsi la violazione dell’ordinanza”.

In sede di reclamo sono state respinte le eccezioni preliminari sollevate dalla società americana.

In particolare:

  • è stato confermato che la competenza giurisdizionale appartiene al giudice italiano (“Si rileva preliminarmente che, essendo controversa l’illegittima lesione dei diritti tutelati dagli artt. 78-ter e 79 della legge n. 633/1941, la giurisdizione del giudice italiano sussiste in forza del criterio del forum commissi delicti stabilito dalla Convenzione di Bruxelles del 27/9/1968, che opera anche per i Paesi non firmatari della convenzione (e quindi anche per gli Stati Uniti d’America), in quanto criterio che è stato recepito dalla legge n. 218/1995 e, pertanto, destinato ad operare oltre la sfera dell’efficacia personale della Convenzione”);
  • è stato confermato che trova applicazione al caso di specie la direttiva 2000/31/CE (“il considerando 58 della direttiva comunitaria, sostanzialmente recepito all’art.1 lett d) del d.lgs. 70/2003, prevede che la direttiva non debba applicarsi ai servizi di prestatori stabiliti in un paese terzo. Inoltre la direttiva, all’art.2 (recepito nell’ art.2 del d.lgs. 70/2003) indica che deve intendersi per “prestatore stabilito”: “il prestatore che esercita effettivamente e a tempo indeterminato un’attività economica mediante un’installazione stabile. La presenza e l’uso dei mezzi tecnici e delle tecnologie necessarie per prestare un servizio non costituiscono di per sé uno stabilimento del prestatore);
  • è stata confermata anche la titolarità in capo ad RTI dei diritti esclusivi sui marchi registrati “Canale 5” e “Italia 1” e dei diritti esclusivi di utilizzazione economica sui contenuti audiovisivi dei programmi diffusi via internet dai siti “pirata”.

Sotto il profilo tecnico, il Collegio ha confermato la correttezza di quanto già accertato dal primo giudice cautelare, e cioè che CF fornisce un “servizio di caching reverse proxy” tramite server che si pongono tra il server dove risiede il sito che si richiede di visitare ed il visitatore, svolgendo anche funzione di caching dei contenuti; ha confermato che il servizio CDN (content delivery network) di Cloudflare è lo strumento tramite il quale vengono memorizzati i contenuti attraverso tutta la rete globale, portandoli più vicino ai visitatori di ogni area geografica, con la conseguente velocizzazione di visualizzazione da parte del visitatore del portale “pirata”.

Ed è stato anche confermato che tra le attività svolte da CloudFlare ve ne sono alcune qualificabili come hosting provider: in particolare, Cloudfare offre servizi di archiviazione non temporanea di contenuti mediante il servizio denominato “Always online”, attraverso cui la società americana, copiando parte dei siti sui propri server, li rende accessibili anche in caso di problemi tecnici del server/provider dove sono ospitati e attraverso il servizio a pagamento denominato “Cludflare Stream” mediante il quale gestisce “l’archiviazione dei dati, la codifica multimediale, l’incorporamento e la riproduzione di contenuto, la distribuzione regionale e l’analisi”.

Su tali premesse il tribunale delle Imprese di Roma ha ritenuto applicabile la disciplina sulla responsabilità dell’hosting provider “puro”, per come disciplinata dalla direttiva 2000/31/CE, facendo applicazione dei principi dettati dalla Corte di Cassazione (sentenza n. 7708/2019 del 19.3.2019, RTI c Yahoo!”) sul tema della conoscenza/conoscibilità dell’illecito da parte dell’intermediario della rete: “si ritiene che sia onere del prestatore predisporre un’organizzazione adeguata per affrontare eventuali segnalazioni di attività illecite senza poter pretendere particolari formalità se non quella di una informazione dettagliata del tipo di illecito rilevato, circostanza che, come detto, è avvenuta nel caso di specie”.

Peraltro , secondo il Collegio (e come già accertato da alcune corti americane), il continuare deliberatamente la prestazione di servizi per portali tramite cui si realizzano attività illecite nonostante la conoscenza di dette attività (comunicata, per alcuni dei portali oggetto di giudizio, anche dalle delibere AGCOM allegate alla diffida trasmessa ante causam) potrebbe integrare quell’attività di collaborazione che impedisce di beneficiare delle deroghe in materia di responsabilità previste per tali attività (in conformità con quanto previsto dal considerando 44 della direttiva 2000/31/CE).

Il Tribunale di Milano si pronuncia sui doveri degli Internet Service Provider di “mere conduit” in casi di pirateria online

Avv. Alessandro La Rosa

L’ormai dilagante problema dei servizi “IPTV” (Internet Protocol Television) illegali ha recentemente impegnato la Sezione Specializzata in materia di Impresa del Tribunale di Milano, richiesta di (tornare a) pronunciarsi sul tema degli oneri gravanti sugli Internet Service Provider di “mere conduit”, ai sensi degli articoli 14 e 17 del D.Lgs. n. 70/2003 (di recepimento della Direttiva “E-commerce” n. 2000/31/CE e dei corrispondenti articoli 12 e 15).

