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“Application Approach” vs “Registration Approach”: La Corte Suprema statunitense si pronuncia sull’individuazione del momento in cui sorge la tutela giudiziale delle opere protette da copyright

Avv. Alessandro La Rosa

Sono del 4 marzo 2019 due diverse sentenze[1] della Corte Suprema degli Stati Uniti d’America, che ha fatto chiarezza (come non accadeva da oltre cento anni) sulla definizione del momento in cui sorge, in capo al rightholder, il diritto di agire in giudizio a tutela delle proprie opere protette.

Il 411(a)§ del “Title 17 of the United States Code”, in tema di tutela del copyright, stabilisce che “No civil action for infringement of the copyright in any United States work shall be instituted until […] registration of the copyright claim has been made in accordance with this title” (“Nessuna azione civile per violazione del diritto d’autore di qualsiasi opera può essere avviata negli Stati Uniti fino a quando […..] la registrazione della rivendicazione del diritto d’autore non sia stata fatta secondo le previsioni del presente titolo”). Da tale previsione legislativa sono scaturite due diverse correnti interpretative, relative al termine “registration”: parte della dottrina e della giurisprudenza adottava l’“Application Approach”, ossia considerava attivabile l’azione giudiziaria a tutela della proprietà intellettuale, a partire dal momento in cui veniva correttamente depositata tutta la documentazione richiesta presso il “Register of Copyrights”, e pagata la relativa tassa; altra parte della dottrina abbracciava il “Registration Approach”, ossia riteneva avvenuta la “registration” solo una volta che l’Autorità, effettuate le dovute verifiche, avesse approvato la registrazione.

La Corte Suprema statunitense ha quindi definito la questione, optando per una lettura restrittiva del termine “registration” e dell’intero 441(a)§: ha difatti concluso, nei due casi citati che, con il termine “registration”, il quale indubbiamente identifica il momento dal quale è possibile far valere in sede civile i propri diritti di proprietà intellettuale, si intende “not when an application for registration is filed, but when the Register has registered a copyright after examining aproperly filed application”, optando quindi per il “Registration Approach” (“non quando viene depositata la domanda di registrazione, ma quando il copyright è stato registrato, in seguito all’esame della la domanda, debitamente depositata”), confermando l’importanza della funzione del Registro.

 

[1]Fourth Estate Public Benefit Corporation v. Wall-Street.com” e “Rimini Street, Inc. v. Oracle USA, Inc.i”.

Causa 18/18: gli obblighi di stay-down imposti a Facebook secondo il parere dell’Avvocato Generale UE

Avv. Alessandro La Rosa

Con parere reso in data 4 giugno 2019 nell’ambito della causa C-18/18 Facebook, l’Avvocato Generale (“AG”), M. Szpunar, ha risposto alle seguenti questioni pregiudiziali (poste dalla Corte Suprema austriaca):

1)        “se l’articolo 15, paragrafo 1, della direttiva 2000/31 osti in generale a uno degli obblighi sotto descritti imposti a un host provider, che non abbia rimosso tempestivamente informazioni illecite, in particolare all’obbligo di eliminare, non soltanto le suddette informazioni illecite ai sensi dell’articolo 14, paragrafo 1, lettera a), della suddetta direttiva, ma anche altre informazioni identiche:

  1. a) a livello mondiale;
  2. b) nello Stato membro interessato;
  3. c) dell’utente interessato a livello mondiale;
  4. d) dell’utente interessato nello Stato membro interessato.

2)      In caso di risposta negativa alla prima questione: se ciò valga rispettivamente anche per informazioni dal contenuto equivalente.

3)      Se ciò valga anche per informazioni dal contenuto equivalente, non appena il gestore sia venuto a conoscenza di tale circostanza”.

 

Oggetto delle doglianze della Sig.ra Eva Glawischnig-Piesczek, presidente del gruppo parlamentare die Grünen («i Verdi») erano le seguenti espressioni, utilizzate da un utente di Facebook e pubblicate sulla propria pagina personale: «brutta traditrice del popolo», «imbecille corrotta» e membro di un «partito di fascisti».

Anzitutto, l’Avvocato Generale ha ricordato che “il comportamento di tale prestatore (“hosting”) deve limitarsi a quello di un «prestatore intermediario» nel senso voluto dal legislatore nell’ambito della sezione 4 di tale direttiva” (punto 29) ed ha richiamato il principio, ormai granitico in ambito comunitario (Google France e Google, da C‑236/08 a C‑238/08), secondo cui il considerando 42 della direttiva 2000/31 chiarisce che il regime di limitazione condizionata della responsabilità dell’hosting è applicabile solo se il suo comportamento è meramente tecnico, automatico e passivo, il che comporta una mancanza di conoscenza o di controllo dei dati che esso memorizza e che il ruolo svolto dal medesimo sia neutro (punto 29).

 

Quanto all’interpretazione dell’articolo 15, paragrafo 1, della direttiva 2000/31/CE, Szpunar chiarisce che tale norma impedisce che un prestatore intermediario possa essere costretto a procedere ad una sorveglianza della totalità o della quasi totalità dei dati di tutti gli utenti del suo servizio al fine di prevenire qualsiasi violazione futura (tanto sarebbe contrario a quanto stabilito dalla CGUE nella causa SABAM C‑360/10) ma che, al contrario, il detto articolo non riguarda gli obblighi di sorveglianza in casi specifici: tanto deriva sia dal testo dell’articolo 14, paragrafo 3, della direttiva 2000/31 in base al quale un provider può essere costretto a prevenire una violazione, “circostanza che presuppone una certa forma di sorveglianza nel futuro” (punto 41), sia dall’articolo 18 di detta direttiva, che impone agli Stati membri che essi provvedano affinché i ricorsi giurisdizionali previsti dal diritto nazionale per quanto concerne le attività dei servizi della società dell’informazione consentano di prendere rapidamente provvedimenti atti, segnatamente, a impedire ulteriori danni agli interessi in causa.

 

L’ulteriore passaggio logico dell’AG è il seguente: un provider di servizi di hosting può essere costretto, nell’ambito di un’ingiunzione, a rimuovere informazioni illecite che non sono ancora state diffuse al momento dell’adozione di siffatta ingiunzione, senza che la diffusione di tali informazioni venga portata a sua conoscenza di nuovo e in maniera separata rispetto alla domanda iniziale di rimozione (punto 44).

Tuttavia, per non cadere nel divieto di sorveglianza generalizzata previsto dalla norma in commento, è necessario che un siffatto ordine sia riferibile a violazioni della stessa natura, da parte dello stesso destinatario nei confronti degli stessi diritti (come già stabilito dalla sentenza L’Oréal c eBay C-324/09).

Ne segue che obblighi di sorveglianza attiva ben possono essere imposti al gestore di un social network ma a condizione che siano riferibili ad una data violazione, che sia specificata la durata di tale sorveglianza, e che siano fornite chiare indicazioni circa la natura delle violazioni considerate, il loro autore e il loro oggetto.

Quindi, nell’ambito di un’ingiunzione, il provider può essere tenuto a ricercare e ad individuare, fra tutte le informazioni diffuse dagli utenti di tale piattaforma, le informazioni identiche a quella qualificata come illecita dal giudice che ha emesso un’ingiunzione (in quanto la riproduzione dello stesso contenuto da parte di tutti gli utenti di una piattaforma di rete sociale é rilevabile, di norma, con l’ausilio di strumenti informatici, senza che il provider sia obbligato a ricorrere ad un filtraggio attivo e non automatico della totalità delle informazioni). Nell’ambito di una siffatta ingiunzione, un provider di servizi di hosting può essere costretto a ricercare e ad individuare le informazioni equivalenti a quella qualificata come illecita soltanto fra informazioni diffuse dal medesimo utente che ha divulgato tale informazione.

