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Le linee guida sull’applicazione dell’ambito territoriale del gdpr

Avv. Vincenzo Colarocco

Il testo chiarisce alcuni aspetti dell’articolo 3 del GDPR che, come noto, obbliga molti dei top player del mondo digitale al rispetto della normativa privacy europea. In concreto, infatti, come si fa a stabilire quando una società asiatica sia tenuta al rispetto del GDPR? Che dire di chi commercializza i propri prodotti tramite un portale e-commerce: l’apertura di un ufficio in Italia può essere considerata come uno stabilimento?

I Garanti Europei sono intervenuti per rispondere a questi e altri quesiti più o meno complessi, al fine di rendere agevole la comprensione e, dunque, l’applicazione della lettera della norma. L’articolo 3 del GDPR enuclea due criteri principali: quello dello “stabilimento” e quello che si basa sull’“oggetto delle attività di trattamento”. Se uno di questi due criteri è soddisfatto, troveranno applicazione le disposizioni pertinenti del GDPR. Inoltre, al paragrafo 3 conferma l’applicazione della normativa vigente in caso di trattamento dei dati personali effettuato da un titolare del trattamento che non è stabilito nell’Unione, ma in un luogo soggetto al diritto di uno Stato membro in virtù del diritto internazionale pubblico.

È evidente come le Linee Guida potranno produrre forti conseguenze tanto sulle istituzioni quanto sulle imprese europee e straniere. Per tali ragioni, il Board Europeo dei Garanti ha sottoposto il testo a consultazione pubblica prima della sua definitiva approvazione.

Si attende, pertanto, il testo definitivo che sarà sicuramente utile al fine di garantire una corretta interpretazione della norma.

Violenza sessuale: vietata la pubblicazione di informazioni che possano identificare la vittima, anche indirettamente

Avv. Vincenzo Colarocco

Il Garante per la protezione dei dati personali ha ribadito, con alcune recenti decisioni (cfr. inter alia n. 9065807, 9065782, 9065800) il principio per cui viene fatto divieto ai media di diffondere informazioni che possano rendere identificabile, anche in via indiretta, una vittima di violenza sessuale.

L’art. 137 del Codice della Privacy prevedeva – e tuttora dispone nel nuovo testo dell’art. 12, comma 1, lett. c), del d.lgs. 101/2018,– che in caso di diffusione o di comunicazione di dati personali per finalità giornalistiche restano fermi i limiti del diritto di cronaca a tutela dei diritti e delle libertà delle persone e, nello specifico, il limite dell’essenzialità dell’informazione riguardo a fatti di interesse pubblico.

Il Garante ha affermato che detto limite deve essere interpretato con particolare rigore quando vengono in considerazione dati idonei a identificare vittime di reati, a maggior ragione con riferimento a notizie che riguardano episodi di violenza sessuale, attesa la particolare tutela accordata dall’ordinamento, anche in sede penale, alla riservatezza delle persone offese da tali delitti.

La diffusione all’interno di un articolo di informazioni idonee a rendere, sia pure indirettamente, la vittima identificabile, risulta in contrasto con le esigenze di tutela della dignità della medesima anche in ragione dell’art. 8, comma 1, del codice di deontologia relativo al trattamento dei dati personali nell’esercizio dell’attività giornalistica.

Il Garante ha ricordato che in caso di inosservanza del divieto, il titolare del trattamento, in questo caso l’editore, può incorrere anche nelle nuove sanzioni amministrative introdotte dal GDPR, all’art. 83, par. 5, lett. e), che possono raggiungere i 20 milioni di euro o il 4% del fatturato mondiale totale annuo dell’esercizio precedente.

Facebook: l’antitrust rigetta l’eccezione di competenza in tema di privacy

Avv. Vincenzo Colarocco

L’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato (AGCM), con provvedimento del 29 novembre 2018, ha chiuso l’istruttoria per presunte violazioni degli articoli 21, 22, 24 e 25 del Codice del Consumo, avviata lo scorso aprile, nei confronti di Facebook Ireland Ltd. e della sua controllante Facebook Inc., irrogando alle stesse due sanzioni per complessivi 10 milioni di euro.

