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Il Tribunale delle Imprese di Roma sul caso RTI contro Vimeo (Sentenza 693/2019 del 10.1.2019)

Avv. Alessandro La Rosa

Nel 2012 RTI (società del Gruppo Mediaset) accertava la presenza di centinaia di brani estratti da notissime trasmissioni delle reti Mediaset ed abusivamente caricati dagli utenti e pubblicati attraverso la piattaforma gestita dalla VIMEO LLC. Nonostante una diffida e la pendenza del giudizio promosso davanti alla Corte romana, i brani abusivamente pubblicati sono diventati, nel tempo, più di due mila.

I principi affermati dal Tribunale delle Imprese di Roma con la sentenza in commento sono in piena sintonia con l’orientamento della Corte di Giustizia UE.

I provider con “ruolo attivo” non possono beneficiare del regime di esenzione di responsabilità previsto dalla Direttiva e-commerce (2000/31).

Questo principio è stato affermato tra gli altri nel caso C-324/09 L’Oréal c. eBay (“Laddove, per contro, detto gestore abbia prestato un’assistenza consistente segnatamente nell’ottimizzare la presentazione delle offerte in vendita di cui trattasi e nel promuovere tali offerte, si deve considerare che egli non ha occupato una posizione neutra tra il cliente venditore considerato e i potenziali acquirenti, ma che ha svolto un ruolo attivo atto a conferirgli una conoscenza o un controllo dei dati relativi a dette offerte. In tal caso non può avvalersi, riguardo a tali dati, della deroga in materia di responsabilità di cui all’art. 14 della direttiva 2000/31” punti 116 e 117) e nel caso C-610/15, caso Stichting v. Ziggo dove la Corte di Giustizia UE ha affrontato la questione se la messa a disposizione e la gestione di una piattaforma di condivisione online, configurino un «atto di comunicazione», ai sensi dell’articolo 3, paragrafo 1, della direttiva 2001/29 affermando che la detta questione vada risolta avendo riguardo al comportamento concreto dei suoi amministratori il cui comportamento rileva nella misura in cui “detti amministratori, mediante la messa a disposizione e la gestione di una piattaforma di condivisione online, come quella di cui al procedimento principale, intervengono con piena cognizione delle conseguenze del proprio comportamento, al fine di dare accesso alle opere protette, in particolare quando, in mancanza di questo intervento, tali clienti non potrebbero, o potrebbero solo con difficoltà, fruire dell’opera diffusa (punto 26) […]. E’ rilevante a tal fine il fatto che benché “le opere così messe a disposizione degli utenti della piattaforma di condivisione online TPB sono state messe online su tale piattaforma non dagli amministratori di quest’ultima, bensì dai suoi utenti. Tuttavia detti amministratori, mediante la messa a disposizione e la gestione di una piattaforma di condivisione online, come quella di cui al procedimento principale, intervengono con piena cognizione delle conseguenze del proprio comportamento, al fine di dare accesso alle opere protette, indicizzando ed elencando su tale piattaforma i file torrent” (punto 36). Rileva altresì il fatto che “la piattaforma di condivisione online TPB propone, in aggiunta a un motore di ricerca, un indice che classifica le opere in diverse categorie, a seconda della natura delle opere, del loro genere o della loro popolarità, e che gli amministratori di tale piattaforma verificano che un’opera sia inserita nella categoria adatta” (punto 37).

I Giudici capitolini hanno posto alla base della decisione in commento l’analisi di elementi fattuali, constatando che Vimeo non si è limitata alla fornitura di servizi di stoccaggio di informazioni (che è la figura di hosting provider neutro e passivo prevista dall’articolo 14 della direttiva cit.), proprio in ragione dei complessi servizi aggiuntivi che fornisce ai suoi utenti. Ed hanno chiarito che i concetti di “consapevolezza” o “controllo” presenti nella direttiva e-commerce (cfr. art. 14) non presuppongono “una conoscenza personale e diretta del contenuto illecito, ma è sufficiente che i mezzi tecnologici dallo stesso utilizzati siano comunque idonei a conferirgli la conoscenza o il controllo dei dati memorizzati”.

Un altro importante principio stabilito dai Giudici romani è che Vimeo ha violato il dovere di diligenza ragionevolmente esigibile da un operatore del settore, incorrendo in quella specifica forma di responsabilità che il Tribunale qualifica “da contatto sociale” e che Vimeo avrebbe rispettato solo qualora si fosse comportata “secondo correttezza e buona fede, in prospettiva solidaristica”.

Tale principio è pienamente aderente al parere reso dall’Avvocato Generale l’8 febbraio 2017 (Causa C‑610/15, Stichting Brain punti 70.6 e 70.13) secondo il quale sugli intermediari di servizi della rete incombe un “obbligo di cooperazione nella lotta contro le violazioni dei diritti d’autore” In particolare, afferma l’AG, “occorre altresì notare che la normativa relativa ai servizi della società dell’informazione, ossia principalmente Internet, è particolarmente concepita per tale modello di funzionamento il quale prevede, segnatamente, che i prestatori intermediari non sono responsabili per i contenuti, ma impone agli stessi taluni obblighi di cooperazione nella lotta contro i contenuti illeciti”, punto 19) rilevando che “le deroghe in materia di responsabilità dei prestatori intermedi previste dalla direttiva 2000/31 costituiscono uno degli elementi dell’equilibrio tra i vari interessi in gioco che rappresenta tale direttiva, ai sensi del considerando 41 della stessa. Tali deroghe, nell’ambito di tale equilibrio, devono essere controbilanciate non solo dall’assenza di responsabilità dei prestatori intermedi nel violare la legge, ma anche dalla loro cooperazione al fine di evitare o prevenire tali infrazioni. Essi non possono sottrarsi a tale obbligo invocando, in funzione delle circostanze né il carattere troppo restrittivo delle misure, né la loro inefficacia”.

