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Limiti agli obblighi informativi dell’intermediario

L’intermediario non è tenuto ad informare, tempo per tempo, l’investitore circa l’andamento dei titoli acquistati, in ipotesi di abbassamento del loro rating o rischio di default dell’emittente. Lo ha stabilito la I Sezione Civile della Corte di Cassazione con l’ordinanza n. 17949 del 27.8.2020.
 
Il caso sottoposto all’esame della Corte

L’investitore conveniva in giudizio una banca innanzi al Tribunale, domandando l’accertamento della nullità delle operazioni di acquisto di obbligazioni argentine compiute nei mesi di marzo 1999, maggio 1999 e marzo 2000, e la condanna della banca al risarcimento del danno per la pretesa violazione di obblighi informativi.

Il Tribunale respingeva le domande attoree e la sentenza veniva confermata in secondo grado. In particolare, la Corte d’Appello riteneva che l’appellante avesse omesso di riproporre ogni questione riguardante il momento della stipula del contratto-quadro di intermediazione finanziaria, con la conseguenza che tale domanda non poteva essere esaminata dalla Corte.

L’investitore, ricorrente in Cassazione, con il secondo motivo censurava la sentenza impugnata, per violazione e falsa applicazione dell’art. 21 d.lgs. n. 58 del 1998, “per non avere ritenuto la banca tenuta ad adempiere ai doveri informativi anche dopo la conclusione del contratto di intermediazione, dovendo la banca, al contrario, tenere sempre informato il cliente della sua situazione finanziaria”.

Gli obblighi informativi previsti dal Testo Unico della Finanza

L’art. 21 del d.lgs. n. 58 del 1998 (c.d. “TUF”) stabilisce i criteri generali che i soggetti abilitati devono seguire nello svolgimento dei servizi e delle attività di investimento e accessori.

In particolare, la norma prevede il dovere di comportarsi con diligenza, correttezza e trasparenza, per servire al meglio l’interesse dei clienti e per l’integrità dei mercati.

Inoltre, i soggetti abilitati sono tenuti ad acquisire le informazioni necessarie dai clienti e ad operare in modo tale che essi siano sempre adeguatamente informati.

La decisione della Corte di Cassazione

La Suprema Corte ha ritenuto il secondo motivo proposto dall’investitore, in parte inammissibile e in parte infondato.

Segnatamente, la Corte ha ravvisato che la censura dell’investitore sia inammissibile, laddove volta a lamentare che la sentenza impugnata abbia statuito che la banca non fosse tenuta ad alcun obbligo informativo dopo la conclusione del contratto-quadro.

Giacché la Corte d’Appello si è, invece, limitata ad escludere che i titoli argentini, al momento della trasmissione degli ordini, avessero caratteristiche tali per cui la banca dovesse scoraggiare il cliente dall’investimento.

Inoltre, la censura dell’investitore è ritenuta infondata, laddove tesa a sostenere che l’intermediario sarebbe tenuto, anche al di fuori di un rapporto di gestione patrimoniale, a consigliare tempo per tempo al cliente se mantenere o cedere un prodotto finanziario. Sul punto, a sostegno della propria decisione, gli Ermellini hanno richiamato il principio di diritto, secondo cui “in materia di investimenti finanziari, gli obblighi informativi gravanti sull’intermediario ai sensi dell’art. 21, 1° comma, lett. b), d.lgs. n. 58 del 1998, sono finalizzati a consentire all’investitore di operare investimenti pienamente consapevoli”.

Sicché, conclude la Suprema Corte, “tali obblighi, al di fuori del caso del contratto di gestione e di consulenza in materia di investimenti, vanno adempiuti in vista dell’investimento e si esauriscono con esso”.

Avv. Daniele Franzini e Dott.ssa Francesca Carnago

Decreto liquidità: stop alla segnalazione alla centrale rischi

Deve essere cancellata a cura dell’istituto di credito la segnalazione alla Centrale Allarme Interbancaria (CAI) effettuata per l’emissione di assegni mancanti di provvista e avvenuta prima del decorso del termine di 60 giorni per il pagamento tardivo, previsto dal Decreto Cura Italia. Lo ha stabilito la Sezione civile del Tribunale di Reggio Emilia con l’ordinanza del 25.8.2020.
 
