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Diffamazione, la veridicità dei fatti è incontestabile se non impugnata

Avv. Flaviano Sanzari

Nelle ipotesi di diffamazione la veridicità dei fatti riportati diventa giudicato intoccabile se chi si ritiene diffamato contesti in giudizio esclusivamente la sussistenza dell’interesse pubblico ai fatti riportati e la continenza delle espressioni utilizzate. Così ha deciso la Corte di Cassazione con la sentenza n. 28499 depositata lo scorso 8 novembre, con cui si è definitivamente chiusa una vicenda che vedeva contrapposti un’azienda chimica del mantovano ed una cittadina attiva politicamente nella zona, la quale con una lettera pubblicata su ‘La nuova ecologia’ (la rivista di Legambiente) aveva criticamente fatto rilevare l’utilizzo di formaldeide all’interno di prodotti pubblicizzati sulle sue pagine. La lettera parlava genericamente di emissioni nell’ambiente di componenti pericolosi e non di immissioni inquinanti, sottolineando comunque che quanto usciva dai camini delle fabbriche in questione non poteva ritenersi benefico.

Post offensivi, il no dei social non deve bloccare le indagini

Avv. Flaviano Sanzari

Se il social network non collabora nell’identificazione dell’autore dell’illecito, le indagini devono essere approfondite per individuare chi ha scritto il post. La battaglia contro il diniego di fornire gli indirizzi IP degli iscritti ai social network parte dalla Cassazione che, con la sentenza n. 42630 del 27 settembre scorso, ha imposto ai giudici nazionali di motivare adeguatamente le ragioni dell’archiviazione a carico del presunto autore della diffamazione on line.

Il caso nasce da una querela per alcuni post offensivi pubblicati su Facebook da un utente la cui identità era rimasta incerta. Il gip del Tribunale di Santa Maria Capua Vetere aveva disposto l’archiviazione dopo il rifiuto dei gestori di Facebook di fornire l’indirizzo IP dell’autore del messaggio. Fatti salvi i casi di utilizzo dell’utenza da parte di più persone o di uso abusivo del nickname, rintracciare l’indirizzo IP è importante perché consente di identificare con un elevato livello di certezza chi si muove dietro un nome di fantasia.

Il decreto di archiviazione era stato però impugnato in Cassazione dalla persona offesa, che aveva lamentato l’assoluta mancanza di indagini suppletive e di analisi degli ulteriori indizi forniti dalla persona offesa. Da qui la pronuncia degli ermellini che hanno imposto ai giudici di merito di andare oltre la mancata collaborazione dei social network e di approfondire tutti gli elementi utili alle indagini. Spesso, infatti, i social network sono restii a concedere all’autorità giudiziaria italiana l’accesso ai propri dati, non essendoci un obbligo giuridico in tal senso. In teoria, in base all’articolo 132 del D.lgs 196/2003 così come coordinato con il regolamento Ue 679/2016, basterebbe un decreto motivato del PM per ottenere i dati sul traffico telematico degli utenti. E la richiesta, limitatamente alle utenze del proprio assistito, può provenire anche dal difensore.

Ma i social network possono rifiutarsi di collaborare, chiedendo alle autorità procedenti di attivarsi tramite lo strumento della rogatoria, la cui complessità spesso fa desistere i magistrati dall’andare avanti. Oltre al fatto che, nei casi di diffamazione, la richiesta di rogatoria si scontra spesso con l’assenza della condizione di reciprocità, visto che negli Stati Uniti la diffamazione non rappresenta un reato ma soltanto un illecito civile. La maggior parte dei procedimenti per diffamazione i cui autori si celano dietro un nickname si concludono quindi con delle archiviazioni.

La sentenza della Cassazione costituisce quindi un’inversione di tendenza che potrebbe influenzare l’incisività delle indagini. Se manca l’indirizzo IP, insomma, le indagini non devono fermarsi, ma i magistrati devono approfondire tutti gli elementi utili, fermo restando che gli altri elementi probatori devono essere così stringenti e ben motivati da condurre oltre ogni ragionevole dubbio all’identificazione dell’autore del post.

