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La Cassazione precisa l’ambito di impugnabilità di una transazione

Avv. Francesca Frezza

In materia di atti abdicativi di diritti del lavoratore subordinato, le rinunce e le transazioni aventi ad oggetto diritti del prestatore di lavoro previsti da disposizioni inderogabili di legge o di contratti collettivi, contenute in verbali di conciliazione conclusi in sede sindacale, non sono impugnabili, a condizione che l’assistenza prestata dai rappresentanti sindacali – della quale non ha valore equipollente quella fornita da un legale – sia stata effettiva, così da porre il lavoratore in condizione di sapere a quale diritto rinunci e in quale misura, nonché, nel caso di transazione, a condizione che dall’atto stesso si evincano la questione controversa oggetto della lite e le reciproche concessioni in cui si risolve il contratto transattivo ai sensi dell’art. 1965 cod. civ.

Un agente di una azienda commerciale impugnava innanzi al Tribunale di Palermo una transazione sottoscritta con la quale aveva rinunciato a spettanze dovutegli, sostenendo l’invalidità dell’accordo transattivo per la mancanza della necessaria bilateralità delle reciproche concessioni, la mancanza di prova della sua iscrizione al sindacato di appartenenza del rappresentante sindacale intervenuto in sede di accordo transattivo, e l’incidenza della violenza morale esercitata dalla società all’atto della sottoscrizione dell’accordo; Il Tribunale respingeva la domanda con sentenza confermata in sede di appello.

La Corte di Cassazione con sentenza n. 9006 del 1° aprile 2019, ritenuto che il giudizio sulla violenza morale atteneva ad una valutazione rimessa al giudice del merito ha respinto  il ricorso evidenziando che le rinunce e le transazioni aventi ad oggetto diritti del prestatore di lavoro previsti da disposizioni inderogabili di legge o di contratti collettivi, contenute in verbali di conciliazione conclusi in sede sindacale, non sono impugnabili, a condizione che l’assistenza prestata dai rappresentanti sindacali – della quale non ha valore equipollente quella fornita da un legale – sia stata effettiva, così da porre il lavoratore in condizione di sapere a quale diritto rinunci e in quale misura. Dall’atto di transazione, si devono evincere le questioni controverse oggetto della lite e le reciproche concessioni in cui si risolve il contratto transattivo ai sensi dell’art. 1965 cod. civ. tra le quali rientra anche la rateizzazione di un credito immediatamente esigibile. La Cassazione ha infine rilevato che per res dubia si intende l’incertezza, almeno nell’opinione delle parti, circa il rapporto giuridico intercorrente tra le stesse e le rispettive contrapposte pretese e le reciproche concessioni senza che di tali pretese sia necessaria l’esteriorizzazione e senza che acquisti rilievo l’eventuale squilibrio tra il datum ed il retentum. La Corte ha infine ricordato che il giudice non è tenuto a valutare la congruità delle determinazioni delle parti rispetto alle reciproche concessioni dovendo solo accettarne la reale volontà negoziale.

La Cassazione ribadisce che l’opposizione nel cd rito Fornero non è una revisio prioris istantiae

Avv. Francesca Frezza

Nel corso di un giudizio avverso un licenziamento disciplinare intimato da un istituto di credito conclusosi, nella fase sommaria, con una condanna al pagamento di un indennizzo, il Tribunale di Caltanissetta, nella fase di opposizione attivata dal lavoratore che insisteva nella reintegra nel posto di lavoro, dichiarava l’inammissibilità dell’opposizione incidentale dell’istituto in quanto formulata decorso il termine di 30 giorni.

La decisione veniva confermata dalla Corte di Appello territoriale.

La Corte di Cassazione con ordinanza n. 13025 del 15 maggio 2019, nel riformare la decisione ha ribadito il proprio  orientamento per il quale nel rito cd. Fornero, in caso di soccombenza reciproca nella fase sommaria e di opposizione di una sola delle parti, l’altra parte può riproporre nella fase a cognizione piena, con la memoria difensiva, le domande e le eccezioni non accolte, anche dopo la scadenza del termine per presentare autonoma opposizione e senza necessità di formulare una domanda riconvenzionale con relativa istanza di fissazione di una nuova udienza ai sensi dell’art. 418 c.p.c., atteso che l’opposizione non ha natura impugnatoria, ma produce la riespansione del giudizio, chiamando il giudice di primo grado ad esaminare l’oggetto dell’originaria impugnativa di licenziamento nella pienezza della cognizione integrale.

