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La Cassazione si pronuncia sulla tutelabilità del progetto d’arredamento d’interni di un negozio

La Corte di Cassazione conferma la proteggibilità dei disegni ed opere di architettura relative all’arredamento di interni di un punto vendita, nel quale vi sia una progettazione unitaria, in uno schema in sé visivamente apprezzabile, che riveli una chiara “chiave stilistica”, di singole componenti organizzate e coordinate per rendere l’ambiente funzionale ed armonico, ovvero l’impronta personale dell’autore.

Con sentenza n. 8433 del 30 aprile 2020 la Corte di Cassazione si è espressa sull’annosa questione avente ad oggetto la tutelabilità del progetto d’arredamento degli interni dei negozi e punti vendita appartenenti alla catena della Kiko, società operante nella produzione e commercializzazione di prodotti cosmetici.

Nello specifico, la Suprema Corte è stata chiamata a pronunciarsi, tra l’altro, sulla proteggibilità, ai sensi dell’art. 2, n. 5, L.D.A., del progetto di architettura realizzato su commissione della stessa Kiko ed utilizzato per l’arredo dei suoi negozi.

In punto di fatto la Cassazione ha confermato (non rinvenendo vizi motivazionali nella decisione d’appello) che trattasi, nel caso di specie, di “una specifica forma espressiva, un progetto ben definito di arredamento d’interni”, rilevando come “l’elaborazione progettuale degli ambienti, e quindi la forma espressiva dell’autore, preved[a] una serie di elementi, la cui scelta, coordinamento ed organizzazione si rivela[…] dotata del carattere creativo richiesto”; elementi, tra l’altro, che risultano costantemente realizzati e riprodotti nei diversi punti vendita della catena secondo il progetto iniziale, “al di là dell’inevitabile adattamento dell’idea creativa ai vincoli strutturali dovuti alla conformazione delle singole unità immobiliari utilizzate da Kiko per i propri negozi”.

In diritto, di particolare interesse è la motivazione fornita dalla Corte sul tema del livello di creatività richiesto da un prodotto autorale avente anche fini utilitaristici. Invitati ad esprimersi sulla distinzione tra disegni ed opere d’architettura (proteggibili, come già ricordato, ai sensi dell’art. 2, n. 5, L.D.A.) ed opere di design (di cui all’art. 2, n. 10, L.D.A.), i Giudici hanno considerato innanzitutto come, pur essendo “vero che le opere ed i disegni di architettura si distinguono da quelle di arte pura, essendo per definizione forme di “arte applicata”, volte alla soluzione di problemi di utilità”, tuttavia, “quando il legislatore ha voluto riservare la tutela autorale soltanto ad una fascia elevata di creatività, in correlazione alla specifica destinazione dell’opera dell’ingegno al mercato, lo ha indicato espressamente, come ad es. ha fatto per le opere del disegno industriale” (per le quali è richiesto anche l’accertamento del “valore artistico”), ma non, per l’appunto, per i progetti d’architettura.

Del resto, sembra rilevare la Corte, anche per quel riguarda le opere di design le maglie stringenti del requisito del “valore artistico” dovrebbero essere “allentate”, quantomeno dopo la decisione (espressamente citata nella sentenza in commento) del 12 settembre 2019 della Corte di Giustizia Europea, causa C-683/17, secondo cui “l’art. 2, lett. a), della direttiva 2001/29/CE […] va interpretato nel senso che osta al conferimento, da parte di una normativa nazionale, di tutela ai sensi del diritto d’autore a modelli come i modelli di capi di abbigliamento oggetto del procedimento principale in base al rilievo secondo il quale, al di là del loro fine utilitario, essi producono un effetto visivo loro proprio e rilevante da un punto di vista estetico”.

