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La Cassazione conferma che anche un testo giuridico, ad uso tecnico-professionale, può avere carattere creativo

La Corte di Cassazione conferma la proteggibilità di un testo giuridico ad uso tecnico professionale, laddove sia dotato di quel carattere creativo e sia quindi espressione della soggettività del suo autore.
 

Con sentenza n. 10300 del 29 maggio 2020 la Corte di Cassazione si è pronunciata sulla tutelabilità di un opera letteraria, per la precisione un testo giuridico, destinata ad un uso tecnico-professionale, confermando come lo stesso possa essere dotato di carattere creativo e, quindi, essere protetto ai sensi della legge sul diritto d’autore.

Pur dichiarando l’inammissibilità del ricorso – dovuta al fatto che il ricorrente, che aveva accusato la resistente di aver plagiato un regolamento fieristico anti-contraffazione dallo stesso elaborato, avrebbe nella sostanza sollecitato un accertamento di fatto come tale precluso ai Giudici di legittimità –, la Suprema Corte ha colto l’occasione per ribadire il concetto appena esposto e chiarire come, almeno in linea di principio, il livello di creatività di un testo giuridico ad uso tecnico-professionale non debba essere superiore a quello di qualsiasi altra opera letteraria.

Secondo la Corte, infatti, non vi è alcuna “prescrizione di «qualcosa in più» di cui un testo provvisto di una portata regolamentare – come quello di che trattasi – debba fregiarsi onde poter godere della protezione autorale”. Il che, tuttavia, e forse con una punta di contraddizione, non esclude che debba farsi una valutazione (sempre da parte del Giudice del merito) del requisito in questione “in rapporto alla speciale natura dell”‘opera letteraria” in cui esso si compendia”, tanto che la Corte si esprime in termini di “peculiare connotazione che la creatività deve rivestire tenuto conto dell’oggetto e dello scopo che un testo siffatto deve soddisfare per poter godere della tutela reclamata”.

È poi interessate notare come la Corte abbia dichiarato inammissibili, per le stesse ragioni, anche gli ulteriori motivi di ricorso, evitando di pronunciarsi (purtroppo) sul tema della ripartizione dell’onere della prova in merito allo stesso requisito della creatività così come sul tema della rilevanza, a tal fine, del fatto che “si potesse dare diversa forma espressiva al medesimo contenuto”, circostanza che, nella tesi del ricorrente, avrebbe dimostrato che la propria “versione” avrebbe rappresentato “un’espressione originale e quindi creativa”.

Nonostante il dubbio lasciato dai Giudici su alcuni punti, in conclusione può comunque apprezzarsi il principio generale espresso nella sentenza in commento, secondo cui, per l’appunto, anche un testo regolamentare ad uso tecnico e professionale possa godere della tutela autorale laddove sia dotato di quella creatività che sia “espressione della soggettività del suo autore” e, quindi, “idonea a far sì che anche idee e nozioni elementari possano talora acquisire la dignità dell’opera dell’ingegno”.

Avv. Riccardo Traina Chiarini

 

Diritto d’autore e rassegna stampa

La clausola di riproduzione riservata è d’ostacolo al servizio di rassegna stampa non autorizzato. L’editore è titolare di un diritto precauzionale: a determinate condizioni può impedire la diffusione dei propri articoli a un pubblico “nuovo”.
 
L’ordinanza del TAR Lazio, sezione ter bis, del 5 giugno 2020

Con tale ordinanza il TAR ha pienamente confermato quanto stabilito dalla Corte di Cassazione (sentenza del 20 settembre 2006, n. 20410) nella determinazione del rapporto tra diritto d’autore e rassegna stampa: gli articoli sono liberamente riproducibili, ad eccezione del caso in cui il titolare dei diritti di sfruttamento se ne sia riservata la riproduzione o l’utilizzazione.

I principi di diritto alla base dell’Ordinanza

Anzitutto il TAR Lazio ha accolto la qualificazione del diritto assoluto di comunicazione al pubblico fornito dalla Corte di Giustizia, in termini di diritto di natura “precauzionale”: “gli autori delle opere sono dotati di un diritto di natura precauzionale che attribuisce loro la facoltà di autorizzare o vietare qualsiasi comunicazione al pubblico … compresa la messa a disposizione del pubblico delle loro opere in maniera tale che ciascuno possa avervi accesso dal luogo e nel momento scelti individualmente” (Corte di Giustizia, Reha Training, C 117/15).

Il titolare del diritto ha quindi un potere assoluto, erga omnes, di vietare “qualsiasi” atto di comunicazione al pubblico.

In secondo luogo, il Giudice amministrativo ha fatto concreta applicazione dei principi elaborati dalla giurisprudenza unionista sia sulla nozione di “comunicazione” che di “nuovo” pubblico (vd. tra le altre la decisione C-263/18).