Legittimo il licenziamento se finalizzato ad una migliore efficienza

Avv. Francesca Frezza

Il giustificato motivo oggettivo si sostanzia in ogni modifica della struttura organizzativa dell’impresa che abbia quale suo effetto la soppressione di una determinata posizione lavorativa, indipendentemente dall’obiettivo perseguito dall’imprenditore, sia esso, cioè, una migliore efficienza, un incremento della produttività— e quindi del profitto— ovvero la necessità di far fronte a situazioni economiche sfavorevoli o a spese straordinari

Corte d’Appello di Palermo confermava la sentenza del Tribunale della stessa sede nella parte in cui aveva accolto la domanda proposta da un lavoratore nei confronti del datore di lavoro per l’impugnazione del licenziamento intimatogli per giustificato motivo oggettivo. A fondamento della decisione assunta sul licenziamento la Corte territoriale osservava essere pacifico— ed attestato dai documenti— che il bilancio dell’impresa nell’anno antecedente al licenziamento aveva registrato un utile di esercizio ed una riduzione delle passività. Dalle scritture contabili e dalle deposizioni dei testi emergeva sì un leggero calo dei profitti ma i risultati di gestione erano rimasti positivi e, soprattutto, le grandezze economiche non erano sufficienti a dimostrare la ricorrenza di una congiuntura sfavorevole non meramente contingente influente in modo decisivo sull’andamento dell’attività, tanto da imporre la risoluzione del rapporto di lavoro. Tanto più che il datore di lavoro aveva posto rimedio a tale situazione, provvedendo alla trasformazione del rapporto di lavoro di altri dipendenti da full time in part-time; soluzione che il ricorrente aveva rifiutato e per tale ragione la società deduceva di aver dovuto provvedere al licenziamento.

La Corte di Cassazione adita dal datore di lavoro con ordinanza n. 19302 del 18 luglio 2019 accoglieva il ricorso affermando che il controllo in sede giudiziale della sussistenza del giustificato motivo si deve sostanziare nella verifica della effettività e non pretestuosità della ragione obiettiva, per come dichiarata dall’imprenditore e nel nesso causale tra la ragione accertata e la soppressione della posizione lavorativa.

A tali principi, ritiene la Corte, non si è attenuta la sentenza impugnata laddove a fondamento dell’accoglimento della impugnazione del licenziamento ha posto la assenza di prova di « una congiuntura sfavorevole non meramente contingente e influente in modo decisivo sull’andamento dell’attività, tanto da imporre la risoluzione del rapporto di lavoro». Né la decisione può idoneamente sorreggersi, contrariamente a quanto si assume in memoria, sull’ulteriore rilievo che il datore di lavoro «aveva posto rimedio a tale situazione»— provvedendo alla trasformazione di altri rapporti di lavoro da full- time in part- time— perché tale giudizio trasmoda in un inammissibile sindacato sulle scelte di gestione aziendale, riservate all’imprenditore.

La Corte d’ Appello di Napoli solleva la questione di legittimità costituzionale dell’art. 91 cpc in tema di condanna alle spese

Avv. Francesca Frezza

La previsione che penalizza irragionevolmente il soggetto economicamente debole nella scelta di accettare una soluzione formalmente libera, alternativa ad un procedimento giudiziale, che a sua volta è espressione di un diritto fondamentale, introduce un assetto che, irragionevolmente ed in forma sproporzionata, lede il principio di uguaglianza ostacolando di fatto la tutela del lavoro nella sede naturale del processo, enfatizzando un fattore di disparità il cui superamento è, viceversa, oggetto della norma centrale nell’ordinamento costituzionale.

Un lavoratore adiva il Tribunale di Torre Annunziata allo scopo di vedersi accertare il proprio diritto al pagamento delle differenze retributive maturate in costanza di un rapporto di lavoro. Nel corso del giudizio di primo grado il Giudice formulava una proposta conciliativa, pari ad € 2.500,00, che veniva accettata dalla convenuta e rifiutata dal lavoratore. All’esito del giudizio il Giudice condannava la convenuta al pagamento di una somma inferiore a quanto proposto in via conciliativa, pari ad € 900,00, e per tale ragione condannava ai sensi dell’art. 91, 2° alinea cpc il lavoratore al pagamento delle spese di lite per la somma di € 1.500,00 oltre accessori, in ragione del rifiuto dell’offerta conciliativa.