Vimeo quindi è stata giudicata responsabile a titolo di “cooperazione colposa mediante omissione, per la violazione dei diritti d’autore” spettanti a Mediaset e dovrà anche ottemperare ad uno specifico obbligo di “rimozione immediata” in relazione a tutti i brani video che in futuro dovessero essere caricati dagli utenti, a condizione che siano estratti dai medesimi programmi televisivi oggetto della causa. Pena il pagamento di una penale di 1000,00 euro per ogni violazione ed un’altra di 500,00 euro per ogni giorno di ritardo. Oltre alla condanna della società americana al risarcimento di 8,5 milioni di euro.

Anche su questo punto la Corte capitolina ha fatto esatta applicazione sia del dato normativo che della giurisprudenza della stessa Corte di Giustizia UE che impongono espressamente all’intermediario di agire da operatore diligente anche in ottica di prevenzione rispetto a specifici casi di illecito, impedendone la ripetizione.

Tanto emerge univocamente sia dal considerando 47 della Direttiva 2000/31/CE, ove si legge che il divieto dell’obbligo generale di sorveglianza “non riguarda gli obblighi di sorveglianza in casi specifici”, che dall’articolo 15 della detta direttiva (e dall’art. 17 del decreto leg. 20037/70) che infatti vietano l’imposizione solo di un obbligo “generale” di sorveglianza ed il cui contenuto sarebbe svuotato di ogni significato se si estendesse tale divieto anche ad obblighi di sorveglianza su casi specifici. Tale assunto è recepito anche dalla Corte di Giustizia Ue sia nel caso C-360/10, Netlog secondo cui ad essere vietato è solo “un sistema di filtraggio sulla totalità o sulla maggior parte delle informazioni memorizzate presso il prestatore di servizi di hosting coinvolto, (se) illimitata nel tempo, (e se) riguarda qualsiasi futura violazione e postula che si debbano tutelare non solo opere esistenti, bensì anche opere che non sono state ancora create nel momento in cui viene predisposto detto sistema” che, da ultimo, con la sentenza del 15.9.2016, C-484/14, caso McFadden vs SonyLa Corte ha già dichiarato che le misure adottate dal destinatario di un’ingiunzione, come quella in causa nel procedimento principale, in sede di ottemperanza alla stessa, devono essere abbastanza efficaci da garantire una tutela effettiva del diritto fondamentale in parola, vale a dire che esse devono avere l’effetto di impedire o, almeno, di rendere difficilmente realizzabili le consultazioni non autorizzate dei materiali protetti e di scoraggiare seriamente gli utenti di Internet che ricorrono ai servizi del destinatario di tale ingiunzione dal consultare tali materiali messi a loro disposizione in violazione del suddetto diritto fondamentale (sentenza del 27 marzo 2014, UPC Telekabel Wien, C‑314/12, , punto 62) (punto 95).

Corte di Giustizia UE (causa C-572/17): il solo stoccaggio di merci contraffatte è di per sé un atto di contraffazione?

Avv. Alessandro La Rosa

Con provvedimento del 19 dicembre u.s., la Corte di Giustizia UE si è pronunciata sull’interpretazione dell’articolo 4, par. 1, della Direttiva 2001/29/CE (sull’armonizzazione di taluni aspetti del diritto d’autore e dei diritti connessi nella società̀ dell’informazione) che, come è noto, riconosce in capo agli autori il diritto esclusivo di autorizzare o vietare qualsiasi forma di distribuzione al pubblico dell’originale o di copie delle loro opere.

La decisione muove dalla domanda di pronuncia pregiudiziale ex art. 267 TFUE, presentata dalla Corte Suprema svedese nei confronti dell’Imran Syed per contraffazione di marchi e violazione del diritto d’autore relativo alle opere letterarie e artistiche ai sensi della legge 1960:729, che recepisce la richiamata direttiva 2001/29 nel diritto svedese.

In particolare, nel caso di specie, il Sig. Syed gestiva un negozio al dettaglio di vendita di abiti e accessori decorati con motivi richiamanti la musica rock.

Attestato che la vendita di alcune merci violava marchi e diritti d’autore dei denuncianti, dinanzi la Corte Suprema svedese, il PM chiedeva per il titolare dei negozi la condanna per tutte le merci, comprese quelle stoccate nei magazzini. La difesa del Syed lamentava che per una tale violazione fosse indispensabile una condotta pro-attiva nei confronti del pubblico, finalizzata alla vendita di ogni specifico prodotto; circostanza che, nel caso dell’acquisto e immagazzinamento di merci, non poteva ritenersi esistente.

La Corte svedese, rilevato che né la direttiva richiamata né la legge 1960/729 vietano espressamente lo stoccaggio di merci lesive di diritti d’autore ai fini della loro messa in vendita, sospendeva il procedimento e rimetteva tale questione alla CGUE.

Un atto preparatorio alla vendita di un prodotto può costituire una violazione del diritto di distribuzione purché, in ogni caso, sia dimostrato che le merci fossero effettivamente destinate ad essere distribuite al pubblico in uno Stato membro nel quale l’opera è protetta, senza l’autorizzazione dell’autore. Questo il principio espresso dalla Corte europea, la quale ha altresì rilevato che l’identità tra le merci in stock e quelle vendute nel negozio costituisce solo un indizio per dimostrare che le merci stoccate siano anch’esse destinate ad essere vendute. Infatti, una parte o la totalità delle merci stoccate ben potrebbe essere destinata alla vendita in uno Stato membro diverso da quello nel quale l’opera apposta su tali merci è protetta.