La Corte giunge così ad esprimere, sul punto, il seguente principio di diritto: “un progetto o un’opera di arredamento di interni, nel quale vi sia una progettazione unitaria, in uno schema in sé visivamente apprezzabile, che riveli una chiara “chiave stilistica”, di singole componenti organizzate e coordinate per rendere l’ambiente funzionale ed armonico, ovvero l’impronta personale dell’autore, è proteggibile come progetto di opera dell’architettura, ai sensi dell’art. 5, n. 2 L.A. (“i disegni e le opere dell’architettura”), a prescindere dal requisito dell’inscindibile incorporazione degli elementi di arredo con l’immobile, non presente nella suddetta disposizione, o dal fatto che gli elementi singoli di arredo che lo costituiscano siano o meno semplici ovvero comuni e già utilizzati nel settore, purché si tratti di un risultato di combinazione originale, non imposto da un problema tecnico-funzionale che l’autore vuole risolvere.

Avv. Riccardo Traina Chiarini

Live streaming pirata delle gare del Campionato di Serie A?

Il tribunale delle Imprese di Milano ha condannato il gestore del sito pirata “Calcion” a quasi 5 milioni di euro per avere trasmesso in live streaming le partite del campionato di Serie A per la stagione 2015/2016. Riconosciuti anche i danni non patrimoniali e la condanna alla pubblicazione della sentenza sui principali quotidiani nazionali.
 
I Fatti

Mediaset Premium s.p.a. (“MP”) aveva acquistato i diritti audiovisivi per trasmettere in diretta, a pagamento, su piattaforma pay-tv e tramite il proprio servizio di pay-per-view, le partite del campionato di calcio di Serie A per la stagione 2015/2016. Dal 2015, il sig. XXX trasmetteva in live streaming i prodotti audiovisivi Mediaset tramite il sito pirata “Calcion”.

Le rivendicazioni di Mediaset

MP ha convenuto in giudizio il sig. XXX per la tutela dei propri diritti esclusivi di sfruttamento commerciale e dei diritti autorali connessi, nonché dei propri diritti di proprietà industriale sui marchi identificativi delle proprie emittenti televisive. Mediaset ha chiesto il risarcimento di tutti i danni subiti, per importi pari a diversi milioni di euro.

La quantificazione dei danni: premessa

Il Tribunale ha stabilito che “la trasmissione abusiva delle partite in live streaming su internet effettuata in contemporanea alla diffusione da parte del titolare dei diritti sulla piattaforma é una fonte di grave ed irreparabile pregiudizio per Mediaset”.

I danni patrimoniale: il criterio utilizzato

La valutazione dei danni si è basata sull’analisi economica svolta dal consulente tecnico d’ufficio che, ai fini della determinazione del danno, ha preso in esame il prezzo medio di vendita in modalità pay-per-view di ogni singolo evento di Serie A da parte di Mediaset (€ 10,00) e il numero di utenti, collegati dall’Italia, che hanno utilizzato il sito pirata “Calcion” (complessivamente oltre un milione di utenti).

Gli ulteriori danni

Dal momento che la condotta illecita è sussumibile in specifica fattispecie di reato, il Giudice ha riconosciuto equitativamente a Mediaset anche i danni non patrimoniali nella misura del 10% del danno patrimoniale.

Le ulteriori condanne

Il gestore del sito pirata è stato condannato a pagare anche le spese di lite per quasi € 100.000,00 e le spese di pubblicazione della sentenza sulle edizioni cartacee e on line dei quotidiani Il Sole 24 Ore e Il Corriere della Sera.

Avv. Alessandro La Rosa

L’Autorità Garante per le Comunicazioni affronta il tema della pirateria sulla piattaforma di messaggistica istantanea Telegram

Avv. Riccardo Traina Chiarini

Con Delibera n. 164/20/CONS dello scorso 23 aprile, AGCOM si è pronunciata su un’istanza proposta dalla FIEG (Federazione Italiana Editori Giornali) ai sensi del “REGOLAMENTO IN MATERIA DI TUTELA DEL DIRITTO D’AUTORE SULLE RETI DI COMUNICAZIONE ELETTRONICA” (Delibera 680/13/CONS) con cui si denunciava la presenza massiva di contenuti editoriali “pirata” messi a disposizione del pubblico sui canali della piattaforma di messaggistica istantanea Telegram – tutti accessibili dall’unico nome a dominio https://t.me/.

