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Responsabilità extracontrattuale e puntuazioni scritte: rileva il comportamento delle parti

Con sentenza del 22 giugno 2020, n. 12107, la Corte di legittimità ha ribadito il principio secondo cui le puntuazioni scritte non danno luogo ad un vincolo contrattuale, ma sono utili a valutare i comportamenti delle parti in relazione al programma di conduzione delle trattative concordato.

Il caso in esame

Il promettente venditore, odierno ricorrente, a seguito della sottoscrizione della proposta di acquisto di un immobile, si rifiutava di procedere alla stipula del preliminare di vendita, adducendo come motivazione la presenza di impedimenti tecnici gravanti sull’immobile. Il Giudice di merito ne accertava la responsabilità per ingiustificata rottura delle trattative, qualificandola come di natura extracontrattuale. La Corte d’Appello respingeva il gravame proposto dalla parte soccombente.

La dichiarazione di intenti e le puntuazioni scritte

La Corte ha ritenuto che le parti non avessero stipulato un preliminare del preliminare, che, come affermato dalle Sezioni Unite del 2015, dà luogo ad un contratto a tutti gli effetti, bensì che avessero sottoscritto una dichiarazione di intenti nel corso delle trattative precontrattuali. Pertanto la puntuazione, formalmente indicata per iscritto dalle parti, ha rappresentato, nel caso in esame, solamente una messa a punto del programma di trattativa.

Il comportamento delle parti

A fornire il quadro indiziario della responsabilità precontrattuale è il comportamento tenuto dalle parti sia prima della fase precontrattuale, sia durante le trattative che successivamente alla loro rottura. E la puntuazione sottoscritta dalle parti in causa, sebbene priva di valore contrattuale, risulta essere utile per valutare tale comportamento in relazione al programma di conduzione delle trattative che era stato concordato dalle parti stesse.

Conclusioni

In applicazione a tale principio, la Corte ha tralasciato il riferimento agli impedimenti tecnici, addotti dal ricorrente come motivo di rottura delle trattative, per incentrarsi sull’osservazione dei comportamenti delle parti e, valutata la condotta del ricorrente come contraria a buona fede, ha dichiarato l’inammissibilità del ricorso.

Avv. Andrea Bernasconi e Dott.ssa Evita Zaccaria

Restituzione dei versamenti al socio: è onere del socio provare la natura dei versamenti (Cass. Sez. I civ. 4261/2020)

Avv. Andrea Bernasconi

Con sentenza del 19 febbraio 2020, n. 4261, la Corte di Cassazione ha ribadito che  in caso di domanda da parte del socio di una società di capitali diretta alla restituzione di somme da lui precedentemente versate in favore della stessa società, egli ha l’onere di dimostrare che detto versamento sia stato eseguito per un titolo che giustifichi la pretesa di restituzione. Tale prova deve derivare non tanto dalla denominazione con la quale il versamento è stato registrato nelle scritture contabili della società, quanto soprattutto dal modo in cui concretamente è stato attuato il rapporto, dalle finalità pratiche cui esso appare essere diretto e dagli interessi che vi sono sottesi.

Occorre pertanto accertare quale sia stata la reale intenzione dei soggetti tra i quali il rapporto si è instaurato, verificando, secondo le regole interpretative della volontà negoziale, se tra socio e società sia intercorso un rapporto di finanziamento inquadrabile nello schema del mutuo o se sia intervenuto un contratto atipico di conferimento di capitale diretto unicamente ad incrementare il patrimonio sociale, poiché solo nel primo caso il socio potrebbe vantare un diritto restitutorio in forza di un rapporto di credito.

In difetto di più specifiche indicazioni circa la natura e le condizioni del finanziamento, la denominazione con cui le somme versate sono state annotate nella contabilità sociale non è di per sé sufficiente per attribuire al versamento una natura piuttosto che un’altra.

 

Concorrenza sleale parassitaria quando sussiste l’imitazione servile del prodotto (Corte di Cassazione – Sez. I civ. – Ordinanza 7 febbraio 2020 n. 2980)

Avv. Andrea Bernasconi

La Corte di Cassazione, con ordinanza n. 2980 del 7 febbraio 2020, in materia di concorrenza sleale, ha precisato che: “La vendita sottocosto (o comunque a prezzi non immediatamente remunerativi) è contraria ai doveri di correttezza ex art. 2598 c.c., comma 1, n. 3, solo se si connota come illecito antitrust, in quanto posto in essere da una impresa in posizione dominante e praticata con finalità predatorie”.