Rimettendo al giudice nazionale la valutazione circa la destinazione delle merci stoccate identiche a quelle vendute nel negozio, la Corte UE ha così concluso: “occorre procedere ad una analisi complessiva di diversi fattori, tra cui la distanza tra il luogo di stoccaggio e il luogo di vendita, che, sebbene possa costituire un indizio per dimostrare che le merci in questione sono destinate ad essere vendute in tale luogo, detto indizio non può, di per sé, essere determinante”.

Direttiva Copyright: i discussi articoli 11 e 13 nel testo votato al Parlamento Europeo

Avv. Alessandro La Rosa

Il 12 settembre u.s. il Parlamento Europeo ha approvato la discussa Direttiva Copyright con 438 voti a favore, 226 contrari e 39 astensioni. La versione attuale prevede diverse modifiche rispetto al testo che era stato rinviato a luglio, non trattandosi in ogni caso del testo finale, che verrà definito solo al termine dei negoziati tra Parlamento, Consiglio e Commissione Europea.

Gli articoli 11 e 13, impropriamente ribattezzati in ambito giornalistico “tassa sui link” e “bavaglio al web“, sono stati modificati dal Parlamento Europeo sulla base delle proposte del relatore Axel Voss.

L’art. 11 impone agli Stati Membri di assicurare agli editori una remunerazione «equa e proporzionata» a fronte dello sfruttamento commerciale on line delle proprie opere editoriali da parte dei “prestatori di servizi della società dell’informazione” con ciò permettendo agli editori -e, indirettamente, anche agli autori- di ottenere un adeguato riconoscimento economico per lo sfruttamento commerciale del proprio lavoro e dei propri investimenti, attribuendo loro maggior potere contrattuale nei confronti delle content sharing platforms.

Nella definizione di “prestatori di servizi di condivisione di contenuti online” la direttiva ha voluto escludere le microimprese e le piccole imprese, le quali pertanto non saranno oggetto delle norme citate. Allo stesso modo sono esclusi “Wikipedia”, gli “Open Source” e i meme, come le parodie.

La norma introduce le basi per far sì che la ricchezza creata dagli editori e dagli autori cessi di essere a vantaggio esclusivo delle grandi piattaforme di condivisione, ma venga “proporzionalmente” condivisa con gli editori, senza i quali non esisterebbero gli stessi contenuti.

Il paragrafo 1-bis esclude espressamente dal proprio ambito di operatività l’uso lecito dei contenuti da parte dei privati che non perseguono scopi di lucro, pertanto i diritti previsti dall’art. 11 “non impediscono l’uso legittimo privato e non commerciale delle pubblicazioni di carattere giornalistico da parte di singoli utenti”.

Non è prevista una “tassa sui link” in quanto gli stessi, definiti quali “semplici collegamenti ipertestuali accompagnati da singole parole” si potranno condividere liberamente, mentre le piattaforme dovranno pagare i diritti per i collegamenti contenenti immagini e parti di testo, i cd. snippet.

L’articolo 13, non contiene affatto, nella versione votata il 12 settembre, alcun riferimento all’obbligo di utilizzo di filtri preventivi. Semplicemente la norma prevede che i “prestatori di servizi di condivisione di contenuti online” concludano accordi di licenza “equi e adeguati” con i titolari dei diritti, poiché le piattaforme svolgono un atto di comunicazione al pubblico, in un’ottica di cooperazione tra piattaforme e titolari dei diritti d’autore.

Le content sharing platforms dovranno porre in essere dei meccanismi rapidi di reclamo, gestiti da persone fisiche, non algoritmi, per presentare ricorso contro un’eventuale ingiusta eliminazione di un contenuto.

 

Premier League: esteso l’ordine di blocco in tempo reale di streaming illegali delle partite

La Corte Suprema inglese, con decisione del 18 luglio u.s. ([2018] EWHC 1828 (Ch), The Football Association Premier contro British Telecommunications), ha concesso l’estensione dell’ordine di blocco ai flussi di streaming illegali delle partite della FA Premier League, la massima serie del campionato inglese di calcio, gestita dalla Football Association (“FA”).

Un simile ordine di blocco “in tempo reale” era stato originariamente concesso nel 2017, ([2017] EWHC 480 (Ch), The Football Association Premier League Limited contro British Telecommunications plc & Ors) a norma dell’art.s97A del Copyright, Designs and Patents Act del 1988, il quale autorizza la Corte Suprema “a concedere un’ingiunzione nei confronti di un fornitore di servizi, laddove tale fornitore di servizi abbia effettiva conoscenza del fatto che un soggetto terzo utilizzi il proprio servizio per violare il diritto d’autore”), per l’intera stagione 2017/2018, consentendo di interrompere o bloccare quasi 200.000 streaming illegali, ed è stato il primo del suo genere ad essere concesso dai tribunali del Regno Unito. A seguito della richiesta da parte della FA Premier League, di estendere tale ordine, lo stesso avrà dunque nuova validità per la stagione 2018/19, per tutte le partite di Premier League trasmesse. La FA utilizza un’avanzata tecnologia di monitoraggio video per identificare i flussi illeciti, i quali vengono notificati ai fornitori di servizi Internet, tra cui BT Sport, Sky, Virgin Media, e TalkTalk, i quali saranno obbligati a bloccare gli indirizzi IP di tutti i server che trasmetteranno le partite illecitamente.