Il caso sottoposto all’esame del Tribunale

La ricorrente depositava domanda cautelare ex art. 700 c.p.c., chiedendo di ordinare alla banca convenuta la cancellazione dell’iscrizione del proprio nominativo nell’archivio della Centrale Allarme Interbancaria, per avere emesso 4 assegni mancanti di provvista nel periodo tra il 31 marzo 2020 e il 15 aprile 2020.

In particolare, la ricorrente lamentava l’illegittimità della segnalazione alla CAI, in quanto avvenuta senza attendere la decorrenza del termine di 60 giorni previsto per il pagamento tardivo ex artt. 8 e 9 L. n. 386/1990, termine prorogato dalla normativa emergenziale anti-Covid sino al 31 agosto 2020.

Cosa prevede il Decreto Liquidità

L’art. 11 del Decreto Liquidità prevede una serie di moratorie e agevolazioni per le imprese colpite dalla pandemia da Covid-19. La norma introduce una generale sospensione dei termini di scadenza dei titoli di credito emessi prima dell’entrata in vigore del decreto stesso e fino al 30 aprile 2020.

In particolare, viene stabilito che “i termini di scadenza ricadenti o decorrenti nel periodo dal 9 marzo 2020 al 30 aprile 2020, relativi a vaglia cambiari, cambiali e altri titoli di credito emessi prima della data di entrata in vigore del presente decreto, e ad ogni altro atto avente efficacia esecutiva a quella stessa data sono sospesi per lo stesso periodo”.

Per quanto riguarda gli assegni bancari e postali, il Decreto Liquidità sospende il termine di presentazione al pagamento del titolo a favore del beneficiario. Nell’ipotesi di difetto di provvista, la sospensione della presentazione vale anche per il traente con la conseguente temporanea inapplicabilità del protesto e della disciplina sanzionatoria dell’assegno.

Sono altresì sospese nello stesso periodo le segnalazioni alla Centrale Allarme Interbancaria e quelle già inviate dovranno essere cancellate a cura dell’intermediario che le ha effettuate.  

La decisione del Tribunale

Il Tribunale ha ritenuto fondata la domanda proposta ed ha, di conseguenza, ordinato all’istituto di credito di provvedere alla cancellazione dell’iscrizione dall’archivio della CAI.

Ciò in quanto la segnalazione “può essere effettuata solo dopo il decorso dei termine di sessanta giorni previsto per il pagamento tardivo ex artt. 8 e 9 L.n. 386/1990, e tale termine risulta non ancora decorso in quanto sospeso nel periodo 9/3/2020-31/8/2020, a fronte di assegni emessi tra il 31/3/2020 ed il 15/4/2020, così come previsto dall’articolo 11 D.L. n. 23/2020 conv. con modifiche in L. n. 40/2020”.

Più nel dettaglio, il Tribunale ha ritenuto sussistente il periculum in mora, nella circostanza che l’illegittima segnalazione alla CAI ha comportato la revoca di ogni autorizzazione ad emettere assegni, con effetti certamente negativi sulla possibilità di svolgere attività imprenditoriale.

Avv. Daniele Franzini e Dott.ssa Francesca Carnago

Ripetizione di indebito: differenza tra versamenti solutori e versamenti ripristinatori

Se il correntista, nel corso del rapporto, ha effettuato non solo prelevamenti ma anche versamenti, questi ultimi potranno essere considerati alla stregua di pagamenti e potranno formare oggetto di ripetizione di indebito. Per i versamenti la prescrizione del diritto alla ripetizione dell’indebito decorre dal momento in cui hanno avuto luogo le singole rimesse. Lo ha stabilito la VI Sezione Civile della Corte di Cassazione con l’ordinanza n. 14958 del 14.7.2020.