 

Alla base di tale fondamentale distinzione c’è la presa d’atto della specifica natura delle “informazioni” illecite considerate nel caso di specie: si tratta di espressioni ingiuriose e non di violazioni di diritti di proprietà intellettuale; osserva infatti l’AV che non deve tuttavia essere perso di vista il contesto fattuale nel quale è stata elaborata la giurisprudenza rilevante, ossia quello delle violazioni del diritto di proprietà intellettuale. Di norma, siffatte violazioni consistono nella diffusione dello stesso contenuto di quello tutelato o, quantomeno, di un contenuto simile a quello tutelato. Per contro, è insolito che un atto diffamatorio riprenda i termini esatti di uno atto della stessa natura. Ciò è dovuto, in parte, al carattere personalizzato del modo di esprimere le idee. […] Per questo motivo, in materia di diffamazione, il mero riferimento ad atti della stessa natura non potrebbe svolgere lo stesso ruolo che in materia di violazione del diritto di proprietà intellettuale” (punto 69).

Pertanto, un giudice che statuisce sulla rimozione di siffatte informazioni equivalenti deve garantire che gli effetti della sua ingiunzione siano chiari, precisi e prevedibili. Nel farlo, esso deve ponderare i diritti fondamentali coinvolti e tenere conto del principio di proporzionalità.

Ulteriore corollario di quanto detto è che l’articolo 15, paragrafo 1, della direttiva 2000/31 deve essere interpretato nel senso che esso non osta a che un host provider sia costretto a rimuovere informazioni equivalenti a quella qualificata come illecita, qualora un obbligo di rimozione non implichi una sorveglianza generale diretta delle informazioni memorizzate e discenda da una conoscenza risultante dalla notifica effettuata dalla persona interessata, dai terzi o da un’altra fonte. In questi casi non sussiste una violazione del divieto previsto all’articolo 15, paragrafo 1, della direttiva 2000/31.

Il parere dell’Avvocato Generale si pone in piena sintonia con le più recenti Comunicazioni della Commissione UE al Parlamento europeo sia in relazione al punto afferente alla possibilità di conoscere della natura illecita delle informazioni aliunde rispetto dall’ordine dell’Autorità sia in ordine al fatto che un tale ordine ben può “coprire” illeciti non esistenti al momento della sua adozione.

In particolare con la Comunicazione 555/2017 del 28.9.2017 la Commissione UE ha chiarito che “le piattaforme online potrebbero accorgersi dell’esistenza di contenuti illegali in molti modi diversi, attraverso canali di segnalazione differenti, ad esempio: i) provvedimenti giudiziari o decisioni amministrative; … o iii) attraverso le indagini o le scoperte delle piattaforme stesse” e che tali operatori “oltre agli obblighi giuridici derivanti dal diritto dell’UE e nazionale” sono tenuti anche ad un generale “dovere di diligenza” ed a “garantire un ambiente online sicuro per gli utenti, ostile allo sfruttamento criminale o di altra natura illecita, e che dissuada e prevenga le attività criminali e le altre attività illecite online”.

Nella suddetta Comunicazione è chiarito altresì che “alla luce della centralità del loro ruolo e delle loro capacità, nonché delle loro responsabilità in materia, le piattaforme online dovrebbero adottare misure proattive efficaci volte a individuare e rimuovere i contenuti illegali online e non solo limitarsi a reagire alle segnalazioni ricevute”.

In merito all’ammissibilità di ingiunzioni dinamiche, la Commissione UE ha chiarito (con la diversa Comunicazione 708/2017 del 29.11.2017) che “alcuni Stati membri prevedono la possibilità di emettere ingiunzioni flessibili, dinamiche e catalogue-wide”. Si tratta di ingiunzioni che impongono, ad esempio, agli intermediari di impedire ulteriori violazioni di tutti i diritti detenuti da un titolare di diritti o che fanno parte di un catalogo o del repertorio di un titolare di licenza, in base alla violazione constatata di un campione di tali diritti”.

In ambito nazionale, si segnala la recente sentenza della Corte di Cassazione, prima sezione civile, n. 7708/19 del 19.3.2019 (RTI c Yahoo!) che ha appunto cassato la sentenza della Corte d’Appello di Milano (n. 29/2015 del 7.1.2015) “per avere ritenuto insussistente un obbligo del prestatore di astenersi di pubblicare contenuti illeciti dello stesso tipo di quelli già riscontrati come violativi dell’altrui diritto e, di conseguenza, l’ammissibilità di una pronuncia di inibitoria in tal senso”.

Infine, l’esistenza di specifici obblighi di rimozione di informazioni illecite “identiche” o “equivalenti” trova piena conferma, nella specifica materia del diritto d’autore, nella esplicita previsione di obblighi di stay-down previsti dall’art. 17, paragrafo 4 lett. c, della Direttiva sul Diritto d’Autore nel Mercato Unico Digitale (2019/790) pubblicata nella Gazzetta Ufficiale UE il 17.4.2019 ove appunto si legge che “Qualora non sia concessa alcuna autorizzazione, i prestatori di servizi di condivisione di contenuti online sono responsabili per atti non autorizzati di comunicazione al pubblico, compresa la messa a disposizione del pubblico, di opere e altri materiali protetti dal diritto d’autore, a meno che non dimostrino (anche) di […] aver agito tempestivamente, dopo aver ricevuto una segnalazione sufficientemente motivata dai titolari dei diritti, per disabilitare l’accesso o rimuovere dai loro siti web le opere o altri materiali oggetto di segnalazione e aver compiuto i massimi sforzi per impedirne il caricamento in futuro”.

La Corte d’Appello di Torino conferma la validità quale marchio di forma e opera tutelata dal diritto d’autore dello storico modello di scooter

Avv. Alessandro La Rosa

Con sentenza n. 677/2019, emessa il 16 aprile 2019, la Corte di Appello di Torino, ulteriormente motivando rispetto a quanto già statuito con la pronuncia di primo grado (Trib. Torino, sent. n. 1900/2017), ha riconosciuto la validità del marchio di forma tridimensionale relativo al “capostipite” dei modelli di “Vespa” Piaggio e di tutte le sue successive elaborazioni riproducenti le medesime caratteristiche distintive, affermando alcuni interessanti principi tanto in tema di marchi di forma quanto in tema di diritto d’autore.

La Corte si è infatti pronunciata innanzitutto nel senso di ritenere sussistente un rapporto di continuità tra un marchio (di forma) registrato ed un precedente marchio di fatto laddove quest’ultimo soddisfi le caratteristiche della novità e distintività richieste ai fini della validità della registrazione e sia stato oggetto di un comprovato uso notorio anteriore ex art. 12 c.p.i.. Al riguardo, in caso di marchio di forma, occorre verificare in particolare la sussistenza della natura distintiva della forma del modello originario, non registrato, e la possibilità di individuare le caratteristiche di detta forma anche nei modelli successivi oggetto di registrazione; tale corrispondenza, ad ogni modo, non può essere ritenuta sussistente sulla base di singoli elementi del modello, ma della loro combinazione.