Conclusioni

In attesa di conoscere la decisione di merito del Consiglio di Stato sulla vicenda de qua, sembra potersi affermare che il TAR Lazio abbia correttamente interpretato l’art. 65 legge sul diritto d’autore secondo cui – al ricorrere delle condizioni normativamente previste – la riproducibilità di articoli di stampa è consentita a condizione che la riproduzione o l’utilizzazione non ne sia stata espressamente riservata.

Per un approfondimento: “La clausola di riproduzione riservata è d’ostacolo al servizio di rassegna stampa non autorizzato” – Diritto24 de Il Sole 24 Ore.

 
Avv. Alessandro La Rosa

 

La Cassazione si pronuncia sulla tutelabilità del progetto d’arredamento d’interni di un negozio

La Corte di Cassazione conferma la proteggibilità dei disegni ed opere di architettura relative all’arredamento di interni di un punto vendita, nel quale vi sia una progettazione unitaria, in uno schema in sé visivamente apprezzabile, che riveli una chiara “chiave stilistica”, di singole componenti organizzate e coordinate per rendere l’ambiente funzionale ed armonico, ovvero l’impronta personale dell’autore.

Con sentenza n. 8433 del 30 aprile 2020 la Corte di Cassazione si è espressa sull’annosa questione avente ad oggetto la tutelabilità del progetto d’arredamento degli interni dei negozi e punti vendita appartenenti alla catena della Kiko, società operante nella produzione e commercializzazione di prodotti cosmetici.

Nello specifico, la Suprema Corte è stata chiamata a pronunciarsi, tra l’altro, sulla proteggibilità, ai sensi dell’art. 2, n. 5, L.D.A., del progetto di architettura realizzato su commissione della stessa Kiko ed utilizzato per l’arredo dei suoi negozi.

In punto di fatto la Cassazione ha confermato (non rinvenendo vizi motivazionali nella decisione d’appello) che trattasi, nel caso di specie, di “una specifica forma espressiva, un progetto ben definito di arredamento d’interni”, rilevando come “l’elaborazione progettuale degli ambienti, e quindi la forma espressiva dell’autore, preved[a] una serie di elementi, la cui scelta, coordinamento ed organizzazione si rivela[…] dotata del carattere creativo richiesto”; elementi, tra l’altro, che risultano costantemente realizzati e riprodotti nei diversi punti vendita della catena secondo il progetto iniziale, “al di là dell’inevitabile adattamento dell’idea creativa ai vincoli strutturali dovuti alla conformazione delle singole unità immobiliari utilizzate da Kiko per i propri negozi”.

In diritto, di particolare interesse è la motivazione fornita dalla Corte sul tema del livello di creatività richiesto da un prodotto autorale avente anche fini utilitaristici. Invitati ad esprimersi sulla distinzione tra disegni ed opere d’architettura (proteggibili, come già ricordato, ai sensi dell’art. 2, n. 5, L.D.A.) ed opere di design (di cui all’art. 2, n. 10, L.D.A.), i Giudici hanno considerato innanzitutto come, pur essendo “vero che le opere ed i disegni di architettura si distinguono da quelle di arte pura, essendo per definizione forme di “arte applicata”, volte alla soluzione di problemi di utilità”, tuttavia, “quando il legislatore ha voluto riservare la tutela autorale soltanto ad una fascia elevata di creatività, in correlazione alla specifica destinazione dell’opera dell’ingegno al mercato, lo ha indicato espressamente, come ad es. ha fatto per le opere del disegno industriale” (per le quali è richiesto anche l’accertamento del “valore artistico”), ma non, per l’appunto, per i progetti d’architettura.

Del resto, sembra rilevare la Corte, anche per quel riguarda le opere di design le maglie stringenti del requisito del “valore artistico” dovrebbero essere “allentate”, quantomeno dopo la decisione (espressamente citata nella sentenza in commento) del 12 settembre 2019 della Corte di Giustizia Europea, causa C-683/17, secondo cui “l’art. 2, lett. a), della direttiva 2001/29/CE […] va interpretato nel senso che osta al conferimento, da parte di una normativa nazionale, di tutela ai sensi del diritto d’autore a modelli come i modelli di capi di abbigliamento oggetto del procedimento principale in base al rilievo secondo il quale, al di là del loro fine utilitario, essi producono un effetto visivo loro proprio e rilevante da un punto di vista estetico”.

La Corte giunge così ad esprimere, sul punto, il seguente principio di diritto: “un progetto o un’opera di arredamento di interni, nel quale vi sia una progettazione unitaria, in uno schema in sé visivamente apprezzabile, che riveli una chiara “chiave stilistica”, di singole componenti organizzate e coordinate per rendere l’ambiente funzionale ed armonico, ovvero l’impronta personale dell’autore, è proteggibile come progetto di opera dell’architettura, ai sensi dell’art. 5, n. 2 L.A. (“i disegni e le opere dell’architettura”), a prescindere dal requisito dell’inscindibile incorporazione degli elementi di arredo con l’immobile, non presente nella suddetta disposizione, o dal fatto che gli elementi singoli di arredo che lo costituiscano siano o meno semplici ovvero comuni e già utilizzati nel settore, purché si tratti di un risultato di combinazione originale, non imposto da un problema tecnico-funzionale che l’autore vuole risolvere.