Il caso sottoposto all’esame della Corte

La società conveniva in giudizio una banca innanzi al Tribunale, domandando la ripetizione di somme asseritamente corrisposte in eccedenza, rispetto al dovuto, per interessi ultralegali, usurari e anatocistici con riferimento a un contratto di conto corrente.

La banca, in sede di costituzione, eccepiva preliminarmente la prescrizione del diritto fatto valere.

La domanda della società, accolta in primo grado, veniva confermata dalla Corte di Appello in sede di gravame.

In particolare, la Corte affermava la non rilevanza della distinzione tra rimesse solutorie e rimesse ripristinatorie operata dalla sentenza n. 24418 del 2 dicembre 2010 resa dalle Sezioni Unite della Corte di Cassazione, richiamata dalla difesa della banca, giacchè riteneva che nella fattispecie si trattava di “individuare la data di inizio per il decorso del termine di prescrizione dell’azione di ripetizione non essendo mai entrata nel processo una distinzione delle rimesse sotto il profilo della diversa decorrenza del termine di prescrizione”.

Le Sezioni Unite n. 24418 del 2010

L’ordinanza in commento ribadisce i principi già affermati dalle Sezioni Unite della Corte di Cassazione con la sentenza n. 24418 del 2 dicembre 2010, richiamata nelle difese della banca. Con la detta sentenza le Sezioni Unite hanno statuito che “se il correntista, nel corso del rapporto, abbia effettuato non solo prelevamenti ma anche versamenti, in tanto questi ultimi potranno essere considerati alla stregua di pagamenti, tali da formare oggetto di ripetizione (ove risultino indebiti), in quanto abbiano avuto lo scopo e l’effetto di uno spostamento patrimoniale in favore della banca”.

In particolare, ciò accade solo nei casi di “versamenti eseguiti su un conto in passivo cui non accede alcuna apertura di credito a favore del correntista, o quando i versamenti siano destinati a coprire un passivo eccedente i limiti dell’affidamento”.

Pertanto, è necessario distinguere tra versamenti solutori e versamenti ripristinatori della provvista. Solo i primi, infatti, possono considerarsi pagamenti nel quadro della fattispecie della ripetizione di indebito, con la conseguenza che la prescrizione del relativo diritto decorre, per tali versamenti, dal momento in cui le singole rimesse abbiano avuto luogo.

I versamenti ripristinatori, al contrario, non soddisfano il creditore ma ampliano o ripristinano la facoltà di indebitamento del correntista. Pertanto, in riferimento ad essi, la prescrizione decorre dalla data di estinzione del saldo di chiusura del conto, in cui gli eventuali interessi non dovuti sono stati registrati.

La decisione della Corte di Cassazione

La banca, ricorrente in Cassazione, con il secondo motivo censura la decisione assunta dalla Corte di Appello sull’eccezione di prescrizione del diritto alla ripetizione. Secondo la banca, la Corte di merito avrebbe dovuto applicare il principio enunciato dalle Sezioni Unite con la sentenza n. 24418 del 2 dicembre 2010, verificando quanto fosse in concreto ripetibile il versamento, ovvero avendo riguardo al momento in cui era stata possa in atto la rimessa.

In accoglimento del predetto motivo, la Cassazione ha cassato la sentenza impugnata nella parte in cui aveva reputato non invocabile quanto affermato dalle Sezioni Unite nel 2010 con riferimento alla prescrizione delle rimesse bancarie, in quanto “la differenziazione di tali rimesse, come solutorie e ripristinatorie, presentava carattere di novità (e non era dunque suscettibile di essere fatto valere in appello)”.

Infatti, secondo gli Ermellini, la stessa proposizione dell’eccezione di prescrizione imponeva di accertare la decorrenza della prescrizione basata sulla distinzione tra rimesse solutorie e ripristinatorie e di svolgere un giudizio di accertamento circa la data in cui avevano avuto luogo le singole rimesse solutorie.

Avv. Daniele Franzini

Fideiussione ABI e nullita’

In un contratto di fideiussione le clausole conformi allo schema ABI, vietato da Banca d’Italia, sono nulle in ragione della loro essenzialità ai fini della conclusione del relativo accordo. Tale nullità colpisce sia le fideiussioni omnibus sia le fideiussioni specifiche. Lo ha stabilito il Tribunale di Matera con la sentenza n. 329 pubblicata in data 6.7.2020.