Secondo l’Antitrust, Facebook avrebbe posto in essere pratiche commerciali scorrette:

– inducendo ingannevolmente gli utenti a registrarsi sulla piattaforma social, dato che Facebook non fornirebbe, in fase di attivazione dell’account, informazioni adeguate ed immediate circa l’attività di raccolta dei dati che viene svolta a fini commerciali, e più in generale, non verrebbero messe in luce le finalità remunerative che in realtà risulterebbero essere alla base della fornitura del servizio di social network, enfatizzandone la sola gratuità e inducendo così gli utenti ad “assumere una decisione di natura commerciale che non avrebbero altrimenti preso” (registrazione al social network e permanenza nel medesimo);

– esercitando un “indebito condizionamento” nei confronti degli utenti/consumatori registrati, i quali subirebbero in modo inconsapevole ed automatico, cioè senza espresso e preventivo consenso, ma attraverso “l’applicazione di un meccanismo di preselezione del più ampio consenso alla condivisione di dati”, la trasmissione degli stessi da Facebook a siti web e/o app di terzi e viceversa, per finalità commerciali, ponendo in essere una pratica aggressiva.

Probabilmente quest’ultimo rappresenta uno dei punti più delicati della vicenda, in quanto potrebbe essere direttamente collegato a tutte le pratiche emerse dallo scandalo Cambridge Analytica in poi (clicca qui).

In considerazione dei rilevanti effetti di tali pratiche sui consumatori, l’Autorità ha altresì imposto a Facebook (ai sensi dell’art. 27, comma 8, del Codice del Consumo) l’obbligo di “pubblicare una dichiarazione rettificativa sul sito internet e sull’app per informare gli utenti consumatori”.

Risultano interessanti le argomentazioni dell’AGCM in merito al mancato accoglimento dell’eccezione sollevata da Facebook in relazione alla possibile incompetenza dell’Autorità stessa a trattare il caso, in ragione di possibili sovrapposizioni con le materie regolate dalla normativa sulla privacy. A tal proposito l’Autorità ha ritenuto che “non sussiste un conflitto tra le due discipline, integrandosi, piuttosto, le stesse in maniera complementare”.

Comminate le prime sanzioni per violazioni al gdpr

Avv. Vincenzo Colarocco

A circa sei mesi di distanza dall’entrata in vigore del Regolamento UE 679/2016 (“GDPR”), recante la nuova disciplina in materia di trattamento dei dati personali nel contesto comunitario, si segnalano le prime sanzioni derivanti da violazioni del nuovo tessuto normativo.

Anzitutto si segnala un provvedimento sanzionatorio adottato dal Garante Privacy Austriaco in relazione ad un inappropriato utilizzo dei sistemi di videosorveglianza aziendali (per un approfondimento sul tema, in lingua originale, clicca qui). In particolare, l’azienda sanzionata risultava munita di videocamere che, prescindendo da una concreta finalità, da qualunque segnalazione al Garante e dall’esposizione della dovuta segnaletica, riprendevano non solo gli ingressi agli stabilimenti aziendali ma anche i volti di chi percorrevi gli attigui marciapiedi. In tale circostanza la sanzione comminata è stata pari ad euro 4.000,00 circa.

Da riportarsi è anche la sanzione conseguente ad un caso di data breach verificatosi in Germania. Nonostante i casi di violazione di dati personali non si siano certo fatti attendere in questa prima fase di entrata in vigore del GDPR, il provvedimento adottato dal Garante Tedesco (disponibile qui in allegato in lingua originale) si attesta sinora come una rarità nello scenario comunitario. La particolarità della sanzione comminata nel caso di specie si attesta nella circostanza che l’Autorità competente sembrerebbe aver tenuto in maggior considerazione l’evidenza che i dati violati (nello specifico nome utente e password aziendali) fossero stati mal conservati dall’azienda coinvolta, piuttosto che dalla conseguente sottrazione degli stessi. Tale ultima circostanza costituirebbe infatti, stando al Garante Tedesco, la mera conseguenza di non essersi muniti di sistemi di cifratura adeguati che, seppur in caso di sottrazione di dati, avrebbero quantomeno potuto evitare che le password dei dipendenti venissero rese pubbliche. In seguito a tali eventi la sanzione adottata si è attestata sugli euro 20.000.

Le descritte misure sanzionatorie restano comunque ben più lievi rispetto a quella recentemente comminata dall’Autorità Portoghese (pari ad euro 400.000,00) ad una struttura ospedaliera nazionale rea di aver posto in essere delle politiche estremamente leggere in materia di accesso a dati sanitari, con la conseguenza che gli addetti di qualsiasi reparto potevano, con estrema facilità, non soltanto accedere, ma anche modificare i dati personali e sanitari contenuti nelle cartelle cliniche di tutti i pazienti ospiti del complesso ospedaliero. La portata della sanzione adottata ha fatto sì che la notizie fosse rilanciata con enfasi anche dai quotidiani nazionali portoghesi (qui un esempio).

