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Anche il datore può agire con rito Fornero per l’accertamento della legittimità del licenziamento

Avv. Francesca Frezza

Tutte le controversie aventi ad oggetto i licenziamenti che ricadono nell’ambito di tutela dell’art. 18 della l. 300/1970, anche se su impulso di parte datoriale, sono assoggettate al c.d. rito Fornero, introdotto dall’art. 1, commi 48 e seguenti, della l. 92/2012 (Sentenza n. 30433 del 23.11.2018)

La fattispecie sottoposta al vaglio della Corte ha ad oggetto il ricorso promosso da una società che, quattro giorni dopo aver intimato il licenziamento per giusta causa al dipendente, propone, con ricorso ex art. 1, comma 48 ss. della l. 92/2012, azione giudiziale di accertamento della legittimità del recesso.

La Corte d’Appello dichiara inammissibile la predetta domanda introdotta con il c.d. rito Fornero, sul presupposto che tale procedimento può essere instaurato solo dal lavoratore che ritiene di essere stato illegittimamente espulso dall’azienda.

La Suprema Corte nel ritenere fondato il ricorso della società, precisa che “la disciplina contenuta nell’art. 1, commi 48 e ss., tratteggia un procedimento caratterizzato da precise cadenze temporali che assicura alle controversie in essa individuate una corsia di trattazione preferenziale (v. art. 1, comma 65), con il dichiarato fine, di interesse generale, di pervenire alla celere definizione di una situazione sostanziale di forte impatto sociale ed economico, che attiene a diritti primari dell’individuo ( così, in motivazione, Cass. nr. 17326 del 2016)”.

Tale principio è evidente, prosegue la Corte, sin dal primo comma dell’art. 1 della legge nr. 92 del 2012 che precisa la finalità della norma tesa «a realizzare un mercato del lavoro inclusivo e dinamico» anche adeguando «la disciplina del licenziamento, con previsione […] di un procedimento giudiziario specifico per accelerare la definizione delle relative controversie ( art. 1, comma 1, lett. c)».

La Suprema Corte, quindi, afferma il seguente principio: “pur in presenza, all’attualità, della nuova fattispecie decadenziale di cui all’art. 6 della legge nr. 604 del 1966; l’introduzione di termini di decadenza ed inefficacia (per effetto dell’art. 32 della legge nr. 183 del 2010 e successive modifiche ex art. 1 co. 38 della legge nr. 92 del 2012) in precedenza non previsti e funzionali, in aderenza con l’art. 111 Cost., all’esigenza di consolidamento e certezza delle situazioni giuridiche (cfr. in motivazione Cass. nr. 16591 del 2018 e Cass. nr. 22824 del 2015) se idonea, sul piano concreto, a limitare le ipotesi di iniziativa datoriale, non vale ad escludere, in via assoluta e generale, la sussistenza di un interesse, degno di tutela, del datore di lavoro a rimuovere giudizialmente l’incertezza di un provvedimento di recesso, al fine di organizzare stabilmente la propria azienda

Invalide le dimissioni rassegnate dal dipendente in un momento di turbamento psichico tale da impedire la formazione di una volontà cosciente

Avv. Francesca Frezza

Devono essere annullate le dimissioni rassegnate dal dipendente esposto, a causa del forte stress subito nell’ambiente lavorativo, ad una condizione transitoria di notevole turbamento psichico, che impedisca la formazione di una volontà cosciente e consapevole sulle effettive conseguenze che derivano dalla rinunzia al posto di lavoro.

A precisarlo è la Corte di Cassazione con sentenza n. 30126 del 21 novembre 2018 investita della questione a seguito del ricorso promosso da un ex dipendente di un ente comunale, che chiedeva l’annullamento delle dimissioni, in quanto rassegnate, in un momento di forte alterazione emotiva, causata da una condizione dell’ambiente lavorativo connotata da stress e insoddisfazione.