Avv. Riccardo Traina Chiarini

L’Autorità Garante per le Comunicazioni affronta il tema della pirateria sulla piattaforma di messaggistica istantanea Telegram

Avv. Riccardo Traina Chiarini

Con Delibera n. 164/20/CONS dello scorso 23 aprile, AGCOM si è pronunciata su un’istanza proposta dalla FIEG (Federazione Italiana Editori Giornali) ai sensi del “REGOLAMENTO IN MATERIA DI TUTELA DEL DIRITTO D’AUTORE SULLE RETI DI COMUNICAZIONE ELETTRONICA” (Delibera 680/13/CONS) con cui si denunciava la presenza massiva di contenuti editoriali “pirata” messi a disposizione del pubblico sui canali della piattaforma di messaggistica istantanea Telegram – tutti accessibili dall’unico nome a dominio https://t.me/.

Da una recente attività di monitoraggio di FIEG, infatti, è emerso come su Telegram fossero attivi almeno una decina di canali, seguiti in media da circa 60.000 utenti ciascuno, dedicati esclusivamente alla distribuzione illecita di testate giornalistiche, e che nel periodo emergenziale che stiamo attraversando hanno visto aumentare sensibilmente proprio il numero delle testate “offerte” (+88%) ed il numero degli iscritti (+46%).

Pur nell’impossibilità concreta di prendere provvedimenti diretti, da parte dell’Autorità, nei confronti della piattaforma – che, come vedremo immediatamente, ha portato ad una semplice archiviazione del procedimento –, è comunque da rilevare come forse per la prima volta, in questa occasione, Telegram abbia “risposto” all’invio della segnalazione di avvio della procedura da parte di AGCOM, intimando ai propri iscritti, gestori dei canali oggetto di contestazione, di cessare le attività illecite, con il risultato che 7 canali su 8 ad un controllo successivo alla segnalazione avevano effettivamente cessato la messa a disposizione delle opere editoriali in violazione.

Come si è accennato, tuttavia, l’attività di AGCOM si è sostanzialmente limitata a prendere atto di questa sorta di adeguamento spontaneo, in mancanza del quale la stessa Autorità non avrebbe potuto né adottare provvedimenti diretti nei confronti di Telegram, né disporne la “chiusura” impedendo la risoluzione DNS del dominio https://t.me/ da parte dei fornitori di connettività operanti sul territorio italiano.

Sul punto, in diritto, AGCOM ha da un lato considerato “che, in ragione della localizzazione all’estero dei server impiegati, ai sensi dell’art. 8, comma 2, del Regolamento l’Autorità non può procedere alla rimozione dei contenuti caricati illecitamente, in quanto ciò comporterebbe l’impiego di tecniche di filtraggio che la Corte di giustizia europea ha giudicato incompatibili con il diritto dell’Unione”; come spiegato dalla stessa AGCOM in un proprio comunicato stampa, infatti, “per legittimare un intervento diretto di Agcom nei confronti di Telegram occorrerebbe una modifica della normativa primaria che consenta di considerare stabiliti in Italia – con riferimento ai diritti di cui all’art. 4, comma 1, lettera a), del decreto legislativo n. 70 del 2003 – gli operatori che offrono servizi della società dell’informazione nel territorio italiano utilizzando risorse nazionali di numerazione”.

Per altro verso, posta la situazione appena illustrata, la stessa Autorità ha considerato che nel caso in commento “sarebbe possibile soltanto la disabilitazione dell’accesso al sito, secondo i criteri di gradualità, proporzionalità e adeguatezza che il citato art. 8, comma 2, del Regolamento ha mutuato dalle Direttive europee”, trovandosi tuttavia a ritenere che nel caso di Telegram – “qualificabile come un soggetto che offre come servizio principale quello di messaggistica istantanea” – non sussisterebbero proprio le condizioni di proporzionalità per l’adozione di un provvedimento di inibizione dell’accesso al servizio nella sua interezza, con la conseguente disabilitazione dell’intero servizio di messaggistica istantanea.

Il Tribunale di Roma si pronuncia sulla responsabilità derivante dall’utilizzo di software in assenza di legittima licenza

Avv. Alessandro La Rosa

Con pronuncia resa in data 8 gennaio 2020 dalla Sezione Specializzata in materia d’Impresa del Tribunale di Roma, i giudici sono tornati sull’annosa questione dell’utilizzo senza licenza di software d’altrui proprietà.