Con riferimento al caso di specie è dunque interessante notare come la Corte abbia ritenuto che la presenza, nei modelli più recenti, delle individuate caratteristiche distintive della Vespa anni ‘40/’50 conferisca una “distintività intrinseca della Vespa LX, quale derivazione della Vespa “storica” e a sua volta trasfusa nel modello oggetto di registrazione da parte di Piaggio”, e che non infici il carattere distintivo della forma in questione la comparsa sul mercato, in diversi periodi storici, di altri scooter “d’epoca” prodotti da altre case motociclistiche, che, “a differenza della Vespa, risultano usciti dal mercato da decenni, e sono noti solamente agli appassionati e non al consumatore medio(…): non possono pertanto determinare alcuna diluizione del carattere distintivo della Vespa”. A tal proposito, la stessa Corte ricorda che “La volgarizzazione o generalizzazione del marchio quale causa di decadenza ai sensi degli artt. 13, co. 4, e 26 c.p.i., si produce a seguito di un uso del segno tale da produrre la perdita del suo carattere distintivo, divenendo così il marchio inidoneo a caratterizzare specificamente il prodotto come proveniente da un determinato imprenditore: va ribadito inoltre che la prova della volgarizzazione, nei termini idonei a produrre gli effetti ora descritti, deve essere offerta da chi la invochi.

Proseguendo nella propria valutazione circa la validità del marchio di forma invocato da Piaggio, la Corte pone poi nuovamente attenzione sull’elemento della distintività nell’affrontare il tema del cumulo della protezione riconosciuta ai disegni e modelli e quella relativa ai marchi.

O forse sarebbe meglio esprimersi in termini di “evoluzione” da una forma di tutela all’altra, in relazione alla stessa forma di cui si invoca protezione. Infatti, sotto questo aspetto i Giudici torinesi rilevano in particolare come il C.P.I., pur non contenendo alcuna norma ad hoc, “Sicuramente non impedisce che la forma – ove dotata dei requisiti di cui agli artt. 32 e ss. cpi – possa eventualmente essere registrata come disegno o modello e, successivamente, una volta affermatasi sul mercato come indicatore dell’origine del bene, ottenere la registrazione come marchio di forma ai sensi dell’art. 9 cpi. Anzi, proprio con specifico riferimento all’acquisizione di una capacità distintiva di fatto, può ravvisarsi il punto di contatto tra la protezione del marchio di forma e quella dei disegni e modelli.

Per quanto riguarda, infine, l’applicabilità della tutela autoriale al modello “Vespa”, la Corte rileva come la sussistenza dei requisiti di novità, creatività e valore artistico, di cui “il riconoscimento collettivo da parte del mondo culturale (…) rappresenta una evidenziazione ed un prova” (pur non essendo elemento “costitutivo” di tali requisiti), consente l’applicazione della tutela prevista dalla legge sul diritto d’autore anche nei confronti di modelli di design: “un’opera di design industriale può nascere come mera forma tecnica esteriore di un mezzo industriale ed acquisire successivamente un valore artistico che supera la sua originaria valenza meramente tecnica e funzionale”.

Da notarsi in particolare, sul punto, come anche in ambito autorale la Corte confermi ed ulteriormente giustifichi il proprio orientamento in tema di “continuità” dei modelli, affermando che “l’oggetto della tutela va identificato (…) con riferimento dunque al modello di Vespa “storico” (oggetto dei plurimi riconoscimenti a cui si fa richiamo) e quindi ai modelli riconosciuti quale sua diretta emanazione (sicuramente la Vespa LX e il marchio registrato Piaggio ‘520 del 2013 ): con la precisazione, ai fini della completezza motivazionale, che il diritto d’autore protegge anche le elaborazioni dell’opera originaria, come si desume in particolare dall’art. 12.2 (nonché 18.2 e 4) l.d.a.”.

Nuova vittoria per gli eredi di Audrey Hepburn: divulgare immagini di personaggio noto è lecito solo per esigenze di pubblica informazione

Avv. Alessandro La Rosa

Con sentenza n. 940 dello scorso 27 febbraio, il Tribunale civile di Torino si è pronunciato sull’annosa questione della divulgazione di immagini di personaggi noti senza il consenso dell’interessato.

Il caso si riferisce al giudizio instaurato dai figli legittimi della nota attrice cinematografica Audrey Hepburn, nei confronti di una società che commercializzava modelli di t-shirt sulle quali veniva ritratta la stessa attrice.

In particolare, gli eredi citavano la predetta società nella loro qualità di unici soggetti legittimati a prestare il consenso all’uso del ritratto dell’attrice per finalità commerciali, secondo quanto previsto dagli articoli 93 e 96 della Legge n. 633/1941 sul diritto d’autore e 10 c.c..

Come noto, l’art. 96 della Legge n. 633/1941 sancisce che “il ritratto di una persona non può essere esposto, riprodotto o messo in commercio senza il consenso di questa” e che “dopo la morte della persona ritratta” si applicano le disposizioni di cui all’art. 93 della medesima legge, norma a mente della quale “occorre il consenso del coniuge o dei figli, o, in loro mancanza, dei genitori; mancando il coniuge, i figli e i genitori, dei fratelli e delle sorelle, e, in loro mancanza, degli ascendenti e dei discendenti fino al quarto grado”.

La recente giurisprudenza di legittimità ha osservato che “la divulgazione senza il consenso dell’interessato è lecita soltanto se ed in quanto risponda alle esigenze di pubblica informazione, non anche quando sia rivolta ad altri fini (pubblicitari, commerciali, ecc.)” (cfr. Cassazione civile, sez. I, 29/01/2016, n. 1748). È ormai pacifico che ai sensi dell’art. 10 c.c. sull’abuso dell’immagine altrui “si configura quando la sua divulgazione, in fotografia o in filmati pubblici, non trovi ragione in finalità di informazione, ma nello sfruttamento –in difetto di consenso dell’interessato- commerciale o pubblicitario” (Cassazione civile, sez. III, 27/11/2015, n. 24221).

Con particolare riferimento allo sfruttamento commerciale, ai fini della pubblicazione di un ritratto fotografico di una persona è necessario, a norma del richiamato art. 96, il suo consenso, seppure manifestato tacitamente, il quale può, come ogni altra forma di consenso, essere condizionato da limiti soggettivi (in relazione ai soggetti in favore dei quali è prestato) od oggettivi (in riferimento alle modalità di divulgazione).

Pertanto, nei casi in cui la pubblicazione e la diffusione dell’immagine di persona nota non sia finalizzata a fornire alla collettività un’informazione su fatti di una qualche utilità sociale, deve ritenersi vietata qualsiasi diffusione in quanto anche le persone note “conservano intatto sia il diritto a che gli altri non abusino della loro immagine, sia il diritto a sfruttare economicamente la loro immagine, sia il diritto a vedere tutelata la sua sfera privata da illecite aggressioni (cfr. Tribunale Milano, 7/11/2013).

