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Tra diritto di cronaca e discriminazione

Avv. Flaviano Sanzari

Come noto, il potere-dovere di raccontare e diffondere a mezzo stampa notizie e commenti, quale esercizio del diritto di libertà di informazione e di pensiero, incontra limiti in altri diritti e interessi fondamentali della persona, come l’onore e la reputazione, anch’essi costituzionalmente protetti dagli artt. 2 e 3 Cost.

Lo ha ribadito il Tribunale di Milano con una recente ordinanza del 13 giugno scorso, con la quale ha deciso il ricorso presentato da una ONLUS, che agiva per accertare il carattere diffamatorio e discriminatorio della condotta dell’Editoriale Libero s.r.l. e di Vittorio Feltri, per la pubblicazione dell’articolo “Turpe speculazione. Elenco dei papponi che si arricchiscono con la tratta dei neri. Nel 2016 fatturati milionari per Coop ed associazioni cattoliche”.

Il Tribunale di Milano, richiamando i principi consolidati in tema di lecito esercizio del diritto di cronaca, ha ritenuto che l’articolo censurato, a partire dal titolo, costituisse un’offesa gratuita, risultando evidente l’intenzione di Libero di indicare ai propri lettori la natura para-delinquenziale delle attività di accoglienza e dei fondi legittimamente ricevuti per svolgerle, non ravvisando, quindi, gli estremi per riconoscere la scriminante del diritto di cronaca e critica (come definiti dalla giurisprudenza della Suprema Corte) e ritenendo, pertanto, ingiustificata la lesione alla reputazione dell’associazione ricorrente.

Il titolo di un articolo è sufficiente a configurare la diffamazione

Avv. Flaviano Sanzari

Con sentenza n. 17656 del 2.7.2019, la Corte di Cassazione ha accolto il ricorso promosso da Vinitaly per un articolo pubblicato sul settimanale L’Espresso, dal titolo ‘Velenitaly’.

La Corte ha ribadito che in tema di esercizio dell’attività giornalistica, il carattere diffamatorio di un articolo non può essere valutato sulla base di una lettura atomistica delle singole espressioni, ma con riferimento all’intero contesto della comunicazione, comprensiva di titoli e sottotitoli e di tutti gli altri elementi che rendono esplicito, nell’immediatezza della rappresentazione e della percezione visiva, il significato di un articolo.

La diffamatorietà di uno scritto deve essere quindi valutata non solamente in base alla percezione che del contenuto dell’articolo di stampa possono avere i lettori più attenti, che ne leggono l’intero contenuto, ma anche in relazione ai lettori più frettolosi, che possono farsi fuorviare e suggestionare anche solo dal titolo o dalle fotografie che lo accompagnano.

Il medesimo principio è stato sancito dalla Suprema Corte con sentenza 16911 del 25.6.2019 che ha altresì evidenziato la maggior valenza diffamatoria del titolo dell’articolo rispetto al contenuto del medesimo, anche in considerazione della circostanza che il titolo dell’articolo è sovente trovato per primo nelle richieste effettuate sui motori di ricerca in rete.

La verità dei fatti legittima la critica sferzante

Avv. Flaviano Sanzari

I siti internet diversi dalle testate giornalistiche online non godono delle stesse tutele assicurate dalla legge al mezzo della stampa con riferimento allo strumento cautelare del sequestro; peraltro, tutte le forme di comunicazione telematica quali forum, blog, social network, newsletter sono espressione del diritto costituzionale di manifestare liberamente il proprio pensiero, di cui costituiscono estrinsecazione le manifestazioni di critica e le denunce civili con qualsiasi mezzo diffuse.

La sussistenza dell’esimente del diritto di critica presuppone, per sua stessa natura, la manifestazione di espressioni oggettivamente offensive della reputazione altrui, la cui offensività possa, tuttavia, trovare giustificazione nella sussistenza del diritto; l’esercizio del diritto in parola consente l’utilizzo di espressioni forti ed anche suggestive al fine di rendere efficace il discorso e richiamare l’attenzione di chi ascolta.

Si tratta di principi tutti ribaditi dalla Cassazione civile, con ordinanza n. 14370 del 27.5.2019, tramite la quale la Suprema Corte ha ripercorso, in via generale, l’individuazione dei requisiti caratterizzanti l’esercizio delle esimenti dei diritti di cronaca e critica, consistenti nell’interesse sociale, nella continenza del linguaggio e nella verità del fatto narrato. Con riferimento specifico al diritto di critica, però, si osserva che il rispetto della verità del fatto assume rilievo limitato, in quanto la critica, quale espressione di opinione meramente soggettiva, ha per sua natura carattere congetturale, che non può, per definizione, pretendersi rigorosamente obiettiva ed asettica. Il limite immanente all’esercizio del diritto di critica è, pertanto, costituito dal fatto che la questione trattata sia di interesse pubblico e che comunque non si trascenda in gratuiti attacchi personali.