Sollecitato dal titolare e dal licenziatario dei diritti – nella fattispecie, trattandosi dei diritti sulla trasmissione dei contenuti audiovisivi relativi alle partite del Campionato di Serie A di calcio, rispettivamente la Lega Nazionale Professionisti Serie A e Sky Italia –, il Tribunale di Milano ha concesso, in esito a più procedimenti d’urgenza ed in riferimento a più servizi “IPTV”, provvedimenti cautelari che, già inaudita altera parte, hanno ordinato agli Internet Service Provider di “mere conduit” convenuti – i principali fornitori di servizi di accesso alla rete – di “adottare immediatamente le più opportune misure tecniche al fine di inibire effettivamente a tutti i destinatari dei propri servizi:

  1. l’accesso agli indirizzi IP ed ai nomi a dominio indicati [dalla ricorrente];
  2. l’accesso a qualsiasi altro eventuale indirizzo IP – purché univoco – che consenta l’accesso ai menzionati nomi a dominio;
  3. l’accesso ai menzionati nomi a dominio di secondo livello anche ove venga associato un top level domain diverso da quelli già indicati che metta a disposizione del pubblico i medesimi contenuti illeciti oggetto del presente provvedimento;
  4. l’accesso agli alias derivanti da modifiche al second level domain relativi a tutti gli attuali siti-vetrina e a quelli associati ai main server indicati a condizione che – oltre a rimandare ai medesimi contenuti illeciti innanzi considerati – il collegamento soggettivo con i soggetti responsabili dell’attività illecita attualmente in essere sia obbiettivamente rilevabile come specificato in narrativa” (in questo senso cfr. Trib. Milano, decr. 16 maggio 2019, n. cron. 1073/2019, estensore il Pres. Dott. Marangoni).

Il provvedimento citato, così come gli altri analoghi (circa una decina in totale, tutti emessi tra marzo e giugno 2019), ponendosi sul solco tanto della giurisprudenza della Corte di Giustizia dell’Unione Europea – ed in particolare della sentenza Telekabel (CGUE, sent. 27 marzo 2014, causa C-314/12) –, quanto di alcune precedenti pronunce del medesimo Tribunale di Milano che già avevano sperimentato la possibilità di imporre agli ISP di “mere conduit” il blocco della risoluzione DNS e degli indirizzi IP dei siti utilizzati per la diffusione non autorizzata di contenuti audiovisivi, ha dunque previsto un onere di attivazione immediata in capo agli ISP, dettando espressamente le condizioni di un ordine inibitorio, valido anche pro futuro, applicabile ad ogni successiva configurazione della struttura dei servizi “IPTV”, relativamente tanto alle possibili variazioni degli indirizzi IP quanto dei nomi a dominio, che potranno essere oggetto di blocco, su comunicazione da parte del titolare dei diritti alle società resistenti – e quindi senza necessità di promuovere un nuovo procedimento –, non solo nel caso in cui lo stesso assuma un diverso top level domain, ma persino quando si verifichi una variazione anche del second level domain, purché (in quest’ultimo caso) risulti un collegamento oggettivo e soggettivo con il medesimo servizio illecito offerto dal portale come precedentemente identificato (cc.dd. siti “alias”).

A specificazione, poi, di cosa debba intendersi con il termine “immediatamente”, e quindi a precisazione delle tempistiche di intervento imposte ai fornitori di connettività, il medesimo Tribunale di Milano è da ultimo intervenuto, in data 10 giugno 2019, con un’ordinanza emessa in esito ad uno dei procedimenti di reclamo instaurati dalle compagnie telefoniche avverso i provvedimenti in materia di “IPTV”, con la quale ha ricordato che “la norma rilevante nel caso dispone che “il prestatore è civilmente responsabile del contenuto di tali servizi nel caso in cui, richiesto dall’autorità giudiziaria …, non ha agito prontamente per impedire l’accesso a detto contenuto, …” (art.17 co.3° D.Lgs. n.70/2003).

Da tale previsione legislativa si desume chiaramente che, a fronte dell’ordine dell’autorità giudiziaria, l’azione del “prestatore” (nel caso delle società reclamanti, quali “mere conduit” ex art.14 D.Lgs. n.70/2003), non può ritenersi poter essere rinviata per alcuna ragione, neppure connessa ad eventuali difficoltà organizzative, non essendo rimessa al “prestatore” alcuna discrezionalità circa il tempo nel quale dare esecuzione all’ordine. Solo un eventuale impossibilità per causa non imputabile al “prestatore” potrebbe esimere quest’ultimo dalla conseguente responsabilità per la mancata o ritardata esecuzione dell’ordine dell’autorità giudiziaria”.

“Application Approach” vs “Registration Approach”: La Corte Suprema statunitense si pronuncia sull’individuazione del momento in cui sorge la tutela giudiziale delle opere protette da copyright

Avv. Alessandro La Rosa

Sono del 4 marzo 2019 due diverse sentenze[1] della Corte Suprema degli Stati Uniti d’America, che ha fatto chiarezza (come non accadeva da oltre cento anni) sulla definizione del momento in cui sorge, in capo al rightholder, il diritto di agire in giudizio a tutela delle proprie opere protette.

Il 411(a)§ del “Title 17 of the United States Code”, in tema di tutela del copyright, stabilisce che “No civil action for infringement of the copyright in any United States work shall be instituted until […] registration of the copyright claim has been made in accordance with this title” (“Nessuna azione civile per violazione del diritto d’autore di qualsiasi opera può essere avviata negli Stati Uniti fino a quando […..] la registrazione della rivendicazione del diritto d’autore non sia stata fatta secondo le previsioni del presente titolo”). Da tale previsione legislativa sono scaturite due diverse correnti interpretative, relative al termine “registration”: parte della dottrina e della giurisprudenza adottava l’“Application Approach”, ossia considerava attivabile l’azione giudiziaria a tutela della proprietà intellettuale, a partire dal momento in cui veniva correttamente depositata tutta la documentazione richiesta presso il “Register of Copyrights”, e pagata la relativa tassa; altra parte della dottrina abbracciava il “Registration Approach”, ossia riteneva avvenuta la “registration” solo una volta che l’Autorità, effettuate le dovute verifiche, avesse approvato la registrazione.

La Corte Suprema statunitense ha quindi definito la questione, optando per una lettura restrittiva del termine “registration” e dell’intero 441(a)§: ha difatti concluso, nei due casi citati che, con il termine “registration”, il quale indubbiamente identifica il momento dal quale è possibile far valere in sede civile i propri diritti di proprietà intellettuale, si intende “not when an application for registration is filed, but when the Register has registered a copyright after examining aproperly filed application”, optando quindi per il “Registration Approach” (“non quando viene depositata la domanda di registrazione, ma quando il copyright è stato registrato, in seguito all’esame della la domanda, debitamente depositata”), confermando l’importanza della funzione del Registro.