La vicenda

Una banca chiedeva e otteneva un decreto ingiuntivo per la condanna di una società e dei suoi fideiussori al pagamento di una somma di denaro dovuta in virtù di un mutuo chirografario.

In sede di opposizione i garanti eccepivano, tra l’altro, la nullità della fideiussione prestata per violazione dell’art. 2 della legge Antitrust. In particolare, gli opponenti affermavano che nel contratto di fideiussione erano state inserite alcune clausole conformi al modello elaborato nel 2003 dall’ABI e sanzionato dalla Banca d’Italia con provvedimento n. 55 del 2.5.2005, in quanto contrario all’art. 2 della legge Antitrust.

In sede di costituzione nel giudizio di opposizione, l’istituto di credito opposto deduceva che la fideiussione prestata era da considerarsi “specifica”, in quanto relativa ad un determinato affare, mentre il provvedimento di Banca d’Italia del 2005 censurava ed era quindi esclusivamente  applicabile alle fideiussioni a garanzia c.d. omnibus.

La decisione del Tribunale

Il Tribunale non ha ritenuto condivisibile l’eccezione sollevata dalla banca affermando che “Banca d’Italia, nel censurare l’intesa ABI, ha fatto riferimento alle condizioni generali di contratto da applicare alla ‘fideiussione a garanzia delle operazioni bancarie’ in generale (…) e, comunque, anche a voler ritenere la censura operata dalla predetta autorità di vigilanza limitata alle sole fideiussioni omnibus, nulla impedirebbe a questo giudice di ritenere illegittimo tale schema contrattuale quando applicato ad altri tipi di fideiussione, quale quella prestata nella fattispecie dagli opponenti, in quanto anch’essa posta in essere in violazione del citato articolo 2 della legge Antitrust”.

Inoltre, il Tribunale ha statuito che la nullità delle clausole deve essere considerata totale, in quanto le pattuizioni contenute nella fideiussione hanno certamente avuto una funzione rilevante e fondamentale ai fini della conclusione del contratto, andando a rafforzare la garanzia prestata dai fideiussori.

Avv. Daniele Franzini

Prescrizione e azione di ripetizione di indebito

E’ soggetta all’ordinaria prescrizione decennale l’azione di ripetizione di indebito, proposta da una società cliente della banca, il quale lamenti la nullità della clausola di capitalizzazione trimestrale degli interessi anatocistici maturati con riguardo ad un contratto di apertura di credito bancario regolato in conto corrente. La prescrizione  decorre dalla data di estinzione del saldo di chiusura del conto. Lo ha stabilito la Cassazione Civile, Sez. VI, con l’ordinanza n. 14069 del 7.7.2020.
 
Il caso sottoposto all’esame della Corte

Una società cliente della banca proponeva azione di ripetizione di indebito relativa alle poste applicate su alcuni conti correnti ordinari e conti anticipi intercorsi tra le parti per usura e anatocismo dei tassi pattuiti.

La sentenza di primo grado, che accoglieva la domanda della cliente, veniva successivamente confermata dalla Corte d’Appello di Firenze.

Per tale ragione, la Banca proponeva ricorso in Cassazione, sollevando in particolare l’eccezione di prescrizione. Sul punto la Corte d’Appello aveva affermato che la Banca, che eccepisce la prescrizione dell’azione di ripetizione di indebito proposta dal correntista, deve dimostrare l’assenza di affidamenti in conto corrente e individuare le specifiche rimesse solutorie.

La decisione della Corte

Secondo la Suprema Corte l’azione di ripetizione di indebito proposta dal cliente di una banca, il quale lamenti la nullità della clausola di capitalizzazione trimestrale degli interessi anatocistici, maturati con riguardo ad un contratto di apertura di credito bancario regolato in conto corrente, è soggetta alla prescrizione ordinaria decennale.