Il lavoratore adiva, quindi, la Corte di Appello di Napoli allo scopo di vedersi riformata la sentenza sia con riferimento al mancato riconoscimento delle maggiori somme rivendicate, sia con riferimento alla statuizione relativa alla condanna alle spese.

La Corte d’Appello, con ordinanza del 22 luglio 2019, ritenendo la questione rilevante e non manifestamente infondata in quanto l’art. 91 cpc in sé e in combinato disposto con l’art. 420 1° co. Cpc si porrebbe in contrasto con gli artt. 3, 4, 24, 35 e 117, comma1, Cost. rispetto agli artt. 6, 13 e 14 della CEDU, sospendeva il giudizio e disponeva la trasmissione dell’ordinanza e degli atti alla Corte Costituzionale.

Secondo la Corte, infatti, il regime delle spese sancito dall’art. 91 cpc che penalizza il diritto di rifiutare una definizione conciliativa del soggetto “debole”, costretto ad agire giudizialmente per la tutela dei diritti  fondamentali, genera una discriminazione fondata “sulla ricchezza” o su “ogni altra condizione” (art. 14 Cedu) in quanto l’aggravio di spese produce una penalizzazione economica che si riflette inevitabilmente, ostacolandolo, anche sul diritto ad un ricorso effettivo (art. 13 Cedu).

L’esigenza deflattiva del contenzioso, infatti, non può, sulla base di quanto espresso dalla Corte partenopea, giustificare una deroga al fondamentale dovere dello stato di tutelare il lavoro e i diritti che lo connotano.

Si consolida l’orientamento della suprema corte in tema di natura retributiva delle spettanze dovute ai lavoratori ceduti

Avv. Francesca Frezza

In caso di cessione di ramo d’azienda, ove su domanda del lavoratore ceduto venga giudizialmente accertato che non ricorrono i presupposti di cui all’art. 2112 c. c., le retribuzioni in seguito corrisposte dal destinatario della cessione, che abbia utilizzato la prestazione del lavoratore successivamente alla messa a disposizione di questi delle energie lavorative in favore dell’alienante, non producono un effetto estintivo, in tutto o in parte, dell’obbligazione retributiva gravante  sul cedente che rifiuti, senza giustificazione, la controprestazione lavorativa.

La Corte di Cassazione nella recente sentenza n. 17784 del 3 luglio 2019 si è trovata nuovamente investita della questione già affrontata in precedenza che, per la particolare complessità e rilevanza, era stata rimessa al vaglio delle Sezioni Unite (sentenza 7 febbraio 2018, n. 2990), afferente la  questione relativa all’accertamento della illegittimità di un trasferimento e la natura del credito dovuto ai lavoratori, se retributivo o risarcitorio, per il periodo durante il quale non era stato ripristinato il rapporto di lavoro da parte della società cedente. La questione, conseguentemente, riguardava la circostanza se le somme percepite nel medesimo periodo lavorato alle dipendenze della cessionaria del ramo d’azienda, il cui trasferimento era stato dichiarato illegittimo, fossero detraibili ai fini dell’aliunde perceptum.

I lavoratori ricorrevano dinanzi la Corte di Cassazione a seguito della sentenza della Corte di Appello di Roma che, nel riformare la sentenza di primo grado, aveva qualificato come risarcitorio il credito ingiunto in pagamento dai lavoratori alla società datrice (del quale era stata accertata, ancorché con sentenza non ancora in giudicato, l’illegittima cessione del ramo di azienda nel quale essi lavoravano e dichiarato l’obbligo di ripristino del rapporto di lavoro, non adempiuto dalla cedente benché costituita in mora credendi) con la conseguente indetraibilità dell’aliunde perceptum.