Diffamazione se lo stralcio dell’intercettazione è posizionato in modo strategico nell’articolo

Avv. Flaviano Sanzari

La pubblicazione di brani di una conversazione telefonica tratti dagli atti di un procedimento penale può integrare gli estremi della diffamazione. E questo a maggior ragione se il giornalista – con l’uso di virgolette o la collocazione strategica dell’estratto di un’intercettazione all’interno dell’articolo – metta in cattiva luce un soggetto (nel caso di specie, un tenente colonnello). La Cassazione, con la sentenza n. 28500 depositata lo scorso 8 novembre, ha così respinto il ricorso proposto da Rcs Quotidiani Spa, dopo che il giudizio di appello si era concluso con la condanna della medesima Rcs al risarcimento del danno non patrimoniale in favore di un militare, richiamato in un articolo ove si riferiva di un procedimento che faceva capo alla procura di Velletri, avente ad oggetto ipotesi di turbativa d’asta e altri reati, relativi alle procedure di aggiudicazione di appalti nella base di Pratica di Mare. Secondo i Supremi giudici, è stato correttamente applicato il principio di diritto in tema di continenza formale che deve essere alla base dell’attività giornalistica. Il reato di diffamazione – si legge nella sentenza – potrebbe anche non apparire in prima battuta, ma emergere a seguito di un’operazione di lavorazione del pezzo con il sapiente uso del virgolettato o degli eufemismi che comunque stimolano nel lettore un giudizio negativo. Ad aggravare la posizione del giornalista e dell’editore, poi, rilevano anche gli accostamenti suggestionanti, in quanto l’articolo, oltre a narrare il fatto attribuito al soggetto, richiama altri episodi che si riferiscono a soggetti diversi, creando tra il primo e i secondi un collegamento implicito, che induce il lettore a mettere in relazione i suddetti episodi.

Tra cronaca e oblio la parola alle sezioni unite

Avv. Flaviano Sanzari

Con ordinanza depositata lo scorso 5 novembre, la terza sezione civile della Corte di Cassazione ha sollecitato l’intervento delle Sezioni Unite, al fine di stabilire criteri univoci di bilanciamento tra diritto all’oblio e diritto d’informazione. L’occasione è stata fornita da un caso tipico, pervenuto all’esame della Suprema Corte, riguardante la pubblicazione ad anni di distanza, nel 2009, di un articolo su un caso di omicidio in ambito familiare verificatosi nel 1982. Il colpevole aveva nel frattempo scontato i 12 anni di reclusione a cui era stato condannato e, di fronte alla pubblicazione dell’articolo, aveva lamentato danni sia psicologici sia patrimoniali.

La Cassazione, ripercorrendo la vicenda e le ultime conclusioni raggiunte dalla giurisprudenza, ne prende le distanze, rilevando come i punti finora individuati, in presenza dei quali appare giustificata la compressione del diritto all’oblio a favore di quello di cronaca, costituiscono un elenco non chiarissimo, che potrebbe condurre a un’eccessiva riduzione dei casi di prevalenza dell’oblio, sino a renderlo di fatto inefficace. Tanto più che nel frattempo – sottolinea l’ordinanza – è entrato in vigore il regolamento comunitario sulla protezione dei dati, con una circostanziata disciplina dei casi in cui è possibile, da parte della persona interessata, la richiesta di rimozione dei dati personali che la riguardano.

E allora, l’ordinanza conclude osservando che l’assetto assai delicato dei rapporti tra diritto all’oblio e diritto di cronaca o di manifestazione del pensiero rende «ormai indifferibile» l’individuazione di criteri inequivocabili di riferimento, che permettano agli operatori del diritto di conoscere i presupposti che autorizzano la presentazione della domanda per impedire l’ulteriore diffusione di una notizia legittimamente pubblicata in passato.

