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L’inesattezza della notizia può integrare la diffamazione?

In tema di risarcimento dei danni da diffamazione a mezzo stampa sono da considerarsi marginali le inesattezze che non mutano in peggio l’offensività della narrazione. Questo il principio espresso con sentenza n. 7757/2020, pubblicata in data 8.4.2020, dalla Corte di Cassazione, sez. III, civile.

Secondo la Corte di Cassazione, “la verità dei fatti oggetto della notizia non è scalfita da inesattezze secondarie o marginali ove non alterino nel contesto dell’articolo la portata informativa dello stesso rispetto al soggetto al quale sono riferibili. Ove cioè si ritenga che il fatto “vero” non è offensivo ed è dunque tale da rientrare, per la sua “verità” nel diritto di cronaca le inesattezze che lo riguardano, per avere rilevanza giuridica, devono essere tali da trasformare quel fatto da inoffensivo a diffamatorio. Inoltre, la rilevanza delle inesattezze va colta non valutandole di per sé, ma per il peso che esse hanno sull’intero fatto narrato, al fine si stabilire se siano idonee a rendere il fatto falso oltre che diffamatorio”.

Avv Ginevra Proia

Definire su Facebook gli amministratori pubblici “imbroglioni” è diffamazione aggravata, non critica

Avv. Flaviano Sanzari

La Corte di Cassazione, con sentenza n. 628/2020, ha confermato la sentenza resa dalla Corte d’Appello di Messina, che aveva condannato per il reato di diffamazione aggravata un cittadino responsabile di aver pubblicato sulla bacheca pubblica del portale “Facebook” due messaggi offensivi della reputazione del vice-sindaco del proprio comune di residenza, suo avversario politico.

La Suprema Corte ha ritenuto non censurabili le conclusioni della Corte d’Appello nell’aver ritenuto che il contenuto dei messaggi “postati” dall’imputato rivelasse la volontà di muovere non tanto un’aspra critica all’operato degli amministratori comunali, bensì quella di accusarli di essersi appropriati di danaro pubblico, insinuando che gli stessi si fossero “intascati” risorse provenienti dal prelievo fiscale. In tal senso, la sentenza ha dunque escluso la stessa configurabilità dell’esimente di cui all’art. 51 c.p., sostanzialmente negando la sussistenza della veridicità del fatto posto alla base dell’invocato esercizio del diritto di critica.

Configurabilità della diffamazione attraverso la lettura, in progressione, di vari articoli di stampa

Avv. Flaviano Sanzari

La Corte di Cassazione, con sentenza n. 396, pubblicata il 9 gennaio scorso, ha ricordato che la diffamazione è un illecito formale ed istantaneo che si consuma con la comunicazione a più persone, lesiva dell’altrui reputazione. L’offesa deve essere rivolta ad una persona determinata, essendo irrilevante l’assenza di indicazione nominativa del soggetto la cui reputazione è lesa, purché tale soggetto sia ugualmente individuabile, sia pure da un numero limitato di persone. L’individuazione dell’effettivo destinatario dell’offesa rappresenta, quindi, una condizione essenziale ed imprescindibile per attribuire alla condotta una rilevanza giuridica. L’applicazione di tali principi porta al rigetto della tesi secondo cui l’individuazione del destinatario dell’offesa sarebbe possibile attraverso la lettura, in progressione, di vari articoli di stampa, pubblicati in tempi diversi, per cui gli ultimi, che chiaramente menzionavano il destinatario dell’offesa, avrebbero consentito di comprendere che proprio costui era il soggetto menzionato nei primi. In realtà, trovandoci in presenza di un illecito istantaneo, tutti i requisiti della fattispecie, compreso quindi quello dell’individuazione dell’effettivo destinatario dell’offesa, devono sussistere al momento della pubblicazione di ciascun articolo.