La Suprema Corte, pertanto, si trovava investita delle seguenti questioni:

– la natura, se retributiva ovvero risarcitoria, dei crediti che i lavoratori hanno ingiunto in pagamento alla cedente a titolo di emolumenti loro dovuti per effetto del mancato ripristino del rapporto da parte della società predetta, nonostante l’emissione di un tale ordine del Tribunale con la sentenza di accertamento della illegittimità della cessione del ramo d’azienda (cui essi erano addetti), con decorrenza dalla messa in mora operata dai lavoratori medesimi;

– la detraibilità o meno, una volta tanto accertato, di quanto percepito dai lavoratori a titolo di retribuzione per l’attività prestata alle dipendenze della società, già cessionaria del ramo d’azienda.

La prima questione trova soluzione nel senso della natura retributiva e non più risarcitoria (come invece secondo un indirizzo precedente: Cass. 17 luglio 2008 n. 19740; Cass. 9 settembre 2014 n. 18955; Cass. 25 giugno 2018, n. 16694) sulla scorta dell’insegnamento posto recentemente dalle Sezioni unite civili di questa Corte (sentenza 7 febbraio 2018, n. 2990), come sopra precisato.

Come noto, detta pronuncia ha sancito il seguente testuale principio di diritto: “in tema di interposizione di manodopera, ove ne venga accertata l’illegittimità e dichiarata l’esistenza di un rapporto di lavoro a tempo indeterminato, l’omesso ripristino del rapporto di lavoro ad opera del committente determina l’obbligo di quest’ultimo di corrispondere le retribuzioni, … , a decorrere dalla messa in mora“.

A tale indirizzo è stato riconosciuto valore di diritto vivente sopravvenuto dalla Corte costituzionale con la sentenza 28 febbraio 2019, n. 29, anche avuto riguardo alla fattispecie della cessione del ramo d’azienda.

Una volta escluso che la richiesta di pagamento del lavoratore abbia titolo risarcitorio, non trova applicazione il principio della compensatio lucri cum damno su cui si fonda la detraibilità dell’aliunde perceptum dal risarcimento.

La sua soluzione, precisa la Corte, richiede un’attenta disamina degli effetti realizzati dalla suddetta qualificazione di retribuzione di quanto spettante al lavoratore dal proprio originario datore di lavoro sul corrispettivo ricevuto per l’attività prestata dal soggetto alle dipendenze del quale, pure avendo offerto la propria prestazione al primo, abbia tuttavia continuato a lavorare, “ciò anche per dare conto di un’istintiva perplessità, in realtà frutto di un’equivoca suggestione, in ordine ad una presunta duplicazione indebita di retribuzione a fronte di un’unica attività prestata dal lavoratore, che così conseguirebbe una locupletazione non dovuta”.

La Corte sul punto evidenzia che soltanto un legittimo trasferimento d’azienda comporti la continuità di un rapporto di lavoro che resta unico ed immutato, nei suoi elementi oggettivi, esclusivamente nella misura in cui ricorrano i presupposti di cui all’art. 2112 c.c. che, in deroga all’art. 1406 c.c., consente la sostituzione del contraente senza consenso del ceduto. L’unicità del rapporto viene meno, qualora, come appunto nel caso di specie, il trasferimento sia dichiarato invalido, stante l’instaurazione di un diverso e nuovo rapporto di lavoro con il soggetto (già, e non più, cessionario) alle cui dipendenze il lavoratore “continui” di fatto a lavorare.

Sicché, accertatane l’invalidità, il rapporto con il destinatario della cessione è instaurato in via di mero fatto, tanto che le vicende risolutive dello stesso non sono idonee ad incidere sul rapporto giuridico ancora in essere, rimasto in vita con il cedente (sebbene quiescente per l’illegittima cessione fino alla declaratoria giudiziale).

In sintesi, il trasferimento del medesimo rapporto si determina solo quando si perfeziona una fattispecie traslativa conforme al modello legale; diversamente, nel caso di invalidità della cessione (per mancanza dei requisiti richiesti dall’art. 2112 c.c.) e di inconfigurabilità di una cessione negoziale (per mancanza del consenso della parte ceduta quale elemento costitutivo della cessione), quel rapporto di lavoro non si trasferisce e resta nella titolarità dell’originario cedente.

