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Trafiletto diffamatorio e lettore frettoloso

Avv. Flaviano Sanzari

Il titolo può assumere una valenza diffamatoria che prescinde dal contenuto dell’articolo cui si riferisce. Esso, infatti, è in grado di orientare il lettore e di trasmettergli un’informazione compiuta, a maggior ragione quando è caratterizzato da espressioni forti e lapidarie e tenendo conto della propensione dell’utente ad una lettura sommaria del contenuto dell’articolo.

La Corte di Cassazione Penale, con la sentenza n. 6110 depositata lo scorso 7 febbraio, in sostanza ribadisce, da un lato, un principio ormai consolidato – quello per cui il titolo di un articolo giornalistico è in grado di rivestire autonoma valenza diffamatoria – e, dall’altro, fonda la propria decisione anche sulla figura del “lettore frettoloso” – ossia, colui che si sofferma sulle parti graficamente più accattivanti dell’articolo e che omette di leggerne il contenuto, senza alcun approfondimento del contenuto – invero già recepita dalla giurisprudenza della Corte, che sottolinea la necessità di vagliare i titoli, ma anche l’esposizione grafica delle singole componenti dell’articolo, al fine di valutare se una lettura che si limiti ai passaggi maggiormente evidenziati possegga un’autonoma portata diffamatoria.

I confini della critica politica

Avv. Flaviano Sanzari

La sussistenza della scriminante del diritto di critica presuppone la manifestazione di espressioni oggettivamente lesive dell’altrui reputazione, essendo ben possibile utilizzare espressioni forti per dare maggiore vigore alla manifestazione del pensiero critico, ciò a condizione che sussista un interesse sociale all’informazione, che il linguaggio non sia gratuitamente offensivo e che il nucleo del fatto storico da cui prende le mosse la critica sia vero.

Principi riaffermati dalla recentissima sentenza della Cassazione Penale, n. 7340 depositata lo scorso 18 febbraio.

Il contesto, nella fattispecie, è quello della critica politica, riguardando espressioni pronunciate nell’ambito di una accesa contestazione, insorta in ambito sindacale, in cui venivano addebitati al Presidente provinciale della Confederazione interessata comportamenti scorretti, che avevano dato luogo al commissariamento dell’ente e persino all’iscrizione del medesimo nel registro degli indagati per reati commessi nell’esercizio del mandato.

Siffatta contrapposizione si era, poi, acuita nel corso della campagna elettorale per il rinnovo della carica, nel cui ambito le rilevate criticità erano state agitate per rimarcare l’inaffidabilità del presidente uscente.

Ebbene, secondo la Cassazione proprio alla luce di simile contesto competitivo vanno interpretate le dichiarazioni censurate, tenuto conto che l’esercizio del diritto di critica consente il ricorso anche ad espressioni forti e persino suggestive, al fine di potenziare l’efficacia del discorso o del testo e richiamare l’attenzione dell’interlocutore destinatario e ricordando che, con specifico riferimento al diritto di critica politica, il rispetto del principio di verità si declina peculiarmente, assumendo limitato rilievo, necessariamente affievolito rispetto alla diversa incidenza che il medesimo dispiega sul versante del diritto di cronaca, in quanto la critica, quale espressione di opinione meramente soggettiva, ha per sua natura carattere congetturale che non può, per definizione, pretendersi rigorosamente obiettiva ed asettica. Tuttavia, richiamando la giurisprudenza sul punto della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo (CEDU), la Cassazione precisa che, anche in merito a dichiarazioni che contengano un giudizio di valore, permane la necessità che quest’ultimo sia comunque sempre ancorato ad un nucleo fattuale che deve essere sia veritiero che oggettivamente sufficiente per permettere di trarvi il giudizio, versandosi, altrimenti, in affermazione offensiva eccessiva, non scriminabile perché assolutamente priva di fondamento o di concreti riferimenti fattuali.