In primo e secondo grado, la predetta domanda veniva rigettata, sul presupposto che per la dichiarazione di invalidità delle dimissioni era necessaria una totale esclusione della capacità psichica e volitiva.

Il lavoratore adiva la Corte sul presupposto che per la giurisprudenza di legittimità ai fini dell’art. 428 cod. civ. non è necessaria la totale esclusione della capacità psichica e volitiva essendo sufficiente un turbamento psichico che menomi la suddetta capacità e, peraltro, il CTU aveva concluso proprio nel senso della sussistenza di tale situazione.

La Suprema Corte nell’accogliere il ricorso, richiamando i principi espressi in relazione alla fattispecie prevista dall’art. 428 cod. civ., precisa che gli stessi trovano applicazione anche in caso di domanda di annullamento dell’atto di dimissione del lavoratore dal rapporto di lavoro (vedi: Cass. 14 maggio 2003 n. 7485, cit.), con alcune puntualizzazioni quanto alle peculiari caratteristiche dell’atto e alle conseguenze del suo possibile annullamento.

In particolare, precisa la Corte: “Ai fini della sussistenza di una situazione di incapacità di intendere e di volere (quale prevista dall’art. 428 c.c.), costituente causa di annullamento del negozio, non occorre la totale privazione delle facoltà intellettive e volitive, essendo sufficiente un turbamento psichico tale da impedire la formazione di una volontà cosciente, facendo così venire meno la capacità di autodeterminazione del soggetto e la consapevolezza in ordine all’importanza dell’atto che sta per compiere. Peraltro, laddove si controverta della sussistenza di una simile situazione in riferimento alle dimissioni del lavoratore subordinato, il relativo accertamento deve essere particolarmente rigoroso, in quanto le dimissioni comportano la rinuncia al posto di lavoro – bene protetto dagli artt. 4 e 36 Cost. – sicchè occorre accertare che da parte del lavoratore sia stata manifestata in modo univoco l’incondizionata e genuina volontà di porre fine al rapporto stesso”.

Legittimo il licenziamento qualora venga accertata la effettiva soppressione o redistribuzione delle mansioni svolte dal lavoratore licenziato

Avv. Francesca Frezza

In tema di licenziamento per giustificato motivo oggettivo di licenziamento è sufficiente che le addotte ragioni inerenti all’attività produttiva ed all’organizzazione del lavoro, comprese quelle dirette ad una migliore efficienza gestionale ovvero ad un incremento della redditività, determinino causalmente un effettivo mutamento dell’assetto organizzativo attraverso la soppressione di un’individuata posizione lavorativa.

La Corte di Cassazione con la recentissima sentenza n. 30259 del 22 novembre 2018 ha ribadito tale concetto precisando altresì che il motivo oggettivo del licenziamento è rimesso alla valutazione del datore di lavoro, senza che il giudice possa sindacare la scelta dei criteri di gestione dell’impresa, atteso che tale scelta è espressione della libertà di iniziativa economica tutelata dall’art. 41 Cost..

Al giudice spetta esclusivamente il controllo della reale sussistenza del motivo addotto dall’imprenditore, con la conseguenza che non è sindacabile nei suoi profili di congruità ed opportunità la scelta imprenditoriale che abbia comportato la soppressione del settore lavorativo o del reparto o del posto cui era addetto il lavoratore licenziato.

Ne consegue che il Giudice dovrà valutare altresì l’effettività e la non pretestuosità del riassetto organizzativo operato, non essendo, tuttavia, necessario, ai fini della configurabilità del giustificato motivo, che vengano soppresse tutte le mansioni in precedenza attribuite al lavoratore licenziato, ben potendo le stesse essere solo diversamente ripartite ed attribuite.

Ne consegue che, una volta accertata, come nella specie, la effettiva e non pretestuosa soppressione del posto di lavoro, anche attraverso la redistribuzione delle mansioni tra gli altri dipendenti, ciò è sufficiente, nel rispetto del menzionato principio di cui all’art. 41 Cost., a giustificare il licenziamento.