La vicenda trae origine dal ricorso d’urgenza, depositato da due società leader globali negli ambiti del digital marketing e dei software per la creazione di contenuti digitali, volto ad ottenere l’autorizzazione alla descrizione di programmi per elaboratori apparentemente utilizzati in assenza di licenza da due altre società appartenenti al mondo dell’editoria, al fine di verificarne la corrispondenza con le licenze d’uso concesse dalle attrici.

In seguito all’avvenuta descrizione, concessa inaudita altera parte dal Giudice romano, le società produttrici dei software hanno depositato il relativo e consequenziale atto di citazione, con il quale hanno chiesto al Tribunale di accertare la subita violazione del proprio diritto d’autore e del diritto d’esclusiva sui marchi associati ai software, nonché la sussistenza dell’illecito aquiliano ovvero dell’illecito di concorrenza sleale ex art. 2598 c.c., e per l’effetto condannare le convenute al risarcimento dei danni subiti patrimoniali e non, ed alla rimozione dei software dai propri computer – con penali applicabili in caso di mancato adempimento.

All’esito dell’istruttoria -con la sentenza n. 285/2020 dell’8 gennaio 2020- il Tribunale capitolino ha accolto le domande attoree relative al riconoscimento della violazione del diritto d’autore ed al susseguente risarcimento dei danni causati, ed ha d’altro lato respinto le richieste riguardanti la violazione dei diritti sui marchi e la concorrenza sleale.

In particolare, non avendo le convenute “comprovato l’uso legittimo di tali programmi” ed essendo stato accertato dalla descrizione e dalla CTU l’utilizzo senza licenza dei software oggetto di causa, “ricorre la violazione del diritto d’autore spettante alle attrici sui software, ex art. 64-bis e ss. della L. n. 633/1941 (Legge sul Diritto d’Autore o “L.A.”, n.d.r.)”, nonché l’illecito penale ex art. 171-bis L.A., dei quali “risponde anche l’amministratore unico delle s.r.l. per gli effetti della legge 231/2001 ed ai sensi degli artt. 2395 e 2476 co. VI c.c.”; in relazione alla liquidazione del danno subito, richiamando l’art. 158, co. II L.A., il Giudice romano ha fatto riferimento al prezzo che le convenute avrebbero dovuto pagare per l’utilizzo lecito dei software –come da listino prezzi fornito dalle attrici- ed ai costi sostenuti da queste ultime per l’accertamento della condotta illecita. Alla somma così determinata, oltre al danno non patrimoniale derivante da reato liquidato ai sensi degli artt. 2059 c.c. e 185 c.p., è stata altresì riconosciuta anche la somma dovuta a titolo di lucro cessante, “per compensare il danneggiato del mancato tempestivo godimento dell’equivalente in denaro del bene perduto dalla data dell’evento all’attualità”.

È infine interessante osservare quanto affermato dal Tribunale, nel rigettare la richiesta di condanna per la violazione dei diritti derivanti dalla titolarità dei marchi e degli altri segni distintivi riferiti alle denominazioni sociali delle attrici ovvero ai software: ha ritenuto difatti il Giudicante che tali profili d’illecito, pur sussistenti, siano assorbiti dall’utilizzo dei marchi nell’ambito dell’impiego dei software illecitamente duplicati.

Proposta di direttiva sul diritto d’autore nel mercato unico digitale: le fake news e i dati allarmanti della pirateria

Avv. Alessandro La Rosa

Il prossimo settembre il Parlamento Europeo si misurerà nuovamente con la proposta di direttiva sul diritto d’autore, strumento normativo con cui il legislatore -preso atto del fatto che l’evoluzione delle tecnologie digitali ha determinato l’affermarsi di nuovi modelli di business e che le piattaforme di condivisione di contenuti protetti, approfittando delle ambiguità di un corpo normativo ormai risalente (i.e. la direttiva e-commerce 2000/31/CE), hanno determinato un’ingiustificata compressione dei diritti d’autore ed un forte indebolimento dei modelli di distribuzione off-line dei contenuti- si pone l’obiettivo, tra gli altri, di costruire le basi per garantire quel level playing-field tra fornitori di servizi on-line e titolari dei diritti più volte richiamato dallo stesso legislatore europeo.

La proposta imporrebbe agli Stati Membri di assicurare agli editori una remunerazione «giusta e proporzionata» a fronte dello sfruttamento commerciale on line delle proprie opere editoriali da parte dei fornitori dei servizi digitali: si vuole quindi permettere agli editori -e, indirettamente, anche agli autori- di ottenere un giusto riconoscimento economico per lo sfruttamento commerciale del loro lavoro e dei loro investimenti, attribuendogli maggior potere contrattuale nei confronti delle “powerful platforms”. Del tutto condivisibilmente, quindi, si intenderebbero introdurre le basi normative per far sì che la ricchezza creata dagli editori e dagli autori di contenuti editoriali non resti appannaggio esclusivo di «piattaforme potenti», come avviene attualmente, ma venga “proporzionalmente” condivisa con gli stessi editori senza i quali non esisterebbero gli stessi contenuti su cui attualmente i giganti del web costruiscono fatturati miliardari.