Il sapore di un alimento non può essere tutelato dal diritto d’autore

Avv. Alessandro La Rosa

Non può essere invocata la tutela di diritto d’autore per il sapore di un alimento.

A tale conclusione è giunto l’Avvocato Generale nella controversia tra due società operanti nel settore alimentare (C-310/17, Levola Hengelo contro Smilde Foods), avente ad oggetto l’assunta violazione, da parte di una delle due, del diritto d’autore in relazione al sapore di una crema spalmabile.

In particolare, la società ricorrente, definendo l’oggetto del diritto d’autore relativo a un sapore come l’«impressione complessiva sugli organi del gusto prodotta dal consumo di un alimento, compresa la sensazione tattile percepita nella bocca», ha chiesto che il sapore della crema spalmabile fosse qualificabile come opera intellettuale di diritto d’autore.

Il tribunale olandese investito della controversia rigettava le richiesta di tutela autoriale avanzata dalla società attrice per carenza di motivazione: non erano stati esplicati quali elementi o quali combinazioni di sapore dovessero essere presenti al fine di conferire alla crema il carattere originario particolare e l’impronta personale richiesti dal diritto d’autore per la tutela di un’opera.

Contro tale decisione, la società attrice radicava giudizio d’appello finalizzato a ribaltare la decisione e ottenere una pronuncia che, corrispondentemente a quanto avvenuto con il riconoscimento dell’odore di un profumo (sentenza Lancôme, 16 giugno 2006), riconoscesse tutela come opera letteraria, scientifica o artistica protetta dal diritto d’autore anche a un sapore.

Nel giudizio d’appello si costituiva la società convenuta la quale, opponendosi alla tutelabilità del sapore, ribadiva il principio secondo cui il diritto d’autore tutelerebbe esclusivamente le opere visive e sonore, suscettibili di rappresentazione grafica. Di contro, il sapore, allo stato non rappresentabile graficamente, sarebbe caratterizzato esclusivamente dal carattere soggettivo della percezione gustativa che non consentirebbe di attribuire oggettività alla tutela autoriale reclamata.

A fronte delle lacune normative e interpretative, la Corte sospendeva il procedimento chiedendo che l’Avvocato Generale formulasse un parere in relazione a diversi quesiti di diritto tra cui la possibilità che il sapore di un alimento – come creazione intellettuale dell’autore – fosse tutelabile dal diritto d’autore.

L’avvocato Generale investito della questione, ha sviluppato il ragionamento percorrendo tre diversi livelli: il primo, relativo alla necessaria definizione unitaria tra gli Stati membri dell’opera tutelabile; il secondo relativo al carattere di originalità che deve contraddistinguere una creazione intellettuale secondo la disciplina autoriale; il terzo relativo alla qualificazione del sapore come opera non soltanto avente carattere originale, ma anche suscettibile di identificazione.

In particolare, per quanto più attiene a tale ultimo punto, nucleo centrale della questione, l’Avvocato Generale ha rilevato che l’espressione «opere letterarie ed artistiche» di cui all’articolo 2, paragrafo 1, della Convenzione di Berna, «comprende tutte le produzioni nel campo letterario, scientifico e artistico, qualunque ne sia il modo o la forma di espressione». Lo stesso articolo 2, paragrafo 1, della Convenzione di Berna contiene inoltre un elenco non esaustivo delle opere «letterarie ed artistiche» protette il quale, pur non facendo alcun riferimento ai sapori, né a opere analoghe ai sapori, quali gli odori o profumi, non li esclude espressamente.

Tuttavia, nonostante ciò, sembrerebbe che l’espressione «opere letterarie ed artistiche» faccia riferimento unicamente ad opere percepibili attraverso mezzi visivi o sonori, suscettibili, pertanto, di una rappresentazione visiva, non contemplando invece le produzioni percepibili attraverso altri sensi, quali il gusto, l’olfatto o il tatto.

Proprio la circostanza che il sapore rimanga confinato all’interno di una percezione meramente soggettiva, non suscettibile di essere rappresentata e, soprattutto, di essere valutata obiettivamente – essendo, quest’ultimo, esclusivamente legato al carattere soggettivo dell’esperienza gustativa – precluderebbe secondo le Conclusioni dell’Avvocato Generale la qualificazione dello stesso non soltanto come opera ai sensi della disciplina dettata in materia di diritto d’autore, ma anche di opera identificabile e distinguibile, non consentendo, pertanto, la sua proteggibilità.

La messa in rete di una fotografia precedentemente pubblicata, senza restrizioni, necessita sempre dell’autorizzazione del titolare del diritto d’autore

Avv. Alessandro La Rosa

Con sentenza del 7 agosto 2018 (C-161/17 – Land Nordrhein-Westfalen contro Dirk Renckhoff) la Corte di Giustizia dell’Unione Europea si è pronunciata, positivamente, sulla questione “se la messa in rete su un sito Internet di una fotografia precedentemente pubblicata, senza restrizioni e con l’autorizzazione del titolare del diritto d’autore, su un altro sito Internet, costituisca una «comunicazione al pubblico, ai sensi dell’articolo 3, paragrafo 1, della direttiva 2001/29”.