 

[1]Fourth Estate Public Benefit Corporation v. Wall-Street.com” e “Rimini Street, Inc. v. Oracle USA, Inc.i”.

Causa 18/18: gli obblighi di stay-down imposti a Facebook secondo il parere dell’Avvocato Generale UE

Avv. Alessandro La Rosa

Con parere reso in data 4 giugno 2019 nell’ambito della causa C-18/18 Facebook, l’Avvocato Generale (“AG”), M. Szpunar, ha risposto alle seguenti questioni pregiudiziali (poste dalla Corte Suprema austriaca):

1)        “se l’articolo 15, paragrafo 1, della direttiva 2000/31 osti in generale a uno degli obblighi sotto descritti imposti a un host provider, che non abbia rimosso tempestivamente informazioni illecite, in particolare all’obbligo di eliminare, non soltanto le suddette informazioni illecite ai sensi dell’articolo 14, paragrafo 1, lettera a), della suddetta direttiva, ma anche altre informazioni identiche:

  1. a) a livello mondiale;
  2. b) nello Stato membro interessato;
  3. c) dell’utente interessato a livello mondiale;
  4. d) dell’utente interessato nello Stato membro interessato.

2)      In caso di risposta negativa alla prima questione: se ciò valga rispettivamente anche per informazioni dal contenuto equivalente.

3)      Se ciò valga anche per informazioni dal contenuto equivalente, non appena il gestore sia venuto a conoscenza di tale circostanza”.

 

Oggetto delle doglianze della Sig.ra Eva Glawischnig-Piesczek, presidente del gruppo parlamentare die Grünen («i Verdi») erano le seguenti espressioni, utilizzate da un utente di Facebook e pubblicate sulla propria pagina personale: «brutta traditrice del popolo», «imbecille corrotta» e membro di un «partito di fascisti».

Anzitutto, l’Avvocato Generale ha ricordato che “il comportamento di tale prestatore (“hosting”) deve limitarsi a quello di un «prestatore intermediario» nel senso voluto dal legislatore nell’ambito della sezione 4 di tale direttiva” (punto 29) ed ha richiamato il principio, ormai granitico in ambito comunitario (Google France e Google, da C‑236/08 a C‑238/08), secondo cui il considerando 42 della direttiva 2000/31 chiarisce che il regime di limitazione condizionata della responsabilità dell’hosting è applicabile solo se il suo comportamento è meramente tecnico, automatico e passivo, il che comporta una mancanza di conoscenza o di controllo dei dati che esso memorizza e che il ruolo svolto dal medesimo sia neutro (punto 29).

 

Quanto all’interpretazione dell’articolo 15, paragrafo 1, della direttiva 2000/31/CE, Szpunar chiarisce che tale norma impedisce che un prestatore intermediario possa essere costretto a procedere ad una sorveglianza della totalità o della quasi totalità dei dati di tutti gli utenti del suo servizio al fine di prevenire qualsiasi violazione futura (tanto sarebbe contrario a quanto stabilito dalla CGUE nella causa SABAM C‑360/10) ma che, al contrario, il detto articolo non riguarda gli obblighi di sorveglianza in casi specifici: tanto deriva sia dal testo dell’articolo 14, paragrafo 3, della direttiva 2000/31 in base al quale un provider può essere costretto a prevenire una violazione, “circostanza che presuppone una certa forma di sorveglianza nel futuro” (punto 41), sia dall’articolo 18 di detta direttiva, che impone agli Stati membri che essi provvedano affinché i ricorsi giurisdizionali previsti dal diritto nazionale per quanto concerne le attività dei servizi della società dell’informazione consentano di prendere rapidamente provvedimenti atti, segnatamente, a impedire ulteriori danni agli interessi in causa.

 

L’ulteriore passaggio logico dell’AG è il seguente: un provider di servizi di hosting può essere costretto, nell’ambito di un’ingiunzione, a rimuovere informazioni illecite che non sono ancora state diffuse al momento dell’adozione di siffatta ingiunzione, senza che la diffusione di tali informazioni venga portata a sua conoscenza di nuovo e in maniera separata rispetto alla domanda iniziale di rimozione (punto 44).

Tuttavia, per non cadere nel divieto di sorveglianza generalizzata previsto dalla norma in commento, è necessario che un siffatto ordine sia riferibile a violazioni della stessa natura, da parte dello stesso destinatario nei confronti degli stessi diritti (come già stabilito dalla sentenza L’Oréal c eBay C-324/09).

Ne segue che obblighi di sorveglianza attiva ben possono essere imposti al gestore di un social network ma a condizione che siano riferibili ad una data violazione, che sia specificata la durata di tale sorveglianza, e che siano fornite chiare indicazioni circa la natura delle violazioni considerate, il loro autore e il loro oggetto.

Quindi, nell’ambito di un’ingiunzione, il provider può essere tenuto a ricercare e ad individuare, fra tutte le informazioni diffuse dagli utenti di tale piattaforma, le informazioni identiche a quella qualificata come illecita dal giudice che ha emesso un’ingiunzione (in quanto la riproduzione dello stesso contenuto da parte di tutti gli utenti di una piattaforma di rete sociale é rilevabile, di norma, con l’ausilio di strumenti informatici, senza che il provider sia obbligato a ricorrere ad un filtraggio attivo e non automatico della totalità delle informazioni). Nell’ambito di una siffatta ingiunzione, un provider di servizi di hosting può essere costretto a ricercare e ad individuare le informazioni equivalenti a quella qualificata come illecita soltanto fra informazioni diffuse dal medesimo utente che ha divulgato tale informazione.