Nel caso di specie, non ricorrono dunque le scriminanti previste dall’art. 97 della Legge n. 633/1941, nelle quali l’immagine della persona ritrattata può essere riprodotta senza il suo consenso, non essendo ravvisabile alcun interesse pubblico all’informazione né alcuna finalità di fornire alla collettività un’informazione su fatti di una qualche utilità sociale, trattandosi della produzione e/o commercializzazione di magliette con il ritratto dell’attrice in un contesto del tutto diverso da quello proprio delle opere cinematografiche e trovando ragione unicamente nello sfruttamento commerciale ed in finalità di lucro. Infatti, la sig.ra Audrey Hepburn veniva ritratta con il dito medio alzato o ricoperta di tatuaggi o, ancora, con grandi palloncini di gomme da masticare in bocca, ricorrendo chiaramente anche l’ipotesi di cui al II comma dell’art. 97, ai sensi del quale: “ il ritratto non può tuttavia essere esposto o messo in commercio, quando l esposizione o messa in commercio rechi pregiudizio all’onore, alla reputazione od anche al decoro nella persona ritrattata”. Gli eredi hanno, quindi, diritto di far valere quale danno patrimoniale la perdita dei vantaggi economici che avrebbero potuto conseguire se, essendogli stato chiesto il consenso alla pubblicazione, avessero potuto negoziarne la concessione e chiedere per essa un compenso e, quale danno non patrimoniale, quello subito in conseguenza al grave abuso del diritto all’immagine, dell’illecito trattamento dei dati personali e della particolarmente invasiva interferenza nella loro vita privata.

Oggi è quindi pacifico che l’illecito utilizzo della immagine altrui si configura quando la sua divulgazione, in fotografia o in filmati pubblici, non trovi ragione in finalità di informazione, ma nello sfruttamento – in difetto di consenso dell’interessato – commerciale o pubblicitario.

Il titolare di una connessione internet è responsabile della violazione dei diritti d’autore altrui mediante file sharing se non prova che terzi abbiano usufruito della predetta connessione senza il suo espresso consenso

Avv. Alessandro La Rosa

Nella causa C‑149/17 la Corte di Giustizia della Comunità Europea ha stabilito il principio secondo cui il titolare di una connessione internet, attraverso cui siano state commesse violazioni del diritto d’autore mediante una condivisione di files, deve essere considerato responsabile della violazione dei diritti di proprietà intellettuale altrui qualora non provi che almeno un soggetto terzo sia stato in grado di accedere alla suddetta connessione.

La vicenda che ha interessato il Tribunale tedesco prima e la Corte di Giustizia poi ha inizio quando una società tedesca titolare dei diritti d’autore e dei diritti connessi su un audiolibro viene informata della circostanza che tale prodotto veniva condiviso per il download, senza autorizzazione, a favore di un numero illimitato di utenti di una piattaforma Peer-to-peer.

A seguito di ulteriori accertamenti, la società identificava il titolare dell’indirizzo IP mediante il quale l’opera veniva messa a disposizione per il download e lo diffidava alla cessazione della condivisione dell’opera con il pubblico.

Poiché la diffida non sortiva alcun effetto, la società citava il titolare dell’indirizzo IP al fine di ottenere l’accertamento della violazione e il conseguente risarcimento del danno.

Il titolare dell’indirizzo IP, costituitosi in giudizio, negava la violazione del diritto d’autore a lui addebitata sostenendo, da una parte, la sufficiente protezione della propria connessione internet, dall’altra che i familiari conviventi, oltre a non disporre nel computer dell’opera i cui diritti sarebbero stati violati, ne ignoravano l’esistenza e non erano titolari di alcun software utile alla condivisione delle opere. Sosteneva altresì che il computer utilizzato per la condivisione della predetta opera sarebbe stato spento al momento della violazione del diritto d’autore contestato.

Il tribunale tedesco respingeva la richiesta di risarcimento dei danni formulata dal titolare del diritto non ritenendolo responsabile in quanto non era stato individuato con certezza il soggetto responsabile della condivisione.

Contro tale decisione la società titolare dei diritti proponeva appello davanti al Tribunale del Land il quale, ribaltando la decisione del primo grado, riconosceva la responsabilità del titolare dell’indirizzo IP in quanto non era stata effettivamente dimostrata l’esclusione della responsabilità in capo a soggetti terzi –familiari del convenuto- che avrebbero verosimilmente potuto utilizzare la connessione per l’illecita condivisione dei files.

Invero, secondo la giurisprudenza tedesca, sull’attore graverebbe l’onere di provare la violazione del diritto d’autore commessa anche a fronte di una presunzione a carico del titolare di una connessione internet, ogni qualvolta, al momento della predetta violazione, non fosse presente alcun’altra persona in grado di utilizzare la connessione. Tuttavia, nel caso in cui l’attore riuscisse a dimostrare che la connessione internet non era sufficientemente protetta o era consapevolmente messa a disposizione di altre persone, tale presunzione di esclusione della colpa del titolare di detta connessione non sarebbe sussistita.

Tale onere della prova, sempre secondo le Corti tedesche verrebbe meno solo nel caso in cui il titolare dell’indirizzo IP riuscisse a provare che altri soggetti specificamente individuati, avevano un accesso autonomo alla sua connessione internet, potendo essere verosimilmente considerati gli autori delle violazioni contestate.

Tuttavia, una parte della giurisprudenza precisava che nell’ipotesi in cui un familiare del titolare della connessione internet avesse avuto accesso a tale connessione, detto titolare non sarebbe stato tenuto a fornire ulteriori precisazioni in relazione al momento in cui tale connessione sarebbe stata utilizzata e alla natura dell’utilizzo della stessa, e ciò sulla base dei principi dettati in materia di tutela del matrimonio e della famiglia garantiti dall’articolo 7 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea e dalle disposizioni del diritto costituzionale tedesco.

A fronte della difficoltà di coordinare i principi costituzionali con le molteplici statuizioni giurisprudenziali il Tribunale decideva di sospendere il procedimento e di sottoporre alla Corte le seguenti questioni pregiudiziali:

In primo luogo, la Corte investita della questione avrebbe dovuto stabilire se l’articolo 8, paragrafi 1 e 2 della direttiva 2001/29, in combinato disposto con l’articolo 3, paragrafo 1, della medesima direttiva, debba essere interpretato nel senso che sussistono “sanzioni efficaci e dissuasive” contro le violazioni del diritto di messa a disposizione del pubblico di un’opera anche nel caso in cui si escluda la responsabilità per danni del titolare di una connessione internet, attraverso la quale sono avvenute violazioni del diritto d’autore mediante condivisione di file, qualora questi indichi almeno un familiare che, oltre a lui, abbia avuto accesso a tale connessione, senza fornire ulteriori dettagli, rilevati con specifiche indagini, circa il momento e la natura dell’utilizzo di internet da parte di detto familiare.

In secondo luogo la Corte avrebbe dovuto stabilire se l’articolo 3, paragrafo 2, della direttiva 2004/48/CE debba essere interpretato nel senso che sussistono “misure effettive finalizzate al rispetto dei diritti di proprietà intellettuale” anche nel caso in cui si escluda la responsabilità per danni del titolare di una connessione internet, attraverso la quale sono avvenute violazioni del diritto d’autore mediante condivisione di file, qualora questi indichi almeno un familiare che, come lui, avesse accesso a tale connessione, senza fornire ulteriori dettagli, rilevati con specifiche indagini, circa il momento e la natura dell’utilizzo di internet da parte di tale familiare.

In altri termini, la Corte di Giustizia avrebbe dovuto verificare se una normativa nazionale come quella di cui al procedimento principale potesse essere considerata compatibile con l’obbligo che incombe sullo Stato membro interessato di prevedere adeguati mezzi di ricorso contro le violazioni dei diritti d’autore e dei diritti connessi, idonei a condurre all’applicazione di sanzioni efficaci e dissuasive nei confronti degli autori della violazione, nonché potesse essere compatibile con l’obbligo di prevedere misure, procedure e mezzi di ricorso efficaci e dissuasivi per assicurare il rispetto dei diritti di proprietà intellettuale.