L’Avvocato Generale della Corte di Giustizia nel caso Facebook Ireland

Avv. Vincenzo Colarocco

Nel procedimento C-18/18, giunto innanzi alla Corte di Giustizia, al centro della controversia vi è un commento diffamatorio postato sul social network Facebook a seguito del quale la diffamata, Eva Glawischnig-Piesczek, ricorrente aveva ottenuto il blocco dei Dns (Domain Name System), blocco che ha consentito al contenuto di non essere più visibile ai cittadini austriaci.

Più nello specifico, un utente di Facebook aveva condiviso, sulla sua pagina personale, un articolo di una rivista di informazione austriaca online titolato «I Verdi: a favore del mantenimento di un reddito minimo per i rifugiati», commentandolo con un commento degradante nei confronti della signora Glawischnig-Piesczek, e tale contenuto risultava visibile a qualsiasi utente di Facebook.

All’indomani della diffusione di tale contenuto e della richiesta di cancellazione dello stesso da parte della diretta interessata, nell’inottemperanza di Facebook, la sig.ra Glawischnig-Piesczek domandava che venisse ordinato a Facebook di cessare la pubblicazione e/o diffusione identiche al commento contestato e/o dal «contenuto equivalente». Tuttavia, la rimozione del contenuto avveniva solo con riferimento al territorio austriaco.

L’Oberster Gerichtshof (Corte Suprema, Austria), accertata l’illiceità del contenuto pubblicato, chiamato a statuire sulla questione se il provvedimento inibitorio possa anche essere esteso, a livello mondiale, alle dichiarazioni testualmente identiche e/o dal contenuto equivalente di cui Facebook non è a conoscenza, ha chiesto alla Corte di giustizia di interpretare in tale contesto la direttiva sul commercio elettronico.

In data 4 giugno 2019 sono pervenute le conclusioni dell’Avvocato Generale, il quale ha ritenuto che la direttiva sul commercio elettronico non osti a che un host provider che gestisce una piattaforma di social network, quale Facebook, sia costretto, mediante un provvedimento ingiuntivo, a ricercare e ad individuare, tra tutte le informazioni diffuse dagli utenti di tale piattaforma, le informazioni identiche a quella qualificata come illecita dal giudice che ha emesso tale provvedimento ingiuntivo.

Tale approccio consente di garantire un giusto equilibrio tra i diritti fondamentali coinvolti, ossia la protezione della vita privata e dei diritti della personalità, quella della libertà d’impresa, nonché quella della libertà d’espressione e d’informazione.

Ad avviso dell’avvocato generale, poiché la direttiva non disciplina la portata territoriale di un obbligo di rimozione delle informazioni diffuse tramite una piattaforma di social network, essa non osta a che un host provider sia costretto a rimuovere siffatte informazioni a livello mondiale.

 

Tali conclusioni non devono tuttavia indurre in errore e perciò sovrapporsi a quanto statuito dallo stesso Avvocato Szpunar relativamente al caso Google c. CNIL: in quell’occasione questi ha ritenuto necessaria una differenziazione a seconda del luogo a partire dal quale è effettuata la ricerca, sottolineando infatti che, sebbene per determinati ambiti – ad esempio in materia di diritto della concorrenza o di diritto dei marchi – sono ammessi in determinati casi effetti extraterritoriali, tale possibilità non sarebbe comparabile alla materia della protezione dei dati personali.

La differenziazione è obbligatoria tenuto conto che il concetto di deindicizzazione differisce da quello di cancellazione/rimozione, attività quest’ultima che presuppone l’accertata illiceità del contenuto. Nel primo caso, infatti, per contro, non ricorrendo aspetti diffamatori, ma solo l’obsolescenza del contenuto (veritiero), l’interesse pubblico all’informazione potrebbe giustificare la limitazione dell’applicazione extraterritoriale della normativa sulla riservatezza, così come ponderata in quell’occasione in sede di conclusioni dall’Avvocato Generale.