Va poi tenuto conto della perdita di carica offensiva di alcune espressioni in contesti quali, ad esempio, quello politico, in cui la critica assume spesso toni aspri e penetranti quanto più elevata è la posizione pubblica del destinatario.

Si è poi osservato che continenza significa proporzione, misura e continenti sono quei termini che non hanno equivalenti e non sono sproporzionati rispetto ai fini del concetto da esprimere e alla forza emotiva suscitata della polemica su cui si vuole instaurare un lecito rapporto dialogico e dialettico. La continenza formale consente il ricorso anche a parole sferzanti, nella misura in cui esse siano correlate al livello della polemica.

Tale considerazione è tanto più valida, allorché il giornalista ricorra ad argomenti ironici o satirici. È infatti noto che lo scritto satirico mira all’ironia sino al sarcasmo e comunque all’irrisione di chi esercita un pubblico potere, in tal misura esasperando la polemica intorno alle opinioni ed ai comportamenti; nell’apprezzare il requisito della continenza, allora, il giudice deve tener conto del linguaggio essenzialmente simbolico e frequentemente paradossale dello scritto satirico, rispetto al quale non si può applicare il metro consueto di correttezza dell’espressione. Il limite insuperabile, anche in tal caso, è quello del rispetto dei valori fondamentali, allorché la persona pubblica, oltre al ludibrio della sua immagine pubblica, sia esposta al disprezzo.

Ricerca e critica storica: i limiti al loro esercizio

Avv. Flaviano Sanzari

Non è configurabile nel nostro ordinamento un diritto soggettivo (la cui lesione possa dar vita ad un risarcimento) a che intellettuali, storici o più in generale mediatori culturali offrano una lettura storica degli accadimenti passati rispondente ad assoluta obiettività e basata su un lavoro documentale compiuto e privo di omissioni o lacune.

L’esigenza che la ricerca, la raccolta e la selezione del materiale da sottoporre a giudizio storico sia la più completa possibile, a  garanzia del carattere scientifico della ricerca, costituisce certamente una delle condizioni perché possa validamente invocarsi l’esimente della critica storica (insieme con la correttezza od appropriatezza di linguaggio e l’esclusione di attacchi personali o polemici).

Il suo rilievo giuridico è però per l’appunto limitato a tale funzione esimente rispetto alla responsabilità derivante dalla lesione – che in ipotesi consegua alla pubblicazione di scritti frutto di tali ricerche – di diritti della persona, quale quello all’onore e alla reputazione.

Con queste argomentazioni la Corte di Cassazione, con sentenza n. 13609/2019, pubblicata in data 21.5.2019, ha escluso che il quotidiano Libero potesse essere condannato ad un risarcimento, per aver pubblicato un articolo del filosofo Giovanni Gentile dal titolo “ricostruire”, col quale il filosofo, in merito a un precedente scritto, precisava di non aver mai perorato una pacificazione tra fascisti e anti-fascisti, e restava fermo il suo convincimento della necessità di distruggere “certe forme delinquenziali di antifascismo”.

Facebook deve vigilare sui commenti identici del medesimo utente

Avv. Flaviano Sanzari

Con parere reso in data 4 giugno 2019 nell’ambito della causa C-18/18, l’Avvocato Generale della Corte di Giustizia dell’Unione Europea, prendendo posizione su alcune questioni pregiudiziali poste dalla Corte Suprema austriaca – in riferimento ad un contenzioso avente ad oggetto espressioni diffamatorie pubblicate da un utente di Facebook nei confronti del presidente del gruppo parlamentare Die Grünen («i Verdi»), quali «brutta traditrice del popolo», «imbecille corrotta» e membro di un «partito di fascisti» – ha avuto modo di chiarire, con una interpretazione per certi versi innovativa dell’articolo 15, paragrafo 1, della direttiva 2000/31/CE, la portata dell’obbligo di sorveglianza gravante sugli hosting provider.

In particolare, pur ricordando che tale norma impedisce che un prestatore intermediario possa essere costretto a procedere ad una generale sorveglianza della totalità o della quasi totalità dei dati di tutti gli utenti del suo servizio al fine di prevenire qualsiasi violazione futura, l’Avvocato Generale ha precisato che il detto articolo non riguarda obblighi di sorveglianza previsti in casi specifici dalla medesima direttiva, disposti al fine di impedire ulteriori danni agli interessi in causa.