In tale ipotesi, la prescrizione decorre dalla data di estinzione del saldo di chiusura del conto e non dalla data di annotazione in conto corrente di ogni singola posta di interessi illegittimamente addebitati. 

Sull’istituto di credito convenuto in giudizio, che vuole opporre l’eccezione di prescrizione al correntista, grava un onere di allegazione che è soddisfatto – secondo la Corte –  con l’affermazione dell’inerzia del titolare, unitamente alla dichiarazione di volerne approfittare, senza necessità che la banca indichi le specifiche rimesse solutorie ritenute prescritte.

La Corte, dunque, ha annullato la sentenza impugnata nella parte in cui, da un lato, aveva attribuito alla banca l’onere di dimostrare l’inesistenza di affidamenti e, dall’altro lato, aveva sollevato il cliente dall’onere di tale prova.

Avv Daniele Franzini
 

Assegni trafugati: concorso di colpa

La spedizione per posta ordinaria di un assegno, anche se munito di clausola di intrasferibilità, costituisce condotta idonea a giustificare l’affermazione del concorso di colpa del mittente in caso di sottrazione del titolo e riscossione da parte di un soggetto non legittimato. Lo hanno stabilito le Sezioni Unite della Corte di Cassazione con la sentenza n. 9769 del 26.5.2020.
 
Il caso sottoposto all’esame della Corte

La vicenda riguardava una compagnia assicuratrice che aveva inviato, tramite posta ordinaria, tre assegni di traenza non trasferibili, successivamente trafugati. Tali assegni, infatti, erano stati sottratti prima di pervenire ai rispettivi destinatari e posti all’incasso presso le agenzie di un istituto di credito, dietro esibizione di documenti di identità falsificati.

La compagnia assicuratrice – poi ricorrente in Cassazione – conveniva innanzi al Tribunale l’istituto di credito, chiedendo il risarcimento dei danni per aver dovuto effettuare nuovi pagamenti in favore dei beneficiari.

La Corte d’Appello, a differenza del Giudice di primo grado che aveva respinto la domanda proposta dall’attrice, condannava l’istituto di credito al pagamento delle somme richieste dalla compagnia assicuratrice, rilevando che la banca risponde sempre del pagamento di un assegno non trasferibile effettuato a favore di un soggetto non legittimato a riceverlo. I giudici di merito, in particolare, escludevano il concorso di colpa del mittente (ovvero dell’assicurazione) per avere inviato gli assegni di traenza tramite posta ordinaria.

Il quesito rivolto all’esame delle Sezioni Unite

La Prima Sezione della Cassazione, investita della vicenda, ha rimesso gli atti alle Sezioni Unite, al fine di chiarire se vi è “la possibilità di ravvisare un concorso del danneggiato (…) nella spedizione di un assegno a mezzo posta (…), con riguardo al pregiudizio patito dal debitore che non sia liberato dal pagamento, in quanto il titolo venga trafugato e pagato a soggetto non legittimato in base alla legge cartolare di circolazione”.

La responsabilità contrattuale della banca

Le Sezioni Unite hanno già avuto modo di affermare la natura contrattuale della responsabilità della banca che effettui il pagamento di assegni trafugati, muniti di clausola di intrasferibilità, a persona diversa dall’effettivo beneficiario per errore nell’identificazione del legittimo portatore del titolo.

Secondo la giurisprudenza di legittimità si tratterebbe, in particolare, di una responsabilità da contatto sociale, ovvero fondata sull’obbligo di protezione gravante sull’istituto di credito verso i soggetti interessati al buon esito dell’operazione.

La decisione delle Sezioni Unite: il concorso di colpa del danneggiato

La Corte ha censurato la sentenza impugnata nel capo in cui escludeva il concorso di colpa del mittente, affermando che l’invio tramite posta ordinaria da parte della compagnia assicuratrice ha agevolato la riscossione dell’assegno da parte di un soggetto non legittimato.

Segnatamente, la Corte ha statuito che “se la sottrazione sia stata cagionata o comunque agevolata dall’adozione di modalità di trasmissione inidonee a garantire, per quanto possibile, che l’assegno pervenga al destinatario, non può dubitarsi che la scelta delle predette modalità costituisca, al pari dell’errore nell’identificazione del presentatore, un antecedente necessario dell’evento danno (…)”.