Quanto all’articolo 13 della proposta, il fine più che condivisibile è riappianare almeno in parte le esistenti asimmetrie regolamentari tra gli intermediari del web ed i media tradizionali che, va ricordato, sono anzitutto produttori di contenuti (i broadcaster europei investono miliardi di euro l’anno per la creazione di contenuti audiovisivi). La previsione di un obbligo di licenza tra OTT e titolari dei diritti sui contenuti in ambito digitale altro non è che il tentativo del legislatore europeo di garantire basi più eque per la ridistribuzione dei proventi dello sfruttamento commerciale (essenzialmente di tipo pubblicitario) delle opere intellettuali in un quadro, qual è quello attuale, in cui paradossalmente il distributore (cioè le piattaforme gestite dai colossi del web) ha un potere contrattuale nella determinazione dei criteri di ripartizione dei proventi ben maggiore rispetto al creatore dei contenuti.

Contrariamente a quanto veicolato in rete in modo volutamente fuorviante, il testo proposto dall’europarlamentare Axel Voss non comprime in alcun modo:

  • la libertà di manifestazione del pensiero: l’art. 13 della proposta prevede espressamente che l’implementazione delle misure tecniche richieste ai gestori di servizi di condivisione di contenuti per impedire la pubblicazione di opere di terzi debbano essere “proporzionate” e tali da “garantire il giusto equilibrio tra i diritti fondamentali di utenti e titolari dei diritti”. E’ poi richiesto agli Stati Membri di far sì che tali piattaforme si dotino di sistemi che consentano agli utenti di rivendicare la liceità dei contenuti pubblicati, proprio per garantire l’operatività delle eccezioni e delle limitazioni ai diritti autorali già previsti dalle norme vigenti.
  • il diritto all’informazione: la definizione dei servizi destinatari della proposta esclude espressamente le piattaforme che si propongono come enciclopedie online e che non operano per fini commerciali: nessun pericolo quindi per Wikipedia et similia. Anche chi paventa misure di “censura generalizzata” non conosce la norma: la proposta di Voss prevedeva che i contenuti da rimuovere sarebbero esclusivamente quelli che corrispondono ad opere protette dal diritto d’autore sulla base delle informazioni fornite dai titolari dei diritti in un’ottica di reciproca collaborazione.

Nel mentre, i danni che la pirateria continua a causare sono ingentissimi.

Dall’ultima indagine Ipsos/Fapav, presentata il 10 luglio scorso, sono emersi dati allarmanti per il mercato italiano. Nel 2017, 617 milioni di euro è la stima del fatturato perso dall’industria audiovisiva a causa della mancata fruizione attraverso i canali legali di film e serie TV piratate; 369 milioni di euro è il danno stimato sul PIL italiano; 5.700 la stima dei posti di lavoro a rischio a causa della pirateria; 171 milioni di euro la stima dei mancati introiti fiscali (IVA, imposte sul reddito e sulle imprese); 1.049 milioni di euro la stima del fatturato perso da tutti i settori economici italiani a causa della pirateria. Il 78% dei pirati è comunque consapevole che la pirateria sia un reato. I giganti del web, al contrario, fatturano milioni di euro ed hanno tutto l’interesse a mantenere lo status quo: l’Osservatorio Media del Politecnico di Milano ha accertato che in Italia “Il video advertising continua anche nel 2017 a trainare la crescita del mercato pubblicitario online, superando i 700 milioni di euro di raccolta. L’incremento deriva, analogamente agli ultimi anni, dalle piattaforme di video sharing e soprattutto dai social network”.

Autenticazione artistica e nuove tecnologie. Blockchain e QR-code

Avv. Alessandro La Rosa

Lo strumento tradizionalmente adottato per tutelare la paternità dell’opera d’arte contro potenziali abusi è sempre stato il certificato di autenticità, rilasciato dall’artista, se ancora in vita, ovvero da esperti, case d’asta, gallerie ovvero archivi, e contenente tutte le informazioni identificative e descrittive dell’opera altresì attentandone provenienza e/o attribuzione.

In un contesto all’interno del quale le opere erano caratterizzate dalla materialità, questo è stato l’unico metodo operante per la loro autenticazione; metodo, tuttavia, entrato in crisi a seguito dell’avvento delle opere digitali, realizzate attraverso l’utilizzo di hardware e software che attribuiscono al prodotto finale carattere immateriale precludendo, pertanto, quel tradizionale carattere di tangibilità dell’opera d’arte.

Difficilmente un certificato di autenticità cartaceo potrebbe accompagnare e seguire efficacemente un’opera digitale, poiché non adeguato alla rapidità e immediatezza dei trasferimento dei files contenenti l’opera e alla contestuale esigenza di tutela del suo autore.