La natura e i limiti del diritto di critica

Avv. Flaviano Sanzari

La Corte di Cassazione, sezione III, con la sentenza n. 14727 del 7 giugno 2018, è tonata sul tema dei limiti e della differenza tra diritto di critica e diritto di cronaca. In particolare, la Corte ha ribadito che il diritto di critica non si concreta nella mera narrazione di fatti, ma si esprime in un giudizio avente carattere necessariamente soggettivo rispetto ai fatti stessi (che ha, per sua natura, carattere congetturale, che non può, per definizione, pretendersi rigorosamente obiettiva ed asettica), con la precisazione che, per riconoscere efficacia esimente all’esercizio di tale diritto, occorre tuttavia che il fatto presupposto ed oggetto della critica corrisponda a verità, sia pure non assoluta, ma ragionevolmente putativa per le fonti da cui proviene o per altre circostanze soggettive. Non è invece necessario che tale fatto sia esposto con la completezza che si richiede quando si perseguono scopi esclusivamente informativi, quando, cioè, si esercita il diritto di cronaca.

Dati “personali” e dati “identificativi”: la Cassazione precisa come distinguerli

Avv. Flaviano Sanzari

La seconda sezione civile della Corte di Cassazione, con l’ordinanza n. 17665 pubblicata il 5 Luglio 2018, pronunciata su un ricorso proposto da una società italiana avverso una sentenza di condanna del Tribunale di Pavia, procedimento nel quale il Garante Privacy ha resistito con controricorso, spiega come si debba correttamente valutare la distinzione tra dati “personali” e dati meramente “identificativi”, nonché chiarisce l’ambito di applicazione dell’obbligo di informativa all’atto di predisporre un form per la raccolta dei dati. E anche se la Corte si basa ancora unicamente sul Codice Privacy D.Lgs. 196/2003, e non sul combinato disposto delle previsioni del Codice con quelle del GDPR (Regolamento UE 2016/679), fornisce comunque un chiarimento fondamentale anche per lo stesso GDPR, visto che questo riprende sia la nozione di dato personale contenuta nella Direttiva 95/96 su cui il Codice si fondava, sia l’adempimento della informativa di cui il GDPR ne ha esteso il contenuto minimo obbligatorio.

In particolare, la Corte di Cassazione ha affermato che la nozione di “dato personale” è un concetto molto ampio (e diverso da quello di “dato identificativo“, che ne è una specie della categoria generale), in quanto ricomprensivo di qualsiasi informazione che consenta di identificare una persona fisica, tra cui senz’altro il nome, il cognome ma anche lindirizzo di posta elettronica.

Mentre il dato personale è quel dato che consente di identificare, anche indirettamente una determinata persona fisica, i “dati identificativi” sono dati personali che permettono tale identificazione direttamente. In tale prospettiva si è infatti chiarito che ai sensi dell’art. 4 del d. lgs. 30 giugno 2003, n. 196, “dato personale”, oggetto di tutela, è “qualunque informazione” relativa a “persona fisica, giuridica, ente o associazione”, che siano “identificati o identificabili”, anche “indirettamente mediante riferimento a qualsiasi altra informazione”. La Corte Suprema ha ricompreso nella propria giurisprudenza anche i dati personali presenti nelle banche dati costituite sulla base degli elenchi telefonici pubblici, per la cui utilizzazione è prescritta la previa informativa di cui all’art. 13 del d.lgs. n. 196 del 2003 per l’acquisizione del consenso degli interessati all’utilizzazione dei dati di loro pertinenza. Pertanto, la riconduzione nella categoria di dati personali ex art. 4 d. lgs. n. 196/2003 per cui era necessaria la preventiva informativa ex art. 13 del codice privacy predetto risulta fondata.

Nuove falsificazioni digitali: punita la «vanità» in rete

Avv. Flaviano Sanzari

Per la legge, il profilo digitale costituisce oggi una proiezione dei diritti della personalità nella comunità virtuale. Per cui, fingere di essere un’altra persona, spacciarsi per single quando si è invece sposati, usare come fotografia del proprio profilo sui social network quella di un’altra persona, magari nota, al fine di ingannare gli utenti, estorcere denaro o, semplicemente, avere più visibilità, costituiscono attività illecite, spesso perseguibili anche penalmente.