Da una recente attività di monitoraggio di FIEG, infatti, è emerso come su Telegram fossero attivi almeno una decina di canali, seguiti in media da circa 60.000 utenti ciascuno, dedicati esclusivamente alla distribuzione illecita di testate giornalistiche, e che nel periodo emergenziale che stiamo attraversando hanno visto aumentare sensibilmente proprio il numero delle testate “offerte” (+88%) ed il numero degli iscritti (+46%).

Pur nell’impossibilità concreta di prendere provvedimenti diretti, da parte dell’Autorità, nei confronti della piattaforma – che, come vedremo immediatamente, ha portato ad una semplice archiviazione del procedimento –, è comunque da rilevare come forse per la prima volta, in questa occasione, Telegram abbia “risposto” all’invio della segnalazione di avvio della procedura da parte di AGCOM, intimando ai propri iscritti, gestori dei canali oggetto di contestazione, di cessare le attività illecite, con il risultato che 7 canali su 8 ad un controllo successivo alla segnalazione avevano effettivamente cessato la messa a disposizione delle opere editoriali in violazione.

Come si è accennato, tuttavia, l’attività di AGCOM si è sostanzialmente limitata a prendere atto di questa sorta di adeguamento spontaneo, in mancanza del quale la stessa Autorità non avrebbe potuto né adottare provvedimenti diretti nei confronti di Telegram, né disporne la “chiusura” impedendo la risoluzione DNS del dominio https://t.me/ da parte dei fornitori di connettività operanti sul territorio italiano.

Sul punto, in diritto, AGCOM ha da un lato considerato “che, in ragione della localizzazione all’estero dei server impiegati, ai sensi dell’art. 8, comma 2, del Regolamento l’Autorità non può procedere alla rimozione dei contenuti caricati illecitamente, in quanto ciò comporterebbe l’impiego di tecniche di filtraggio che la Corte di giustizia europea ha giudicato incompatibili con il diritto dell’Unione”; come spiegato dalla stessa AGCOM in un proprio comunicato stampa, infatti, “per legittimare un intervento diretto di Agcom nei confronti di Telegram occorrerebbe una modifica della normativa primaria che consenta di considerare stabiliti in Italia – con riferimento ai diritti di cui all’art. 4, comma 1, lettera a), del decreto legislativo n. 70 del 2003 – gli operatori che offrono servizi della società dell’informazione nel territorio italiano utilizzando risorse nazionali di numerazione”.

Per altro verso, posta la situazione appena illustrata, la stessa Autorità ha considerato che nel caso in commento “sarebbe possibile soltanto la disabilitazione dell’accesso al sito, secondo i criteri di gradualità, proporzionalità e adeguatezza che il citato art. 8, comma 2, del Regolamento ha mutuato dalle Direttive europee”, trovandosi tuttavia a ritenere che nel caso di Telegram – “qualificabile come un soggetto che offre come servizio principale quello di messaggistica istantanea” – non sussisterebbero proprio le condizioni di proporzionalità per l’adozione di un provvedimento di inibizione dell’accesso al servizio nella sua interezza, con la conseguente disabilitazione dell’intero servizio di messaggistica istantanea.

Il parere dell’Avvocato Generale UE nella Causa C-264/19 Constantin Film Verleih GmbH contro YouTube LLC

Avv. Alessandro La Rosa

Lo scorso 2 aprile c.a. l’Avvocato Generale HENRIK SAUGMANDSGAARD ØE ha pubblicato il proprio parere sulla questione pregiudiziale sottoposta alla Corte di Giustizia dal Bundesgerichtshof (Corte federale di giustizia, Germania), relativa all’interpretazione dell’articolo 8, paragrafo 2, della direttiva 2004/48/CE e, nel dettaglio, afferente alla questione se gli indirizzi e-mail, i numeri di telefono e gli indirizzi IP utilizzati da utenti che senza la necessaria autorizzazione hanno caricato sulla piattaforma di video sharing “YouTube” opere audiovisive di terzi (i.e della Costantin Film) rientrino tra le informazioni ostensibili secondo la lettera della norma sopra citata.