Le opere digitali, infatti, potrebbero viaggiare in rete un numero illimitato di volte attraverso una semplice condivisione, tanto da pregiudicare il loro autore quando non ne venga, per esempio, riportata la titolarità, ovvero quando, a sua insaputa, le stesse, vengano modificate, contraffatte o utilizzate senza alcuna autorizzazione.

Al fine di superare tali limiti e offrire una tutela immediata e incorporata nell’opera digitale, sono sempre maggiori le proposte di autenticazione che si fondano sulla marcatura temporale in grado di assicurare, attraverso l’utilizzo del medesimo linguaggio e codice informatico, una tutela peraltro maggiore rispetto a quella concessa in passato alle opere materiali dal certificato di autenticità.

In tal senso, le metodologie applicate sono diverse, la maggior parte delle quali operano attraverso piattaforme internet che rilasciano certificati di autenticità grazie all’attribuzione, appunto, di una marcatura temporale.

Tra le più innovative si menzionano le piattaforme che attraverso il database blockchain, il quale utilizza la tecnologia peer-to-peer, sono in grado di certificare la provenienza e l’autenticità delle opere d’arte digitale.

In altri termini, il blockchain, registro pubblico e incorruttibile, genera una certificazione di autenticità a sua volta incorruttibile, trasparente e perpetua che conterrà, perché da quest’ultimo generate e custodite attraverso la combinazione di firma digitale e marcatura temporale, tutte le informazioni riferite a una determinata opera d’arte –anche questa in formato digitale– e al suo titolare, non falsificabili, né suscettibili di contraffazione.

In questo modo l’artista, il collezionista o la stessa galleria potranno rivendicare in qualunque momento e nei confronti di chiunque la paternità della predetta opera, in quanto solo quest’ultima munita di certificazione con data certa, potrà essere considerata l’originale.

Ai sistemi che generano la certificazione di autenticità con tecnologia blockchain e che operano su opere create digitalmente, si affiancano le piattaforme che certificano l’autenticità delle opere d’arte realizzate con media tradizionali attribuendo, al certificato apposto sulle stesse, un QR-Code.

In questo caso l’utente della piattaforma (artista, gallerista, collezionista) regolarmente autenticato, potrà richiedere l’attribuzione e apposizione sull’opera del suddetto codice che l’accompagnerà in tutti i successivi trasferimenti.

È evidente, pertanto, come tali nuovi sistemi consentano di superare anche le annose problematiche inerenti all’autenticità dello stesso certificato, essendo loro stessi certificati, incorruttibili, non falsificabili e temporalmente illimitati.

 

Gli sviluppi evolutivi dell’enforcement del diritto d’autore per contrastare la pirateria ed il fenomeno del mirroring

Avv. Alessandro La Rosa

Spesso i soggetti dediti alla pirateria digitale tentano di superare i blocchi ai siti web imposti dalle Autorità giudiziarie ed amministrative ai fornitori di accesso alla rete, attraverso la creazione di nuovi siti web accessibili attraverso nomi di dominio di primo o di secondo livello parzialmente diversi da quelli raggiunti dagli ordini di blocco, a cui questi ultimi reindirizzano: tali siti, di fatto, riproducono integralmente i contenuti di quelli inizialmente bloccati e, per questo, si suole definirli siti “mirror”.

La Commissione Europea con la “comunicazione COM(2017) 708” del 29.11.2017, ha fornito delle linee guida all’interpretazione della Direttiva 2004/48/CE (c.d. Enforcement) riconoscendo espressamente l’ammissibilità di ordini inibitori specificamente rivolti ad impedire gli effetti del mirroring dei siti pirata e dando atto del fatto che gli ordini inibitori, in taluni casi, possono “perdere efficacia a causa di alcune modifiche dell’oggetto per il quale il provvedimento è stato disposto. Può essere il caso, ad esempio, delle ingiunzioni di blocco di un sito web, allorché, mentre un’autorità giudiziaria competente ha emesso un’ingiunzione con riferimento a determinati nomi di dominio, possono apparire facilmente siti speculari sotto altri nomi di dominio che non sono pregiudicati dall’ingiunzione. Una possibile soluzione in questi casi è rappresentata dalle ingiunzioni dinamiche. Si tratta di ingiunzioni che possono essere emesse, ad esempio, nei casi in cui lo stesso sito web diventa disponibile immediatamente dopo l’emissione di un’ingiunzione con un indirizzo IP o un URL differenti, che sono formulate in modo tale da includere anche il nuovo indirizzo IP o l’URL senza che si renda necessario un nuovo procedimento giudiziario per ottenere una nuova ingiunzione. Poco dopo, il 21 dicembre 2017, la High Court of Justice of England and Wales ha confermato quanto già precedentemente stabilito dalla High Court of Justice Chancery Division (“HCJ”) su un caso in cui la Football Association Premier League Limited (seguita poco dopo su una simile iniziativa da “UEFA”), titolare dei diritti sulle riprese delle partite della Premier League, chiedeva l’adozione un ordine di blocco dei c.d. “streaming servers” rivolto ai maggiori fornitori di servizi di connettività inglesi (tra cui British Telecommunication PLC e Sky Uk Limited).