Di conseguenza, il comportamento della banca, che decide volontariamente di esporsi a una situazione di rischio superiore alla soglia della normalità, giustifica il riconoscimento del concorso di colpa del danneggiato stesso.

Avv. Daniele Franzini
 

Covid-19 e misure di ampliamento dei prestiti bancari aggiuntivi

Il Consiglio direttivo della Banca Centrale Europea ha approvato misure di ampliamento dei prestiti bancari aggiuntivi (c.d. Additional Credit Claims, ACC). Tali misure hanno la finalità di garantire l’afflusso di credito a famiglie e imprese e di favorire l’accesso delle banche italiane alla liquidità della Banca Centrale.
 
Quali misure

Le misure di ampliamento del prestiti bancari aggiuntivi, adottate dal Consiglio direttivo della BCE, prevedono che le banche possano conferire a garanzia delle operazioni di finanziamento con l’Eurosistema sia portafogli di prestiti omogeni composti da crediti al consumo erogati alle famiglie sia mutui ipotecari alle famiglie all’interno di portafogli.

Ciò a prescindere dalla probabilità di insolvenza attribuita al debitore (viene eliminato il limite massimo, attualmente pari al 10 per cento) mentre il limite massimo di Loan-to-Value, attualmente pari all’80 per cento, viene innalzato al 100 per cento.

Tali misure entreranno in vigore a partire dal 17 giugno 2020 e saranno applicate fino a settembre 2021. Il Consiglio direttivo della BCE valuterà se prorogare o meno tale termine per assicurare un’adeguata disponibilità di garanzie per le controparti.

Resta fermo che possono essere conferiti in garanzia solo i prestiti performing sia all’atto del conferimento che durante tutta la durata dello stesso.

Valutazione della qualità creditizia

Il Consiglio direttivo della BCE ha, inoltre, introdotto nuove fonti di valutazione della qualità creditizia dei debitori dei prestiti.

La prima, utilizzabile per i prestiti erogati a società di persone di piccola dimensione, consiste nella componente andamentale del sistema interno della Banca d’Italia di valutazione della qualità creditizia e che si basa sulle valutazioni dei dati della Centrale dei rischi.

La seconda fonte di valutazione, utilizzabile per i prestiti erogati ad artigiani e famiglie produttrici e per i prestiti conferiti in garanzia all’interno dei portafogli di crediti al consumo, consiste in una PD (probabilità di default) e una LGD (Loss Given Default) uniche, calcolate secondo un approccio conservativo sviluppato dalla Banca d’Italia.

Avv. Daniele Franzini

Decreto rilancio: contratti bancari e assicurativi

Il consenso del cliente ora può essere espresso mediante posta elettronica non certificata o con altro strumento idoneo. La novità, introdotta dal Decreto Rilancio, riguarda i contratti aventi ad oggetto la prestazione di servizi di investimento, di adesione ad organismi di investimento collettivo del risparmio e assicurativi. Tale modalità di comunicazione è utilizzabile anche in relazione alla documentazione informativa.
 
Cosa prevede la norma

Come già anticipato in un precedente articolo, il Decreto Liquidità aveva introdotto alcune semplificazioni in materia di sottoscrizione di contratti bancari e assicurativi con la clientela al dettaglio.

Ora, l’art. 33 del Decreto Rilancio estende dette semplificazioni alla sottoscrizione di contratti aventi ad oggetto la prestazione di servizi di investimento, di adesione ad organismi di investimento collettivo del risparmio e assicurativi, e altresì alla consegna della documentazione contrattuale e informativa.

La disposizione ha, tuttavia, carattere eccezionale e temporaneo, in quanto si riferisce ai soli contratti (e alla relativa documentazione informativa) sottoscritti nel periodo compreso tra la data di entrata in vigore del predetto Decreto (19 maggio 2020) e il termine dello stato di emergenza deliberato dal Consiglio dei Ministri (ad oggi, 31 luglio 2020).  