Dal quadro esposto emerge chiaramente come le Autorità Europee Garanti della Privacy, dopo una concepibile prima fase di assestamento, guardino ormai con attenzione crescente a quel complesso di norme del GDPR attinenti alla sfera sanzionatoria, di cui tanto si è parlato nei momenti antecedenti all’entrata in vigore della nuova normativa. Risulta altresì evidente come il quadro sanzionatorio – e per l’effetto quello delle possibili condotte che possano integrarlo – si configuri come assai vario. Non adottare la dovuta segnaletica in ambito di videosorveglianza; non munirsi di policy adeguate per regolamentare l’accesso ai dati; non beneficiare di semplici sistemi di cifratura per le password dei propri dipendenti, rappresentano errori assai comuni e che possono essere commessi a qualunque livello aziendale.

Facebook di nuovo vittima degli hacker: violati 81 mila account

Avv. Vincenzo Colarocco

Dopo lo scandalo Cambridge Analytica e gli hacker che rubano le chiavi di 30 milioni di account, ancora una volta, lo scorso novembre, Facebook è vittima di un attacco hacker ed a farne le spese sono almeno 81 mila utenti i cui log di chat sono stati venduti a 10 centesimi l’uno.

In realtà, questa volta sembrerebbe che il social network non sia stato violato, ma siano stati compromessi i browser con i quali gli utenti accedono al Social utilizzando estensioni manomesse. È così, infatti, che milioni di messaggi privati degli utenti sono stati monitorati e salvati da “agenti ostili”. A rivelarlo è stata la stessa BBC dopo aver scoperto il forum dove i log di tutte queste chat sono stati messi in vendita.

In particolare, insieme con la società di sicurezza informatica Digital Shadows, la BBC ha indagato su un utente con il nickname “FBSaler”, il quale ha offerto in vendita alcune informazioni private ricavate da Messenger affermando: “Vendiamo informazioni personali degli utenti di Facebook. Il nostro database include 120 milioni di account”.

Ad oggi sembra che gli account violati appartengano per lo più ad utenti provenienti da Russia e Ucraina, ma alcuni anche dagli Stati Uniti, dal Regno Unito e altrove.

L’unico aspetto positivo di tutta la vicenda è che le informazioni in possesso degli hacker non sarebbero in nessun modo collegate né a quelle dello scandalo Cambridge Analytica di fine marzo 2018, né alle violazioni dello scorso settembre.
Per maggiori approfondimenti clicca qui.

La Suprema Corte è chiamata a trovare un punto di equilibrio tra diritto all’oblio e diritto di cronaca

Avv. Vincenzo Colarocco

Con l’ordinanza 28084, le Sezioni Unite Civili della Corte di Cassazione sono state chiamate ad individuare, una volta per tutte, i presupposti che autorizzino la compressione del diritto all’oblio in luogo dell’esercizio del diritto di cronaca. Nel caso di specie, la richiesta di cancellazione ha ad oggetto un articolo del 2009 su un caso di omicidio in ambito familiare verificatosi nel 1982, il cui colpevole ha già scontato i 12 anni di reclusione cui era stato condannato e lamenta danni sia psicologici che patrimoniali. L’esigenza di un indifferibile chiarimento è emersa in maniera ancora più evidente a seguito di un’altra recedente ordinanza della stessa Corte, nella quale veniva individuata una serie di punti, cinque per la precisione, per giustificare la compressione del diritto all’oblio a favore di quello di cronaca, tra i quali figuravano l’interesse effettivo e attuale alla diffusione della notizia, la notorietà della persona interessata, le modalità utilizzate per dare l’informazione, la concessione di un dritto di replica. L’ordinanza 28084 pone l’accento anche sulla tutela dei dati personali, evidenziando come in occasione della definizione dei suddetti parametri, non possa non tenersi conto del nuovo “diritto all’oblio”, introdotto all’art. 15 dal Regolamento europeo sulla protezione e libera circolazione dei dati personali, meglio noto come GDPR.

I rapporti tra l’accesso abusivo ad un sistema informatico e il ruolo dirigenziale

Avv. Vincenzo Colarocco

Con la sentenza del 25 ottobre 2018 n. 48895, la V Sezione Penale della Corte di Cassazione ha risposto al seguente interrogativo: è imputabile di accesso abusivo a sistema informatico il dirigente, che, all’atto delle proprie dimissioni, estragga i file contenenti dati riservati del proprio datore di lavoro?