In sostanza, non sussiste un divieto generale di vendita sottocosto, ma il divieto sussiste solo quando l’impresa che la pone in essere riveste già una posizione dominante sì da conseguire un monopolio dei prodotti posizionati sul mercato ad un costo particolarmente basso con l’intenzione di riaprire, una volta soppressa la concorrenza, la prospettiva di una successiva libera manipolazione dei prezzi al rialzo a danno sia degli stessi consumatori, che del mercato.

La Corte di Cassazione, a chiosa del principio inizialmente espresso, nella stessa ordinanza ha ribadito che “La vendita sottocosto è favorevole ai consumatori ed al mercato, sino a quando non giunga alla soppressione della concorrenza, e, perciò, si traduca in un danno per gli stessi consumatori ed il mercato, onde solo in tale ultima situazione si realizza l’illecito concorrenziale da dumping interno”.

Lo stesso orientamento è stato già ampiamente condiviso anche dalla giurisprudenza europea che, in diverse pronunce, ha infatti censurato il divieto generale di vendita sottocosto (ex multis: Corte giustizia Unione Europea 19 ottobre 2017, n. 295/16).

Patto fiduciario con bene immobiliare (Corte di Cassazione SS.UU. Civ., n. 6459 del 06.03.2020), libertà di forma

Avv. Andrea Bernasconi

Per il patto fiduciario con oggetto immobiliare che si innesta su un acquisto effettuato dal fiduciario per conto del fiduciante, non è richiesta la forma scritta ad substantiam.Così si sono espresse Le Sezioni Unite Civili, con la sentenza n. 6459 del 6 marzo 2020, in materia di contratti.

Le SS.UU. della Corte di Cassazione hanno ritenuto non condivisibile l’idea che il patto fiduciario debba necessariamente rivestire la forma scritta ai fini della sua validità perché, se così fosse, si dovrebbe escludere la validità di tutti quegli atti negoziali posti in essere nell’ambito dei rapporti relazionali (es: si pensi ai rapporti di parentela e di coniugio). Se le parti non hanno formalizzato il loro accordo fiduciario in una scrittura privata, ma lo hanno concluso verbalmente, potrà porsi al più un problema di prova, non di validità del pactum.

Alla luce di ciò, le SS. UU. della Corte di Cassazione sono giunte alla conclusione che “la dichiarazione unilaterale scritta dal fiduciario, ricognitiva dell’intestazione fiduciaria dell’immobile e promissiva del suo ri-trasferimento al fiduciante, non costituisce autonoma fonte di obbligazione, ma, rappresentando una promessa di pagamento, ha soltanto effetto confermativo del preesistente rapporto nascente dal patto fiduciario, realizzando, ai sensi dell’art. 1988 c.c., una astrazione processuale della causa, con conseguente esonero a favore del fiduciante, destinatario della contra se pronuntiatio, dell’onere della prova del rapporto fondamentale, che si presume fino a prova contraria”.

Società di capitali a lungo termine: illegittimo il recesso ad nutum del socio (cass. 4716/2020)

Avv. Andrea Bernasconi

È illegittimo il recesso ad nutum del socio di una S.p.A. avente durata determinata fino al 2100, in quanto non trova applicazione estensiva il principio espresso dall’art. 2437, comma 2, c.c. in materia di recesso del socio nelle società di capitali costituite a tempo indeterminato. Non è infatti possibile assimilare, con riferimento alle società di capitali, una società contratta per un tempo lungo ad una contratta a tempo indeterminato.

Questo è il principio di diritto affermato nella sentenza della Corte di Cassazione Sezione Prima 21 Febbraio 2020, n. 4716, che ha rigettato la tesi volta ad equiparare una società per azioni avente un termine di durata particolarmente lungo ad una società dello stesso tipo costituita a tempo indeterminato al fine di dare applicazione all’ipotesi di recesso ad nutum del socio prevista dall’articolo 2437 comma 2 c.c..