Il caso sottostante alla richiesta di rinvio pregiudiziale alla Corte aveva ad oggetto la pubblicazione di una fotografia su un sito Internet di un istituto scolastico, utilizzata a titolo illustrativo nell’ambito di un progetto curato da un’alunna di tale istituto che aveva previamente scaricato la fotografia da un altro sito web, sul quale la stessa era stata originariamente pubblicata con l’autorizzazione del suo autore. Quest’ultimo aveva quindi sostenuto di aver concesso un diritto d’uso solamente al gestore del primo sito Internet, afferma che la messa in rete della fotografia sul sito Internet della scuola costituiva invece una violazione del suo diritto d’autore.
La Corte, dato per assunto che il caricamento su un sito Internet costituisca atto di messa a disposizione, e premesso che “dai considerando 4, 9 e 10 della direttiva 2001/29 discende che quest’ultima persegue quale obiettivo principale la realizzazione di un livello elevato di protezione a favore degli autori”, e che “la nozione di «comunicazione al pubblico» dev’essere intesa in senso ampio, come espressamente enunciato dal considerando 23 di tale direttiva”, passa ad esaminare il nodo principale della questione, ovverosia se tale atto di “comunicazione” “sia rivolto ad un «pubblico nuovo», vale a dire a un pubblico che non sia già stato preso in considerazione dal titolare del diritto d’autore nel momento in cui ha autorizzato la comunicazione iniziale della sua opera al pubblico”.

Su questo tema una prima considerazione della Corte (con richiamo, sul punto, alle proprie precedenti sentenze del 31 maggio 2016, Reha Training, C‑117/15, EU:C:2016:379, punto 30; del 16 novembre 2016, Soulier e Doke, C‑301/15, EU:C:2016:878, punto 33, e del 14 giugno 2017, Stichting Brein, C‑610/15, EU:C:2017:456, punto 20) riguarda il fatto che, oltre ad avere il diritto di esprimere il proprio consenso alla comunicazione di una propria opera al pubblico, gli autori “dispongono, in forza dell’articolo 3, paragrafo 1, della direttiva 2001/29, di un diritto di natura precauzionale che consente loro di frapporsi tra eventuali utenti della loro opera e la comunicazione al pubblico che detti utenti potrebbero ritenere di effettuare, ciò al fine di vietarne la stessa”.

Ebbene secondo la Corte “un siffatto diritto di natura precauzionale sarebbe privo di efficacia pratica nell’ipotesi in cui si dovesse ritenere che la messa in rete, su un sito Internet, di un’opera precedentemente pubblicata su un altro sito Internet e con l’autorizzazione del titolare del diritto d’autore non costituisca una comunicazione ad un pubblico nuovo. Infatti, siffatta messa in rete su un sito internet diverso da quello su cui è stata effettuata la comunicazione iniziale potrebbe avere l’effetto di rendere impossibile o, per lo meno, considerevolmente più difficile l’esercizio da parte del titolare del suo diritto, di natura precauzionale, di richiedere la fine della comunicazione della medesima, eventualmente, rimuovendo l’opera da tale sito Internet sul quale quest’ultima è stata comunicata con la sua autorizzazione o revocando l’autorizzazione precedentemente accordata ad un terzo.

La Corte attribuisce dunque considerevole importanza al fatto che, in un caso come quello di specie (al contrario, ad esempio, dei casi in cui l’opera non venga “ri-caricata” su un altro sito web ex novo, ma venga semplicemente “richiamata” mediante collegamento ipertestuale al sito contenente la pubblicazione originaria, come poi la Corte illustra in dettaglio) l’opera rimarrebbe a disposizione del pubblico “anche nell’ipotesi in cui il titolare del diritto d’autore decidesse di terminare la comunicazione della sua opera sul sito Internet sul quale essa è stata inizialmente comunicata con la sua autorizzazione. Su questo punto la Corte richiama la sentenza del 16 novembre 2016, Soulier e Doke, C‑301/15, EU:C:2016:878, punto 51, per ricordare che “l’autore di un’opera deve poter porre fine all’esercizio, da parte di un terzo, dei diritti di sfruttamento in forma digitale che detenga su detta opera e vietargliene in tal modo qualsivoglia utilizzazione futura in siffatta forma, senza dover previamente affrontare altre formalità”.

Un secondo elemento preso in considerazione dai Giudici è poi rappresentato dal fatto che “l’articolo 3, paragrafo 3, della direttiva 2001/29 prevede specificamente che il diritto di comunicazione al pubblico, di cui all’articolo 3, paragrafo 1, di tale direttiva, non si esaurisce con un atto di comunicazione al pubblico o di messa a disposizione del pubblico, ai sensi di detta disposizione”, cosa che sostanzialmente avverrebbe, invece, qualora la messa in rete su un sito Internet di un’opera, precedentemente comunicata su un altro sito Internet con l’autorizzazione del titolare del diritto d’autore, non dovesse essere ritenuta alla stregua di una messa a disposizione di un pubblico nuovo di tale opera.

Come terzo elemento, la Corte ritiene oltretutto rilevante il fatto che una tale regola” priverebbe il titolare del diritto d’autore “della possibilità … di richiedere un adeguato compenso per l’utilizzo della sua opera (con richiamo sul punto al considerando 10 della direttiva 2001/29 e alla sentenza del 4 ottobre 2011, Football Association Premier League e a., C‑403/08 e C‑429/08, EU:C:2011:631, punti 107 e 108).

Non è rilevante, invece, né utile al fine di sostenere il contrario di quanto ritenuto dalla Corte (che in ciò si discosta chiaramente dal parere fornito dall’Avvocato Generale), “il fatto che, come nel procedimento principale, il titolare del diritto d’autore non abbia posto restrizioni alle possibilità di utilizzo della fotografia da parte degli internauti; a tal proposito la Corte ricorda infatti di aver già precisato “che il godimento e l’esercizio del diritto previsto dall’articolo 3, paragrafo 1, della direttiva 2001/29 non possono essere subordinati ad alcuna formalità” (il richiamo è, ancora una volta, alla sentenza del 16 novembre 2016, Soulier e Doke, C‑301/15, EU:C:2016:878, punto 50).

