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Facebook, Casa Pound e il pluralismo nei social network

Avv. Flaviano Sanzari

Il Tribunale Civile di Roma, con ordinanza pubblicata lo scorso 12 dicembre, ha accolto il ricorso presentato dall’Associazione di Promozione Sociale Casa Pound in seguito alla disattivazione, da parte di Facebook, della propria pagina ufficiale avvenuta il 9 settembre scorso ed ha ordinato al social network “l’immediata riattivazione della pagina”, fissando altresì una penale di € 800,00 per ogni giorno di violazione dell’ordine impartito, successivo alla conoscenza legale dello stesso, con condanna di Facebook al pagamento delle spese di giudizio, liquidate in € 15.000,00.

La pronuncia – di per sé rilevante, già per i soggetti coinvolti – è interessante soprattutto per le considerazioni che il Tribunale di Roma svolge in merito al ruolo di Facebook con riferimento all’attuazione di principi cardine essenziali dell’ordinamento, come quelli della libertà di espressione del pensiero e del pluralismo, al punto che il soggetto che non è presente su Facebook è di fatto escluso (o fortemente limitato) dal dibattito pubblico italiano, a causa del rilievo preminente assunto dal servizio di Facebook, come testimoniato dal fatto che la quasi totalità degli esponenti politici italiani quotidianamente affida alla propria pagina Facebook i messaggi politici e la diffusione delle idee del proprio movimento.

Secondo il Tribunale, poi, il rapporto tra Facebook e l’utente che intenda registrarsi al servizio o con l’utente già abilitato al servizio non è assimilabile al rapporto tra due soggetti privati qualsiasi, in quanto una delle parti, ossia Facebook, ricopre una speciale posizione, tale da imporre al social network il rispetto rigoroso dei principi costituzionali e ordinamentali, almeno finché non si dimostri la loro violazione da parte dell’utente.

Con riferimento al periculum in mora, quindi, è evidente che l’esclusione dalla comunità è senz’altro produttiva di un pregiudizio non suscettibile di riparazione per equivalente (o non integralmente riparabile), specie in termini di danno all’immagine.

Cassazione penale: lo spamming è reato?

Avv. Vincenzo Colarocco

Di recente la sentenza n. 41604 del 10.10.2019 della Corte di Cassazione, terza penale ha definito ulteriormente il profilo del nocumento, nello specifico per quel che riguarda le attività di spam, alla luce delle modifiche normative del D.lgs. 101/2018, di attuazione del GDPR.

Nel caso di specie, la Corte ha ritenuto che debba escludersi il nocumento –inteso come concreta lesione della sfera personale o patrimoniale riconducibile a un’operazione di illecito trattamento dei dati protetti– quando si tratta della ricezione di un numero molto contenuto di messaggi (non più di tre o quattro) e quindi non assimilabile ad una significativa invasione dello spazio informatico.

Il ricorso all’ultimo grado di giudizio è stato proposto avverso una sentenza emessa dalla Corte d’Appello di Torino la quale ha convalidato la sentenza di primo grado, ritenendo confermati i profili di colpevolezza addebitati all’imputato per il reato di cui all’art. 167 del Codice Privacy e violazione dell’art. 130.

Il giudizio trae origine dalla circostanza che vedeva l’imputato – un avvocato – che al fine di procurarsi un profitto promuoveva la partecipazione ai propri corsi di aggiornamento e convegni da lui patrocinati o organizzati nel settore dell’igiene dentale. In particolare, l’imputato, inviava delle comunicazioni via e-mail agli iscritti all’Associazione Igienisti Dentali italiani (con la quale aveva collaborato) senza il loro consenso.

Avverso la sentenza emessa all’esisto del gravame, l’imputato proponeva ricorso per Cassazione in cui lamentava l’illogicità e l’apparenza della motivazione, la non rilevanza esigua e occasionale del comportamento contestato.

I Giudici della Suprema Corte, pronunciandosi sui motivi di ricorso annullano senza rinvio la sentenza di condanna perché il fatto non sussiste precisando che “non siamo in presenza di un effettivo “nocumento” sia da parte dell’associazione “A.I.D.I.”, sia da parte dei suoi singoli iscritti” e che il “reato contestato di illecito trattamento di dati personali non può ritenersi configurabile, a prescindere dalla qualificazione del nocumento in termini di elemento costitutivo del reato o di condizione di obiettiva di punibilità”.