La Suprema Corte è arrivata a questa decisione, dichiarando conseguentemente illegittimo il recesso ad nutum esercitato dal socio di una società per azioni costituita con una durata determinata fino al 2100, attraverso l’interpretazione rigida e letterale dell’art. 2437 c.c., che limita tassativamente la possibilità di recedere ad nutum al solo caso di società di capitali contratta a tempo indeterminato. La decisione in oggetto scaturisce anche da una necessaria valutazione sistematica che la Corte ha effettuato in relazione alla differente disciplina dettata per le società di capitali rispetto a quella prevista per le società di persone, all’esigenza di certezza cui è informata tutta la disciplina societaria, nonché alla tutela dei creditori, che hanno tutto l’interesse al mantenimento dell’integrità del patrimonio sociale, poiché nelle società di capitali è solo su quel patrimonio che essi possono far affidamento. Tale interpretazione deve tanto più valere per le società per azioni ove “va effettuata una comparazione tra l’interesse del socio di S.p.A. a dismettere il suo investimento e l’interesse del resto della compagine e della società stessa di portare avanti il progetto imprenditoriale, facendo affidamento sulle risorse presenti e sulla certezza delle stesse, connesso all’interesse dei terzi creditori, che, a loro volta, fanno affidamento sulla generica garanzia costituita dall’intero patrimonio sociale”.

Consiglio Notarile di Milano – Massima n. 187 – 11 marzo 2020 – Intervento in assemblea mediante mezzi di telecomunicazione (art. 2370, comma 4, c.c.)

Avv. Andrea Bernasconi

L’intervento in assemblea mediante mezzi di telecomunicazione – ove consentito dallo statuto ai sensi dell’art. 2370, comma 4, c.c., o comunque ammesso dalla vigente disciplina – può riguardare la totalità dei partecipanti alla riunione, ivi compreso il presidente, fermo restando che nel luogo indicato nell’avviso di convocazione deve trovarsi il segretario verbalizzante o il notaio, unitamente alla o alle persone incaricate dal presidente per l’accertamento di coloro che intervengono di persona (sempre che tale incarico non venga affidato al segretario verbalizzante o al notaio).

Le clausole statutarie che prevedono la presenza del presidente e del segretario nel luogo di convocazione (o comunque nel medesimo luogo) devono intendersi di regola funzionali alla formazione contestuale del verbale dell’assemblea, sottoscritto sia dal presidente sia dal segretario. Esse pertanto non impediscono lo svolgimento della riunione assembleare con l’intervento di tutti i partecipanti mediante mezzi di telecomunicazione, potendosi in tal caso redigere successivamente il verbale assembleare, con la sottoscrizione del presidente e del segretario, oppure con la sottoscrizione del solo notaio in caso di verbale in forma pubblica”.

Recependo le disposizioni che il Governo ha emanato per fronteggiare il periodo d’emergenza provocato dal COVID-19 (DMCM 8 marzo 2020), tra le quali la previsione, in tutti i casi possibili, dello svolgimento di riunioni, in modalità di collegamento da remoto, vietando contestualmente adunanze e assembramenti di persone in ogni luogo e circostanze, il Consiglio Notarile di Milano ha adottato in data 11 marzo 2020 la massima n. 187, con la quale fornisce delle linee guida per lo svolgimento delle assemblee societarie in teleconferenza.

Le norme del codice civile dettate in materia di società di capitali prevedono la possibilità che gli Statuti autorizzino soci e amministratori ad intervenire nelle assemblee e nei consigli di amministrazione mediante “mezzi di telecomunicazione”.

In tale contesto normativo la massima dei notai milanesi interviene, in particolare, sia sulla prassi invalsa negli statuti sociali di prevedere la presenza del presidente e del segretario nel luogo di convocazione (o comunque nel medesimo luogo), sia sul regime normativo speciale in essere dovuto alla contingenza attuale, precisando che in entrambi i casi è validamente costituito un consenso “da remoto” anche se si trovino nel luogo indicato nell’avviso di convocazione il solo segretario incaricato di verbalizzare o il notaio, (e, se diverse, le diverse persone che hanno il compito di verificare l’identità di coloro che sono presenti personalmente).