La conclusione raggiunta dai Giudici di Lussemburgo è dunque che “la messa in rete di un’opera protetta dal diritto d’autore su un sito Internet diverso da quello sul quale è stata effettuata la comunicazione iniziale con l’autorizzazione del titolare del diritto d’autore deve, nelle circostanze come quelle di cui al procedimento principale, essere qualificata come messa a disposizione di un pubblico nuovo di siffatta opera. Invero, in dette circostanze, il pubblico preso in considerazione dal titolare del diritto d’autore nel momento in cui ha autorizzato la comunicazione della sua opera sul sito Internet sul quale quest’ultima è stata inizialmente pubblicata è costituito dai soli utilizzatori di detto sito, e non dagli utilizzatori del sito Internet sul quale l’opera è stata ulteriormente messa in rete senza l’autorizzazione di detto titolare, o dagli altri internauti”.

La motivazione fornita dalla Corte di Giustizia non si esaurisce, comunque, in quanto appena riportato. Essa sembra infatti consapevole del fatto che quanto statuito con la sentenza in esame possa apparire in contraddizione con il principio – espresso in particolare nella sentenza del 13 febbraio 2014, Svensson e a. (C‑466/12, EU:C:2014:76, punti 25 e 26), e nella ordinanza del 21 ottobre 2014, BestWater International (C‑348/13, non pubblicata, EU:C:2014:2315, punto 16) – per cui “per quanto riguarda la messa a disposizione di opere protette mediante un collegamento cliccabile che rinvii ad un altro sito Internet sul quale era stata effettuata la comunicazione iniziale, il pubblico cui la comunicazione iniziale era diretta era costituito dal complesso dei potenziali visitatori del sito considerato in quanto, essendo a conoscenza del fatto che l’accesso alle opere su tale sito non era assoggettato ad alcuna misura restrittiva, tutti gli internauti potevano avere liberamente accesso ad esse”.

Ancora una volta in contrasto con quanto affermato dall’Avvocato Generale, essa ritiene però che proprio la differente modalità di “messa a disposizione” consenta di distinguere il caso in oggetto dai precedenti. Ancora una volta l’elemento chiave che porta la Corte a ritenere che nel caso di specie la comunicazione avvenga ad un “pubblico nuovo”, ma al tempo stesso a confermare i propri precedenti, è costituito dalla natura precauzionale dei diritti attribuiti all’autore, che resta “preservata una volta che è possibile per l’autore, nell’ipotesi in cui non voglia più comunicare la sua opera sul sito Internet in oggetto, rimuovere quest’ultima dal sito Internet sul quale essa è stata inizialmente comunicata, rendendo nullo ogni collegamento ipertestuale che rinvia ad essa. Per contro, in circostanze come quelle di cui trattasi nel procedimento principale, la messa in rete su un altro sito Internet di un’opera comporta una nuova comunicazione, indipendente rispetto alla comunicazione inizialmente autorizzata. Conseguentemente a tale messa in rete, siffatta opera potrebbe rimanere disponibile su tale sito, indipendentemente dal previo consenso dell’autore e nonostante qualsivoglia azione con la quale il titolare dei diritti decidesse di non comunicare più la sua opera sul sito Internet sul quale essa era stata inizialmente comunicata con la sua autorizzazione.

Interessante notare come nell’esprimere questo principio la Corte consideri anche che il sistema dei collegamenti ipertestuali, secondo la giurisprudenza della stessa, contribuisce “al buon funzionamento di Internet permettendo lo scambio di informazioni in tale rete caratterizzata dalla disponibilità di enormi quantità di informazioni”, mentre nessuna rilevanza potrebbe assumere il fatto che l’azione dell’alunna rientrerebbe nell’esercizio del diritto all’istruzione, in quanto “le considerazioni di cui al punto 35 della presente sentenza, relative alla nozione di «pubblico nuovo», si basano non già sulla natura educativa o meno dell’illustrazione, da parte dell’alunno, del suo progetto scolastico, bensì sulla circostanza per la quale la messa in rete di tale opera sul sito Internet della scuola ha reso la stessa accessibile a tutti i visitatori di tale sito”.

Interrograzione alla Commissione sulla diffusione non autorizzata nel territorio dell’Arabia Saudita di contenuti audiovisivi

Avv. Alessandro La Rosa

A seguito della costante attività di monitoraggio da parte delle più importanti emittenti europee è stato rilevato che il portale denominato “beoutQ”, ha diffuso illecitamente e, allo stato, continua a diffondere sul territorio saudita contenuti audiovisivi coperti da proprietà intellettuale.

Il caso “beoutQ” ha assunto particolare rilievo non soltanto per via della cappillarità attraverso il quale il portale agisce nella diffusione illecita dei contenuti, ma anche a causa della straordinaria rapidità con cui è stata organizzata la diffusione degli stessi nell’ambito di un considerevole perimetro territoriale.

Immediate sono state le segnalazioni delle violazioni provenienti sia dall’’organizzazione calcistica internazionale FIFA, dall’’organizzazione calcistica europea UEFA, dalla lega spagnola di calcio La Liga e dall’associazione governativa della Formula Uno, FIA, le quali hanno denunciato l’attività illecita su Arabsat, operatore saudita nelle comunicazioni satellitari, la quale non ha provveduto alla chiusura dei canali interessati.

La diffusione del fenomeno è stata tale da indurre la BeIN Media Group, rete sportiva con sede in Qatar che attualmente detiene i diritti esclusivi per la trasmissione di tornei di campionati europei e internazionali nella regione MENA, ad ammettere e dichiarare l’interferenza illecita nel segnale da parte del predetto portale.