Ma non solo. Una esigenza di coordinamento è stata individuata anche nello stabilire se vi sia una effettiva esigenza di conciliazione tra le esigenze inerenti alla tutela di diversi diritti fondamentali, ossia il diritto ad un ricorso effettivo e il diritto di proprietà intellettuale, da una parte, e il diritto al rispetto della vita privata e familiare, dall’altra.

La Corte nella decisione in commento ha sostenuto l’esigenza di individuare il giusto equilibrio tra i diversi diritti fondamentali tutelati dall’ordinamento giuridico dell’Unione e, in particolare, per quanto riguarda il diritto al rispetto della vita privata, la protezione deve essere estesa a «ogni persona» e non è limitata ai soli familiari della persona alla quale l’autorità giudiziaria ha ordinato di produrre detti elementi di prova, per cui i medesimi familiari non dispongono, su tale base, di una protezione particolare.

Da ciò consegue che offrendo una protezione quasi assoluta ai familiari del titolare di una connessione internet, per mezzo della quale siano state commesse (e accertate) violazioni del diritto d’autore mediante condivisione di file, la normativa nazionale di cui al procedimento principale non può essere considerata sufficientemente efficace e idonea a garantire che, in ultima analisi, all’autore della suddetta violazione sia inflitta una sanzione efficace e dissuasiva anche in quanto il procedimento instaurato non sarebbe stato idoneo a garantire il rispetto dei diritti di proprietà intellettuale altrui.

La Corte stabilendo che il titolare della connessione Internet non possa essere esonerato dalla responsabilità indicando semplicemente che la stessa connessione è accessibile ad un familiare ha, tuttavia, ritenuto che sarebbe spettato al giudice del rinvio verificare se nell’ambito del diritto interno siano o meno presenti ulteriori strumenti e procedure tali da permettere alle autorità competenti di intimare l’ottenimento delle necessarie informazioni atte a rendere possibile l’accertamento delle violazioni del diritto d’autore, oltre alla identificazione dell’autore di queste ultime.

 

 

 

 

 

Riforma del diritto d’autore nel mercato unico digitale: una sintesi degli articoli 15 e 17 della nuova direttiva europea

Avv. Alessandro La Rosa

Il nuovo testo normativo introduce importanti novità sul piano dei diritti e degli obblighi dei soggetti che producono e che distribuiscono on line opere protette dal diritto d’autore.

Senza dubbio gli articoli “centrali” – che enunciano gli obiettivi che caratterizzano la direttiva in questione- restano l’articolo 15 (precedentemente numerato come articolo 11), avente ad oggetto la protezione delle pubblicazioni di carattere giornalistico in caso di utilizzo online e l’articolo 17 (precedentemente numerato come articolo 13), che concerne l’utilizzo di contenuti protetti da parte di prestatori di servizi di condivisione di contenuti online.

Il contenuto precettivo dell’art. 15.

Tale norma riconosce agli editori di giornali i diritti assoluti di riproduzione e di comunicazione al pubblico per l’utilizzo online delle loro pubblicazioni di carattere giornalistico da parte di prestatori di servizi della società dell’informazione, come ad esempio gli aggregatori di contenuti in rete.

Con dei limiti però: tali diritti non potranno essere fatti valere nei confronti delle persone fisiche che utilizzano tali contenuti a fini privati e non commerciali e non potranno essere fatti valere in relazione ai semplici link ipertestuali ancorché accompagnati da singole parole o da estratti molto brevi di pubblicazioni di carattere giornalistico.

Il contenuto precettivo dell’art. 17.

L’articolo 17, invece, è rivolto ai gestori di piattaforme di condivisione di grandi quantità di contenuti protetti dal diritto d’autore online, come ad esempio YouTube, Dailymotion, Vimeo, per citarne alcune.

I principi fondamentali.

Tale norme fissa un principio fondamentale: tali operatori, nel consentire agli utenti il libero accesso ad opere protette, compiono atti giuridicamente rilevanti per il diritto d’autore. Conseguentemente essi dovranno ottenere un’autorizzazione dai titolari dei diritti, ad esempio mediante la conclusione di un accordo di licenza.

Altro principio fondamentale è che tali operatori, in quanto tali, non possono beneficiare del regime di limitazione della responsabilità (“safe harbour”) previsto dalla direttiva e-commerce (2000/31/CE) per i meri hosting passivi.

E se l’autorizzazione venisse negata dai titolari dei diritti?

La direttiva prevede che i gestori di tali piattaforme saranno comunque responsabili della diffusione dei contenuti protetti salvo che essi dimostrino (ponendo quindi a loro carico l’onere della prova):

  1. a) di aver compiuto i massimi sforzi per ottenere un’autorizzazione dai titolari dei diritti, e
  2. b) in ottica preventiva, di aver compiuto, nel rispetto di elevati standard di diligenza professionale di settore, i massimi sforzi per assicurare che non siano disponibili le opere per le quali abbiano ricevuto dai titolari dei diritti le informazioni pertinenti (per la loro identificazione); e in ogni caso,
  3. c) di aver agito tempestivamente, dopo aver ricevuto una segnalazione dai titolari dei diritti, per disabilitare l’accesso o rimuovere dai loro siti web le opere o altri materiali oggetto di segnalazione e aver compiuto i massimi sforzi per impedirne il caricamento in futuro (si parla di obblighi di stay down).

Il regime delle eccezioni.

Esistono operatori parzialmente esentati da tali obblighi.

Lo sono i nuovi prestatori di servizi di condivisione di contenuti online i cui servizi sono disponibili al pubblico nell’Unione da meno di tre anni e che hanno un fatturato annuo inferiore a 10 milioni di euro, per andare esenti da responsabilità dovranno dimostrare di aver compiuto quanto previsto dalle precedenti lettere a) e c). Solo se il numero medio di visitatori unici mensili di tali operatori supera i 5 milioni, essi saranno altresì tenuti agli obblighi di stay down.

Esistono operatori totalmente esentati da tali obblighi.

In particolare non rientrano nell’ambito di operatività dell’articolo 17 della direttiva, tra gli altri, le enciclopedie online senza scopo di lucro (come Wikipedia), i repertori didattici o scientifici senza scopo di lucro, le piattaforme di sviluppo e condivisione di software open source, i mercati online, i servizi cloud che consentono agli utenti di caricare contenuti per uso personale.

Qual è la posizione degli utenti?

Se esistono accordi di licenza tra i titolari dei diritti e i gestori delle piattaforme di condivisione dei contenuti online, gli atti di condivisione degli utenti saranno coperti dalle licenze, a condizione che l’uso dei contenuti non avvenga per finalità commerciali. In ogni caso continuano ad operare tutte le eccezioni al diritto d’autore già previste dalla direttiva 2001/29/CE in tema di citazione, critica, rassegna, utilizzi a scopo di caricatura, parodia o pastiche.

La Cassazione accoglie il ricorso contro Yahoo per la violazione dei diritti d’autore

Avv. Alessandro La Rosa

Con la sentenza n. 7708 depositata il 19 marzo 2019,  la prima sezione civile della Corte di Cassazione, accogliendo il ricorso della RTI (società del Gruppo Mediaset) nei confronti della Yahoo! Inc. e della Yahoo! Italia srl, intervenendo sul tema della responsabilità del c.d. hosting provider (ossia del prestatore di servizi che svolge attività di memorizzazione di informazioni fornite dagli utenti) ha dettato una serie di fondamentali indicazioni.