 

Alla base di tale fondamentale distinzione c’è la presa d’atto della specifica natura delle “informazioni” illecite considerate nel caso di specie: si tratta di espressioni ingiuriose e non di violazioni di diritti di proprietà intellettuale; osserva infatti l’AV che non deve tuttavia essere perso di vista il contesto fattuale nel quale è stata elaborata la giurisprudenza rilevante, ossia quello delle violazioni del diritto di proprietà intellettuale. Di norma, siffatte violazioni consistono nella diffusione dello stesso contenuto di quello tutelato o, quantomeno, di un contenuto simile a quello tutelato. Per contro, è insolito che un atto diffamatorio riprenda i termini esatti di uno atto della stessa natura. Ciò è dovuto, in parte, al carattere personalizzato del modo di esprimere le idee. […] Per questo motivo, in materia di diffamazione, il mero riferimento ad atti della stessa natura non potrebbe svolgere lo stesso ruolo che in materia di violazione del diritto di proprietà intellettuale” (punto 69).

Pertanto, un giudice che statuisce sulla rimozione di siffatte informazioni equivalenti deve garantire che gli effetti della sua ingiunzione siano chiari, precisi e prevedibili. Nel farlo, esso deve ponderare i diritti fondamentali coinvolti e tenere conto del principio di proporzionalità.

Ulteriore corollario di quanto detto è che l’articolo 15, paragrafo 1, della direttiva 2000/31 deve essere interpretato nel senso che esso non osta a che un host provider sia costretto a rimuovere informazioni equivalenti a quella qualificata come illecita, qualora un obbligo di rimozione non implichi una sorveglianza generale diretta delle informazioni memorizzate e discenda da una conoscenza risultante dalla notifica effettuata dalla persona interessata, dai terzi o da un’altra fonte. In questi casi non sussiste una violazione del divieto previsto all’articolo 15, paragrafo 1, della direttiva 2000/31.

Il parere dell’Avvocato Generale si pone in piena sintonia con le più recenti Comunicazioni della Commissione UE al Parlamento europeo sia in relazione al punto afferente alla possibilità di conoscere della natura illecita delle informazioni aliunde rispetto dall’ordine dell’Autorità sia in ordine al fatto che un tale ordine ben può “coprire” illeciti non esistenti al momento della sua adozione.

In particolare con la Comunicazione 555/2017 del 28.9.2017 la Commissione UE ha chiarito che “le piattaforme online potrebbero accorgersi dell’esistenza di contenuti illegali in molti modi diversi, attraverso canali di segnalazione differenti, ad esempio: i) provvedimenti giudiziari o decisioni amministrative; … o iii) attraverso le indagini o le scoperte delle piattaforme stesse” e che tali operatori “oltre agli obblighi giuridici derivanti dal diritto dell’UE e nazionale” sono tenuti anche ad un generale “dovere di diligenza” ed a “garantire un ambiente online sicuro per gli utenti, ostile allo sfruttamento criminale o di altra natura illecita, e che dissuada e prevenga le attività criminali e le altre attività illecite online”.

Nella suddetta Comunicazione è chiarito altresì che “alla luce della centralità del loro ruolo e delle loro capacità, nonché delle loro responsabilità in materia, le piattaforme online dovrebbero adottare misure proattive efficaci volte a individuare e rimuovere i contenuti illegali online e non solo limitarsi a reagire alle segnalazioni ricevute”.

In merito all’ammissibilità di ingiunzioni dinamiche, la Commissione UE ha chiarito (con la diversa Comunicazione 708/2017 del 29.11.2017) che “alcuni Stati membri prevedono la possibilità di emettere ingiunzioni flessibili, dinamiche e catalogue-wide”. Si tratta di ingiunzioni che impongono, ad esempio, agli intermediari di impedire ulteriori violazioni di tutti i diritti detenuti da un titolare di diritti o che fanno parte di un catalogo o del repertorio di un titolare di licenza, in base alla violazione constatata di un campione di tali diritti”.

In ambito nazionale, si segnala la recente sentenza della Corte di Cassazione, prima sezione civile, n. 7708/19 del 19.3.2019 (RTI c Yahoo!) che ha appunto cassato la sentenza della Corte d’Appello di Milano (n. 29/2015 del 7.1.2015) “per avere ritenuto insussistente un obbligo del prestatore di astenersi di pubblicare contenuti illeciti dello stesso tipo di quelli già riscontrati come violativi dell’altrui diritto e, di conseguenza, l’ammissibilità di una pronuncia di inibitoria in tal senso”.

Infine, l’esistenza di specifici obblighi di rimozione di informazioni illecite “identiche” o “equivalenti” trova piena conferma, nella specifica materia del diritto d’autore, nella esplicita previsione di obblighi di stay-down previsti dall’art. 17, paragrafo 4 lett. c, della Direttiva sul Diritto d’Autore nel Mercato Unico Digitale (2019/790) pubblicata nella Gazzetta Ufficiale UE il 17.4.2019 ove appunto si legge che “Qualora non sia concessa alcuna autorizzazione, i prestatori di servizi di condivisione di contenuti online sono responsabili per atti non autorizzati di comunicazione al pubblico, compresa la messa a disposizione del pubblico, di opere e altri materiali protetti dal diritto d’autore, a meno che non dimostrino (anche) di […] aver agito tempestivamente, dopo aver ricevuto una segnalazione sufficientemente motivata dai titolari dei diritti, per disabilitare l’accesso o rimuovere dai loro siti web le opere o altri materiali oggetto di segnalazione e aver compiuto i massimi sforzi per impedirne il caricamento in futuro”.