Lo scopo delle clausole statutarie che prevedono la presenza contestuale di presidente e segretario è, infatti, quello di garantire la formazione del verbale, adempimento redazione che di per sé, precisano i notai, può essere assolto anche in un momento successivo allo svolgimento dell’assemblea mediante la sottoscrizione del verbale da parte del presidente e del segretario, oppure con la sottoscrizione del solo notaio in caso di verbale in forma pubblica.

Esclusione del socio moroso di s.r.l. conservazione del diritto di controllo del medesimo sugli affari sociali (Corte di Cassazione n. 1185/2020)

Avv. Andrea Bernasconi

La Prima Sezione civile della Corte di Cassazione, con la sentenza n. 1185 del 23 gennaio 2020, in materia di morosità del socio di s.r.l., ha affermato il seguente principio di diritto: “nel caso di mora del socio nell’esecuzione dei versamenti, dovuti alla società a titolo di conferimento per il debito da sottoscrizione dell’aumento del capitale sociale deliberato dall’assemblea nel corso della vita della società, il socio non può essere escluso, essendo egli titolare della partecipazione sociale sin dalla costituzione della società”.

Nell’esame complessivo della vicenda, la Suprema Corte si occupa in primo luogo dell’applicabilità dell’articolo 2466 c.c. al socio moroso, non solo quando il debito derivi dal mancato conferimento iniziale, ma anche quando il debito origini dal mancato versamento in un aumento di capitale.

La norma, in sostanza, descrive un procedimento che trova il suo necessario presupposto nella preventiva diffida al socio ad eseguire i conferimenti dovuti entro il termine di trenta giorni, e si chiude, eventualmente, con l’esclusione del socio moroso e la conseguente riduzione nominale del capitale.

Tale procedimento mira a preservare l’effettività del capitale sociale e la situazione patrimoniale della società, tutela che afferma la Corte “non ha ragione di essere limitata (…) ai conferimenti iniziali, essendo essa applicabile –in via diretta, e non estensiva od analogica – all’esecuzione dei conferimenti in sede di successivo aumento di capitale”.

Tuttavia, tenuto conto di tali circostanze, e fatto salvo solo il caso in cui lo statuto preveda l’indivisibilità della quota, deve ritenersi illegittima la decisione dell’assemblea di avviare procedura di vendita in danno del socio moroso per l’intera partecipazione sociale posseduta dal socio, ivi compresa la quota originariamente sottoscritta e liberata in sede di conferimento iniziale. L’assemblea, dovrebbe, in ossequio ai principi di correttezza e buona fede dei rapporti societari, deliberare la riduzione del capitale sociale solo per la frazione di capitale corrispondente al debito di sottoscrizione derivante dall’aumento non onorato e non per la parte di cui il socio fosse titolare prima della deliberazione di aumento.

La Corte chiosa affermando un altro principio di diritto, secondo il quale “il socio moroso di società a responsabilità limitata non è ammesso, secondo il disposto dell’art. 2466 c.c., ad esprimere il proprio voto nelle decisioni e deliberazioni assembleari, ma non perde anche il diritto di controllo sugli affari sociali, ai sensi dell’art. 2476, comma 2, c.c., sino a che egli resti parte della compagine societaria in esito al procedimento intrapreso dagli amministratori”.

Pertanto il socio moroso, fino al completamento del procedimento di vendita coattiva o di esclusione, non cessa di essere socio: il voto resta “sospeso” durante l’arco di tempo in cui permane la morosità (quale misura sanzionatoria e sollecitatoria dell’adempimento) ma ciò non preclude gli altri diritti, tra cui quelli di informazione e di ispezione perché atti a garantire – in special modo in ipotesi di conflitto tra soci – il principio di trasparenza sulla gestione societaria.

FAQ Coronavirus – Diritto societario e commerciale

L’epidemia sta influendo notevolmente sulla gestione dei rapporti contrattuali, in quanto l’adempimento delle obbligazioni assunte risulta spesso ostacolato o del tutto impedito. Per valutare se la situazione contingente è tale da giustificare il ritardo o l’inadempimento delle obbligazioni ed elidere la responsabilità dei debitori, bisogna tenere in considerazione una pluralità di fattori, quali, ad esempio, l’applicabilità della legge italiana o di altro ordinamento, l’oggetto dei contratti, i fatti portati a sostegno e l’impraticabilità di soluzioni alternative per l’adempimento.

Ultimo aggiornamento il 16 marzo 2020 Continua a leggere