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Diffamazione attraverso Facebook e Instagram, portata territoriale dell’ordine di rimozione

Il Tribunale di Milano, con ordinanza del 17 giugno 2020, si è pronunciato sulla legittimità di un’ordinanza cautelare che, in accoglimento del ricorso di un manager diffamato dall’ex compagna attraverso le piattaforme dei social network Instagram e Facebook, ordinava alle suddette società la rimozione di tutti i contenuti contestati, a livello mondiale.
 
L’hosting provider

Il Tribunale ha dapprima inquadrato Instagram e Facebook quali hosting provider, inquadrabili nella disciplina del D.Lgs. n. 70 del 2003, art. 16 – a mente del quale l’hosting provider risponde ove non abbia immediatamente rimosso i contenuti illeciti comunicati al pubblico tramite i propri servizi o abbia continuato a pubblicarli, se ricorrono congiuntamente le seguenti condizioni:

  1. sia a conoscenza legale dell’illecito, anche a causa della comunicazione del titolare dei diritti;
  2. possa ragionevolmente constatare l’illiceità dell’altrui condotta, conformemente al canone della diligenza professionale;
  3. si possa attivare utilmente a tutela di tali contenuti protetti, in quanto sufficientemente a conoscenza dei materiali illeciti da rimuovere.
Principio di proporzionalità

Con riferimento alla portata territoriale dell’ordine di rimozione delle informazioni oggetto di ingiunzione, il Tribunale, citando le conclusioni dell’Avvocato Generale presentate il 4.6.2019, nella causa C-18/18, ha affermato come “il giudice di uno Stato membro possa, in teoria, statuire sulla rimozione delle informazioni, manifestamente illecite, diffuse a mezzo Internet a livello mondiale. Tuttavia, come condivisibilmente sottolineato dall’Avvocato generale nelle richiamate conclusioni, “a causa delle differenze esistenti fra le leggi nazionali, da un lato, e la tutela della vita privata e dei diritti della personalità da esse prevista, dall’altro, e al fine di rispettare i diritti fondamentali ampiamente diffusi, un siffatto giudice deve adottare piuttosto un atteggiamento di autolimitazione. Tale autolimitazione si realizza attraverso l’applicazione del principio di proporzionalità.”

Estensione territoriale

Con riferimento quindi all’estensione territoriale di tale rimedio, in applicazione del principio di proporzionalità, in ragione della tipologia di contenuti pubblicati, delle caratteristiche del soggetto denigrato (il quale non svolge alcun ruolo pubblico) e dell’autore delle pubblicazioni (la ex compagna del ricorrente) e delle espressioni utilizzate (che in più parti fanno riferimento a vicende dal carattere privato, legate, ad esempio, alla sua volontà di non riconoscere il figlio), il Tribunale ha ritenuto che l’ordine di rimozione fosse idoneo a garantire una tutela effettiva senza necessità di estensione a tutto il mondo. Dovendosi pertanto effettuare la rimozione con riferimento ai soli Stati Europei.

Determinatezza della domanda

Rispetto al merito dei commenti oggetto di contestazione, il Tribunale ha altresì rigettato la domanda volta ad ottenere la rimozione dei contenuti “che rimandino direttamente e indirettamente al nostro assistito recando i nomi allo stesso riconducibili”, in quanto indeterminata, sul presupposto che “l’accoglimento della stessa porterebbe ad un’inammissibile censura preventiva rispetto a contenuti che, in modo lecito, ben potrebbero contenere osservazioni o critiche legittime rivolte nei confronti del ricorrente”.

Avv. Ginevra Proia
 

Facebook e la raccolta dati in Germania: l’antitrust perimetra l’area di incidenza

Avv. Vincenzo Colarocco

Il Bundeskartellamt (l’Antitrust tedesco) ha deciso di imporre a Facebook severe restrizioni nei casi di elaborazione dei dati che prevedano una combinazione di dati estrapolati da diverse fonti, come per esempio WhatsApp e Instagram. Questa authority, infatti, è dell’opinione che la sconfinata raccolta di dati da più fonti e la fusione degli stessi costituisca un abuso di posizione dominante. In più, i termini d’uso proposti dall’azienda californiana nonché le stesse modalità di raccolta ed utilizzo dei dati costituirebbero, secondo il Bundeskartellamt, una violazione del GDPR.

Si legge, infatti, nella decisione che secondo i termini d’uso di Facebook l’utilizzo del social network da parte degli utenti comporta il trattamento dei loro dati in relazione sia al sito web Facebook, sia alla sua app mobile, sia ai servizi WhatsApp e Instagram, ed ancora ai siti terzi che gli utenti visitino durante la navigazione Internet. Tale mole di dati vengono attribuiti all’account Facebook dell’utente ma, secondo il Bundeskartellamt, verrebbero trattati senza consenso dello stesso, rendendo così il trasferimento illecito. Per l’autorità tedesca, al fine di trattare i dati provenienti dai diversi servizi del gruppo, come WhatsApp e Instagram,  sarà necessario, per Facebook, ottenere il consenso informato dell’utente stesso, in assenza del quale, i dati dovranno rimanere attribuiti al servizio che li ha raccolti e, quindi, non potranno essere elaborati assieme agli altri. Ugualmente per i dati raccolti dalla navigazione su siti terzi (ad esempio quando l’utente condivide sulla sua bacheca un link esterno a Facebook). L’autorità federale ci tiene a sottolineare la posizione dominante di cui Facebook gode sul mercato tedesco. Questo infatti conta 23 milioni di utenti attivi quotidianamente, equivalenti a un market share di oltre il 95% per gli utenti giornalieri e di oltre l’80%, cifre queste caratteristiche di un monopolio. Il Bundeskartellamt ha altresì chiesto al colosso di Menlo Park di presentare, entro 12 mesi, delle proposte volte ad attuare i cambiamenti richiesti. Ad ogni modo, la decisione dell’autorità di vigilanza non è definitiva e Facebook non ha tardato a richiedere appello avverso la stessa presso l’Alto tribunale regionale di Düsseldorf. Secondo i legali della compagnia, l’autorità federale non avrebbe tenuto conto della concorrenza che Facebook ha in Germania affermando, inoltre, che questa avrebbe male interpretato la compliance con il GDPR, mettendo in serio pericolo così l’omogeneità degli standard per la protezione dei dati  nel vecchio continente.