Per quanto riguarda, invece, la valutazione del requisito della continenza, necessario ai fini del legittimo esercizio del diritto di critica, si deve tenere conto del complessivo contesto dialettico in cui si realizza la condotta e verificare se i toni utilizzati dall’agente, pur aspri e forti, non siano gravemente infamanti e gratuiti, ma siano invece comunque pertinenti al tema in discussione, tenuto conto anche del fatto che, in riferimento a chi esercita poteri pubblici, quanto maggiore è il potere esercitato, tanto maggiore è l’esposizione alla critica, per la necessità che il suddetto potere sia sottoposto ad un rigido controllo sia da parte dell’opposizione politica che dei cittadini.

La Cassazione sul diritto all’immagine delle celebrità

Avv. Flaviano Sanzari

La Corte di Cassazione, con sentenza n. 1875 del 2019, ha accolto il ricorso di un noto personaggio dello spettacolo contro una casa editrice per la pubblicazione di alcuni scatti “rubati” con la compagna all’interno della sua villa. Con la suindicata sentenza, la Cassazione ripercorre i principi giurisprudenziali in materia di diritto all’immagine delle celebrità.

La sentenza della Corte d’Appello, oggetto di impugnazione, aveva infatti affermato che chiunque pubblichi abusivamente il ritratto di una persona nota è tenuto al risarcimento del danno, la cui quantificazione deve essere operata tenendo conto più che della lesione al diritto alla riservatezza, in sé considerato, delle cause di detta notorietà, poiché se questa consegue ad esercizio di un’attività (nella specie nel campo dello spettacolo) cui si ricollega la consuetudine dello sfruttamento rimunerato dell’immagine, l’abusiva pubblicazione determina un danno di natura patrimoniale, comportando il venir meno per l’interessato della possibilità di offrire l’uso del proprio ritratto per pubblicità di prodotti o servizi analoghi e d’altra parte difficoltà a commercializzare al meglio la propria immagine anche con riferimento a prodotti e servizi del tutto diversi.

La Corte d’Appello aveva però escluso la concreta esistenza di un nocumento patrimoniale, in quanto era ben noto che l’attore in questione avesse – per il tramite del suo portavoce – espressamente escluso il consenso alla pubblicazione di immagini della propria vita privata, cosicché si sarebbe negata la stessa possibilità dello sfruttamento economico dei ritratti.

La Suprema Corte ha invece chiarito – applicando un ulteriore principio, in conformità alla precedente sentenza n. 22513 del 2004 – che “l’abusiva pubblicazione, quando comporta la perdita, da parte del titolare del diritto, della facoltà di offrire al mercato l’uso del proprio ritratto, dà luogo al corrispondente pregiudizio. Tale pregiudizio non è poi escluso dall’eventuale rifiuto del soggetto leso di consentire a chicchessia la pubblicazione degli specifici ritratti abusivamente utilizzati, atteso che per un verso detto rifiuto non può essere equiparato ad una sorta di abbandono del diritto, con conseguente caduta in pubblico dominio, in quanto nella gestione del diritto alla propria immagine ben si colloca la facoltà, protratta per il tempo ritenuto necessario, di non pubblicare determinati ritratti, senza che ciò comporti effetto ablativo [..] con la conseguenza che lo sfruttamento abusivo del ritratto, in quanto frustrante della predetta strategia generale che solo al titolare del diritto spetta di adottare, può risultare fonte di pregiudizio ben più grave di quello corrispondente al valore commerciale della specifica attività abusiva, il cui risarcimento ben può essere effettuato in termini di perdita della reputazione professionale, ove questa sia allegata in giudizio, da valutarsi caso per caso dal giudice di merito nei limiti della ricchezza non conseguita dal danneggiato, ovvero anche con il ricorso al criterio di cui all’art. 1226 c.c.”

Per quanto concerne la tecnica liquidatoria del danno patrimoniale, si afferma il principio (già stabilito con la sentenza n. 12433 del 2008) secondo cui “l’illecita pubblicazione dell’immagine altrui obbliga al risarcimento anche dei danni patrimoniali, che consistono nel pregiudizio economico di cui la persona danneggiata abbia risentito per effetto della suddetta pubblicazione e di cui abbia fornito prova. In ogni caso, qualora non possano essere dimostrate specifiche voci di danno patrimoniale, la parte lesa può far valere il diritto al pagamento di una somma corrispondente al compenso che avrebbe presumibilmente richiesto per concedere il suo consenso alla pubblicazione, determinandosi tale importo in via equitativa, avuto riguardo del vantaggio economico conseguito dall’autore dell’illecita pubblicazione e ad ogni altra circostanza”.