E’ illegittima la pretesa del datore di lavoro di richiedere i carichi pendenti in sede di assunzione

Avv. Francesca Frezza

Ad una lavoratrice avente un diritto di prelazione all’assunzione alle dipendenze di Poste Italiane s.p.a. in forza di una graduatoria prevista da un accordo collettivo veniva negata la stipula del contratto di lavoro in ragione della sussistenza di un carico penale nel casellario giudiziario.

Il Tribunale di Roma accoglieva il ricorso ritenendo illegittimo il rifiuto di procedere all’assunzione; la decisione veniva confermata dalla Corte d’appello di Roma che riteneva  che la disposizione del c.c.n.l. prevedesse tra i documenti da presentare per l’assunzione solo il certificato penale di data non anteriore a tre mesi ma non anche quello dei carichi pendenti e che l’estensione della richiesta della società (che aveva poi determinato il diniego di assunzione) non potesse essere giustificata da alcun interesse.

La Corte di Cassazione con sentenza del 17 luglio 2018 n. 19012 ha respinto il gravame della società affermando che l’art. 8 dello Statuto dei Lavoratori  esclude indagini su fatti della  vita privata. Tale limite, in assenza di espressa previsione contrattuale, non può essere dilatato per via interpretativa fino a ricomprendere informazioni relative a procedimenti penali in corso (oggetto del certificato previsto dall’art. 27 del T.U. di cui al D.P.R. 14 novembre 2002, n. 313), ciò anche in considerazione del principio costituzionale della presunzione d’innocenza.

L’assunzione in data antecedente il licenziamento non determina l’illegittimità del licenziamento per giustificato motivo oggettivo

Avv. Francesca Frezza

Una lavoratrice divenuta inidonea al lavoro veniva licenziata per impossibilità sopravvenuta alla prestazione.

La lavoratrice contestava il licenziamento affermando che poco prima del licenziamento la società aveva provveduto ad assumere altro personale con mansioni compatibili con le sue limitazioni lavorative impedendo in tal modo il repechage.

La domanda veniva accolta dal Tribunale di Messina con sentenza confermata dalla locale Corte di Appello che, nel respingere il reclamo della società operante nel settore sanitario, affermava che la dimostrata assunzione di un lavoratore nella imminenza di un licenziamento per giustificato motivo oggettivo determinava l’illegittimità del recesso intimato.

La Corte di Cassazione con sentenza del 3 agosto 2018 n. 20497, nell’accogliere il ricorso della società ha, viceversa,  precisato che la verifica della esistenza nell’organico aziendale di posizioni adeguate allo stato di salute del dipendente, al fine della corretta applicazione del principio del «repechage», non può che essere contestuale all’intimazione del licenziamento cioè al momento nel quale il datore di lavoro decide di recedere dal rapporto in ragione della rilevata incompatibilità del dipendente con le mansioni di originaria adibizione.

La Suprema Corte precisa, infatti, che “in base alle esigenze di tutela della libertà di impresa ex art. 41 Cost., la condivisibile giurisprudenza di questa Corte sopra richiamata ha escluso, con riferimento all’onere del « repechage» del lavoratore in mansioni compatibili, l’obbligo di alterazione dell’organizzazione tecnico produttiva al fine di consentire l’inserimento del lavoratore divenuto inidoneo”.

Salvo il limite del rispetto della correttezza e buona fede  non è configurabile, quindi, un obbligo in capo al datore di lavoro di prefigurarsi, in un momento antecedente al suo realizzarsi, la possibile, futura, eventuale situazione di incompatibilità e di modulare le proprie scelte tecnico organizzative in funzione di tale ipotesi.