La Corte d’Appello di Milano aveva anzitutto respinto la stessa nozione di “hosting provider attivo”, affermando che tale figura, di creazione giurisprudenziale, fosse addirittura “fuorviante”. La Suprema Corte, al contrario, riconosce che la giurisprudenza della Corte di giustizia dell’Unione europea ha da tempo accolto la nozione di «hosting provider attivo», riferita a tutti quei casi in cui un prestatore di servizi della società dell’informazione svolga “un ruolo attivo” nella prestazione dei propri servizi, richiamando a tal  fine  il considerando 42 della  direttiva 2000/31/CE (Corte di  giustizia UE: C-521/17, punti 47, 48; C-291/13, punto 44; C-324/09, punti  112,  113,  116,  123; C-236/08 a C-238/08, punti 112, 113, 114  e 120). Dunque, l’hosting provider attivo che, come tale, é sottratto al regime di limitazione della responsabilità previsto dall’articolo 14 della Direttiva 2000/31/CE, è figura configurabile in presenza di “indici di interferenza” dello stesso con i contenuti memorizzati; individuati dalla Corte, “a titolo  esemplificativo”, in “attività di filtro, selezione, indicizzazione, organizzazione, catalogazione, aggregazione, valutazione, uso, modifica, estrazione o promozione dei contenuti, operate mediante una gestione imprenditoriale del  servizio, come pure  l’adozione di  una tecnica  di valutazione comportamentale degli utenti per aumentarne la fidelizzazione”: condotte che abbiano, in sostanza, l’effetto di completare ed arricchire la fruizione dei contenuti da parte degli utenti. Con la conseguenza che l’hosting attivo concorre appunto “attivamente” nell’illecito commesso da terzi. In tal caso le regole sulla responsabilità civile applicabili sono quelle comuni (il che presuppone comunque che vi sia conoscenza, o ragionevole conoscibilità, dell’illiceità del fatto altrui). Anche il provider “passivo” però è passibile di forme di responsabilità, anche di tipo risarcitorio, al ricorrere di determinate condizioni. Il fatto compiuto (dal terzo) deve anzitutto essere “illecito, quale certamente è la lesione dei diritti d’autore. Si versa poi in ipotesi di responsabilità risarcitoria quando, in presenza di una illiceità “manifesta” (che ricorre quando “sarebbe  possibile  riscontrarla senza particolare difficoltà, alla stregua dell’esperienza e della conoscenza tipiche dell’operatore del settore e della diligenza professionale da lui esigibile, così che non  averlo fatto integra almeno una grave negligenza dello stesso”), il provider consapevole abbia omesso di attivarsi per la rimozione del contenuto: la Cassazione chiarisce quindi che si versa in tal caso in fattispecie di responsabilità per fatto proprio colpevole. Il momento in cui il provider passivo ha «conoscenza effettiva» dell’altrui illecito “coincide con l’esistenza di una comunicazione in tal senso operata dal terzo” titolare del diritto leso, con l’importante precisazione che tanto “non richiede una “diffida” in senso tecnico … essendo sufficiente una mera comunicazione o notizia dell’illecito”. La Cassazione ha anche chiarito che la detta conoscenza può essere acquisita dal provider in qualunque modo (“aliunde”) e che non è affatto necessario un ordine dell’autorità giudiziaria (come invece pretendeva la Yahoo!). La Suprema Corte ha anche chiarito la portata dell’art 17 d.lgs. n. 70 del 2003 che, come noto, esclude in capo al provider un obbligo di sorveglianza generale e costante su dati immessi dagli utenti: ma con l’importante precisazione che egli “risponde dei danni cagionati, allorché, reso  edotto di quei contenuti – vuoi dal titolare del diritto, vuoi aliunde – non si sia attivato per la immediata rimozione dei medesimi”. Con la conseguenza che la regola juris che ne deriva è nel senso di sancire “un regime di irresponsabilità del prestatore sino al limite del suo diretto coinvolgimento”, per l’hosting attivo, “oppure della sua conoscenza dell’illecito (per l’hosting passivo ndr): in tal modo perciò circoscrivendo, ma non annullando del tutto, il controllo circa i contenuti immessi che possano integrare illeciti telematici”. In definitiva, ai sensi dell’art. 16 d.lgs. 9 aprile 2003, n. 70, l’hosting provider -anche quando non è “attivo” ma “passivo”- risponde dei danni verso il titolare dei diritti d’autore violati quando non abbia provveduto alla immediata rimozione dei contenuti illeciti o quando abbia continuato a pubblicarli, se ricorrono queste tre condizioni: i) sia a conoscenza legale dell’illecito perpetrato dal destinatario del servizio, per averne avuto notizia dal titolare del diritto leso oppure in altro modo; ii) l’illiceità dell’altrui condotta sia ragionevolmente constatabile, onde il prestatore  sia in colpa grave per non averla positivamente riscontata, alla stregua del  grado  di  diligenza che è ragionevole attendersi da un operatore professionale  della rete in un determinato momento storico; iii) l’hosting provider abbia la possibilità di attivarsi utilmente, in quanto reso edotto in modo sufficientemente  specifico dei contenuti illecitamente immessi da rimuovere.

Quindi, in conclusione, l’onere di allegazione e di prova può essere precisato nel senso che “spetta al titolare del diritto leso allegare e provare, a fronte dell’inerzia dell’hosting provider passivo, la conoscenza di questi in ordine all’illecito compiuto dal destinatario del servizio, indotta dalla stessa comunicazione del titolare del diritto leso o aliunde, nonché di indicare gli elementi che rendevano manifesta detta illiceità; assolto tale onere, l’inerzia del prestatore integra di per sé la responsabilità, a fronte dell’obbligo di attivazione posto dal menzionato art. 16 del d.lgs. n. 70 del 2003, restando a carico del medesimo l’onere di provare di non aver avuto nessuna possibilità di attivarsi utilmente, possibilità che sussiste se il prestatore è munito degli strumenti tecnici e giuridici per impedire le violazioni (ad  es., per il potere di autotutela negoziale al medesimo concesso in forza del contratto concluso  con il destinatario del servizio)”. In ogni caso, a parte gli obblighi risarcitori per le violazioni già appurate, il giudice può adottare contro tale prestatore di servizi misure di inibitoria per il futuro, ossia che abbiano la funzione non solo di porre fine alle violazioni già commesse ma anche di prevenire la pubblicazione di ogni altro futuro contenuto illecito dello stesso tipo.

Il parere dell’Avvocato Generale UE (causa C-516/17): nessuna compressione del diritto di comunicazione al pubblico oltre i casi tassativamente previsti

Avv. Alessandro La Rosa

Con parere del 10 gennaio c.a. (qui), l’Avvocato Generale M. Szpunar si è pronunciato (tra l’altro) sulle seguenti questioni pregiudiziali formulate dal Bundesgerichtshof (Corte federale di giustizia, Germania):

«1)    Se le disposizioni del diritto dell’Unione in materia di eccezioni o limitazioni a norma dell’articolo 5, paragrafo 3, della direttiva 2001/29 previste con riferimento [al diritto d’autore] lascino un margine di discrezionalità in sede di recepimento nel diritto nazionale.

2)      In che modo si debba tener conto dei diritti fondamentali sanciti dalla Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea nel determinare la portata delle eccezioni o delle limitazioni di cui all’articolo 5, paragrafo 3, della direttiva 2001/29 al diritto esclusivo di riproduzione [articolo 2, lettera a), della direttiva 2001/29] e di comunicazione al pubblico riconosciuto agli autori per quanto riguarda le loro opere, compresa la loro messa a disposizione del pubblico (articolo 3, paragrafo 1, della direttiva 2001/29).