Diffamazione, la verità dei fatti riguarda il nucleo centrale della notizia

Avv. Flaviano Sanzari

Con la sentenza n. 60 del 2 gennaio 2019, la Corte di Cassazione, V Sez. Pen., ha escluso la diffamazione per alcuni giornalisti ed il loro direttore in relazione ad un articolo relativo al caso della valutazione di una partecipazione societaria che doveva essere acquisita da un ente pubblico.

Per i giudici, i giornalisti, pur avendo posto in essere inesattezze su aspetti del tutto marginali, hanno dato una notizia vera, evidenziando l’enorme ed inspiegabile divario tra le valutazioni della suddetta partecipazione, espresse in un breve arco di tempo dai commercialisti incaricati, ribadendo così il principio per cui, ai fini della sussistenza del requisito della verità della notizia, è essenziale che sia vero (oltre che di interesse generale) il nucleo centrale dei fatti oggetto dell’articolo giornalistico, non rilevando eventuali errori ricadenti su aspetti laterali.

La Corte ha avuto altresì modo di osservare che, nella fattispecie, i giornalisti avevano anche compiuto ulteriori indagini, esaminando il bilancio della società, concludendo che chi affronta il difficile compito di apprezzare una partecipazione societaria (i commercialisti) non può ignorare il valore della stessa come inserito nel bilancio della società. Né si può pretendere che i cronisti procedano all’analisi dei criteri applicati dai periti

Diritto all’oblio, la Corte UE si schiera a fianco di Google

Avv. Flaviano Sanzari

Se il diritto all’oblio debba o meno avere confini nazionali o comunitari è una questione attualmente all’esame della Corte di Giustizia dell’Unione Europea nella causa C-507/17. Il Conseil d’État francese, chiamato a decidere sul diritto a ottenere la deindicizzazione di link riguardanti l’interessato da tutte le versioni di Google disponibili nel mondo, sospendendo il giudizio, ha infatti formulato tre questioni pregiudiziali alla Corte di Giustizia, richiedendo sostanzialmente un’interpretazione autentica dell’ambito di applicazione dello stesso diritto sancito in prima battuta proprio dalla Corte di Giustizia con la nota sentenza Google Spain.

Al momento, stando alle conclusioni (comunque non vincolanti) formulate dall’Avvocato generale della Corte di Giustizia Ue Maciej Szpunar, il gestore di un motore di ricerca non sarebbe tenuto, allorché accolga una richiesta di deindicizzazione, ad effettuare tale deindicizzazione su tutti i nomi di dominio del suo motore affinché, indipendentemente dal luogo a partire dal quale è effettuata la ricerca in base al nome del richiedente, i link controversi non compaiano più. Partendo dal presupposto che le disposizioni del diritto dell’Unione applicabili alla presente fattispecie non regolano espressamente la questione della territorialità della deindicizzazione, l’avvocato generale ritiene occorra effettuare un bilanciamento del diritto fondamentale all’oblio con il legittimo interesse del pubblico ad avere accesso all’informazione ricercata: ove si ammettesse una deindicizzazione mondiale, le autorità dell’Unione europea non sarebbero in grado di definire e determinare il diritto a ricevere informazioni, e ancor meno di effettuarne un bilanciamento con gli altri diritti fondamentali della protezione dei dati e alla vita privata. Ciò a maggior ragione in quanto siffatto interesse del pubblico ad avere accesso ad un’informazione varierà necessariamente da uno Stato terzo all’altro.