La Corte d’Appello di Torino conferma la validità quale marchio di forma e opera tutelata dal diritto d’autore dello storico modello di scooter

Avv. Alessandro La Rosa

Con sentenza n. 677/2019, emessa il 16 aprile 2019, la Corte di Appello di Torino, ulteriormente motivando rispetto a quanto già statuito con la pronuncia di primo grado (Trib. Torino, sent. n. 1900/2017), ha riconosciuto la validità del marchio di forma tridimensionale relativo al “capostipite” dei modelli di “Vespa” Piaggio e di tutte le sue successive elaborazioni riproducenti le medesime caratteristiche distintive, affermando alcuni interessanti principi tanto in tema di marchi di forma quanto in tema di diritto d’autore.

La Corte si è infatti pronunciata innanzitutto nel senso di ritenere sussistente un rapporto di continuità tra un marchio (di forma) registrato ed un precedente marchio di fatto laddove quest’ultimo soddisfi le caratteristiche della novità e distintività richieste ai fini della validità della registrazione e sia stato oggetto di un comprovato uso notorio anteriore ex art. 12 c.p.i.. Al riguardo, in caso di marchio di forma, occorre verificare in particolare la sussistenza della natura distintiva della forma del modello originario, non registrato, e la possibilità di individuare le caratteristiche di detta forma anche nei modelli successivi oggetto di registrazione; tale corrispondenza, ad ogni modo, non può essere ritenuta sussistente sulla base di singoli elementi del modello, ma della loro combinazione.

Con riferimento al caso di specie è dunque interessante notare come la Corte abbia ritenuto che la presenza, nei modelli più recenti, delle individuate caratteristiche distintive della Vespa anni ‘40/’50 conferisca una “distintività intrinseca della Vespa LX, quale derivazione della Vespa “storica” e a sua volta trasfusa nel modello oggetto di registrazione da parte di Piaggio”, e che non infici il carattere distintivo della forma in questione la comparsa sul mercato, in diversi periodi storici, di altri scooter “d’epoca” prodotti da altre case motociclistiche, che, “a differenza della Vespa, risultano usciti dal mercato da decenni, e sono noti solamente agli appassionati e non al consumatore medio(…): non possono pertanto determinare alcuna diluizione del carattere distintivo della Vespa”. A tal proposito, la stessa Corte ricorda che “La volgarizzazione o generalizzazione del marchio quale causa di decadenza ai sensi degli artt. 13, co. 4, e 26 c.p.i., si produce a seguito di un uso del segno tale da produrre la perdita del suo carattere distintivo, divenendo così il marchio inidoneo a caratterizzare specificamente il prodotto come proveniente da un determinato imprenditore: va ribadito inoltre che la prova della volgarizzazione, nei termini idonei a produrre gli effetti ora descritti, deve essere offerta da chi la invochi.

Proseguendo nella propria valutazione circa la validità del marchio di forma invocato da Piaggio, la Corte pone poi nuovamente attenzione sull’elemento della distintività nell’affrontare il tema del cumulo della protezione riconosciuta ai disegni e modelli e quella relativa ai marchi.

O forse sarebbe meglio esprimersi in termini di “evoluzione” da una forma di tutela all’altra, in relazione alla stessa forma di cui si invoca protezione. Infatti, sotto questo aspetto i Giudici torinesi rilevano in particolare come il C.P.I., pur non contenendo alcuna norma ad hoc, “Sicuramente non impedisce che la forma – ove dotata dei requisiti di cui agli artt. 32 e ss. cpi – possa eventualmente essere registrata come disegno o modello e, successivamente, una volta affermatasi sul mercato come indicatore dell’origine del bene, ottenere la registrazione come marchio di forma ai sensi dell’art. 9 cpi. Anzi, proprio con specifico riferimento all’acquisizione di una capacità distintiva di fatto, può ravvisarsi il punto di contatto tra la protezione del marchio di forma e quella dei disegni e modelli.

Per quanto riguarda, infine, l’applicabilità della tutela autoriale al modello “Vespa”, la Corte rileva come la sussistenza dei requisiti di novità, creatività e valore artistico, di cui “il riconoscimento collettivo da parte del mondo culturale (…) rappresenta una evidenziazione ed un prova” (pur non essendo elemento “costitutivo” di tali requisiti), consente l’applicazione della tutela prevista dalla legge sul diritto d’autore anche nei confronti di modelli di design: “un’opera di design industriale può nascere come mera forma tecnica esteriore di un mezzo industriale ed acquisire successivamente un valore artistico che supera la sua originaria valenza meramente tecnica e funzionale”.

Da notarsi in particolare, sul punto, come anche in ambito autorale la Corte confermi ed ulteriormente giustifichi il proprio orientamento in tema di “continuità” dei modelli, affermando che “l’oggetto della tutela va identificato (…) con riferimento dunque al modello di Vespa “storico” (oggetto dei plurimi riconoscimenti a cui si fa richiamo) e quindi ai modelli riconosciuti quale sua diretta emanazione (sicuramente la Vespa LX e il marchio registrato Piaggio ‘520 del 2013 ): con la precisazione, ai fini della completezza motivazionale, che il diritto d’autore protegge anche le elaborazioni dell’opera originaria, come si desume in particolare dall’art. 12.2 (nonché 18.2 e 4) l.d.a.”.

Nuova vittoria per gli eredi di Audrey Hepburn: divulgare immagini di personaggio noto è lecito solo per esigenze di pubblica informazione

Avv. Alessandro La Rosa

Con sentenza n. 940 dello scorso 27 febbraio, il Tribunale civile di Torino si è pronunciato sull’annosa questione della divulgazione di immagini di personaggi noti senza il consenso dell’interessato.

Il caso si riferisce al giudizio instaurato dai figli legittimi della nota attrice cinematografica Audrey Hepburn, nei confronti di una società che commercializzava modelli di t-shirt sulle quali veniva ritratta la stessa attrice.