3)      Se i diritti fondamentali della libertà d’informazione (articolo 11, paragrafo 1, secondo periodo, della Carta) o della libertà di stampa (articolo 11, paragrafo 2, della Carta) possano giustificare ulteriori eccezioni o limitazioni del diritto esclusivo di riproduzione [articolo 2, lettera a), della direttiva 2001/29] e di comunicazione al pubblico riconosciuto agli autori per quanto riguarda le loro opere, compresa la loro messa a disposizione del pubblico (articolo 3, paragrafo 1, della direttiva 2001/29), rispetto a quelle previste dall’articolo 5, paragrafo 3, della medesima direttiva”.

L’Avvocato Generale, ha concluso nel senso che gli Stati membri hanno l’obbligo di garantire nel proprio diritto interno la tutela dei diritti esclusivi enunciati agli articoli da 2 a 4 della direttiva 2001/29/CE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 22 maggio 2001, atteso che tali diritti possono essere limitati soltanto nel contesto dell’applicazione delle eccezioni e limitazioni tassativamente previste all’articolo 5 di tale direttiva. Conseguentemente la libertà di espressione, sancita all’articolo 11 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea, non costituisce una limitazione e non giustifica un’eccezione né una lesione dei diritti esclusivi dell’autore di autorizzare o vietare la riproduzione e la comunicazione al pubblico della sua opera al di fuori delle limitazioni ed eccezioni previste all’articolo 5, paragrafi 2 e 3, della direttiva 2001/29. Infatti, chiarisce l’AG, la libertà di espressione, come tutti i diritti fondamentali, non é assoluta né illimitata, come risulta chiaramente dall’articolo 52, paragrafo 1, della Carta nonché dall’articolo 10, paragrafo 2, della Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali, firmata a Roma il 4 novembre 1950 (in prosieguo: la «CEDU»), che prevedono limitazioni ai diritti fondamentali e le condizioni relative all’applicazione di dette limitazioni. Il diritto d’autore può costituire una di tali legittime limitazioni della libertà di espressione (Corte EDU, 10 gennaio 2013, Ashby Donald e a. c. Francia) e quest’ultima libertà, in linea di principio, non prevale sul diritto d’autore, fatta eccezione per le limitazioni ed eccezioni previste dal diritto d’autore stesso.

Il Tribunale delle Imprese di Roma sul caso RTI contro Facebook (Sentenza 3512/2019 del 15.2.2019)

Avv. Alessandro La Rosa

Il Tribunale delle Imprese di Roma, con sentenza n. 3512/2019 pubbl. il 15/2/2019, ha accertato la natura illecita della presenza su un profilo Facebook di collegamenti ipertestuali (links) che conducevano alla visione di due sequenze di immagini tratte dalla serie animata “Kilari” trasmessa dalle reti televisive di RTI (società del Gruppo Mediaset) e segnatamente le immagini relative alla sigla iniziale.

La Corte romana ha dato atto dell’orientamento granitico della Corte di Giustizia UE in materia di violazioni dei diritti autorali commessi attraverso la tecnica del linking: “Sul carattere illecito della pubblicazione di link di collegamento a portali terzi, in assenza di qualsiasi preventiva autorizzazione del titolare, si è più volte espressa anche la Corte di Giustizia dell’Unione Europea, la quale ha affermato che “l’atto di collocare un collegamento ipertestuale verso un’opera illegittimamente pubblicata su Internet costituisce una ‹‹comunicazione al pubblico›› ai sensi dell’articolo 3, paragrafo 1, della direttiva 2001/29” (sentenza del 26 aprile 2017 relativa al caso C-527/15 (già da noi commentata qui) e che “la messa in rete di un’opera protetta dal diritto d’autore su un sito Internet diverso da quello sul quale è stata effettuata la comunicazione iniziale con l’autorizzazione del titolare del diritto d’autore deve essere qualificata come messa a disposizione di un pubblico nuovo di siffatta opera” (sentenza del 7 agosto 2018 relativa al caso C-161/17, già da noi commentata qui).

Le sentenze su citate sono infatti due delle più recenti decisioni della Corte di Giustizia UE con cui sono state chiarite le condizioni in presenza delle quali la messa a disposizione del pubblico di opere protette tramite la pubblicazione di cc.dd. hyperlink deve ritenersi illecita: essa, infatti, in assenza di specifica autorizzazione da parte del titolare dei diritti costituisce atto di comunicazione dell’opera “verso un pubblico nuovo perché diverso da quello in origine autorizzato dall’attrice. Ed infatti i link pubblicati attraverso la pagina Facebook conducevano non a materiali pubblicati dalla stessa RTI, bensì a materiale pubblicato attraverso un sito terzo (YouTube) non autorizzato da RTI alla diffusione dei materiali audiovisivi in questione”.

Nello specifico la Sezione Impresa della Corte romana ha riconosciuto la responsabilità della Facebook Inc. “per aver concorso, quantomeno con condotta omissiva, alle violazioni poste in essere dagli utenti che hanno fattivamente creato il profilo Facebook in contestazione.

In ordine alla questione della conoscenza effettiva dei contenuti illeciti (“actual knowledge”), Facebook ha contestato l’idoneità delle diffide trasmesse da RTI, sostenendo che le stesse non fossero sufficientemente dettagliate in quanto non contenevano gli URL dei contenuti censurati. Tale difesa è stata ritenuta dalla Corte capitolina “del tutto priva di pregio giuridico”. Secondo il Collegio giudicante “l’indicazione dell’URL costituisce un dato tecnico che non coincide con i singoli contenuti lesivi presenti sulla piattaforma digitale, ma rappresenta soltanto il “luogo” dove i contenuti sono reperibili e, quindi, non costituisce un presupposto indispensabile per la loro individuazione”. Peraltro nel·caso in esame già la prima diffida datata 26/2/2010 non soltanto forniva informazioni specifiche sui contenuti illeciti, ma conteneva anche l’indicazione dell’URL relativo alla pagina web di apertura del profilo Facebook in contestazione (si trattava della pagina attraverso la quale era possibile iscriversi al “gruppo” appositamente creato, leggere i commenti indirizzati alle due attrici ed infine visionare, attraverso i link, alcuni contenuti audiovisivi della serie animata “Kilari”), per cui Facebook aveva a disposizione tutte le informazioni – ed i dati tecnici da essa richiesti- per l’immediata identificazione dei contenuti illeciti oggetto di lite.

Il Tribunale delle Imprese di Roma sul caso RTI contro Vimeo (Sentenza 693/2019 del 10.1.2019)

Avv. Alessandro La Rosa

Nel 2012 RTI (società del Gruppo Mediaset) accertava la presenza di centinaia di brani estratti da notissime trasmissioni delle reti Mediaset ed abusivamente caricati dagli utenti e pubblicati attraverso la piattaforma gestita dalla VIMEO LLC. Nonostante una diffida e la pendenza del giudizio promosso davanti alla Corte romana, i brani abusivamente pubblicati sono diventati, nel tempo, più di due mila.

I principi affermati dal Tribunale delle Imprese di Roma con la sentenza in commento sono in piena sintonia con l’orientamento della Corte di Giustizia UE.

I provider con “ruolo attivo” non possono beneficiare del regime di esenzione di responsabilità previsto dalla Direttiva e-commerce (2000/31).