La prossimità alla pensione costituisce un legittimo criterio di scelta nei licenziamenti collettivi

Avv. Francesca Frezza

L’adozione del criterio della maggiore vicinanza alla pensione risulta coerente con la finalità del “minor impatto sociale” perchè “astrattamente oggettivo e in concreto verificabile” e quindi rispondente alle necessarie caratteristiche di obiettività e razionalità.

A precisarlo è la Corte di Cassazione nella recente sentenza n. 24755 dell’8 ottobre 2018 che si è pronunciata su un ricorso promosso dal datore di lavoro avverso la sentenza della Corte di appello di Firenze che, riformando la decisione del tribunale locale, aveva dichiarato la nullità del licenziamento intimato, in sede di procedura ex lege n. 223/91, dalla società ai danni di un lavoratore, condannando la società stessa a reintegrare il dipendente nel posto di lavoro ed a corrispondergli il risarcimento del danno nella misura di tutte le mensilità maturate dalla data del licenziamento alla reintegra oltre accessori di legge sino al saldo.

La corte territoriale aveva ritenuto che a fronte di una accertata situazione di eccedenza riferita ad una determinata area della azienda, con l’adozione del criterio dell’accesso a pensione , applicato in senso trasversale a tutta l’azienda, si era inteso utilizzare la procedura dei licenziamenti collettivi per espellere quei lavoratori che, vicini al pensionamento, avrebbero potuto optare per la mobilità volontaria, ma ciò non avevano inteso fare.

La Corte territoriale, quindi, aveva ritenuto il licenziamento illegittimo per la accertata incoerenza tra la crisi dell’azienda e gli esuberi accertati e i lavoratori licenziati e, nell’escludere che vi fosse stata in concreto la violazione dei criteri di scelta, in quanto correttamente applicato il criterio convenzionalmente individuato, riteneva sussistere la violazione della procedura di cui all’art. 4 della legge n. 223/1991 perchè, pur valutando legittimo il criterio dell’accesso a pensione, ne rilevava l’uso strumentale e scorretto diretto solo a delimitare l’area degli esuberi senza alcun rapporto concreto e, soprattutto, formalizzato, con la effettiva situazione produttiva ed organizzativa in eccedenza.

Da ciò derivava, oltre che la violazione della procedura, anche la lesione del principio paritario cui l’ordinamento fa conseguire la nullità del licenziamento.

La Suprema Corte, investita della questione, ha richiamato una recente pronuncia ( Cassazione n. 19457/2015) del tutto similare con la nella quale aveva affermato che “In tema di licenziamenti collettivi diretti a ridimensionare l’organico al fine di diminuire il costo del lavoro, il criterio di scelta unico della possibilità di accedere al prepensionamento, adottato nell’accordo sindacale tra datore di lavoro e organizzazioni sindacali, è applicabile a tutti i dipendenti dell’impresa a prescindere dal settore al quale gli stessi siano assegnati, senza che rilevino i settori aziendali di manifestazione della crisi cui il datore di lavoro ha fatto riferimento nella comunicazione di avvio della procedura, valorizzando tale soluzione, in linea con la volontà del legislatore sovranazionale, espressa nelle direttive comunitarie recepite dalla I. n. 223 del 1991 e codificata nell’art. 27 della Carta di Nizza, il ruolo del sindacato nella ricerca di criteri che minimizzino il costo sociale della riorganizzazione produttiva, a vantaggio dei lavoratori che non godono neppure della minima protezione della prossimità al trattamento pensionistico” ( Cass. n. 19457/2015; conf. Cass. n. 14170/2014; Cass. 21374/2016).

Per la Suprema Corte, quindi, il criterio utilizzato dal datore di lavoro nella scelta della platea dei lavoratori da licenziare sarebbe del tutto giustificato sulla base della determinazione negoziale che adempie ad una funzione regolamentare delegata dalla legge (v. Corte costituzionale n. 268 del 1994).