Peraltro, proprio la FIFA a seguito del riscontro della violazione dei propri diritti di proprietà intellettuale sulla trasmissione e diffusione dei contenuti ha intrapreso una decisa attività di contrasto alla pirateria, chiedendo il coinvolgimento dello stesso governo sauduta.

La pericolosità del fenomeno, le sue dimensioni, nonché la capacità commerciale dimostrata dal portale hanno, di conseguenza, indotto il deposito in seno alla Commissione di un’interrogazione con richiesta di risposta scritta n. E-003871/2018 ex art 130 del Regolamento del Parlamento Europeo 2017, al fine non soltanto di focalizzare l’attenzione sul fenomeno, ma anche di individuare misure efficaci di contrasto allo stesso.

Il Memorandum d’intesa sulla pubblicità e sulla tutela dei diritti di proprietà intellettuale (IPR) online

Avv. Alessandro La Rosa

Lo scorso 25 giugno a Bruxelles 27 organizzazioni tra cui inserzionisti pubblicitari, intermediari pubblicitari e associazioni di imprese hanno firmato un Memorandum d’intesa (MoU) sulla pubblicità e sulla tutela dei diritti di proprietà intellettuale (IPR) online.

Questa importante iniziativa, incentivata e sviluppata dalla Commissione Europea, avrà quale finalità quella di ridurre e limitare il posizionamento del la pubblicità su siti Web e applicazioni mobili che violano i diritti di proprietà intellettuale altrui, ovvero diffondono merci contraffatte.

In altri termini, attraverso tale accordo si intende dare un taglio incisivo alle entrate dei siti web ovvero delle applicazioni che utilizzano illecitamente contenuti coperti da copyright, contribuendo contestualmente alla riduzione della contraffazione in rete attraverso la responsabilizzazione degli operatori del settore. Gli inserzionisti si impegnano, infatti, ad attuare misure ragionevoli per minimizzare il posizionamento della loro pubblicità sui siti web in cui siano presenti contenuti non autorizzati e a segnalare immediatamente  la stessa se presente.

Tale accordo rappresenta un ulteriore strumento nell’ambito della lotta alla contraffazione e della violazione del copyright online del quale si auspicano, a breve termine, già i primi e tangibili risultati.

Blockchain e lotta alla contraffazione

Avv. Alessandro La Rosa

La tecnologia blockchain nata e conosciuta come sistema per concludere transazioni finanziarie, grazie alle caratteristiche che la contraddistinguono (non duplicabilità, decentralizzazione, incorruttibilità, immutabilità e trasparenza) si sta facendo strada anche quale strumento di lotta alla contraffazione, come forma più incisiva di tutela dei diritti di proprietà intellettuale.

La tutela della proprietà intellettuale negli anni è stata contraddistinta da una oggettiva difficoltà di piena realizzazione a seguito dell’impossibilità di tracciare e seguire le merci dalle fasi di produzione, fino a quelle di immissione in commercio.

Tale difficoltà si è acuita con l’avvento della rete internet per mezzo della quale, se da una parte è stato semplificato l’accesso alle informazioni immediatamente fruibili e condivisibili, opportunità questa che ha incentivato l’attività illecita di pirati e contraffattori, dall’altra è stata offerta la possibilità di ottenere, in tempi ristretti, una varia gamma di prodotti la cui provenienza, non sempre, è suscettibile di facile individuazione.

Negli anni le azioni poste in essere da istituzioni e operatori del sistema per fronteggiare la contraffazione sono state indirizzate alla verifica dell’autenticità dei prodotti e al monitoraggio della catena di approvvigionamento attraverso sistemi quali l’identificazione con radiofrequenza, i controlli doganali e le banche dati specializzate, tra cui l’Enforcement Database dell’EUIPO.

Tuttavia, tali sistemi intervenendo in fasi diverse, e molto spesso senza avere alcuna interazione tra loro, hanno reso inefficace o, perlomeno, parziale la tutela della proprietà intellettuale.

Uno degli strumenti individuati per risolvere le inefficienze delle misure a sostegno della lotta alla contraffazione è stato recentemente individuato proprio nella blockchain che non sostituirà gli strumenti oggi utilizzati, ma cercherà di creare una sinergia tra loro, rafforzandoli attraverso la marcatura temporale, con sicurezza crittografica, e monitorando i cambiamenti di stato che il prodotto potrebbe subire.

L’idea di fondo nasce dallo studio delle dinamiche che caratterizzano la tecnologia blockchain, ossia la tecnologia che attraverso la sua “catena di blocchi” è in grado di realizzare un “registro pubblico e decentralizzato” in cui poter non solo registrare e sincronizzare ogni tipo di transazione, ma anche salvare qualsiasi tipologia di file.

L’innovatività e l’efficienza dell’applicazione della predetta tecnologia anche nella tutela della proprietà intellettuale risiede nel meccanismo di registrazione e sincronizzazione delle differenti operazioni attraverso cui si creano e si commercializzano i prodotti (materiali o immateriali), attribuendo loro, mediante il procedimento proprio della blockchain, le caratteristiche della incorruttibilità e non duplicabilità.

Tecnicamente, tale procedimento si basa sull’utilizzo delle funzioni crittografiche dell’hash, ossia, il risultato della trasformazione di un qualsiasi input in un output fisso, intangibile e incorruttibile.

All’input che potrebbe essere un qualsiasi file (una lettera, un file mp3, un documento di testo, un film) indipendentemente dalla sua grandezza misurata in byte viene applicato un “Hashing Algorithm” che, attraverso una serie di calcoli, produce un numero finito di caratteri che potranno riferirsi solo ed esclusivamente all’input originario.