Tale norma stabilisce che gli Stati membri assicurano che, nel contesto dei procedimenti riguardanti la violazione di un diritto di proprietà intellettuale e in risposta a una richiesta giustificata e proporzionata del richiedente, l’autorità giudiziaria competente possa ordinare che le informazioni sull’origine e sulle reti di distribuzione di merci o di prestazione di servizi che violano un diritto di proprietà intellettuale siano fornite dall’autore della violazione o da soggetti terzi che abbiano la disponibilità di tali informazioni. In particolare, la norma chiarisce che le dette informazioni comprendono “nome e indirizzo” dell’autore della violazione.

L’Avvocato Generale risponde negativamente alla questione posta dal Bundesgerichtshof: affermando che “un’interpretazione «dinamica» o teleologica di detta disposizione … deve essere esclusa in un contesto del genere” in quanto la norma oggetto di interpretazione “non offre un margine di interpretazione sufficiente … per includere le informazioni menzionate nelle questioni pregiudiziali”. A ritenere diversamente, sostiene l’Avvocato Generale, si finirebbe per ostacolare la tutela dei dati personali ridisegnando il delicato equilibrio voluto dal legislatore tra gli interessi contrapposti in gioco (quello del titolare dei diritti di proprietà intellettuale a conoscere i dati identificativi dell’autore diretto dell’illecito e quello della tutela dei dati personali dello stesso). In sostanza, stando all’interpretazione qui in commento, i termini “nome e indirizzo” non possono afferire che al “nome e all’indirizzo” fisico dell’autore della violazione. Evidentemente l’interprete ha dimenticato che l’obiettivo della direttiva in parola è quello di assicurare un livello elevato, equivalente ed omogeneo di protezione della proprietà intellettuale nel mercato interno (considerando 10) e proprio la direttiva dà atto del fatto che “la diffusione dell’uso di Internet permette una distribuzione immediata e globale dei prodotti pirata”. La domanda che probabilmente l’AG non si è posto è: quanti utenti della rete che pubblicano materiale illecito online forniscono il proprio nome (reale) e il proprio indirizzo fisico al gestore di una video sharing platform?

La raccomandazione europea sul contrasto ai contenuti illeciti online

Avv. Alessandro La Rosa

Il primo marzo c.a. la Commissione europea ha adottato una raccomandazione sulle misure per monitorare efficacemente i contenuti illegali online (“Raccomandazione”). L’obiettivo principale di tale raccomandazione è legato ai servizi degli hosting provider i quali, come noto, giocano un ruolo essenziale per il rispetto dei diritti, inclusi i diritti d’autore, in internet: una linea di indirizzamento era già stata tracciata dalla Commissione europea con la Comunicazione del 28 settembre 2017; con la raccomandazione in parola la Commissione consolida i provvedimenti adottati nel quadro di diverse iniziative.

Viene anzitutto affermato un principio fondamentale: “ciò che è illegale offline lo è anche online” e quindi qualunque informazione non conforme al diritto dell’Unione o di uno Stato membro (tanto il materiale pedopornografico quanto le violazioni dei diritti di proprietà intellettuale) se è illecita nella realtà fisica, lo è anche in quella digitale.

La Raccomandazione costituisce un ulteriore passo in avanti, in quanto definisce formalmente le misure operative che dovrebbero essere adottate dalle imprese e dagli Stati membri per quanto concerne la rilevazione e la rimozione dei contenuti illegali mediate misure reattive o proattive (come l’uso di strumenti automatizzati per rilevare contenuti illegali). In particolare, viene ribadito che, secondo le norme contenute nella Direttiva E-Commerce (2000/31/CE), gli Stati membri possono imporre un dovere di diligenza (“duty of care”) a carico dei prestatori di servizi di hosting in relazione ai contenuti illegali da essi eventualmente memorizzati (Raccomandazione, considerando 8). Nell’imporre l’adozione di misure “effettive, appropriate e proporzionate” atte a impedire –e ove possibile prevenire– la diffusione di contenuti illeciti bisognerà tenere nella dovuta considerazione tutti i diritti fondamentali, in particolare di quelli garantiti dalla Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea, inclusa la proprietà intellettuale (Raccomandazione, considerando 13), nonché lo stato dello sviluppo delle tecnologie (Raccomandazione, considerando 14).