Ne segue che obblighi di sorveglianza attiva ben possono essere imposti al gestore di un social network, a condizione che siano riferibili ad una data violazione, che sia specificata la durata di tale sorveglianza e che siano fornite chiare indicazioni circa la natura delle violazioni considerate, il loro autore e il loro oggetto.

Quindi, nell’ambito di un’ingiunzione, il provider può essere tenuto a ricercare e ad individuare, fra tutte le informazioni diffuse dagli utenti di tale piattaforma, le informazioni identiche a quella qualificata come illecita dal giudice che ha emesso un’ingiunzione (in quanto la riproduzione dello stesso contenuto da parte di tutti gli utenti di una piattaforma di rete sociale è rilevabile, di norma, con l’ausilio di strumenti informatici, senza che il provider sia obbligato a ricorrere ad un filtraggio attivo e non automatico della totalità delle informazioni). Nell’ambito di una siffatta ingiunzione, un provider di servizi di hosting potrà allora essere costretto a ricercare e ad individuare le informazioni equivalenti a quella qualificata come illecita soltanto fra informazioni diffuse dal medesimo utente che ha divulgato tale informazione.

“Gaglioffo!” è diffamazione e non critica

Avv. Flaviano Sanzari

L’esercizio del diritto di critica trova un limite immanente nel rispetto della dignità altrui, non potendo lo stesso costituire mera occasione per gratuiti attacchi alla persona ed arbitrarie aggressioni al suo patrimonio morale. Lo ha ribadito la Corte di Cassazione con la sentenza n. 14644 del 3 aprile scorso, precisando che gli epiteti “rapinatore” e “gaglioffo” sono di per sé gravemente infamanti ed esorbitano, dunque, dal diritto di critica, non rispettando il limite della continenza, in quanto non esprimono un dissenso motivato in termini misurati e necessari, bensì un un attacco personale lesivo della dignità morale ed intellettuale della persona.

Non è diffamante dire che i magistrati non conoscono neppure l’elementare concetto di negozio giuridico

Avv. Flaviano Sanzari

Con sentenza n. 19960 del 9 maggio scorso, la Cassazione ha ricordato il chiaro orientamento della Corte in tema di diritto di critica giudiziaria, secondo il quale “il diritto di critica dei provvedimenti giudiziari e dei comportamenti dei magistrati deve essere riconosciuto nel modo più ampio possibile, non solo perché la cronaca e la critica possono essere tanto più larghe e penetranti, quanto più alta è la posizione dell’uomo pubblico oggetto di censura e più incisivi sono i provvedimenti che può adottare, ma anche perché la critica è l’unico reale ed efficace strumento di controllo democratico dell’esercizio di una rilevante attività istituzionale”

Diffamazione: il diritto di critica deve essere supportato da un fatto “vero”

Avv. Flaviano Sanzari

In tema di diffamazione, la Corte di Cassazione, con la sentenza n. 7340/2019, torna a ribadire come, ai fini del riconoscimento del diritto di critica, occorre distinguere tra i fatti su cui si esercita la critica ed i giudizi di valore con cui l’opinione critica si manifesta. Mentre i primi devono basarsi su di un nucleo veritiero e rigorosamente controllabile, i giudizi di valore non sono suscettibili di dimostrazione, poiché la critica, quale espressione di opinione meramente soggettiva, ha per sua natura carattere congetturale che non può, per definizione, pretendersi rigorosamente obiettiva e asettica. Piuttosto, anche la critica, per essere legittima, deve essere esercitata nel rigoroso rispetto di alcuni ulteriori limiti, quali la rilevanza sociale dell’argomento (interesse pubblico) e la correttezza dell’espressione (continenza), che non deve trascendere in gratuiti attacchi personali, pur potendosi ammettere toni anche aspri e forti, purché pertinenti al tema in discussione.