Ne consegue che, accanto ad una prestazione materialmente resa in favore del soggetto con il quale il lavoratore, illegittimamente trasferito con la cessione di ramo d’azienda, abbia instaurato un rapporto di lavoro di fatto, ve ne sia un’altra giuridicamente resa in favore dell’originario datore, con il quale il rapporto di lavoro è stato de iure (anche se non de facto, per rifiuto ingiustificato del predetto) ripristinato, non meno rilevante sul piano del diritto. Ed infatti, al dipendente la retribuzione spetta tanto se la prestazione di lavoro sia effettivamente eseguita, sia se il datore di lavoro versi in una situazione di mora accipiendi nei suoi confronti (Cass. 23 novembre 2006, n. 24886; Cass. 23 luglio 2008, n. 20316).

Una volta offerta la prestazione lavorativa al datore di lavoro giudizialmente dichiarato tale, il rifiuto di questi rende giuridicamente equiparabile la messa a disposizione delle energie lavorative del dipendente alla utilizzazione effettiva, con la conseguenza che il datore di lavoro ha l’obbligo di pagare la controprestazione retributiva.

Sicché da quel momento l’attività lavorativa subordinata resa in favore del non più cessionario equivale a quella che il lavoratore, bisognoso di occupazione, renda in favore di qualsiasi altro soggetto terzo: così come la retribuzione corrisposta da ogni altro datore di lavoro presso il quale il lavoratore impiegasse le sue energie lavorative si andrebbe a cumulare con quella dovuta dall’azienda cedente, parimenti anche quella corrisposta da chi non è più da considerare cessionario, e che compensa un’attività resa nell’interesse e nell’organizzazione di questi, non va detratta dall’importo della retribuzione cui il cedente è obbligato.

Né tale prestazione lavorativa in fatto resa per un terzo esclude una valida offerta di prestazione all’originario datore (Cass. 8 aprile 2019, n. 9747), considerato che, una volta che l’impresa cedente, costituita in mora, manifestasse la volontà di accettare la prestazione, il lavoratore potrebbe scegliere di rendere la prestazione non più soltanto giuridicamente, ma anche effettivamente, in favore di essa e, ove ciò non facesse, verrebbero automaticamente meno gli effetti della mora credendi.

Inapplicabile il termine decadenziale previsto dall’art. 29, comma 2, d.lgs. n. 276/2003 all’azione promossa dagli enti previdenziali

Avv. Francesca Frezza

Non è ammissibile l’interpretazione che comporterebbe la possibilità, che alla corresponsione di una retribuzione – a seguito dell’azione tempestivamente proposta dal lavoratore- non possa seguire il soddisfacimento anche dall’obbligo contributivo solo perché l’ente previdenziale non ha azionato la propria pretesa nel termine di due anni dalla cessazione dell’appalto. Si deve, dunque, affermare il principio che il termine di due anni previsto dall’art. 29, comma 2, d.lgs. n. 276/2003 non è applicabile all’azione promossa dagli enti previdenziali, soggetti alla sola  prescrizione.

Il caso sottoposto al vaglio della Corte riguarda un giudizio promosso dall’Inps volto a far accertare la fondatezza della pretesa contributiva avanzata attraverso un verbale ispettivo nei confronti di un istituto assistenziale per effetto del quale era stata affermata la responsabilità solidale ex art. 29 d.lgs. 276/2003 per un debito di una società cooperativa.

La Corte d’appello di Torino aveva confermato la decisione di primo grado laddove la stessa aveva ritenuto l’inefficacia del verbale di accertamento sulla base del fatto che era decorso, al momento della notifica della memoria contenente la domanda riconvenzionale svolta nei riguardi dell’istituto assistenziale, il termine di due anni dalla cessazione dell’appalto previsto per la operatività della solidarietà di cui all’art. 29 d.lgs. n. 276 del 2003, posto che tale termine poteva essere interrotto solo dall’attività giudiziale.

L’Inps ricorreva in cassazione lamentando con il primo motivo la violazione e falsa applicazione dell’art. 29, comma 2, come modificato prima dall’art. 6, commi 1 e 2, d.lgs. 251 del 2004 e poi dall’art. 1, comma 911 l. n. 296 del 2006 e dell’art. 1676 c.c., laddove si è ritenuto che il termine di decadenza si applichi anche all’INPS e non ai soli lavoratori, senza considerare che l’INPS nell’esercizio dei poteri d’ufficio non può decadere, come precisato dalla giurisprudenza di legittimità formatasi a proposito dell’ art. 4 della legge n. 1369 del 1960 ( Cassazione n. 996 del 2007).