Le Sezioni Unite prendono le mosse da un precedente orientamento giurisprudenziale con il quale era stato già affermato che il delitto previsto dall’art. 615 ter c.p. è integrato dalla condotta di colui che , pur essendone autorizzato, acceda o si mantenga in un sistema informatico protetto violando le condizioni ed i limiti risultanti dall’autorizzazione fornita dal titolare del sistema utilizzando, dunque, le proprie credenziali per scopi o finalità estranei a quelli per i quali la facoltà di accesso gli era stata attribuita.

Ciò implica che tutti i dipendenti di un’azienda, anche quelli che ricoprono un ruolo dirigenziale, siano tenuti a rispettare il dovere di eseguire, sui sistemi informatici, attività che siano in diretta connessione con l’assolvimento della propria funzione. Ne conseguono l’illiceità e l’abusività di qualsiasi comportamento che si ponga in contrasto con i limiti del relativo potere conferito.

Nel caso in esame, non è stato provato che l’imputato con la qualifica di dirigente avesse l’accesso indiscriminato a tutti i dati dell’azienda e, pertanto, nonostante la sua qualifica apicale, non era per lo stesso possibile un accesso indiscriminato ed illimitato al sistema informativo. La preposizione ad una branca o un settore autonomo dell’impresa, infatti, è pienamente compatibile, sul piano logico e giuridico, con la qualifica di dirigente.

La sentenza in commento si pone nel novero delle pronunce giurisprudenziali rilevanti nel contesto della cybersecurity, che è l’insieme di processi e presidi volti alla tutela della confidenzialità, integrità e disponibilità delle informazioni trattate mediante sistemi informatici.

Il caso in esame mostra come non solo un atto proveniente dall’esterno, come potrebbe essere quello di tipo hacker, ma anche uno proveniente dall’interno possa comportare una sostanziale violazione di dati ed informazioni. L’imputato, infatti, ha operato dall’interno, mediante le proprie credenziali legittimamente detenute, ponendo, però, in essere una condotta che non era ontologicamente compatibile con gli scopi posti alla base del rilascio delle credenziali stesse.

Da una tale affermazione conseguono, per lo meno, due considerazioni. Da un lato, la sentenza in commento non potrà restare priva di conseguenze sul piano organizzativo dell’impresa perché l’art. 615 ter c.p. rappresenta un reato presupposto ex art. 24-bis DLgs. 231/2001. Dall’altro, è evidente la diretta correlazione della statuizione della Corte con il principio di limitazione delle finalità disposto dall’art. 5 del Reg. UE 679/2016 che prevede che i dati personali siano raccolti per finalità determinate, esplicite, legittime, e successivamente trattati in modo non incompatibile con tali finalità. Questo perché, come visto, le credenziali informatiche, sebbene siano legittimamente possedute, non possono essere utilizzate per ragioni ontologicamente estranee a quelle per le quali la facoltà di accesso è stata attribuita.

Digital Crime: GDPR e Direttiva NIS richiedono interpretazione uniforme e coordinata

Avv. Vincenzo Colarocco

Regolamento europeo n. 679/2016 e Direttiva NIS UE 2016/1148: due provvedimenti differenti per finalità e contenuti (primo è dedicato alla protezione dei dati personali e si rivolge ad un’ampia categoria di soggetti obbligati, mentre la seconda, recepita nel nostro ordinamento mediante il D. Lgs. n. 65/2018, si propone la difesa delle reti e dei sistemi informativi e si rivolge esclusivamente agli operatori di servizi essenziali ed ai fornitori di servizi digitali).

Tali diversità non devono trarre in inganno, in quanto si tratta di provvedimenti strettamente collegati, posto che uno disciplina il “contenuto” e l’altro il “contenitore”: entrambi hanno come fine ultimo la uniformazione delle legislazioni in materia mediante cooperazione tra autorità nazionali. Questa complementarietà è fondamentale che venga assunta dalle imprese al fine di evitare interventi mirati ad assolvere il singolo adempimento.

È, inoltre, da ricordare che il complesso normativo inerente la cyber security si è andato sempre più ad allargare; basti ricordare: il Decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri 17 febbraio 2017 “Direttiva recante indirizzi per la protezione cibernetica e la sicurezza informatica”; il Piano nazionale per la protezione cibernetica e la sicurezza informatica del maggio 2017; la Circolare Agid n.2/2017 sostitutiva della n.1/2017,  recante misure minime di sicurezza ICT per le pubbliche amministrazioni.

A questo complesso di normative va aggiunto il Decreto legislativo 231/2001(Responsabilità amministrativa delle società e degli enti) che prevede la responsabilità delle imprese per reati informatici commessi dai vertici e dipendenti a seguito della legge 48/2008 ( Ratifica ed esecuzione della Convenzione del Consiglio d’Europa sulla criminalità informatica, fatta a Budapest il 23 novembre 2001, e norme di adeguamento dell’ordinamento interno).