Non è diffamazione denunciare le condotte scorrette di un dirigente comunale

Non può essere ritenuto responsabile un cittadino che denuncia una condotta scorretta di un dirigente comunale, che con il proprio comportamento ha ostacolato una pratica – anche se la domanda risarcitoria contro il medesimo comune non viene accolta – in quanto la contestazione deve apparire vera (requisito verità) al momento del fatto e non ex post dopo l’accertamento giudiziario. Inoltre, costituisce principio ormai affermato in giurisprudenza che i cittadini hanno il diritto di segnalare liberamente alle autorità competenti i comportamenti dei funzionari pubblici che ritengono scorretti o illegali (requisito pertinenza).

La Corte di Cassazione Penale, con sentenza n. 43139/17, ha in particolare statuito che la lettera inviata al Sindaco ed al magistrato della Corte dei Conti, con la quale l’imputato aveva inteso denunciare una condotta che riteneva scorretta, aveva un linguaggio contenuto e non aveva superato i limiti della pertinenza e della verità dei fatti esposti.

Precisamente, le parole utilizzate nella missiva risultavano rispettare il requisito della continenza e le contestazioni effettuate dal cittadino potevano essere considerate legittime (requisito verità), dal momento che il dirigente aveva agito senza avere i poteri, anche se non era stata accolta la richiesta di risarcimento intentata dal privato contro la Pubblica amministrazione.

Infatti, la circostanza che ex post l’azione amministrativa avesse dato esito negativo, non poteva assumere alcun rilievo, dal momento che, al tempo della denuncia, la contestazione appariva fondata e il Comune, anche se non era stato ritenuto punibile di responsabilità contrattuale, era stato comunque condannato per responsabilità precontrattuale.

Inoltre, per quanto riguarda la pertinenza, la Suprema Corte ha evidenziato che la lettera era stata indirizzata agli organi che avevano la funzione di controllo dell’operato del dirigente pubblico. In simili casi, giova sottolineare che la Corte Edu n.14881/03 ha affermato che i cittadini hanno il diritto di segnalare liberamente alle autorità competenti i comportamenti dei funzionari pubblici che ritengono scorretti o illegali.

Pertanto il linguaggio ed il contenuto della missiva in esame rispettava i parametri di continenza del linguaggio, pertinenza e verità nel momento della condotta, con la conseguenza che il ricorrente non può essere punibile ai sensi dell’articolo 51 codice penale.

Facebook: non è diffamatorio il messaggio che non indica i destinatari dell’offesa

Principio simile è stato recentemente riaffermato anche dalla Corte di Cassazione, 5° sez. penale, che con sentenza n. 39763 del 31.8.2017 ha ribadito che la pubblicazione (anche su Facebook) di un messaggio offensivo, in cui la vittima non sia stata indicata per nome (né risulti identificabile con certezza), ma che sia stato rivolto ad una generica pluralità di soggetti, non integra il reato di diffamazione.

Diffamazione, reato solo se l’offeso è individuabile

Il reato di diffamazione a mezzo stampa è configurabile solo se – travalicati i limiti di verità, pertinenza e continenza, il destinatario dell’offesa sia individuabile con certezza, anche in relazione al contesto in cui la notizia è inserita. A fronte di una generica accusa denigratoria, invece, sono irrilevanti intuizioni o soggettive congetture di chi, per sua scienza diretta, può essere consapevole di poter essere uno dei destinatari. La Corte d’Appello di Roma, 3° sez. penale, con sentenza n. 2833/2017 ha così assolto così un giornalista accusato di aver diffamato un funzionario di un’università coinvolta in uno scandalo sui test di ammissione.

Diritto di cronaca, la verità e la continenza della notizia escludono il danno

Sussiste la scriminante dell’esercizio del diritto di cronaca giornalistica giudiziaria di cui all’articolo 21 della Costituzione, nel caso in cui il giornalista rispetti i limiti della verità oggettiva della notizia, della pertinenza e della continenza. Lo ha ribadito anche il Tribunale di Firenze, con la recente sentenza n. 517/2017.