La Corte con sentenza n. 18004 del 4 luglio 2019 riteneva il motivo fondato deducendo che l’ articolo 29, secondo comma, d.lgs. n. 276 del 2003, oggetto nel tempo di varie modifiche, è stato sin dalla sua entrata in vigore incentrato sulla previsione di un vincolo di solidarietà tra committente ed appaltatore, secondo un modulo legislativo che intende rafforzare l’adempimento delle obbligazioni retributive e previdenziali, ponendo a carico dell’imprenditore che impiega lavoratori dipendenti da altro imprenditore .

La Corte, nell’interpretare i concreti contenuti della fattispecie in ipotesi di domande proposte dai lavoratori, ha affermato che il rafforzamento della garanzia dei lavoratori è perseguito dalla legge anche attraverso la specificazione che il committente deve corrispondere non solo i trattamenti retributivi ma anche i contributi previdenziali ai medesimi correlati. Occorre, dunque, secondo la Corte, approfondire l’interpretazione del secondo comma dell’art. 29, con riferimento alla obbligazione contributiva dell’appaltante chiamato in via di solidarietà.

La questione controversa, precisa la Cassazione, può riassumersi nell’alternativa tra due opzioni interpretative: “una prima, secondo la quale si tratterebbe di una peculiare obbligazione contributiva che, pur legittimando il solo Ente previdenziale alla pretesa – posto che il lavoratore non può certo ricevere i contributi- sia del tutto conformata alla speciale azione riconosciuta al lavoratore e, quindi, soggetta al termine di decadenza di due anni. La seconda, ispirata a ragioni di ordine sistematico, che proprio dall’assenza, nell’art. 29 d.lgs. n. 276 del 2003, di espresse regole relative alla pretesa contributiva ed in considerazione della diversa natura delle due obbligazioni, indice di ritenere applicabile alla fattispecie la disciplina generale dell’obbligazione contributiva che non prevede alcun termine di decadenza per l’esercizio dell’azione di accertamento dell’obbligo contributivo, soggetto solo al termine prescrizionale”.

Secondo la Suprema Corte la seconda opzione è preferibile in quanto l’obbligazione contributiva non si confonde con l’obbligo retributivo posto che la giurisprudenza della Corte di legittimità ha da tempo consolidato il principio secondo il quale il rapporto di lavoro e quello previdenziale, per quanto tra loro connessi, rimangono del tutto diversi.

In ogni caso, precisa, la Corte, l’obbligazione contributiva, derivante dalla legge e che fa capo all’INPS, è distinta ed autonoma rispetto a quella retributiva (Cassa. 8662 del 2019), essa (Cass. n. 13650 del 2019) ha natura indisponibile e va commisurata alla retribuzione che al lavoratore spetterebbe sulla base della contrattazione collettiva vigente (cd. “minimale contributivo”).

Dunque, conclude la Corte, “dalla peculiarità dell’oggetto dell’obbligazione contributiva, che coincide con il concetto di < minimale contributivo> strutturato dalla legge in modo imperativo, discende la considerazione di rilevo sistematico che fa ritenere non coerente con tale assetto l’interpretazione che comporterebbe la possibilità, addirittura prevista implicitamente dalla legge come effetto fisiologico, che alla corresponsione di una retribuzione – a seguito dell’azione tempestivamente proposta dal lavoratore- non possa seguire il soddisfacimento anche dall’obbligo contributivo solo perché l’ente previdenziale non ha azionato la propria pretesa nel termine di due anni dalla cessazione dell’appalto. Si spezzerebbe, in altri termini e senza alcuna plausibile ragione logica e giuridica apprezzabile, il nesso stretto tra retribuzione dovuta (in ipotesi addirittura effettivamente erogata) ed adempimento dell’obbligo contributivo, con ciò procurandosi un vulnus nella protezione assicurativa del lavoratore che, invece, l’art. 29 cit. ha voluto potenziare. Si deve, dunque, affermare il principio che il termine di due anni previsto dall’art. 29, comma 2, d.lgs. n. 276/2003 non è applicabile all’azione promossa dagli enti previdenziali, soggetti alla sola prescrizione”.