Rispetto il suddetto articolato sistema normativo ci si chiede come reagiranno le aziende, auspicando la creazione di modelli ad hoc che pure con le loro differenze consentano di rispondere alle esigenze di privacy e cybersecurity .

Una strategia questa che può essere attuata superando l’idea della distinzione tra esperto in sicurezza e giurista. È infatti necessario che gli informatici tengano presente le norme e che il giurista consideri le nuove tecnologie in modo tale da poter cooperare verso un nuovo sistema regolatorio completo.

E’ fatto divieto di cedere i dati degli utenti whatsapp a facebook

Avv. Vincenzo Colarocco

Il Garante per la protezione dei dati personali con il provvedimento 9058572 del 4 ottobre 2018 chiude un’inchiesta avviata nel 2016. In particolare, nell’agosto dello stesso anno Whatsapp modificava termini e informativa sulla privacy, predisponendo la disponibilità per Facebook di una serie di informazioni concernenti i singoli account degli utenti Whatsapp. Detto altrimenti, le due società, facenti parte come noto del medesimo gruppo (Whatsapp, Facebook, Instagram), avrebbero condiviso i dati degli utenti trattandone i dati per tre precipue finalità: 1) safety and security al fine di ricevere informazioni riguardanti account abusivi, pericolosi o illeciti; 2) business analytics al fine di de-duplicare gli account sulle varie applicazioni del gruppo individuandone gli utenti unici attivi su di esse; 3) pubblicitarie per promuovere prodotti e inserzioni pubblicitarie sul social network Facebook.

A seguito dell’istruttoria compiuta da una Task Force costituita dal Gruppo Articolo 29 (WP29) e delle osservazioni e valutazioni nel merito condotte dal Garante è emerso che il consenso degli utenti italiani ottenuto da Whatsapp deve ritenersi acquisito in violazione delle regole normative vigenti. In particolare, l’informativa non rispettava il principio di correttezza poiché non conteneva tutti gli elementi dell’art. 13 del GDPR: si trattava, infatti, di un comunicato troppo generico, non facilmente comprensibile, con finalità alquanto vaghe. Il consenso, per questo, non poteva ritenersi espresso, specifico e libero: Whatsapp chiedeva ai propri utenti di “accettare” le modifiche mediante un modello imperniato sull’opt-out (casella di spunta già “flaggata”), prospettando, in caso di mancata adesione, la sospensione del servizio, cosa che appariva decisamente sproporzionata. Del resto, non sussisteva una base giuridica diversa dal consenso, come il legittimo interesse, idonea a legittimare tali trattamenti.

Cassazione: rilevazione presenze con dati biometrici – Il Garante deve autorizzarla

Avv. Vincenzo Colarocco

La Suprema Corte di Cassazione con sentenza del 4 maggio 2018, depositata il 15 ottobre 2018, si è pronunciata sul trattamento dei dati biometrici dei dipendenti, attraverso un badge per rilevare la presenza.

La vicenda prende le mosse nel 2015, a seguito della sanzione inflitta del Garante Privacy nei confronti di una società specializzata nel settore dei servizi di igiene ambientale e raccolta differenziata ed indifferenziata, di un sistema di raccolta dei dati biometrici della mano per la rilevazione delle presenze dei dipendenti.

Proposta l’opposizione, il Tribunale di Catania la accoglieva, ritenendo che le apparecchiature utilizzate dalla società “non prelevino e non trattino i dati biometrici […] e che il dato biometrico è utilizzato come individualizzante, ma non come identificante”.

A seguito del ricorso del Garante, la Suprema Corte ha ribaltato l’interpretazione del giudice di merito precisando che ai fini della configurabilità del trattamento di dati personali, la mancata registrazione degli stessi in apposita banca dati è irrilevante, essendo sufficiente “una mera attività di raccolta ed elaborazione”. Orbene, ciò che rileva al predetto fine è che “il sistema, attraverso la conservazione dell’algoritmo, è in grado di risalire al lavoratore, al quale appartiene il dato biometrico, e quindi indirettamente lo identifica”. E questo non si poteva fare senza la preventiva notifica al Garante -conclude la Suprema Corte- neppure per uno scopo legittimo come quello di ‘controllo delle presenze’.

Evidente appare la diretta correlazione della statuizione della Corte con i principi espressi dal Regolamento UE 2016/679, tenendo conto che l’istituto della notifica preliminare oggi non trova più applicazione essendo stata introdotta peraltro la valutazione d’impatto.