A seguito di tale processo crittografico viene individuata l’impronta digitale del file, attraverso cui, a sua volta, è possibile determinare se questo sia stato o meno alterato. Ciò consente, pertanto, di certificare la proprietà e la data di un determinato documento, prodotto o transazione, operazione che, se applicata, potrebbe cristallizzare le informazioni circa la provenienza di un prodotto in maniera incorruttibile e inalterabile.

La tecnologia blockchain sta trovando i primi tentativi di applicazione non soltanto nel mercato digitale (opere d’arte digitali comprese https://www.previti.it/2018/06/autenticazione-artistica-e-nuove-tecnologie-blockchain-e-qr-code/) ma, recentemente, è stata utilizzata anche per tracciare i prodotti all’interno della filiera agroalimentare e i medicinali, tecnologia che se adattata potrà operare anche contro la contraffazione di beni di lusso e di prodotti tecnologici.

Peraltro, l’interesse nei confronti di tale nuova tecnologia nella lotta alla contraffazione è stato tale per cui, recentemente, l’EUIPO ha indetto un bando di concorso finalizzato allo studio e all’applicazione del potenziale della tecnologia blockchain al fine di creare una soluzione integrata per la lotta alla contraffazione, collegando le soluzioni già esistenti sul mercato con i database pubblici sulla proprietà intellettuale, proprio attraverso lo strumento blockchain.

L’obiettivo in un futuro che sembra essere sempre più prossimo sarà quello di sviluppare un’infrastruttura che attraverso uno strumento non clonabile né falsificabile, collegato al prodotto fisico e registrato sulla blockchain, possa consentire l’immediata verifica della sua autenticità, informando e attivando contestualmente i titolari dei diritti di proprietà intellettuale nel caso in cui dovesse essere rilevata una contraffazione.

 

Tribunale delle Imprese di Roma: la pubblicazione delle opere di Mediaset attraverso Dailymotion deve essere autorizzata

Avv. Alessandro La Rosa

Già lo scorso 22 febbraio, con provvedimento emesso inaudita altera parte, il Tribunale delle Imprese di Roma aveva ordinato a Dailymotion, video sharing platform francese controllata al 100% dal Gruppo Vivendi, di rimuovere immediatamente tutti i video estratti dal noto reality Mediaset «L’Isola dei famosi», caricati dagli utenti senza alcuna autorizzazione. Con la recentissima ordinanza del 28 giugno c.a., l’Autorità giudiziaria ha confermato che Dailymotion fornisce un servizio che va ben al di là della mera fornitura di attrezzature tecniche per la memorizzazione di materiale audiovisivo e, pertanto, compie un atto di comunicazione al pubblico di opere tutelate dal diritto d’autore che presuppone l’autorizzazione del titolare dei diritti. Dailymotion, si legge nel provvedimento, “è consapevole” che attraverso i propri servizi “rende possibile” o quanto meno “agevola” l’accesso a opere di terzi da parte dei propri clienti che, conformemente a quanto stabilisce la costante giurisprudenza della Corte di Giustizia UE, vanno considerati pubblico nuovo” rispetto ai telespettatori del programma Mediaset.

Con l’ordinanza in questione il primo giudice cautelare ha confermato integralmente il provvedimento emesso inaudita altera parte il 22 febbraio u.s..

In particolare confermando che la pubblicazione attraverso Dailymotion di contenuti video Mediaset necessita della preventiva autorizzazione del titolare dei diritti (“la fornitura e la gestione di una piattaforma di condivisione on-line come quella del tipo in oggetto integra un atto di comunicazione, ai sensi dell’art.3, paragrafo 1, della direttiva CE 29/2001, e, quindi, rientra tra gli atti che richiedono, per la loro effettuazione, l’autorizzazione dei titolari di diritti esclusivi sull’opera creativa oggetto di comunicazione (sul punto cfr. in particolare la sentenza della CGE del 14.6.2017 Brein vs Ziggo)” e che Dailymotion non può essere considerata un hosting “passivo” (“emerge che il portale gestito dalla società resistente non sia una semplice piattaforma di condivisione, ma un portale che consente una facile e svariata scelta, con una semplice consultazione, di numerosissimi filmati e/o frammenti di filmati in massima parte opera di terzi non casualmente immessi dagli utenti, ma catalogati ed organizzati in specifiche categorie a cui sono collegati preselezionati messaggi pubblicitari, con la presenza di suggerimenti sulla consultazione di alcune pubblicazioni in base al tema oggetto degli stessi, il tutto regolamentato da una serie di regole di utilizzo del sito”).

Con l’ulteriore conseguenza che il Giudice romano non ha ritenuto “condivisibile la giurisprudenza che limita il ruolo attivo dell’hosting al solo caso in cui il gestore operi (manipolandolo ndr) sul contenuto sostanziale del video registrato sulla piattaforma, valorizzando l’indicazione fornita nel “considerando n.43 della direttiva”.

L’ordinanza del Tribunale delle Imprese di Roma, nel confermare il consolidato orientamento della stessa Sezione Impresa, si pone in piena sintonia con la recente proposta europea di direttiva del diritto d’autore nel mercato unico digitale. Tale proposta, infatti, chiarisce che le piattaforme di condivisione di contenuti protetti forniscono un servizio che necessita della preventiva autorizzazione, tramite accordi di licenza, dei titolari dei diritti sui detti contenuti e che, in considerazione delle specificità del servizio reso, non è applicabile il regime di limitazione della responsabilità attualmente previsto per i meri intermediari “passivi” dalla direttiva sul commercio elettronico.