In particolare, gli eredi citavano la predetta società nella loro qualità di unici soggetti legittimati a prestare il consenso all’uso del ritratto dell’attrice per finalità commerciali, secondo quanto previsto dagli articoli 93 e 96 della Legge n. 633/1941 sul diritto d’autore e 10 c.c..

Come noto, l’art. 96 della Legge n. 633/1941 sancisce che “il ritratto di una persona non può essere esposto, riprodotto o messo in commercio senza il consenso di questa” e che “dopo la morte della persona ritratta” si applicano le disposizioni di cui all’art. 93 della medesima legge, norma a mente della quale “occorre il consenso del coniuge o dei figli, o, in loro mancanza, dei genitori; mancando il coniuge, i figli e i genitori, dei fratelli e delle sorelle, e, in loro mancanza, degli ascendenti e dei discendenti fino al quarto grado”.

La recente giurisprudenza di legittimità ha osservato che “la divulgazione senza il consenso dell’interessato è lecita soltanto se ed in quanto risponda alle esigenze di pubblica informazione, non anche quando sia rivolta ad altri fini (pubblicitari, commerciali, ecc.)” (cfr. Cassazione civile, sez. I, 29/01/2016, n. 1748). È ormai pacifico che ai sensi dell’art. 10 c.c. sull’abuso dell’immagine altrui “si configura quando la sua divulgazione, in fotografia o in filmati pubblici, non trovi ragione in finalità di informazione, ma nello sfruttamento –in difetto di consenso dell’interessato- commerciale o pubblicitario” (Cassazione civile, sez. III, 27/11/2015, n. 24221).

Con particolare riferimento allo sfruttamento commerciale, ai fini della pubblicazione di un ritratto fotografico di una persona è necessario, a norma del richiamato art. 96, il suo consenso, seppure manifestato tacitamente, il quale può, come ogni altra forma di consenso, essere condizionato da limiti soggettivi (in relazione ai soggetti in favore dei quali è prestato) od oggettivi (in riferimento alle modalità di divulgazione).

Pertanto, nei casi in cui la pubblicazione e la diffusione dell’immagine di persona nota non sia finalizzata a fornire alla collettività un’informazione su fatti di una qualche utilità sociale, deve ritenersi vietata qualsiasi diffusione in quanto anche le persone note “conservano intatto sia il diritto a che gli altri non abusino della loro immagine, sia il diritto a sfruttare economicamente la loro immagine, sia il diritto a vedere tutelata la sua sfera privata da illecite aggressioni (cfr. Tribunale Milano, 7/11/2013).

Nel caso di specie, non ricorrono dunque le scriminanti previste dall’art. 97 della Legge n. 633/1941, nelle quali l’immagine della persona ritrattata può essere riprodotta senza il suo consenso, non essendo ravvisabile alcun interesse pubblico all’informazione né alcuna finalità di fornire alla collettività un’informazione su fatti di una qualche utilità sociale, trattandosi della produzione e/o commercializzazione di magliette con il ritratto dell’attrice in un contesto del tutto diverso da quello proprio delle opere cinematografiche e trovando ragione unicamente nello sfruttamento commerciale ed in finalità di lucro. Infatti, la sig.ra Audrey Hepburn veniva ritratta con il dito medio alzato o ricoperta di tatuaggi o, ancora, con grandi palloncini di gomme da masticare in bocca, ricorrendo chiaramente anche l’ipotesi di cui al II comma dell’art. 97, ai sensi del quale: “ il ritratto non può tuttavia essere esposto o messo in commercio, quando l esposizione o messa in commercio rechi pregiudizio all’onore, alla reputazione od anche al decoro nella persona ritrattata”. Gli eredi hanno, quindi, diritto di far valere quale danno patrimoniale la perdita dei vantaggi economici che avrebbero potuto conseguire se, essendogli stato chiesto il consenso alla pubblicazione, avessero potuto negoziarne la concessione e chiedere per essa un compenso e, quale danno non patrimoniale, quello subito in conseguenza al grave abuso del diritto all’immagine, dell’illecito trattamento dei dati personali e della particolarmente invasiva interferenza nella loro vita privata.

Oggi è quindi pacifico che l’illecito utilizzo della immagine altrui si configura quando la sua divulgazione, in fotografia o in filmati pubblici, non trovi ragione in finalità di informazione, ma nello sfruttamento – in difetto di consenso dell’interessato – commerciale o pubblicitario.

Il titolare di una connessione internet è responsabile della violazione dei diritti d’autore altrui mediante file sharing se non prova che terzi abbiano usufruito della predetta connessione senza il suo espresso consenso

Avv. Alessandro La Rosa

Nella causa C‑149/17 la Corte di Giustizia della Comunità Europea ha stabilito il principio secondo cui il titolare di una connessione internet, attraverso cui siano state commesse violazioni del diritto d’autore mediante una condivisione di files, deve essere considerato responsabile della violazione dei diritti di proprietà intellettuale altrui qualora non provi che almeno un soggetto terzo sia stato in grado di accedere alla suddetta connessione.

La vicenda che ha interessato il Tribunale tedesco prima e la Corte di Giustizia poi ha inizio quando una società tedesca titolare dei diritti d’autore e dei diritti connessi su un audiolibro viene informata della circostanza che tale prodotto veniva condiviso per il download, senza autorizzazione, a favore di un numero illimitato di utenti di una piattaforma Peer-to-peer.

A seguito di ulteriori accertamenti, la società identificava il titolare dell’indirizzo IP mediante il quale l’opera veniva messa a disposizione per il download e lo diffidava alla cessazione della condivisione dell’opera con il pubblico.

Poiché la diffida non sortiva alcun effetto, la società citava il titolare dell’indirizzo IP al fine di ottenere l’accertamento della violazione e il conseguente risarcimento del danno.