In sostanza, anche nell’esercizio del diritto di critica deve essere rispettato il requisito della verità, con riferimento non al contenuto valutativo della critica, ma al suo presupposto fattuale. Vale a dire che, una volta riferito un fatto (un avvenimento, una condotta, un’opinione, ecc.) nei suoi esatti termini (almeno in quelli che appaiano, all’esito di un diligente accertamento, al momento in cui la notizia viene diffusa), il giornalista (come qualsiasi cittadino) è poi libero di sottoporlo a valutazione e critica, ben potendo essere la critica aspra, corrosiva, distruttiva, radicale e impietosa, sempre, si intende, che ricorrano gli ulteriori requisiti della rilevanza sociale e della continenza espressiva. In altre parole, la rispondenza al vero del fatto criticato costituisce il presupposto sul quale l’attività di critica si fonda, per l’ovvio motivo in base al quale criticare un fatto non vero, non solo costituisce un inescusabile danno nei confronti del soggetto cui ingiustamente si attribuisce un comportamento non tenuto, ma integra anche gli estremi della “falsa comunicazione” nei confronti dei destinatari della notizia di critica-cronaca, che, dunque, vedono, di riflesso, frustrato il loro diritto di essere correttamente informati.

Diritto di critica e Facebook

Avv. Flaviano Sanzari

Diritto di critica ampio per chi pubblica post satirici sui social network. Lo ha deciso la Cassazione che, con la sentenza n. 3148/2019, si è occupata di una pagina Facebook con un titolo ironicamente allusivo a una celebre guida sui ristoranti di qualità, dove gli utenti potevano segnalare i peggiori locali di una città siciliana e dintorni. Su questa pagina, un utente aveva pubblicato un finto volantino di un ristorante della città, che pubblicizzava la vendita di pasta con l’indicazione di prezzi esorbitanti. Per questo, nonché per i commenti successivi in cui, tra l’altro, apostrofava il titolare del locale come «truffatore», l’uomo era stato condannato per diffamazione dai giudici di merito. Al contrario, discostandosi dalla giurisprudenza che ha ormai equiparato, a questi fini, l’ambiente digitale ai tradizionali mezzi di comunicazione – essendo stato ormai chiarito che anche la pubblicazione di un’offesa su Facebook può integrare illecito diffamatorio – la Cassazione, in questo caso, ha affermato che ricorre un’ipotesi di libero esercizio del diritto di critica, capace di dare giustificazione alla condotta apparentemente diffamatoria, ritenendo di non poter sanzionare quelle che ha definito mere coloriture ed iperboli, toni aspri o polemici, linguaggio figurato o gergale, in quanto espressioni proporzionate e funzionali all’opinione o alla protesta legittima che si è inteso manifestare. Quanto ad eventuali inesattezze, la Cassazione ha precisato che a carico di chi pubblica un post su un social non si possono porre oneri informativi analoghi a quelli gravanti su un giornalista professionista, ma si deve tener conto della diversità tra le due figure per ruolo, funzione, formazione, capacità espressive, spazio divulgativo e relativo contesto.

Foto dei figli minorenni, no ai post della nuova compagna del padre

Avv. Flaviano Sanzari

La nuova compagna dell’ex marito non può pubblicare su Facebook le foto dei figli minorenni di lui. Il nuovo stop alla divulgazione sui social network delle immagini che ritraggono i minorenni arriva dal Tribunale di Rieti che, con ordinanza del 7 marzo scorso, ha accolto il ricorso d’urgenza presentato dalla madre di due figli di 11 e 8 anni che, stanca di vedere pubblicate su Facebook le foto dei ragazzi in compagnia dell’ex e della nuova compagna, ha chiesto al Tribunale di imporre alla donna di rimuovere immediatamente tutte le immagini presenti sui social network.

Per il giudice, la diffusione delle immagini di minorenni sui social network si deve considerare «un’attività in sé pregiudizievole in ragione delle caratteristiche proprie della rete internet». Per il Tribunale, infatti, sarebbe impossibile controllare la diffusione delle immagini caricate nel web che potrebbero quindi essere messe a disposizione di chiunque con un potenziale danno per i minorenni coinvolti. A rafforzare la tutela anche il nuovo Regolamento UE 2016/679 (GDPR), citato dall’ordinanza, che al considerando 38 dispone una specifica protezione per i minorenni relativamente alla diffusione dei loro dati personali proprio in ragione del fatto della loro inferiore consapevolezza dei rischi e dei loro diritti in relazione al trattamento dei dati personali che li riguardano. A tal proposito, l’ordinanza ricorda anche come il decreto legislativo n. 101/2018 abbia sul punto adeguato il GDPR, fissando in Italia il limite di 14 anni per l’iscrizione a un social network, mentre per i più piccoli occorre il consenso di entrambi i genitori. Questo però non autorizza terze persone a pubblicare le foto dei minorenni, anche di età superiore ai 14 anni, a maggior ragione quando i genitori espressamente li abbiano tutelati inserendo specifiche condizioni negli accordi di separazione o divorzio, come era avvenuto nella fattispecie.