La particolarità delle decisioni della HCJ concerne la soluzione tecnica accordata ai titolari dei diritti: l’injunction, infatti, non ha ad oggetto (come in passato) i singoli siti web pirata, bensì direttamente i server dai quali proviene lo streaming illecito dei contenuti. L’ordine di blocco, che la stessa HJC ha definito come “live blocking order”, ha ad oggetto cioè gli indirizzi IP specificamente utilizzati dai gestori degli “streaming server” in occasione di ogni match calcistico; indirizzi IP che dovranno essere “sbloccati” una volta terminato l’incontro di calcio. In questo modo, essendo il blocco limitato alla durata delle partite, esso non andrà ad incidere sulla libertà d’impresa degli access provider, i quali si potranno avvalere di tecnologie già a loro disposizione, senza dover affrontare alcun costo ulteriore. Dall’altro, il titolare dei diritti riceverà una tutela immediata ed efficace.

In tale contesto ben si collocano, quindi, sia gli ordini di sequestro più volte disposti dall’Autorità giudiziaria penale italiana con oggetto non solo il nome a dominio attuale di un dato sito pirata ma anche i “relativi alias e nomi di dominio presenti e futuri, rinvianti al sito medesimo”, sia la recentissima proposta di modifica di AGCOM al Regolamento in materia di tutela del diritto d’autore di cui alla delibera n. 680/13/CONS che, appunto, prevede procedure di blocco particolarmente celeri nei casi di reiterazione di violazioni già accertate, anche attraverso siti web che costituiscono una mera riproduzione di quelli già oggetto di precedenti ordini di blocco. In ambito internazionale, si segnala che anche la Russia ha recentemente adottato regole specifiche per contrastare il diffuso fenomeno dei siti pirata “mirror” con decreto 1225 del 7 ottobre 2017: tale strumento normativo consente ai titolari dei diritti di ottenere misure di blocco dei siti “mirror” senza la necessità di ottenere, ogni volta, nuovi ordini dell’Autorità giudiziaria (con il risultato che dall’entrata in vigore del citato decreto sono già stati bloccati più di 500 siti).

Il concetto giuridico di “creatività”: la sentenza del Tribunale di Milano n. 10780/2017

Il carattere creativo di un’opera, unico requisito richiesto per la tutela autorale, non per forza implica la novità assoluta della stessa, corrispondendo, infatti, alla manifestazione del modo personale dell’autore di rappresentare la realtà.

Il concetto giuridico di creatività non coincide con quello di originalità e novità assoluta, riferendosi, difatti, alla personale e individuale espressione di un’oggettività manifestata mediante una delle categorie elencate all’art. 1 LDA, di modo che un’opera dell’ingegno possa ricevere protezione a condizione che sia riscontrabile in essa un atto creativo, pur minimo, suscettibile di manifestazione nel mondo esteriore.

Questo il fondamentale principio enunciato dalla recente sentenza n. 10780/2017 del Tribunale di Milano, con la quale è stato accolto il ricorso dell’Associazione Culturale Metamorfosi che contestava la violazione dei propri diritti morali e di utilizzazione economica relativi ad un catalogo illustrato intitolato “Francesco, Parole, Tracce, immagini”, connesso ad un’omonima mostra il cui “progetto scientifico” era stato curato dall’Associazione Antiqua.

In particolare la doglianza è stata rivolta alla casa editrice Skira Editore, a seguito della pubblicazione negli Stati Uniti di un catalogo che riproduceva titolo ed elementi presenti nella corrispondente opera italiana, pubblicata da parte attrice. A tale accusa Skira Editore replicava che i diritti di sfruttamento economico erano stati acquistati dall’Associazione Antiqua, la quale aveva garantito, sia nel contratto di edizione che con dichiarazioni unilaterali, la titolarità dei diritti oggetto di cessione;

Secondo il Giudice di primo grado, l’autore di un’opera collettiva -come il catalogo in questione- è “chi dirige ed organizza la creazione dell’opera”, rinvenibile nel caso di specie nell’Associazione Antiqua, in quanto essa “ha diretto e coordinato la realizzazione del catalogo conferendo all’opera collettiva quel -pur minimo– carattere creativo, quale particolare espressione del lavoro intellettuale (artt. 6 LDA e 2576 c.c.), che giustifica la sua protezione monopolistica”.