Legittimo il licenziamento di un dipendente che abusa dei permessi ex art. 33 co. 3 l. 104/92

Avv. Francesca Frezza

L’abuso dei permessi art. 33 comma 3 della l. 104/92 giustifica il provvedimento espulsivo per il disvalore sociale ed etico della condotta e la compromissione irrimediabile del vincolo fiduciario. Il caso sottoposto al vaglio della Corte riguardava un dipendente di una  concessionaria di tratte autostradali titolare di permessi ex art. 33 comma 3 l. 104/92 per assistere la zia disabile.

A seguito di indagini investigative effettuate dal datore di lavoro, emergeva che il dipendente aveva in alcune giornate abusato di tali permessi non prestando assistenza al familiare e, conseguentemente, la società, a seguito di un procedimento disciplinare, aveva provveduto ad irrogargli il licenziamento per giusta causa.

Impugnato il licenziamento e promosso un giudizio per accertarne l’illegittimità, il Tribunale di Bologna, con sentenza confermata nella medesima Corte di Appello, riteneva legittimo il licenziamento per giusta causa per abuso dei permessi ex art. 33, comma 3, della legge n. 104 del 1992.

Il lavoratore proponeva ricorso per Cassazione, e la Corte, nel dichiarare inammissibile il ricorso del lavoratore, con sentenza n. 18411 del 9 luglio 2019, riteneva la motivazione della Corte di Appello “logicamente congrua” e corretta nell’aver raffrontato la relazione redatta dagli investigatori privati, confermata in sede di prova testimoniale, con le dichiarazioni rese dal dipendente in sede di audizione disciplinare.

La Corte di Cassazione precisa, infatti, che correttamente la Corte di Appello aveva ritenuto raggiunta la prova dell’abuso di due permessi ex art. 33, comma 3, della legge n. 104 del 1992 risultando – dalla relazione dell’agenzia investigativa (incaricata dal datore di lavoro), confermata in sede di prova testimoniale – che il dipendente in due giornate non era mai entrato o uscito dalla propria abitazione nell’arco orario compreso tra le 6.30 e le 21 e, dunque, non si era recato presso la (diversa) residenza della zia per fornire assistenza; circostanza che, valutata unitamente alle dichiarazioni rilasciate dal lavoratore in sede di giustificazioni rese ex art. 7 della legge n. 300 del 1970 (che facevano riferimento alla prestazione di una “regolare assistenza alla zia come era abitudine, ad eccezione di alcune ore della giornata’) e alla prova ulteriore del mancato avvistamento, da parte degli investigatori, presso l’abitazione della zia nelle suddette giornate, giustificava il provvedimento espulsivo per il disvalore sociale  ed etico della condotta e la compromissione irrimediabile del vincolo fiduciario.

In caso di contratto di part time nullo spetta la retribuzione piena solo dalla messa in mora

Avv. Francesca Frezza

Una lavoratrice adiva il Tribunale di Bologna al fine di richiedere il pagamento della retribuzione nella misura prevista per l’orario a tempo pieno deducendo l’invalidità della clausola del proprio contratto di lavoro a tempo parziale che non conteneva una specifica indicazione della distribuzione oraria.

La domanda, respinta in primo grado, veniva confermata in sede di appello dalla Corte distrettuale felsinea che, ritenuto nullo il contratto di lavoro, affermava che la maggiore prestazione di fatto non era stata dimostrata dalla lavoratrice.

La Corte di Cassazione, con sentenza del 30 maggio 2019 n. 14797, nel richiamare la decisione della Corte Costituzionale  n. 210/92,  ha riformato la sentenza che aveva ritenuto nullo il contratto di lavoro, ritenendo che la clausola di part time nulla per difetto di forma determina  la conversione in un rapporto di lavoro a tempo pieno  nullo per difetto di forma scritta.

Gli effetti della contrarietà del contratto a norme imperative stabilite a protezione del lavoratore non determina, infatti, la nullità dell’intero contratto ma solo  la espulsione dal contratto della sola parte nulla o la sostituzione della clausola nulla con la norma imperativa di legge.

La Cassazione ha infine precisato che il lavoratore potrà rivendicare la retribuzione piena  solo in presenza di una formale messa a disposizione della propria prestazione. costituire in mora il datore di lavoro.

L’analitica predeterminazione delle modalità esecutive del servizio non compromette la genuinità dell’appalto

Avv. Francesca Frezza

Alcuni lavoratori dipendenti di un’impresa appaltatrice da un’azienda ferroviaria del servizio di accoglienza e assistenza dei clienti nei treni notturni in servizio nazionale e internazionale adivano il Tribunale di Milano al fine di veder accertare l’illegittimità dell’appalto e richiedere la costituzione del rapporto in capo all’azienda committente.