Al contempo, l’avvocato generale sottolinea invece che, una volta che sia stato accertato il diritto a una deindicizzazione all’interno dell’Unione, il gestore di un motore di ricerca deve adottare tutte le misure a sua disposizione per garantire una deindicizzazione efficace e completa, a livello del territorio dell’Unione europea, incluso mediante la cosiddetta tecnica del «blocco geografico» a partire da un indirizzo IP che è reputato essere ubicato all’interno di uno Stato degli Stati membri, e ciò indipendentemente dal nome di dominio utilizzato dall’utente Internet che effettua la ricerca.

Diritto all’oblio: resta l’incertezza

Avv. Flaviano Sanzari

Essere dimenticati dai motori di ricerca è una sfida che deve ancora fare i conti, almeno fino a quando non si pronunceranno le Sezioni Unite della Cassazione, con le decisioni – non univoche – dei tribunali nazionali. Il principio di certezza del diritto, però, impone da subito l’individuazione di criteri precisi da applicare a ciascun caso concreto.

Il maggior nodo da sciogliere riguarda l’attualità della notizia o, in altre parole, quanto tempo deve trascorrere prima che scatti il diritto a vedere cancellate le informazioni personali dalla rete o quanto meno alla deindicizzazione dai motori di ricerca. A marzo scorso, il Tribunale di Milano (sentenza n. 3578) ha affermato che quattro anni possono definirsi un ragionevole lasso di tempo dopo il quale l’utente può chiedere che la notizia venga confinata nell’archivio informatico della testata e non sia più reperibile attraverso semplici citazioni del proprio nome e cognome su motori di ricerca generalisti. E, a settembre, lo stesso tribunale (sentenza n. 7846) ha ribadito la necessità del ridimensionamento della visibilità degli utenti.

Il diritto all’oblio, qualificato come diritto fondamentale della persona, non è però assoluto, dovendo essere bilanciato con altri diritti di pari grado, come il diritto all’informazione e alla trasparenza. La questione, come accennato, è talmente controversa che la Corte di Cassazione, con l’ordinanza n. 28084 del 5 novembre scorso, ha rimesso gli atti al Presidente per l’eventuale assegnazione alle Sezioni Unite, che potrebbero quindi essere chiamate a fare chiarezza. Il caso prende le mosse dalla richiesta di un utente, che dopo 12 anni di carcere e un faticoso reinserimento sociale, si era trovato nuovamente al centro dell’attenzione a causa di un articolo su un giornale locale che aveva ripreso la sua storia per una rubrica dedicata agli omicidi del passato. L’indicizzazione della notizia online aveva di fatto vanificato il suo percorso di recupero, tanto da portarlo a chiedere giustizia fino all’ultimo grado di giudizio.

Tecnicamente, il diritto all’oblio è stato cristallizzato dall’articolo 17 del regolamento Ue 2016/679 (il cosiddetto Gdpr), che ha previsto espressamente la possibilità dell’utente di ottenere la cancellazione dei propri dati personali dal titolare del trattamento, quando non sono più necessari rispetto alla finalità per la quale erano stati originariamente raccolti. Prima di allora, il diritto all’oblio era stato frutto di interpretazioni giurisprudenziali che, di volta in volta, ne avevano esteso o ridotto la portata. La protezione garantita dal diritto europeo ai dati personali è stata progressivamente ampliata dalla giurisprudenza, traendo spunto dalle tradizioni costituzionali comuni degli Stati membri.

Se esiste un interesse, anche per pochi addetti ai lavori, a reperire la notizia, questa deve essere mantenuta negli archivi digitali, ma se è trascorso un sufficiente periodo di tempo dovrà non essere più indicizzata, in modo da garantire all’interessato di poter continuare a svolgere la propria professione, senza dover subire in eterno il contraccolpo negativo della notizia che lo riguarda.

La recente giurisprudenza (si veda, ad esempio, la sentenza n.7846/2018 del Tribunale di Milano) ha stretto quindi le maglie sulla duplice responsabilità del motore di ricerca. Da un lato, infatti, quest’ultimo ha un ruolo attivo nella programmazione del software che sceglie gli abbinamenti tra i termini, il rimando alle pagine sorgente ed il grado di visibilità attribuito alla notizia; in secondo luogo, spetta proprio al motore di ricerca attivarsi in riferimento alle pagine in cui la notizia è stata riprodotta. Spesso, infatti, non basta la semplice richiesta di deindicizzazione formulata dall’editore, per ottenere l’effettiva eliminazione dei contenuti dai risultati di ricerca.

