Articoli

Diritto all’oblio: a che punto siamo?

Avv. Vincenzo Colarocco

L’Autorità Garante Italiana, con provvedimento del 24 luglio 2019 n. 153, afferma il principio secondo il quale il diritto all’oblio va riconosciuto anche a chi è stato riabilitato dopo una condanna.

Nel caso oggetto della pronuncia, l’interessato, dopo aver tentato di far deindicizzare le pagine direttamente a Google, si era rivolto all’Autorità lamentando il pregiudizio derivante alla propria reputazione personale e professionale dalla permanenza in rete di informazioni obsolete e non aggiornate. Per questo motivo aveva chiesto al Garante di ordinare a Google la rimozione dai risultati di ricerca di due Url, reperibili digitando il proprio nominativo, che contenevano informazioni su una vicenda giudiziaria che lo aveva visto coinvolto nel 2007 e sulla sentenza di condanna pronunciata nei suoi confronti nel 2010. Nelle pagine web però non vi era alcuna traccia della successiva riabilitazione che l’uomo aveva chiesto e ottenuto nel 2013. L’Autorità, nel giudicare fondato il reclamo, ha ordinato la deindicizzazione, sulla base della considerazione che l’ulteriore trattamento dei dati realizzato attraverso la persistente reperibilità in rete degli Url contestati, nonostante la riabilitazione e il tempo trascorso dal verificarsi dei fatti, determinasse un impatto sproporzionato sui diritti dell’interessato, peraltro non bilanciato da un attuale interesse del pubblico a conoscere la vicenda.

Vero è che l’attività di informazione presenta in molti casi profili di conflitto con il diritto alla riservatezza dei soggetti cui le notizie diffuse si riferiscono, da cui la necessità di individuare il giusto equilibrio tra i contrapposti interessi di rango costituzionale. Il diffondersi della memoria digitale e la capacità dei motori di ricerca di mettere in correlazione una molteplicità di informazioni che attengono a una medesima persona, la permanenza delle notizie diffuse tramite internet e la facilità di fruibilità da parte degli utenti del materiale divulgato, pongono sempre in nuovi termini la problematica della tutela dei dati sensibili. In questo contesto, assume rilevanza il diritto all’oblio, considerato quale peculiare espressione del diritto alla riservatezza e del legittimo interesse di ciascuno a non rimanere indeterminatamente esposto ad una rappresentazione non più attuale della propria persona derivante dalla reiterata pubblicazione di una notizia, con pregiudizio alla propria reputazione e riservatezza. A ben guardare, tali circostanze assumono un rilievo di particolare importanza se si ha a riguardo la permanenza in rete di notizie di cronaca giudiziaria, non aggiornate, potendo rappresentare altresì un ostacolo al reinserimento sociale della persona.

Ed infatti, nel caso di specie, la persistenza in rete di tali informazioni giudiziarie non aggiornate non è in linea con i principi alla base dell’istituto della riabilitazione, il quale, pur non estinguendo il reato, comporta il venir meno delle pene accessorie e di ogni altro effetto penale della condanna come misura premiale finalizzata al reinserimento sociale della persona.

Le Sezioni Unite si pronunciano sul bilanciamento tra diritto all’informazione e diritto all’oblio

Avv. Vincenzo Colarocco

Con la recente sentenza n. 19861/2019 del 22.7.2019 la Cassazione è tornata a pronunciarsi sul diritto all’oblio.

La vicenda riguarda un articolo di cronaca nera avente ad oggetto un caso di omicidio in ambito familiare verificatosi nel 1982. Il soggetto interessato, accertato colpevole del delitto, ha agito in giudizio al fine di richiedere la rimozione del contenuto rievocativo dell’episodio per cui ha nel frattempo scontato i 12 anni di reclusione a cui è stato condannato, motivando tale richiesta sulla scorta di ripercussioni, sia psicologiche che patrimoniali, che la rievocazione sarebbe stata in grado di cagionargli. Rigettata la sua domanda all’esito del giudizio di primo grado, i giudici dell’appello avevano osservato che la pubblicazione del contenuto era avvenuta nel contesto di una rubrica settimanale nella quale venivano rievocati 19 omicidi del passato, particolarmente efferati, e che pertanto lo stesso doveva essere considerato parte di un progetto editoriale da fare rientrare nel diritto costituzionale di cronaca, di libertà di stampa e di espressione. La tesi del progetto editoriale non è stata però sposata dalle Sezioni Unite che hanno annullato la sentenza impugnata, rinviando la nuova decisione alla Corte d’Appello.

In particolare, con le motivazioni del 22 luglio, la Suprema Corte è intervenuta enucleando un nuovo parametro, idoneo a consentire un più agevole bilanciamento tra il diritto all’informazione ed il diritto all’oblio, inteso come declinazione del diritto alla riservatezza. Tale parametro è da rinvenirsi nella valenza storiografica dell’attività posta in essere da chi rievoca vicende del passato.

L’attività storiografica – afferma la Corte – intesa appunto come rievocazione di fatti ed eventi che hanno segnato la vita di una collettività, fa parte della storia di un popolo, ne rappresenta l’anima ed è, perciò, un’attività preziosa. Ma proprio perché essa è “storia”, non può essere considerata “cronaca”. Ne deriva che simile rievocazione, a meno che non riguardi personaggi che hanno rivestito o rivestono tuttora un ruolo pubblico, ovvero fatti che per il loro stesso concreto svolgersi implichino il richiamo necessario ai nomi dei protagonisti, deve svolgersi in forma anonima”.

Pertanto, quando la notizia torna ad essere nuovamente diffusa, a distanza di un lasso di tempo significativo, l’attività svolta dal giornalista riveste un carattere storiografico, con la conseguenza dell’anonimato sull’identità personale dei soggetti coinvolti nella stessa, fatti salvi i casi in cui:

  1. a) sussista un rinnovato interesse pubblico ai fatti;
  2. b) il protagonista abbia ricoperto o ricopra una funzione che lo renda pubblicamente noto.

La Suprema Corte è chiamata a trovare un punto di equilibrio tra diritto all’oblio e diritto di cronaca

Avv. Vincenzo Colarocco

Con l’ordinanza 28084, le Sezioni Unite Civili della Corte di Cassazione sono state chiamate ad individuare, una volta per tutte, i presupposti che autorizzino la compressione del diritto all’oblio in luogo dell’esercizio del diritto di cronaca. Nel caso di specie, la richiesta di cancellazione ha ad oggetto un articolo del 2009 su un caso di omicidio in ambito familiare verificatosi nel 1982, il cui colpevole ha già scontato i 12 anni di reclusione cui era stato condannato e lamenta danni sia psicologici che patrimoniali. L’esigenza di un indifferibile chiarimento è emersa in maniera ancora più evidente a seguito di un’altra recedente ordinanza della stessa Corte, nella quale veniva individuata una serie di punti, cinque per la precisione, per giustificare la compressione del diritto all’oblio a favore di quello di cronaca, tra i quali figuravano l’interesse effettivo e attuale alla diffusione della notizia, la notorietà della persona interessata, le modalità utilizzate per dare l’informazione, la concessione di un dritto di replica. L’ordinanza 28084 pone l’accento anche sulla tutela dei dati personali, evidenziando come in occasione della definizione dei suddetti parametri, non possa non tenersi conto del nuovo “diritto all’oblio”, introdotto all’art. 15 dal Regolamento europeo sulla protezione e libera circolazione dei dati personali, meglio noto come GDPR.