Nella fattispecie – relativa alla pubblicazione di un articolo online su un’inchiesta penale in tema di sicurezza sul lavoro, che aveva portato all’emissione di misure cautelari nei confronti degli indagati – Il Tribunale ha accertato come l’articolo incriminato avesse rispettato tutti i limiti «esterni» del diritto di cronaca previsti dalla giurisprudenza. Quanto alla verità oggettiva della notizia, l’articolo si è basato fedelmente sugli atti delle autorità giudiziarie, senza alcun intervento manipolatorio da parte del giornalista. Quanto alla pertinenza, la rilevanza sociale è data dal fatto che si tratta di reati particolarmente gravi perché riguardanti la sicurezza del lavoro e, in quanto tali, di sicuro interesse per la comunità. Quanto alla continenza, «la indispensabile osservanza del limite di contemperamento tra la necessità del diritto di cronaca e la tutela della riservatezza», ovvero «la correttezza formale dell’esposizione e non eccedenza da quanto strettamente necessario per il pubblico interesse» è data dal fatto che l’articolista ha riportato fatti di cronaca giudiziaria senza alludere a sentenze di colpevolezza già pronunziate e senza alcuna modalità espressiva trasmodante rispetto alla verità oggettiva.

Diffamazione, il gestore del sito risponde dei commenti

Il gestore di un sito web risponde per i contributi diffamatori pubblicati da altri, anche non anonimi, purché ne sia a conoscenza. Così la quinta sezione penale della Corte di cassazione, con sentenza n. 54946 depositata il 27 dicembre 2016, che afferma il principio per cui il titolare di un sito web può essere ritenuto direttamente responsabile del reato di diffamazione – a titolo di concorso – se non si attiva per impedire che uno scritto diffamatorio, pubblicato e firmato da un soggetto terzo, permanga online, in quanto, così facendo, consente l’aggravamento delle conseguenze del reato.

I luoghi comuni offensivi non sono diffamatori

La Corte di Cassazione, con la recente sentenza n. 24065/2016, ha sensibilmente ridotto la portata diffamatoria di espressioni legate ai cosiddetti “luoghi comuni” e di alcune tipologie di affermazioni che, seppur munite di una evidente carica offensiva, non sono indirizzate a soggetti definiti o individuabili.

Sulla base di tale assunto, la quinta sezione penale della Corte di Cassazione ha convalidato l’archiviazione di un procedimento penale in materia di diffamazione.

Il procedimento era nato in conseguenza di una serie di affermazioni, rilasciate da un intervistato nel corso di un noto programma radiofonico. L’indagato, infatti, aveva affermato che i veneti “sono un popolo di ubriaconi ed alcolizzati”, proseguendo con frasi del tenore “poveretti, non è colpa loro se nascono in Veneto. Basta sentire l’accento veneto: è da ubriachi, da alcolizzati, da ombretta, da vino. Ne era scaturita una querela da parte di quattro veneti che si erano sentiti offesi come “abitanti, residenti e appartenenti alla comunità, alla Regione e al popolo veneto”.

La Cassazione, chiamata a decidere in merito alla suesposta controversia, sottoscrivendo il precedente giudizio del gip di Verona, ha definito “del tutto generiche, indubbiamente caratterizzate da preconcetti e luoghi comuni ma prive di specifica connessione con l’operato e la figura di soggetti determinati o determinabili e ha, in più, sottolineato come “non integra il reato di diffamazione l’affermazione offensiva, caratterizzata da preconcetti e luoghi comuni, che non consenta l’individuazione specifica, ovvero riferimenti inequivoci a circostanze e fatti di notoria conoscenza attribuibili a un determinato individuo, giacché il soggetto passivo del reato deve essere individuabile, in termini di affidabile certezza, dalla stessa prospettazione oggettiva dell’offesa, quale si desume anche dal contesto in cui è inserita.

Il criterio dettato dai Giudici di Piazza Cavour, inoltre, non è surrogabile con intuizioni o con soggettive congetture che possano insorgere in chi, per sua scienza diretta, può essere consapevole, di fronte alla genericità di un’accusa denigratoria, di poter essere uno dei destinatari.