A sostegno della rivendicazione i lavoratori deducevano che la minuziosa descrizione delle attività da svolgere contenute nel capitolato dell’appalto escludeva ogni autonomia organizzativa dell’appaltatore che, pertanto, si limitava a fornire la forza lavoro, assumendo un ruolo di mero esecutore di minuziose direttive impartite dalla committente che, attraverso un terminalino indicava al personale della appaltatrice i dati di prenotazione dei passeggeri.

Deducevano, inoltre, i lavoratori che la presenza del capotreno, che interagiva con gli incaricati dell’accoglienza, determinava  una ingerenza del committente che rendeva non genuino il contratto di appalto.

Il Tribunale, con sentenza confermata in sede di appello, respingeva la domanda  sul presupposto che in ogni caso permaneva in capo all’appaltatore il concreto esercizio del potere direttivo  con assunzione in capo allo stesso del rischio di impresa

La Cassazione con ordinanza del 10 giugno 2019 n. 15557, nel respingere il ricorso, ha affermato che la disciplina in tema di appalto illecito contenuta nel d.lgs 276/03 subordina la legittimità dell’appalto all’esercizio del potere direttivo ed organizzativo in capo all’appaltatore e all’esistenza di un rischio di impresa in capo a quest’ultimo.

Il mero coordinamento delle prestazioni da parte del committente  attraverso il capo treno ove non si trasmuti, come accertato dai giudici di merito, in una ingerenza  con finalità dispositive e di controllo del personale è compatibile con un appalto che incidono sulla autonomia dell’impresa appaltatrice.

Il Giudice deve procedere ad una enunciazione specifica dei criteri applicati ai fini della quantificazione equitativa del danno da lesione alla professionale

Avv. Francesca Frezza

La liquidazione equitativa, anche nella sua forma cd. ‘pura ‘, consiste in un giudizio di prudente contemperamento dei vari fattori di probabile incidenza sul danno nel caso concreto, sicché, pur nell’esercizio di un potere di carattere discrezionale, il giudice è chiamato in motivazione, a rendere evidente il percorso logico seguito nella propria determinazione e consentire il sindacato del rispetto dei principi del danno effettivo e dell’integralità del risarcimento.

La Corte è chiamata a decidere il caso di un dirigente, dipendente di un’azienda di telefonia, che lamentava di essere stato adibito a mansioni non corrispondenti al proprio ruolo.

Il lavoratore otteneva dal Tribunale di Roma il riconoscimento della sussistenza di una dequalificazione a causa della quale la società datrice di lavoro veniva condannata al risarcimento del danno nella misura del 50% della retribuzione fino alla cessazione del rapporto.

La Corte di Appello capitolina, in parziale accoglimento del gravame formulato dalla società, riduceva l’ammontare del danno determinato in via equitativa nella misura del 30%  richiamando la prassi della giurisprudenza della Corte.

La Cassazione, con sentenza n. 16595 del 20 giugno 2019, nel richiamare i principi in tema di danno alla professionalità, ha accolto il ricorso formulato dal lavoratore affermando che  in sede di valutazione equitativa il magistrato è tenuto ad un prudente esercizio, rispetto al quale deve fornire una motivazione  che consideri tutte le circostanze del caso specifico, onde di ristorare il pregiudizio effettivamente subito dal danneggiato.

La Corte ha, infatti, precisato che “al fine di evitare che la relativa decisione si presenti come arbitraria e sottratta ad ogni controllo, è necessario quindi che il giudicante indichi, almeno sommariamente e nell’ambito dell’ampio potere discrezionale che gli è proprio, i criteri seguiti per determinare l’entità dei danno e gli elementi su cui ha basato la sua decisione in ordine ai “quantum“.

La Suprema Corte ha, quindi, ritenuto che la decisione della Corte di Appello abbia effettuato una motivazione meramente apparente nel ridurre l’ammontare del danno limitandosi ad un mero richiamo alla prassi del distretto, senza procedere ad una enunciazione più specifica dei criteri applicati né all’adeguamento della liquidazione alle particolarità del caso concreto.