L’attribuirsi uno status fittizio

Per la Corte di Cassazione è reato anche spacciarsi per single quando si è sposati, così come anche soltanto utilizzare come foto del proprio profilo Facebook l’immagine di un’altra persona.

Si tratta di un reato contro la fede pubblica: a essere tutelata è la fiducia che gli altri utenti della rete devono poter riporre nelle identità altrui. A pesare sono non soltanto le falsificazioni delle identità ma anche le false attribuzioni di qualità alle quali la legge attribuisce effetti giuridici, come lo stato civile o l’età. Già da tempo, poi, i giudici avevano sottolineato che la finalità non deve essere necessariamente economica: il vantaggio descritto dalla norma può essere dato anche semplicemente dalla visibilità, nuovo patrimonio degli utenti della rete.

Il nickname altrui

Non salva nemmeno usare un nickname o un fake di un personaggio famoso. Ad avviso dei giudici, anche gli pseudonimi utilizzati in rete hanno una dimensione concreta, in grado da sola di produrre effetti reali nella sfera giuridica altrui. Per questo, quando non ci sono dubbi sulla riconducibilità del nickname a una persona fisica, questo ha natura di «contrassegno identificativo».

La falsa identità per truffe

Più spesso le falsificazioni delle identità passano attraverso la commissione di altri reati, come la truffa. È il caso di chi crea falsi account per accedere al car sharing (e poi si tradisce usando un’utenza realmente nella sua disponibilità) oppure per godere di un buon rating online per ottenere un credito da privati, il cosiddetto peer landing.

È pacifica ormai la giurisprudenza delle sostituzioni di persona che si aggiungono alle estorsioni. L’autore si finge un’altra persona per attirare a sé virtualmente un possibile partner al quale chiede fotografie o video erotici per poi ricattarlo se si rifiuta di pagare una certa somma di denaro. La tecnologia ha poi modificato le possibili modalità esecutive del reato, ad esempio in tutti i casi in cui l’autenticazione dell’interessato avvenga attraverso tecniche biometriche o di identificazione facciale.

L’affissione di una graduatoria legata allo stato di salute, viola la privacy della famiglia dell’alunno

Avv. Flaviano Sanzari

L’esposizione in luogo antistante l’istituto delle graduatorie per l’ammissione a un privilegio scolastico, legato allo stato di salute del minore, danneggia anche la privacy dei propri familiari, che hanno diritto a pretendere dall’amministrazione il risarcimento dei danni non patrimoniali. La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 16816/2018, depositata il 26 giugno scorso, ha respinto il ricorso principale proposto dal Ministero dell’Istruzione contro la legittimazione dei genitori ad agire in giudizio in conto proprio e per l’altra propria figlia minore. Il Ministero negava anche il carattere lesivo della privacy attribuito alla pubblicazione tramite affissione di una graduatoria sull’ammissione a corsi scolastici.

La Cassazione, tuttavia, ribadisce che è ormai dato acclarato per la giurisprudenza che la salute di un minore costituisca dato «personale» e «sensibile» protetto dalla disciplina privacy. E la tutela apprestata è spendibile tanto a favore del minore stesso quanto dei suoi congiunti legati da «vincoli di comunanza» di vita familiare e domestica. Questo perché – come ampiamente argomenta la Corte – il dato riferito allo stato di salute del familiare, è dato sensibile anche per chi con lui convive. Conclude la Corte che anche se a fronte di situazioni disagiate, legate allo stato di salute di un congiunto, la legge appronta strumenti di sostegno economico e sociale, lo stesso tale condizione è un dato sensibile da trattare con la stessa riservatezza imposta dalla legge privacy di quando un ammalato espone a un terzo o a una pubblica amministrazione la propria malattia. E testualmente afferma la Cassazione che la sensibilità del dato non dipende dall’essere attinente alla fisicità della persona, ma dalla consapevolezza sociale dell’esistenza di un disagio familiare.