Il titolare dell’indirizzo IP, costituitosi in giudizio, negava la violazione del diritto d’autore a lui addebitata sostenendo, da una parte, la sufficiente protezione della propria connessione internet, dall’altra che i familiari conviventi, oltre a non disporre nel computer dell’opera i cui diritti sarebbero stati violati, ne ignoravano l’esistenza e non erano titolari di alcun software utile alla condivisione delle opere. Sosteneva altresì che il computer utilizzato per la condivisione della predetta opera sarebbe stato spento al momento della violazione del diritto d’autore contestato.

Il tribunale tedesco respingeva la richiesta di risarcimento dei danni formulata dal titolare del diritto non ritenendolo responsabile in quanto non era stato individuato con certezza il soggetto responsabile della condivisione.

Contro tale decisione la società titolare dei diritti proponeva appello davanti al Tribunale del Land il quale, ribaltando la decisione del primo grado, riconosceva la responsabilità del titolare dell’indirizzo IP in quanto non era stata effettivamente dimostrata l’esclusione della responsabilità in capo a soggetti terzi –familiari del convenuto- che avrebbero verosimilmente potuto utilizzare la connessione per l’illecita condivisione dei files.

Invero, secondo la giurisprudenza tedesca, sull’attore graverebbe l’onere di provare la violazione del diritto d’autore commessa anche a fronte di una presunzione a carico del titolare di una connessione internet, ogni qualvolta, al momento della predetta violazione, non fosse presente alcun’altra persona in grado di utilizzare la connessione. Tuttavia, nel caso in cui l’attore riuscisse a dimostrare che la connessione internet non era sufficientemente protetta o era consapevolmente messa a disposizione di altre persone, tale presunzione di esclusione della colpa del titolare di detta connessione non sarebbe sussistita.

Tale onere della prova, sempre secondo le Corti tedesche verrebbe meno solo nel caso in cui il titolare dell’indirizzo IP riuscisse a provare che altri soggetti specificamente individuati, avevano un accesso autonomo alla sua connessione internet, potendo essere verosimilmente considerati gli autori delle violazioni contestate.

Tuttavia, una parte della giurisprudenza precisava che nell’ipotesi in cui un familiare del titolare della connessione internet avesse avuto accesso a tale connessione, detto titolare non sarebbe stato tenuto a fornire ulteriori precisazioni in relazione al momento in cui tale connessione sarebbe stata utilizzata e alla natura dell’utilizzo della stessa, e ciò sulla base dei principi dettati in materia di tutela del matrimonio e della famiglia garantiti dall’articolo 7 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea e dalle disposizioni del diritto costituzionale tedesco.

A fronte della difficoltà di coordinare i principi costituzionali con le molteplici statuizioni giurisprudenziali il Tribunale decideva di sospendere il procedimento e di sottoporre alla Corte le seguenti questioni pregiudiziali:

In primo luogo, la Corte investita della questione avrebbe dovuto stabilire se l’articolo 8, paragrafi 1 e 2 della direttiva 2001/29, in combinato disposto con l’articolo 3, paragrafo 1, della medesima direttiva, debba essere interpretato nel senso che sussistono “sanzioni efficaci e dissuasive” contro le violazioni del diritto di messa a disposizione del pubblico di un’opera anche nel caso in cui si escluda la responsabilità per danni del titolare di una connessione internet, attraverso la quale sono avvenute violazioni del diritto d’autore mediante condivisione di file, qualora questi indichi almeno un familiare che, oltre a lui, abbia avuto accesso a tale connessione, senza fornire ulteriori dettagli, rilevati con specifiche indagini, circa il momento e la natura dell’utilizzo di internet da parte di detto familiare.

In secondo luogo la Corte avrebbe dovuto stabilire se l’articolo 3, paragrafo 2, della direttiva 2004/48/CE debba essere interpretato nel senso che sussistono “misure effettive finalizzate al rispetto dei diritti di proprietà intellettuale” anche nel caso in cui si escluda la responsabilità per danni del titolare di una connessione internet, attraverso la quale sono avvenute violazioni del diritto d’autore mediante condivisione di file, qualora questi indichi almeno un familiare che, come lui, avesse accesso a tale connessione, senza fornire ulteriori dettagli, rilevati con specifiche indagini, circa il momento e la natura dell’utilizzo di internet da parte di tale familiare.

In altri termini, la Corte di Giustizia avrebbe dovuto verificare se una normativa nazionale come quella di cui al procedimento principale potesse essere considerata compatibile con l’obbligo che incombe sullo Stato membro interessato di prevedere adeguati mezzi di ricorso contro le violazioni dei diritti d’autore e dei diritti connessi, idonei a condurre all’applicazione di sanzioni efficaci e dissuasive nei confronti degli autori della violazione, nonché potesse essere compatibile con l’obbligo di prevedere misure, procedure e mezzi di ricorso efficaci e dissuasivi per assicurare il rispetto dei diritti di proprietà intellettuale.

Ma non solo. Una esigenza di coordinamento è stata individuata anche nello stabilire se vi sia una effettiva esigenza di conciliazione tra le esigenze inerenti alla tutela di diversi diritti fondamentali, ossia il diritto ad un ricorso effettivo e il diritto di proprietà intellettuale, da una parte, e il diritto al rispetto della vita privata e familiare, dall’altra.

La Corte nella decisione in commento ha sostenuto l’esigenza di individuare il giusto equilibrio tra i diversi diritti fondamentali tutelati dall’ordinamento giuridico dell’Unione e, in particolare, per quanto riguarda il diritto al rispetto della vita privata, la protezione deve essere estesa a «ogni persona» e non è limitata ai soli familiari della persona alla quale l’autorità giudiziaria ha ordinato di produrre detti elementi di prova, per cui i medesimi familiari non dispongono, su tale base, di una protezione particolare.

