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Incostituzionale l’indennità prevista dal Jobs Act nel caso di licenziamento illegittimo per vizi formali

La Corte Costituzionale con sentenza n. 150 del 16 luglio 2020 ha dichiarato incostituzionale l’art. 4 del decreto legislativo 4 marzo 2015, n. 23, cd. Jobs Act, limitatamente alle parole «di importo pari a una mensilità dell’ultima retribuzione di riferimento per il calcolo del trattamento di fine rapporto per ogni anno di servizio».
 
Il caso

Con ordinanze rispettivamente del 18 aprile 2019 e del 9 agosto 2019 il Tribunale di Bari e il Tribunale di Roma hanno sollevato, in riferimento agli artt. 3, 4, primo comma, 35, primo comma, e 24 della Costituzione, questione di legittimità costituzionale dell’art. 4 del decreto legislativo 4 marzo 2015, n. 23, nella parte in cui prevede un criterio legato alla sola anzianità di servizio per la determinazione dell’indennità da corrispondere nelle ipotesi di licenziamento viziato dal punto di vista formale o procedurale.

Entrambi i rimettenti prendono le mosse dalla sentenza n. 194 del 2018, con cui la Corte Costituzionale ha dichiarato l’illegittimità costituzionale dell’art. 3, comma 1, del d.lgs. n. 23 del 2015, nella parte in cui determinava l’indennità per il licenziamento intimato senza giusta causa e senza giustificato motivo oggettivo o soggettivo in un «importo pari a due mensilità dell’ultima retribuzione di riferimento per il calcolo del trattamento di fine rapporto per ogni anno di servizio».

Le censure ricalcano in gran parte le argomentazioni svolte nella citata sentenza circa il carattere rigido dell’indennità, lesivo dei princìpi di eguaglianza e di ragionevolezza (art. 3 Cost.) e del diritto al lavoro (artt. 4 e 35 Cost.), tutelato dalla Costituzione in tutte le sue forme e applicazioni.

La Consulta dichiara ammissibili le questioni sollevate affermando il seguente principio.

Il principio

La disciplina del licenziamento affetto da vizi di forma e di procedura, proprio per gli interessi di rilievo costituzionale richiamati, deve essere incardinata nel rispetto dei princìpi di eguaglianza e di ragionevolezza, così da garantire una tutela adeguata. Per tale ragione “l’anzianità di servizio, svincolata da ogni criterio correttivo, è inidonea a esprimere le mutevoli ripercussioni che ogni licenziamento produce nella sfera personale e patrimoniale del lavoratore e non presenta neppure una ragionevole correlazione con il disvalore del licenziamento affetto da vizi formali e procedurali, che il legislatore ha inteso sanzionare. Tale disvalore non può esaurirsi nel mero calcolo aritmetico della anzianità di servizio”.

Avv. Francesca Frezza
 

Liberalizzazione della gestione collettiva dei diritti d’autore: la Corte Costituzionale legittima il ricorso alla decretazione d’urgenza

La Consulta è tornata sulla questione di legittimità costituzionale della norma che ha liberalizzato il mercato degli organismi di gestione collettiva dichiarandone l’infondatezza.

Il ricorso alla decretazione d’urgenza per disciplinare l’intermediazione dei diritti d’autore, anche in favore di organismi di gestione collettiva diversi dalla SIAE, era sorretto “da adeguate ragioni di necessità e urgenza”.

È quanto affermato dalla Corte Costituzionale con sentenza 9 giugno–13 luglio 2020, n. 149, la quale ha dichiarato non fondata la questione di legittimità costituzionale delle modifiche apportate all’art. 15-bis, comma 2-ter, della legge sul diritto d’autore n. 633/1941, aggiungendo dopo le parole «Società italiana degli autori e degli editori» le seguenti: «e gli altri organismi di gestione collettiva», ponendo così uno stop al monopolio della SIAE nell’attività d’intermediazione del diritto d’autore.

Sul punto, come ricordato dalla Corte Costituzionale, la Direzione generale UE “Reti di comunicazione e contenuti delle tecnologie” si era già pronunciata nel 2017 segnalando al Governo italiano l’opportunità di riconsiderare il regime di monopolio della SIAE in materia di gestione collettiva del diritto d’autore; anche la Corte di giustizia dell’Unione europea, con la sentenza 27 febbraio 2014, C-351/12, aveva affermato sulla base del diritto comunitario allora vigente la compatibilità tra la gestione obbligatoria dei diritti d’autore e il principio di libera prestazione dei servizi. Gettando le basi per la progressiva erosione dei monopoli legali.

Spiegano i giudici della Consulta che, con la disposizione censurata, il Governo è intervenuto sul monopolio della SIAE che aveva già destato dubbi di compatibilità con il diritto europeo, non ancora tradotti in una procedura d’infrazione, che il Governo ha in questo modo evitato.

Alla pronuncia della Corte Costituzionale è seguita la reazione di Soundreef, collecting privata che negli ultimi anni ha ingaggiato diverse liti giudiziarie con la SIAE: «Accogliamo con entusiasmo la pronuncia della Corte Costituzionale sulla decisione che indica in modo inequivocabile la strada verso una completa liberalizzazione del sistema di intermediazione dei diritti d’autore».

Avv. Alessandro La Rosa