Tuttavia, a differenza della norma contenuta nel Decreto Liquidità, l’art. 33 non fa distinzione tra tipologie di clientela e si applica, dunque, ai contratti conclusi sia dai clienti al dettaglio sia dai clienti professionali.

Il Decreto stabilisce espressamente che il consenso prestato dal cliente mediante posta elettronica ordinaria o altro strumento idoneo è pienamente valido ai fini della forma scritta richiesta dall’art. 23 TUF ed ha l’efficacia probatoria di cui all’art. 2702 c.c..

Analogamente da quanto precedentemente disposto nel Decreto Liquidità, la comunicazione del consenso deve (i) essere accompagnata da copia di un documento di riconoscimento valido, (ii) fare riferimento ad un contratto identificabile in modo certo e (iii) essere conservata unitamente al contratto medesimo con modalità che ne garantiscano la sicurezza, l’integrità e l’immodificabilità.

Le semplificazioni possono essere utilizzate dal cliente anche per aderire ad offerte al pubblico di prodotti e strumenti finanziari, per sottoscrivere quote e azioni di organismi di investimento collettivo del risparmio e, infine, per esercitare i diritti previsti dalla legge o dal contratto stesso. 

La consegna della documentazione

L’obbligo di consegna di copia del contratto e della relativa documentazione può essere adempiuto anche con la messa a disposizione del cliente su ‘supporto durevole’. Resta fermo l’obbligo di consegna alla prima occasione utile successivamente alla fine del periodo di emergenza.

Destinatari

A differenza di quanto previsto dal Decreto Liquidità, l’art. 33 del Decreto Rilancio si applica ai rapporti contrattuali relativi a tutte le categorie di clienti, non solo alla ‘clientela al dettaglio’.

Tuttavia, la Relazione Illustrativa al predetto Decreto ha specificato che tale disciplina “opera principalmente nell’interesse della clientela al dettaglio, potenzialmente più esposta alle limitazioni imposte dalla crisi nell’accesso ai servizi finanziari, in quanto non sempre in possesso delle dotazioni e strumentazioni informatiche e telematiche necessarie alla conclusione a distanza dei relativi contratti”.

La finalità

La disposizione sopra descritta ha certamente la finalità di agevolare la conclusione di contratti bancari ed assicurativi, attraverso l’introduzione di modalità semplificate di scambio del consenso e di informativa. In tal modo gli investitori hanno la possibilità di continuare ad avere accesso ai servizi e ai prodotti finanziari.

Allo stesso tempo viene conferita una certezza giuridica ai contratti conclusi durante il periodo emergenziale, eliminando (o per lo meno attenuando) il rischio che questi risultino affetti da nullità.

Tuttavia, il delicato ambito di operatività della disposizione necessita dell’adozione di specifiche cautele da parte degli intermediari, trattandosi di contratti per la cui validità è prevista la forma scritta ad substantiam

Avv. Daniele Franzini

Decreto liquidità: contratti bancari via e-mail

I contratti bancari ora possono essere stipulati mediante posta elettronica non certificata o con altro strumento idoneo. Il Decreto Liquidità ha, per l’appunto, previsto la possibilità, di carattere temporaneo, di utilizzare tale modalità di sottoscrizione. Ciò anche in considerazione delle note limitazioni di spostamento sin qui imposte dall’attuale emergenza sanitaria.
 
Cosa prevede la norma

Tra le novità introdotte dal Decreto Liquidità, la possibilità di stipulare i contratti bancari via e-mail è certamente una delle più importanti.

Nel dettaglio, l’art. 4 stabilisce che, tra la data di entrata in vigore del predetto Decreto e il termine dello stato di emergenza deliberato dal Consiglio dei Ministri (ad oggi, 31 luglio 2020), i contratti conclusi con la clientela al dettaglio sono da considerarsi efficaci, anche se i clienti esprimono il proprio consenso a stipulare il contratto via e-mail.