Questo principio è stato affermato tra gli altri nel caso C-324/09 L’Oréal c. eBay (“Laddove, per contro, detto gestore abbia prestato un’assistenza consistente segnatamente nell’ottimizzare la presentazione delle offerte in vendita di cui trattasi e nel promuovere tali offerte, si deve considerare che egli non ha occupato una posizione neutra tra il cliente venditore considerato e i potenziali acquirenti, ma che ha svolto un ruolo attivo atto a conferirgli una conoscenza o un controllo dei dati relativi a dette offerte. In tal caso non può avvalersi, riguardo a tali dati, della deroga in materia di responsabilità di cui all’art. 14 della direttiva 2000/31” punti 116 e 117) e nel caso C-610/15, caso Stichting v. Ziggo dove la Corte di Giustizia UE ha affrontato la questione se la messa a disposizione e la gestione di una piattaforma di condivisione online, configurino un «atto di comunicazione», ai sensi dell’articolo 3, paragrafo 1, della direttiva 2001/29 affermando che la detta questione vada risolta avendo riguardo al comportamento concreto dei suoi amministratori il cui comportamento rileva nella misura in cui “detti amministratori, mediante la messa a disposizione e la gestione di una piattaforma di condivisione online, come quella di cui al procedimento principale, intervengono con piena cognizione delle conseguenze del proprio comportamento, al fine di dare accesso alle opere protette, in particolare quando, in mancanza di questo intervento, tali clienti non potrebbero, o potrebbero solo con difficoltà, fruire dell’opera diffusa (punto 26) […]. E’ rilevante a tal fine il fatto che benché “le opere così messe a disposizione degli utenti della piattaforma di condivisione online TPB sono state messe online su tale piattaforma non dagli amministratori di quest’ultima, bensì dai suoi utenti. Tuttavia detti amministratori, mediante la messa a disposizione e la gestione di una piattaforma di condivisione online, come quella di cui al procedimento principale, intervengono con piena cognizione delle conseguenze del proprio comportamento, al fine di dare accesso alle opere protette, indicizzando ed elencando su tale piattaforma i file torrent” (punto 36). Rileva altresì il fatto che “la piattaforma di condivisione online TPB propone, in aggiunta a un motore di ricerca, un indice che classifica le opere in diverse categorie, a seconda della natura delle opere, del loro genere o della loro popolarità, e che gli amministratori di tale piattaforma verificano che un’opera sia inserita nella categoria adatta” (punto 37).

I Giudici capitolini hanno posto alla base della decisione in commento l’analisi di elementi fattuali, constatando che Vimeo non si è limitata alla fornitura di servizi di stoccaggio di informazioni (che è la figura di hosting provider neutro e passivo prevista dall’articolo 14 della direttiva cit.), proprio in ragione dei complessi servizi aggiuntivi che fornisce ai suoi utenti. Ed hanno chiarito che i concetti di “consapevolezza” o “controllo” presenti nella direttiva e-commerce (cfr. art. 14) non presuppongono “una conoscenza personale e diretta del contenuto illecito, ma è sufficiente che i mezzi tecnologici dallo stesso utilizzati siano comunque idonei a conferirgli la conoscenza o il controllo dei dati memorizzati”.

Un altro importante principio stabilito dai Giudici romani è che Vimeo ha violato il dovere di diligenza ragionevolmente esigibile da un operatore del settore, incorrendo in quella specifica forma di responsabilità che il Tribunale qualifica “da contatto sociale” e che Vimeo avrebbe rispettato solo qualora si fosse comportata “secondo correttezza e buona fede, in prospettiva solidaristica”.

Tale principio è pienamente aderente al parere reso dall’Avvocato Generale l’8 febbraio 2017 (Causa C‑610/15, Stichting Brain punti 70.6 e 70.13) secondo il quale sugli intermediari di servizi della rete incombe un “obbligo di cooperazione nella lotta contro le violazioni dei diritti d’autore” In particolare, afferma l’AG, “occorre altresì notare che la normativa relativa ai servizi della società dell’informazione, ossia principalmente Internet, è particolarmente concepita per tale modello di funzionamento il quale prevede, segnatamente, che i prestatori intermediari non sono responsabili per i contenuti, ma impone agli stessi taluni obblighi di cooperazione nella lotta contro i contenuti illeciti”, punto 19) rilevando che “le deroghe in materia di responsabilità dei prestatori intermedi previste dalla direttiva 2000/31 costituiscono uno degli elementi dell’equilibrio tra i vari interessi in gioco che rappresenta tale direttiva, ai sensi del considerando 41 della stessa. Tali deroghe, nell’ambito di tale equilibrio, devono essere controbilanciate non solo dall’assenza di responsabilità dei prestatori intermedi nel violare la legge, ma anche dalla loro cooperazione al fine di evitare o prevenire tali infrazioni. Essi non possono sottrarsi a tale obbligo invocando, in funzione delle circostanze né il carattere troppo restrittivo delle misure, né la loro inefficacia”.

Vimeo quindi è stata giudicata responsabile a titolo di “cooperazione colposa mediante omissione, per la violazione dei diritti d’autore” spettanti a Mediaset e dovrà anche ottemperare ad uno specifico obbligo di “rimozione immediata” in relazione a tutti i brani video che in futuro dovessero essere caricati dagli utenti, a condizione che siano estratti dai medesimi programmi televisivi oggetto della causa. Pena il pagamento di una penale di 1000,00 euro per ogni violazione ed un’altra di 500,00 euro per ogni giorno di ritardo. Oltre alla condanna della società americana al risarcimento di 8,5 milioni di euro.

Anche su questo punto la Corte capitolina ha fatto esatta applicazione sia del dato normativo che della giurisprudenza della stessa Corte di Giustizia UE che impongono espressamente all’intermediario di agire da operatore diligente anche in ottica di prevenzione rispetto a specifici casi di illecito, impedendone la ripetizione.

Tanto emerge univocamente sia dal considerando 47 della Direttiva 2000/31/CE, ove si legge che il divieto dell’obbligo generale di sorveglianza “non riguarda gli obblighi di sorveglianza in casi specifici”, che dall’articolo 15 della detta direttiva (e dall’art. 17 del decreto leg. 20037/70) che infatti vietano l’imposizione solo di un obbligo “generale” di sorveglianza ed il cui contenuto sarebbe svuotato di ogni significato se si estendesse tale divieto anche ad obblighi di sorveglianza su casi specifici. Tale assunto è recepito anche dalla Corte di Giustizia Ue sia nel caso C-360/10, Netlog secondo cui ad essere vietato è solo “un sistema di filtraggio sulla totalità o sulla maggior parte delle informazioni memorizzate presso il prestatore di servizi di hosting coinvolto, (se) illimitata nel tempo, (e se) riguarda qualsiasi futura violazione e postula che si debbano tutelare non solo opere esistenti, bensì anche opere che non sono state ancora create nel momento in cui viene predisposto detto sistema” che, da ultimo, con la sentenza del 15.9.2016, C-484/14, caso McFadden vs SonyLa Corte ha già dichiarato che le misure adottate dal destinatario di un’ingiunzione, come quella in causa nel procedimento principale, in sede di ottemperanza alla stessa, devono essere abbastanza efficaci da garantire una tutela effettiva del diritto fondamentale in parola, vale a dire che esse devono avere l’effetto di impedire o, almeno, di rendere difficilmente realizzabili le consultazioni non autorizzate dei materiali protetti e di scoraggiare seriamente gli utenti di Internet che ricorrono ai servizi del destinatario di tale ingiunzione dal consultare tali materiali messi a loro disposizione in violazione del suddetto diritto fondamentale (sentenza del 27 marzo 2014, UPC Telekabel Wien, C‑314/12, , punto 62) (punto 95).