L’accordo sindacale deve tuttavia rispettare non solo il principio di non discriminazione, sancito dall’art. 15 della legge 20 maggio 1970, n. 300, ma anche il principio di razionalità, alla stregua del quale i criteri concordati devono avere i caratteri dell’obiettività e della generalità, operando senza discriminazioni tra i dipendenti, cercando di ridurre al minimo il cosiddetto “impatto sociale”, e scegliendo, nei limiti in cui ciò sia consentito dalle esigenze oggettive a fondamento della riduzione del personale, di espellere i lavoratori che, per vari motivi, anche personali, subiscono ragionevolmente un danno comparativamente minore.

Conclude, quindi, la Corte, accogliendo il ricorso della società che l’adozione del criterio della maggiore vicinanza alla pensione risulta quindi coerente con la finalità del “minor impatto sociale” perche’ “astrattamente oggettivo e in concreto verificabile” ( Cass. n. 7710/2018) e quindi rispondente alle necessarie caratteristiche di obiettività e razionalità come sopra richiamate.

La Consulta si pronuncia sul Jobs Act

Avv. Francesca Frezza

In data 25 settembre 2018 si è tenuta dinanzi la Corte Costituzionale l’udienza avente ad oggetto l’illegittimità costituzionale della norma del decreto attuativo del cd. Jobs Act che determina, in caso di licenziamento illegittimo, una tutela basata su un rigido sistema di calcolo derivante esclusivamente dall’anzianità di servizio del dipendente.

Sulla base di una breve nota pubblicata dalla Corte Costituzionale il 26 settembre 2018, è stato reso noto che la Consulta ha dichiarato illegittimo il sistema di calcolo contenuto nell’art. 3, comma 1 del d.lgs. 23/2015, che permane anche alla luce del cd. “decreto dignità”, in quanto quest’ultimo non ha modificato il sistema di calcolo.

Secondo la Corte, infatti, «la previsione di un’indennità crescente in ragione della sola anzianità di servizio del lavoratore» è «contraria ai principi di ragionevolezza e di uguaglianza e contrasta con il diritto e la tutela del lavoro sanciti dagli articoli 4 e 35 della Costituzione».

La sentenza sarà depositata nelle prossime settimane.

La Cassazione precisa la natura del giudizio di opposizione del cd rito Fornero

Avv. Francesca Frezza

Nell’ambito di un giudizio avverso un licenziamento promosso da una lavoratrice nei confronti dell’ente Poste Italiane, il Tribunale di Roma in fase sommaria nel respingere la domanda di reintegra disponeva la condanna della società al pagamento di un indennizzo. Il Tribunale, investito dell’opposizione ex art. 1, commi 51 e ss della legge nr. 92 del 2012, respingeva la domanda  della lavoratrice e dichiarava inammissibile l’opposizione di Poste Italiane spa, perché proposta oltre il termine di giorni 30. 2. La Corte di Appello di Roma,  adita in via principale da Poste Italiane rigettava integralmente la domanda di impugnativa del licenziamento.

La Corte distrettuale osservava che, proposta opposizione da una delle parti al provvedimento conclusivo della fase sommaria, si apriva una fase processuale a cognizione piena, non regolata dall’art. 334 cpc.

Il ricorso di legittimità della lavoratrice è stato respinto dalla Corte di Cassazione con sentenza n. 21156 del 24 agosto 2018 che richiamando l’orientamento delle Sezioni Unite ha precisato che il rito disciplinato dalla legge nr. 92 del 2012  – finalizzato all’accelerazione dei tempi del processo – è caratterizzato dalla articolazione del giudizio di primo grado in due fasi: l’una a cognizione semplificata o sommaria, l’altra a cognizione piena.