Le proposte di modifica al Regolamento AGCOM in materia di tutela del diritto d’autore

Avv. Alessandro La Rosa

L’AGCOM procede spedita nella sua battaglia all’insegna della legalità sulle reti di comunicazione elettronica. Dopo la sentenza del TAR Lazio dello scorso 30 marzo 2017 – che rigettava il ricorso presentato da alcune associazioni di categoria per ottenere l’annullamento del Regolamento in materia di tutela del diritto d’autore e vedere negata la competenza dell’Autorità amministrativa-, lo scorso 24 gennaio c.a. ha pubblicato la Delibera 8/18/CONS, per sottoporre a consultazione pubblica un nuovo “schema di proposte di modifica al Regolamento in materia di tutela del diritto d’autore sulle reti di comunicazione elettronica e procedure attuative ai sensi del decreto legislativo 9 aprile 2003, 70”.

L’intento è quello di invitare gli operatori del settore le istituzioni e le associazioni rappresentative degli utenti e consumatori a far pervenire emendamenti motivati al testo del regolamento. Con un termine fissato al prossimo 23 febbraio, i soggetti interessati potranno anche essere auditi per l’illustrazione dei propri contributi.

I principali interventi sul precedente Regolamento constano tanto di un’attività di coordinamento del testo con altri atti/provvedimenti nazionali e comunitari sopravvenuti dal 2014 ad oggi, quanto, e soprattutto, di due nuove previsioni (di cui agli articoli 9-bis e 8-bis) che riguardano, invece, l’emanazione di provvedimenti cautelari nei confronti degli Internet Service Provider (ISP) e l’introduzione di misure idonee per le ipotesi di violazioni reiterate.

Alla base di tali previsioni vi è l’art. 2 della Legge europea 2017, che ha introdotto la possibilità per l’Autorità, di ordinare in via cautelare ai prestatori di servizi della società dell’informazione di porre fine immediatamente alle violazioni del diritto d’autore e dei diritti connessi, sulla base di un sommario apprezzamento dei fatti e della fondatezza delle relative ragioni di carattere giuridico (fumus boni iuris) e in presenza di una minaccia di un pregiudizio imminente e irreparabile per i titolari dei diritti (periculum in mora).

La legge europea 2017 ha inoltre incaricato l’Autorità di disciplinare, con proprio regolamento, le modalità e i termini di adozione e comunicazione del provvedimento cautelare ai soggetti interessati, i soggetti legittimati a proporre reclamo avverso il provvedimento, nonché di individuare misure idonee per impedire la reiterazione delle violazioni già accertate.

Allo stato nello schema proposto, si assiste ad un’inversione dell’iter, dove l’emanazione di un ordine cautelare nei confronti dei prestatori di servizi diviene immediato, e viene eliminato il previo contraddittorio procedimentale; ciò naturalmente purché l’intervento sia giustificato sul fumus boni iuris e sul periculum in mora e fermo restando il rispetto dei principi di gradualità, proporzionalità, adeguatezza cui le decisioni dell’Autorità devono improntarsi. In soli tre giorni dalla ricezione dell’istanza il provvedimento sarà efficace per porre “fine immediatamente alle violazioni del diritto d’autore e dei diritti connessi”.

Il potere attribuito all’Autorità di emettere un provvedimento cautelare inaudita altera parte risulta bilanciato con la possibilità di far valere adeguatamente le proprie ragioni riconosciuta a tutti i soggetti interessati (i provider, l’uploader, i gestori della pagina), i quali possono comunque determinare l’instaurazione del contraddittorio attraverso la proposizione del reclamo.

Quanto alla novità introdotta dall’articolo 8-bis, dedicato alla reiterazione di violazioni già accertate dall’Autorità, l’Autorità si troverebbe a verificare la presenza delle stesse opere digitali già oggetto di provvedimenti recanti ordine di disabilitazione dell’accesso a siti con server ubicati sul territorio nazionale; nel caso di accertata reiterazione della violazione, l’inottemperanza all’ordine dell’Autorità da parte del prestatore dei servizi di hosting verrà perseguita ai sensi di legge (sanzione di cui all’art. 1, comma 31, della legge n. 249/97 e trasmissione degli atti agli organi di polizia giudiziaria ai sensi dell’art. 182-ter della legge n. 633/41).

Quando invece, la reiterazione occupi siti ospitati su server ubicati fuori dal territorio nazionale, l’Autorità, procede con un provvedimento comunicato al soggetto istante e notificato ai prestatori di servizi individuati, nonché, ove rintracciabili, all’uploader e ai gestori della pagina e del sito internet, i quali possono proporre reclamo entro cinque giorni dalla notifica. In tal caso, la Direzione dispone l’avvio del procedimento, dandone comunicazione ai soggetti legittimati a presentare reclamo e al soggetto istante. Il provvedimento dell’Autorità sul reclamo è adottato entro sette giorni dalla data della sua presentazione.

Se invece, sulla base degli elementi valutati, i fatti segnalati non risultino costituire reiterazione di violazione già accertata, se la fattispecie integra gli estremi di un’autonoma violazione l’Autorità procede con l’avvio di un procedimento istruttorio ex novo.