La Commissione, conformemente alla giurisprudenza della Corte UE, ha ribadito che i fornitori di servizi di hosting possono venire a conoscenza dei contenuti illeciti anche indipendentemente (“in modi diversi”) da una segnalazione del soggetto interessato e che in presenza di tali segnalazioni, il livello di accuratezza delle stesse deve essere analizzata “alla luce delle specificità di ogni caso individuale”: ne segue che, in presenza di violazioni dei diritti di proprietà intellettuale, le informazioni eventualmente fornite al provider possono differire notevolmente da quelle necessarie, ad esempio, per la localizzazione di contenuti illeciti di altra natura (ad es. contenuti diffamatori). Al fine di garantire la trasparenza dell’attività dei fornitori di servizi di hosting, gli stessi dovranno pubblicare, ad intervalli regolari, relazioni sulle loro attività relative alla rimozione dei contenuti considerati illegali e alla disabilitazione dell’accesso ai medesimi nonché specifiche relazioni, destinate alla Commissione, sull’attività di monitoraggio da essi svolta. Condivisibile appare quindi l’auspicio della Commissione, a che la lotta ai contenuti illegali online venga affrontata con “un approccio olistico”, essendo tali contenuti spesso trasferiti da un prestatore di servizi di hosting all’altro i quali dovrebbero condividere esperienze, soluzioni tecnologiche e migliori prassi (Raccomandazione, considerando 30). Particolarmente rilevante, infine, è il fatto che la Raccomandazione è destinata a condizionare anche l’attività di tutti i prestatori di servizi di hosting, indipendentemente dal fatto che siano stabiliti nell’Unione o in un paese terzo, a condizione che le loro attività siano rivolte a consumatori residenti nell’Unione.

Corte d’Appello di Roma: la videosharing platform è responsabile per la violazione di copyright

Avv. Alessandro La Rosa

La Corte d’Appello di Roma, Sezione Impresa, con sentenza 2833/2017 del 29.4.2017 ha integralmente confermato la sentenza di primo grado n. 8437 emessa dal Tribunale delle Imprese di Roma il 15.3.2016 (già commentata qui) ed ha rigettato l’impugnazione proposta dalla TMFT Enterprises, LLC, gestore del noto portale digitale americano break.com (brand della Defy Media: http://www.defymedia.com/).

La Corte d’Appello di Roma ha chiarito che le rivendicazioni di RTI (società del Gruppo Mediaset) vanno qualificate in termini di illecito aquiliano per cooperazione colposa mediante omissione del gestore del portale Break.com (non più raggiungibile dall’Italia) ed ha anzitutto confermato la competenza del giudice italiano a decidere la controversia (competenza contestata dalla società californiana).

Per la prima volta la Corte d’Appello di Roma si è espressa sul tema, più volte affrontato dalla giurisprudenza nazionale, della responsabilità dei fornitori di piattaforme che consentono anche la visualizzazione di video caricati dagli utenti, ed ha confermato il consolidato orientamento del Tribunale delle Imprese di Roma (si vedano i casi Break Media; Megavideo; Kewego).

E’ stato quindi chiaramente affermato che il regime di limitazione della responsabilità dei fornitori di servizi di hosting previsto dalla Direttiva 2000/31/CE è applicabile solo ed unicamente ai soggetti che forniscono un supporto di tipo meramente tecnico ai fini del caricamento di contenuti (in questo caso video) a richiesta degli utenti e che l’attività di gestione dei detti contenuti, soprattutto se si traduce nella associazione agli stessi di spazi pubblicitari, esclude in radice qualsiasi possibilità di considerare tali operatori meramente “neutrali” rispetto alle informazioni ed ai dati memorizzati:

-“in concreto l’attività svolta dall’odierna appellante non può ritenersi limitata alla sola fornitura di un supporto tecnico per consentire agli utenti di accedere alla piattaforma digitale”;