Libertà di manifestazione del pensiero e diffamazione: quale bilanciamento?

Avv. Flaviano Sanzari

Pubblicare un articolo in cui si rivolgono critiche al sistema giudiziario, prendendo di mira un giudice per aver partecipato a una festa, nonostante l’esistenza di un possibile conflitto di interessi, gode della copertura costituzionale e comunitaria della libertà di manifestazione del pensiero nella forma del diritto di critica o integra una diffamazione?

La Corte di Strasburgo, nel decidere un caso che traeva origine dal ricorso presentato da un editore croato, con la sentenza dell’8 novembre 2018 (pronunciata nell’ambito del giudizio n. 2782/12) ha ritenuto che violi l’art. 10 della Convenzione EDU, che tutela la libertà di espressione, la condanna al pagamento di oltre 6.000 euro inflitta all’editore: fatto salvo il caso di attacchi gravemente dannosi e infondati, è consentito criticare il sistema giudiziario. Del resto, a parere della Corte, l’articolo aveva riguardato una questione d’interesse pubblico e, sebbene i toni fossero certamente aspri, non poteva definirsi offensivo. Se, da un lato, appare necessario proteggere la magistratura, tenuto conto che ai giudici è sostanzialmente impedito reagire, dall’altro, non può si può certo pensare che sia per ciò solo precluso del tutto il diritto di critica.

Tra l’altro, nella logica del bilanciamento degli interessi in gioco, non solo l’articolo non sembrava incompatibile con la libertà di espressione, ma il risarcimento dei danni comminato appariva sicuramente sproporzionato. Sanzioni così afflittive potrebbero scoraggiare discussioni libere su questioni d’interesse pubblico.

La sentenza merita di essere segnalata per la peculiarità dei soggetti coinvolti. La magistratura rappresenta un’istituzione fondamentale dello Stato; ne consegue che il diritto di critica nei confronti dell’operato dei suoi esponenti, oltre a corrispondere ad un interesse pubblico, gode di limiti più ampi di quelli esercitabili nei confronti dei normali cittadini. La stampa, infatti, è uno dei mezzi con cui i politici e l’opinione pubblica possono verificare come i giudici assolvono le loro pesanti responsabilità in modo conforme allo scopo che è alla base del compito loro affidato.

Offendere la reputazione commerciale di un imprenditore è concorrenza sleale e integra diffamazione

Avv. Flaviano Sanzari

Pronunciandosi su un ricorso proposto avverso la sentenza con cui il giudice di pace, giudicando in sede di rinvio disposto dalla Corte di Cassazione, aveva assolto un imputato dall’accusa di avere denigrato, in occasione dei colloqui avuti con alcuni soggetti, la reputazione commerciale di una società, la Corte di Cassazione, con la sentenza n. 50423 del 7 novembre 2018, nell’accogliere il ricorso della difesa della parte civile, secondo cui erronea era da ritenersi la sentenza assolutoria, atteso che deve considerarsi irrilevante ai fini della compiuta integrazione del reato il fatto che la dichiarazione pregiudizievole dell’altrui reputazione non sia destinata a diffondersi fra persone diverse dalle due persone che la percepiscono, ha invece affermato che l’offesa alla reputazione commerciale di un imprenditore, costituente atto di concorrenza sleale, si ha anche quando le espressioni verbali di discredito dell’attività da questi svolta sono pronunciate nel corso di colloqui con due persone che sono tenute, per ragioni di riservatezza derivante dalla loro professione, a non divulgarne il contenuto a persone diverse dal committente l’attività da loro svolta, essendo solo necessario, ai fini della configurabilità dell’illecito diffamatorio, che le espressioni in discorso siano percepite da coloro cui esse sono rivolte.