Da ciò consegue che offrendo una protezione quasi assoluta ai familiari del titolare di una connessione internet, per mezzo della quale siano state commesse (e accertate) violazioni del diritto d’autore mediante condivisione di file, la normativa nazionale di cui al procedimento principale non può essere considerata sufficientemente efficace e idonea a garantire che, in ultima analisi, all’autore della suddetta violazione sia inflitta una sanzione efficace e dissuasiva anche in quanto il procedimento instaurato non sarebbe stato idoneo a garantire il rispetto dei diritti di proprietà intellettuale altrui.

La Corte stabilendo che il titolare della connessione Internet non possa essere esonerato dalla responsabilità indicando semplicemente che la stessa connessione è accessibile ad un familiare ha, tuttavia, ritenuto che sarebbe spettato al giudice del rinvio verificare se nell’ambito del diritto interno siano o meno presenti ulteriori strumenti e procedure tali da permettere alle autorità competenti di intimare l’ottenimento delle necessarie informazioni atte a rendere possibile l’accertamento delle violazioni del diritto d’autore, oltre alla identificazione dell’autore di queste ultime.

 

 

 

 

 

Riforma del diritto d’autore nel mercato unico digitale: una sintesi degli articoli 15 e 17 della nuova direttiva europea

Avv. Alessandro La Rosa

Il nuovo testo normativo introduce importanti novità sul piano dei diritti e degli obblighi dei soggetti che producono e che distribuiscono on line opere protette dal diritto d’autore.

Senza dubbio gli articoli “centrali” – che enunciano gli obiettivi che caratterizzano la direttiva in questione- restano l’articolo 15 (precedentemente numerato come articolo 11), avente ad oggetto la protezione delle pubblicazioni di carattere giornalistico in caso di utilizzo online e l’articolo 17 (precedentemente numerato come articolo 13), che concerne l’utilizzo di contenuti protetti da parte di prestatori di servizi di condivisione di contenuti online.

Il contenuto precettivo dell’art. 15.

Tale norma riconosce agli editori di giornali i diritti assoluti di riproduzione e di comunicazione al pubblico per l’utilizzo online delle loro pubblicazioni di carattere giornalistico da parte di prestatori di servizi della società dell’informazione, come ad esempio gli aggregatori di contenuti in rete.

Con dei limiti però: tali diritti non potranno essere fatti valere nei confronti delle persone fisiche che utilizzano tali contenuti a fini privati e non commerciali e non potranno essere fatti valere in relazione ai semplici link ipertestuali ancorché accompagnati da singole parole o da estratti molto brevi di pubblicazioni di carattere giornalistico.

Il contenuto precettivo dell’art. 17.

L’articolo 17, invece, è rivolto ai gestori di piattaforme di condivisione di grandi quantità di contenuti protetti dal diritto d’autore online, come ad esempio YouTube, Dailymotion, Vimeo, per citarne alcune.

I principi fondamentali.

Tale norme fissa un principio fondamentale: tali operatori, nel consentire agli utenti il libero accesso ad opere protette, compiono atti giuridicamente rilevanti per il diritto d’autore. Conseguentemente essi dovranno ottenere un’autorizzazione dai titolari dei diritti, ad esempio mediante la conclusione di un accordo di licenza.

Altro principio fondamentale è che tali operatori, in quanto tali, non possono beneficiare del regime di limitazione della responsabilità (“safe harbour”) previsto dalla direttiva e-commerce (2000/31/CE) per i meri hosting passivi.

E se l’autorizzazione venisse negata dai titolari dei diritti?

La direttiva prevede che i gestori di tali piattaforme saranno comunque responsabili della diffusione dei contenuti protetti salvo che essi dimostrino (ponendo quindi a loro carico l’onere della prova):

  1. a) di aver compiuto i massimi sforzi per ottenere un’autorizzazione dai titolari dei diritti, e
  2. b) in ottica preventiva, di aver compiuto, nel rispetto di elevati standard di diligenza professionale di settore, i massimi sforzi per assicurare che non siano disponibili le opere per le quali abbiano ricevuto dai titolari dei diritti le informazioni pertinenti (per la loro identificazione); e in ogni caso,
  3. c) di aver agito tempestivamente, dopo aver ricevuto una segnalazione dai titolari dei diritti, per disabilitare l’accesso o rimuovere dai loro siti web le opere o altri materiali oggetto di segnalazione e aver compiuto i massimi sforzi per impedirne il caricamento in futuro (si parla di obblighi di stay down).

Il regime delle eccezioni.

Esistono operatori parzialmente esentati da tali obblighi.

Lo sono i nuovi prestatori di servizi di condivisione di contenuti online i cui servizi sono disponibili al pubblico nell’Unione da meno di tre anni e che hanno un fatturato annuo inferiore a 10 milioni di euro, per andare esenti da responsabilità dovranno dimostrare di aver compiuto quanto previsto dalle precedenti lettere a) e c). Solo se il numero medio di visitatori unici mensili di tali operatori supera i 5 milioni, essi saranno altresì tenuti agli obblighi di stay down.

Esistono operatori totalmente esentati da tali obblighi.

In particolare non rientrano nell’ambito di operatività dell’articolo 17 della direttiva, tra gli altri, le enciclopedie online senza scopo di lucro (come Wikipedia), i repertori didattici o scientifici senza scopo di lucro, le piattaforme di sviluppo e condivisione di software open source, i mercati online, i servizi cloud che consentono agli utenti di caricare contenuti per uso personale.

Qual è la posizione degli utenti?

Se esistono accordi di licenza tra i titolari dei diritti e i gestori delle piattaforme di condivisione dei contenuti online, gli atti di condivisione degli utenti saranno coperti dalle licenze, a condizione che l’uso dei contenuti non avvenga per finalità commerciali. In ogni caso continuano ad operare tutte le eccezioni al diritto d’autore già previste dalla direttiva 2001/29/CE in tema di citazione, critica, rassegna, utilizzi a scopo di caricatura, parodia o pastiche.