La Cassazione condanna Yahoo per la pubblicazione di foto di una minore

Avv. Flaviano Sanzari

Con l’ordinanza n. 12855/18, la Corte di Cassazione, respingendo il ricorso di Yahoo, ha confermato la condanna del portale web al risarcimento del danno – liquidato nella misura di euro 15.000,00 – per aver pubblicato fotografie di una minorenne (la figlia della soubrette Antonella Mosetti) senza alcuna autorizzazione o motivazione che giustificasse tale operazione.

In particolare, pur avendo Yahoo rilevato come, nella fattispecie, non fosse stato a suo dire commesso alcun illecito, dal momento che la minore era stata ritratta in luoghi pubblici insieme ai familiari, in un momento di svago e come la ragazza, sin dalla più tenera età, si fosse esposta ai media e avesse sempre gestito con piena consapevolezza la sua immagine, pubblicando centinaia di foto sui social networks cui era iscritta, il giudice di merito aveva invece ritenuto illecita la pubblicazione delle fotografie della minore, per l’assenza di interesse pubblico alla diffusione dell’immagine e di utilità sociale della notizia.

la Cassazione, chiamata a giudicare sugli specifici motivi di ricorso, ha dal canto suo osservato come Yahoo non potesse godere di alcuna limitazione di responsabilità, non essendosi limitata a fornire dello spazio virtuale in rete per contenuti realizzati e diffusi da terzi, ma essendo il soggetto cui faceva diretto riferimento la gestione del sito. Quanto al danno i Supremi giudici hanno rilevato come fosse stata corretta una valutazione necessariamente equitativa del pregiudizio subito, risultando tale criterio imposto dalla natura stessa di tale danno, che non può essere provato nel suo preciso ammontare.

Legittimo dare del “bugiardo” al sindaco che non mantiene le promesse

Insulti come «Falso! Bugiardo! Ipocrita! Malvagio!», scritti nero su bianco sui manifesti di un comune siciliano, non integrano il reato di diffamazione, ma costituiscono manifestazione di legittima critica politica. Lo ha stabilito la Corte di Cassazione penale, che, con la sentenza n. 317 dell’8 gennaio 2018 ha respinto il ricorso del primo cittadino del comune di Furci Siculo, contro la sentenza della Corte di Appello di Messina, che, ribaltando la decisione di primo grado, aveva assolto sei rappresentanti dell’opposizione ritenendo la loro condotta scriminata dal diritto di critica politica.

Per i consiglieri, in particolare, si trattava di una «decisione politica diretta ad attaccare il Sindaco e la Giunta da lui presieduta, che aveva deliberato l’erogazione dell’indennità di funzione, così tradendo le promesse elettorali». Per la Corte d’Appello, che pure ha ravvisato la natura «offensiva» degli epiteti, dalla lettura integrale del manifesto risulta chiaro che si tratta di critiche «pertinenti, sebbene espressione di un costume politico deteriore ma ampiamente diffuso». Per il sindaco ricorrente, invece, il diritto di critica si deve arrestare di fronte al «rispetto della dignità altrui e non può costituire l’occasione di gratuiti attacchi alla persona ed alla sua reputazione».

La Corte di Cassazione, da parte sua, ha riconosciuto l’esimente del diritto di critica politica, osservando come «gli epiteti rivolti alla parte offesa presentavano una stretta attinenza alle vicende che avevano visto l’opposizione contrapporsi al Sindaco in merito alla erogazione dell’indennità di funzione, a cui il primo cittadino aveva dichiarato di voler rinunciare in campagna elettorale». L’attacco, dunque, «riguardava specificamente le scelte politiche ed amministrative» del sindaco e della sua maggioranza, per cui «del tutto correttamente, si è escluso che sia trasmodato in un attacco alla dignità morale ed intellettuale della persona offesa».