Diffamazione, la veridicità dei fatti è incontestabile se non impugnata

Avv. Flaviano Sanzari

Nelle ipotesi di diffamazione la veridicità dei fatti riportati diventa giudicato intoccabile se chi si ritiene diffamato contesti in giudizio esclusivamente la sussistenza dell’interesse pubblico ai fatti riportati e la continenza delle espressioni utilizzate. Così ha deciso la Corte di Cassazione con la sentenza n. 28499 depositata lo scorso 8 novembre, con cui si è definitivamente chiusa una vicenda che vedeva contrapposti un’azienda chimica del mantovano ed una cittadina attiva politicamente nella zona, la quale con una lettera pubblicata su ‘La nuova ecologia’ (la rivista di Legambiente) aveva criticamente fatto rilevare l’utilizzo di formaldeide all’interno di prodotti pubblicizzati sulle sue pagine. La lettera parlava genericamente di emissioni nell’ambiente di componenti pericolosi e non di immissioni inquinanti, sottolineando comunque che quanto usciva dai camini delle fabbriche in questione non poteva ritenersi benefico.

Post offensivi, il no dei social non deve bloccare le indagini

Avv. Flaviano Sanzari

Se il social network non collabora nell’identificazione dell’autore dell’illecito, le indagini devono essere approfondite per individuare chi ha scritto il post. La battaglia contro il diniego di fornire gli indirizzi IP degli iscritti ai social network parte dalla Cassazione che, con la sentenza n. 42630 del 27 settembre scorso, ha imposto ai giudici nazionali di motivare adeguatamente le ragioni dell’archiviazione a carico del presunto autore della diffamazione on line.

Il caso nasce da una querela per alcuni post offensivi pubblicati su Facebook da un utente la cui identità era rimasta incerta. Il gip del Tribunale di Santa Maria Capua Vetere aveva disposto l’archiviazione dopo il rifiuto dei gestori di Facebook di fornire l’indirizzo IP dell’autore del messaggio. Fatti salvi i casi di utilizzo dell’utenza da parte di più persone o di uso abusivo del nickname, rintracciare l’indirizzo IP è importante perché consente di identificare con un elevato livello di certezza chi si muove dietro un nome di fantasia.

Il decreto di archiviazione era stato però impugnato in Cassazione dalla persona offesa, che aveva lamentato l’assoluta mancanza di indagini suppletive e di analisi degli ulteriori indizi forniti dalla persona offesa. Da qui la pronuncia degli ermellini che hanno imposto ai giudici di merito di andare oltre la mancata collaborazione dei social network e di approfondire tutti gli elementi utili alle indagini. Spesso, infatti, i social network sono restii a concedere all’autorità giudiziaria italiana l’accesso ai propri dati, non essendoci un obbligo giuridico in tal senso. In teoria, in base all’articolo 132 del D.lgs 196/2003 così come coordinato con il regolamento Ue 679/2016, basterebbe un decreto motivato del PM per ottenere i dati sul traffico telematico degli utenti. E la richiesta, limitatamente alle utenze del proprio assistito, può provenire anche dal difensore.

Ma i social network possono rifiutarsi di collaborare, chiedendo alle autorità procedenti di attivarsi tramite lo strumento della rogatoria, la cui complessità spesso fa desistere i magistrati dall’andare avanti. Oltre al fatto che, nei casi di diffamazione, la richiesta di rogatoria si scontra spesso con l’assenza della condizione di reciprocità, visto che negli Stati Uniti la diffamazione non rappresenta un reato ma soltanto un illecito civile. La maggior parte dei procedimenti per diffamazione i cui autori si celano dietro un nickname si concludono quindi con delle archiviazioni.

La sentenza della Cassazione costituisce quindi un’inversione di tendenza che potrebbe influenzare l’incisività delle indagini. Se manca l’indirizzo IP, insomma, le indagini non devono fermarsi, ma i magistrati devono approfondire tutti gli elementi utili, fermo restando che gli altri elementi probatori devono essere così stringenti e ben motivati da condurre oltre ogni ragionevole dubbio all’identificazione dell’autore del post.