– tale attività è “risultata ben più complessa ed articolata di una attività di tipo neutro, automatico e meramente tecnico , tenuto conto delle pluriarticolate attività svolte dal provider nella gestione dei contenuti immessi sulla propria piattaforma digitale”;

– “si tratta di attività tutt’altro che avulse dalla conoscenza e valutazione dei contenuti presenti sulla detta piattaforma digitale” che include la “cernita dei contenuti audio video da collegare alla pubblicità in base ai dati di maggiore o minore visione, così palesandosi l’interesse diretto di detto provider alla natura ed al tipo di contenuti esistenti nella propria piattaforma digitale per l’anzidetto scopo diretto proprio per evidenti ragioni di tornaconto economico”.

Quindi, conformemente a quanto costantemente stabilito dalla Corte di Giustizia UE, è stato chiarito che la presenza di un “evoluto sistema operativo” funzionale alla migliore operatività della piattaforma, é “incompatibile con l’attività passiva tipica dell’hosting provider”, soprattutto in presenza di un editorial team per la predetta selezione dei video caricati con la finalità del loro sfruttamento commerciale pubblicitario”.

In presenza dei suddetti elementi fattuali, la responsabilità del provider per la diffusione non autorizzata di opere di terzi è ben configurabile il concorso del provider nell’illecito direttamente posto in essere da chi immette le opere di terzi sulla piattaforma in assenza dell’autorizzazione degli aventi diritto. Nessuna limitazione di responsabilità quindi e, al contrario, quando le informazioni memorizzate integrano “fatti illeciti e violazione dei diritti di terzi”, in assenza di attività meramente passiva, è certamente “ravvisabile un’attività volontariamente finalizzata a concorrere o cooperare col terzo nell’illecito”.

In particolare, la conoscenza dell’illecito da parte del provider attraverso apposite diffide –in questo caso inviate dall’operatore televisivo RTI prima del giudizio- ha determinato il sorgere “in capo al provider (di) un preciso obbligo di intervento protettivo e di rimozione dei contenuti illeciti segnalati,”. Al riguardo, “non può sorgere dubbio in merito all’insorgenza di un obbligo attivo di intervento da parte del provider per impedirne la prosecuzione” dell’illecito stante “la effettiva conoscenza, in seguito a segnalazione di RTI, della illiceità dei contenuti lesivi del diritto d’autore di quest’ultima”.

Infine, sostiene la Corte capitolina, in capo al titolare dei diritti non sussiste alcun obbligo normativo di informare la piattaforma di videosharing comunicando i singoli URL per la localizzazione specifica dei brani audiovideo pubblicati in violazione dei propri diritti.

In presenza di violazioni come quelle oggetto di causa, l’operatore ben può ritenersi sufficientemente informato attraverso la comunicazione dei titoli delle opere televisive in questione, soprattutto qualora i brani video abusivamente diffusi recano, tutti, i marchi identificativi del titolare dei diritti:

tale dato tecnico (URL ndr) non coincide con i singoli contenuti lesivi presenti nella piattaforma digitale, né tale dato tecnico costituisce presupposto indispensabile per provvedere all’individuazione dei medesimi contenuti, ma sopra tutto, e ciò che è più rilevante, nessuna base giuridico-normativa può ricollegarsi a siffatta pretesa collaborativa di Break Media, posto che l’unico dato di fatto decisivo in ordine all’insorgenza della responsabilità del provider (in caso di segnalazione degli illeciti) è quello della effettiva conoscenza”;

Condizione assolutamente soddisfatta nel caso di specie in relazione alle due diffide inviate da RTI, con i titoli identificativi dei programmi diffusi arbitrariamente, peraltro facilmente individuabili proprio in virtù dell’intimo collegamento del marchio collegato a tali prodotti audiovisivi, tali cioè da non lasciare alcun margine di incertezza sulla loro individuazione, senza necessità di altri dati tecnici che, come detto, non trovano necessità di essere forniti dal titolare del diritto leso né alcuna normativa di settore, tanto meno nelle numerose decisioni giurisprudenziali ampiamente richiamate dalla stessa appellante”.