L’opposizione non è, quindi, una revisio prioris istantiae e non ha natura impugnatoria, in quanto, dopo una fase iniziale concentrata e deformalizzata, il procedimento si espande alla dimensione ordinaria della cognizione piena, con accesso per le parti a tutti gli atti di istruzione ammissibili e rilevanti. Sulla base di tale ricostruzione discende – a detta della Corte – che, qualora all’esito della fase sommaria la domanda di impugnazione del licenziamento venga accolta solo parzialmente, la instaurazione del giudizio di opposizione ad opera di una delle parti, consente all’altra di riproporre con la memoria difensiva la domanda o le difese non accolte, e ciò anche nella ipotesi in cui per la parte che si costituisce sia spirato il termine per proporre un autonomo atto di opposizione.

La parcellizzazione dell’azienda può mascherare un licenziamento in frode alla legge

Avv. Francesca Frezza

Una società industriale effettuava una scissione parziale in favore di due aziende di nuova costituzione che provvedevano a proseguire  le medesime attività condividendo i medesimi locali. Tali aziende a loro volta avevano proceduto ad effettuare alcuni licenziamenti per giustificato motivo oggettivo omettendo in tal modo di attivare la procedura di licenziamento collettivo.I lavoratori adivano il Tribunale di Sassari censurando i licenziamenti assumendo che l’azienda aveva effettuato una operazione in frode alla legge.

Il Tribunale, in accoglimento del ricorso disponeva la reintegra con sentenza confermata dalla locale Corte di Appello, che condivideva la finalità elusiva di norme imperative di legge accertata dal giudice di primo grado, il cui accertamento non era precluso dalla disciplina in tema di scissioni societarie.La Corte di Cassazione con sentenza del 7 agosto 2018 n. 20620, pur dando atto della inoppugnabilità del contratto di scissione derivante dall’art. 2504 quater c.c., ha comunque ritenuto legittima la sentenza della Corte territoriale che ha fatto applicazione della disciplina dettata dal contratto in frode alla legge.

Osserva la Cassazione, infatti, che il contratto in frode alla legge consiste nel fatto che gli stipulanti raggiungono, attraverso gli accordi contrattuali, il medesimo risultato vietato dalla legge: con la conseguenza che, nonostante il mezzo impiegato sia lecito, è illecito il risultato che attraverso l’abuso del mezzo e la distorsione della sua funzione ordinaria si vuole in concreto realizzare.Diversamente, non si ravvisa una ipotesi di frode alla legge bensì in violazione di disposizioni imperative  qualora le parti perseguano il risultato vietato dall’ordinamento, non già attraverso la combinazione di atti di per sé leciti, ma mediante la stipulazione di un contratto la cui causa concreta si ponga direttamente in contrasto con disposizioni di tale natura concernenti la validità del contratto.

Il lavoratore non può rifiutarsi di svolgere una mansione estranea al suo profilo professionale

Avv. Francesca Frezza

Un lavoratore dipendente della Rai si rifiutava di dare attuazione ad un ordine del proprio superiore, consistente nella richiesta di reperimento di materiale audio, in quanto ritenuto estraneo alla propria professionalità.

A fronte di tale comportamento la società irrogava al lavoratore una sanzione conservativa che veniva impugnata innanzi al Tribunale di Torino che disponeva l’annullamento della sanzione.

La Corte di Cassazione, con sentenza n. 21036 del 23 agosto 2018, nel respingere il ricorso, ha affermato  che la richiesta di svolgere compiti estranei alla qualifica attribuita consente al lavoratore di richiedere giudizialmente la riconduzione della prestazione nell’ambito della qualifica di appartenenza, ma non autorizza lo stesso a rifiutarsi aprioristicamente, e senza un eventuale avallo giudiziario, di eseguire la prestazione lavorativa richiestagli, in quanto egli è tenuto ad osservare le disposizioni per l’esecuzione del lavoro impartito dall’imprenditore 2104 cod.civ., da applicarsi alla stregua del principio sancito dall’art. 41 Cost.. L’autotutela consistente nel rifiuto della prestazione  può essere infatti attuata solo in caso di totale inadempimento dell’altra parte.