I contratti devono essere identificabili in modo certo e la comunicazione di consenso deve essere accompagnata da un documento di riconoscimento del contraente valido. Il documento dovrà essere conservato dalla banca unitamente al contratto con modalità tali da garantirne la sicurezza, l’integrità e l’immodificabilità.

Per quanto riguarda il requisito della consegna del contratto, il Decreto prevede che la banca invii una copia cartacea al cliente “alla prima occasione utile successiva al termine dello stato di emergenza”.

L’espressione del consenso via e-mail può essere impiegato altresì per esercitare il diritto di recesso previsto dalla legge.

Finalità

La stipulazione dei contratti bancari via e-mail ha certamente la finalità di assicurare la continuità nell’erogazione dei servizi e nell’offerta dei prodotti alla clientela da parte di banche e intermediari finanziari, prevedendo la conclusione dei contratti attraverso modalità di scambio del consenso più agevoli.

Destinatari

La norma si riferisce alla ‘clientela al dettaglio’ che, come affermato dall’ABI nella circolare del 9 aprile 2020, è stata ritenuta dal legislatore come la categoria “potenzialmente più esposta alle limitazioni imposte dall’emergenza sanitaria all’accesso ai servizi bancari e finanziari, in quanto non sempre in possesso delle dotazioni e strumentazioni informatiche e telematiche necessarie alla conclusione del contratto a distanza”.

Avv. Daniele Franzini

Decreto Rilancio: le nuove misure di sostegno alle imprese

Nella nuova fase di ripresa economica, il Decreto Rilancio stanzia 55 miliardi di euro con misure volte al sostegno alle imprese ed agli altri operatori economici con partita IVA. L’obiettivo è quello di rispondere alle esigenze delle imprese e dei lavoratori colpiti dalla crisi economica causata dal Covid-19. Questi i principali interventi.
 
Incremento Fondo di Garanzia per le PMI

Il Decreto Rilancio finanzia con 4 miliardi il Fondo di Garanzia per le PMI, la cui dotazione finanziaria era già stata potenziata dal Decreto Liquidità, per un totale di circa 7 miliardi. 

Ricapitalizzazione delle imprese

Le società, con un fatturato annuo compreso tra i 5 e i 50 milioni di euro, possono ottenere un credito d’imposta del 20% del conferimento effettuato per l’aumento del capitale sociale.

Per poterne beneficiare, l’aumento di capitale deve essere a pagamento e integralmente versato. Inoltre, deve essere stato deliberato ed eseguito dopo l’entrata in vigore del decreto.

Costituzione del Patrimonio Rilancio

Il decreto autorizza Cassa Depositi e Prestiti alla costituzione di un patrimonio destinato c.d. “Patrimonio Rilancio”. A detto patrimonio sono infatti apportati beni e rapporti giuridici dal Ministero dell’economia e delle finanze. Le risorse saranno utilizzate per il rilancio del sistema economico produttivo italiano.

Nel dettaglio, possono beneficiare del patrimonio destinato società per azioni che hanno sede legale in Italia e che presentano un fatturato annuo superiore a 50 milioni di euro, eccetto  quelle che operano nel settore bancario, finanziario o assicurativo.

Contributi a fondo perduto

Il decreto introduce contributi a fondo perduto (pari a 6 miliardi) a favore di società e lavoratori autonomi, titolari di partita IVA, con fatturato/ricavi inferiori a 5 milioni di euro nell’ultimo periodo di imposta. 

Tale contributo, in particolare, può essere richiesto da colui che dimostra di avere avuto un fatturato nel mese di aprile 2020 inferiore ai due terzi dell’ammontare del fatturato del mese di aprirle 2019. Quei soggetti, invece, che hanno iniziato l’attività a partire dal 1 gennaio 2019, possono richiedere il contributo anche in assenza del requisito del calo del fatturato.

Infine, il contributo non concorrerà alla formazione della base imponibile delle imposte sui redditi e sarà erogato dall’Agenzia delle Entrate.

Pagamento dei debiti della PA

Il decreto stanzia 12 miliardi di euro per i debiti commerciali degli enti locali, delle Regioni e delle Province autonome nei confronti delle imprese.

Avv. Daniele Franzini