Anche negli USA il fornitore di accesso alla rete è responsabile per la violazione del copyright

Con la decisione dello scorso 8 agosto c.a., la Corte Distrettuale della Virginia ha confermato la sentenza con cui– in primo grado- il Tribunale aveva condannato un fornitore di accesso ad Internet (Cox) a corrispondere un risarcimento pari a complessivi 25 milioni di dollari in favore della storica casa discografica BMG (ne avevamo già riferito qui). Anche in sede di appello è stato infatti confermato che Cox deve essere ritenuta responsabile per avere omesso di interrompere la fornitura di connessione a Internet agli utenti che utilizzavano il servizio per il download illegale delle opere di BMG, ancorché quest’ultima avesse ripetutamente messo a conoscenza dell’ISP (con oltre un milione di notifiche) l’esistenza di tali violazioni.

WI-FI e violazione del copyright

Avv. Alessandro La Rosa

 

Responsabile il fornitore di una connessione Wi-Fi gratuita? il parere dell’Avvocato Generale UE

Su iniziativa di Sony Music Entertainment, il Tribunale di Monaco di Baviera ha ritenuto responsabile del download illegale di un brano musicale il gestore di un negozio di elettronica che forniva gratuitamente la connessione alla propria rete WI-FI.

A seguito dell’impugnazione della detta sentenza, la Corte di Giustizia UE (causa C- 484/14, McFadden) è stata chiamata a decidere se il fornitore di una rete WI-FI ad accesso gratuito e senza restrizioni possa essere considerato alla stregua di un provider di accesso alla rete (secondo la nozione di “mere conduit” fornita della Direttiva “e-commerce”) e, in caso affermativo, se lo stesso fornitore possa essere condannato al pagamento di danni da lesione di diritti d’autore di terzi per l’omesso controllo dei dati trasmessi attraverso la propria rete WI-FI (direct liability). La Corte deve anche chiarire se tale soggetto possa essere destinatario di un ordine che gli vieti di consentire il ripetersi di specifiche violazioni e gli imponga una sanzione pecuniaria in caso di inottemperanza (indirect liability); e, infine, quale contenuto debba avere un tale ordine inibitorio.

Con parere dello scorso 16 marzo, l’Avvocato Generale ha preliminarmente chiarito che non osta alla qualifica di intermediario come œmere conduit” la fornitura libera e gratuita di una rete WI-FI. Sul punto, milita il fatto che la nozione di “fornitore di accesso alla rete” in ambito comunitario comprende ogni attività , resa in un contesto commerciale, che consente di accedere ad una connessione Internet.

Ne segue che il fornitore di una rete WI-FI gratuita può godere delle limitazioni di responsabilità previste per i “mere conduit” se ricorrono le specifiche condizioni previste dalla citata Direttiva (i.e. egli non dia origine alla trasmissione; non selezioni il destinatario della trasmissione; non selezioni o modifichi le informazioni trasmesse). Solo in presenza di dette condizioni, anche il provider di una rete WI-FI gratuita non può essere considerato direttamente responsabile, e condannato al risarcimento di eventuali danni, di violazioni commesse da terzi utilizzando la sua rete.

Il detto operatore è invece certamente responsabile se, in presenza di un ordine specifico dell’autorità, non vi ottemperi: ordine che “chiarisce l’Avvocato Generale- ben potrà essere accompagnato dalla previsione di una sanzione pecuniaria per il caso di inosservanza.

Quanto infine al perimetro di un siffatto ordine, viene confermata la validità  di quanto già espresso dalla Corte di Giustizia in riferimento alla causa C-314/12, UPC Telekabel (commentata qui sul sito www.owlitalia.com). In particolare tele ordine (injunction) deve prevedere misure preventive che: siano effettive, proporzionate e dissuasive (come voluto dalla Direttiva 2004/48/CE); siano finalizzate alla prevenzione di specifiche violazioni (specific infringement); non consistano in un obbligo generale di sorveglianza; realizzino un equo bilanciamento dei diritti fondamentali eventualmente configgenti.