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La Cassazione conferma che anche un testo giuridico, ad uso tecnico-professionale, può avere carattere creativo

La Corte di Cassazione conferma la proteggibilità di un testo giuridico ad uso tecnico professionale, laddove sia dotato di quel carattere creativo e sia quindi espressione della soggettività del suo autore.
 

Con sentenza n. 10300 del 29 maggio 2020 la Corte di Cassazione si è pronunciata sulla tutelabilità di un opera letteraria, per la precisione un testo giuridico, destinata ad un uso tecnico-professionale, confermando come lo stesso possa essere dotato di carattere creativo e, quindi, essere protetto ai sensi della legge sul diritto d’autore.

Pur dichiarando l’inammissibilità del ricorso – dovuta al fatto che il ricorrente, che aveva accusato la resistente di aver plagiato un regolamento fieristico anti-contraffazione dallo stesso elaborato, avrebbe nella sostanza sollecitato un accertamento di fatto come tale precluso ai Giudici di legittimità –, la Suprema Corte ha colto l’occasione per ribadire il concetto appena esposto e chiarire come, almeno in linea di principio, il livello di creatività di un testo giuridico ad uso tecnico-professionale non debba essere superiore a quello di qualsiasi altra opera letteraria.

Secondo la Corte, infatti, non vi è alcuna “prescrizione di «qualcosa in più» di cui un testo provvisto di una portata regolamentare – come quello di che trattasi – debba fregiarsi onde poter godere della protezione autorale”. Il che, tuttavia, e forse con una punta di contraddizione, non esclude che debba farsi una valutazione (sempre da parte del Giudice del merito) del requisito in questione “in rapporto alla speciale natura dell”‘opera letteraria” in cui esso si compendia”, tanto che la Corte si esprime in termini di “peculiare connotazione che la creatività deve rivestire tenuto conto dell’oggetto e dello scopo che un testo siffatto deve soddisfare per poter godere della tutela reclamata”.

È poi interessate notare come la Corte abbia dichiarato inammissibili, per le stesse ragioni, anche gli ulteriori motivi di ricorso, evitando di pronunciarsi (purtroppo) sul tema della ripartizione dell’onere della prova in merito allo stesso requisito della creatività così come sul tema della rilevanza, a tal fine, del fatto che “si potesse dare diversa forma espressiva al medesimo contenuto”, circostanza che, nella tesi del ricorrente, avrebbe dimostrato che la propria “versione” avrebbe rappresentato “un’espressione originale e quindi creativa”.

Nonostante il dubbio lasciato dai Giudici su alcuni punti, in conclusione può comunque apprezzarsi il principio generale espresso nella sentenza in commento, secondo cui, per l’appunto, anche un testo regolamentare ad uso tecnico e professionale possa godere della tutela autorale laddove sia dotato di quella creatività che sia “espressione della soggettività del suo autore” e, quindi, “idonea a far sì che anche idee e nozioni elementari possano talora acquisire la dignità dell’opera dell’ingegno”.

Avv. Riccardo Traina Chiarini

 

La Cassazione si pronuncia sulla tutelabilità del progetto d’arredamento d’interni di un negozio

La Corte di Cassazione conferma la proteggibilità dei disegni ed opere di architettura relative all’arredamento di interni di un punto vendita, nel quale vi sia una progettazione unitaria, in uno schema in sé visivamente apprezzabile, che riveli una chiara “chiave stilistica”, di singole componenti organizzate e coordinate per rendere l’ambiente funzionale ed armonico, ovvero l’impronta personale dell’autore.

Con sentenza n. 8433 del 30 aprile 2020 la Corte di Cassazione si è espressa sull’annosa questione avente ad oggetto la tutelabilità del progetto d’arredamento degli interni dei negozi e punti vendita appartenenti alla catena della Kiko, società operante nella produzione e commercializzazione di prodotti cosmetici.

Nello specifico, la Suprema Corte è stata chiamata a pronunciarsi, tra l’altro, sulla proteggibilità, ai sensi dell’art. 2, n. 5, L.D.A., del progetto di architettura realizzato su commissione della stessa Kiko ed utilizzato per l’arredo dei suoi negozi.

In punto di fatto la Cassazione ha confermato (non rinvenendo vizi motivazionali nella decisione d’appello) che trattasi, nel caso di specie, di “una specifica forma espressiva, un progetto ben definito di arredamento d’interni”, rilevando come “l’elaborazione progettuale degli ambienti, e quindi la forma espressiva dell’autore, preved[a] una serie di elementi, la cui scelta, coordinamento ed organizzazione si rivela[…] dotata del carattere creativo richiesto”; elementi, tra l’altro, che risultano costantemente realizzati e riprodotti nei diversi punti vendita della catena secondo il progetto iniziale, “al di là dell’inevitabile adattamento dell’idea creativa ai vincoli strutturali dovuti alla conformazione delle singole unità immobiliari utilizzate da Kiko per i propri negozi”.

In diritto, di particolare interesse è la motivazione fornita dalla Corte sul tema del livello di creatività richiesto da un prodotto autorale avente anche fini utilitaristici. Invitati ad esprimersi sulla distinzione tra disegni ed opere d’architettura (proteggibili, come già ricordato, ai sensi dell’art. 2, n. 5, L.D.A.) ed opere di design (di cui all’art. 2, n. 10, L.D.A.), i Giudici hanno considerato innanzitutto come, pur essendo “vero che le opere ed i disegni di architettura si distinguono da quelle di arte pura, essendo per definizione forme di “arte applicata”, volte alla soluzione di problemi di utilità”, tuttavia, “quando il legislatore ha voluto riservare la tutela autorale soltanto ad una fascia elevata di creatività, in correlazione alla specifica destinazione dell’opera dell’ingegno al mercato, lo ha indicato espressamente, come ad es. ha fatto per le opere del disegno industriale” (per le quali è richiesto anche l’accertamento del “valore artistico”), ma non, per l’appunto, per i progetti d’architettura.

Del resto, sembra rilevare la Corte, anche per quel riguarda le opere di design le maglie stringenti del requisito del “valore artistico” dovrebbero essere “allentate”, quantomeno dopo la decisione (espressamente citata nella sentenza in commento) del 12 settembre 2019 della Corte di Giustizia Europea, causa C-683/17, secondo cui “l’art. 2, lett. a), della direttiva 2001/29/CE […] va interpretato nel senso che osta al conferimento, da parte di una normativa nazionale, di tutela ai sensi del diritto d’autore a modelli come i modelli di capi di abbigliamento oggetto del procedimento principale in base al rilievo secondo il quale, al di là del loro fine utilitario, essi producono un effetto visivo loro proprio e rilevante da un punto di vista estetico”.

La Corte giunge così ad esprimere, sul punto, il seguente principio di diritto: “un progetto o un’opera di arredamento di interni, nel quale vi sia una progettazione unitaria, in uno schema in sé visivamente apprezzabile, che riveli una chiara “chiave stilistica”, di singole componenti organizzate e coordinate per rendere l’ambiente funzionale ed armonico, ovvero l’impronta personale dell’autore, è proteggibile come progetto di opera dell’architettura, ai sensi dell’art. 5, n. 2 L.A. (“i disegni e le opere dell’architettura”), a prescindere dal requisito dell’inscindibile incorporazione degli elementi di arredo con l’immobile, non presente nella suddetta disposizione, o dal fatto che gli elementi singoli di arredo che lo costituiscano siano o meno semplici ovvero comuni e già utilizzati nel settore, purché si tratti di un risultato di combinazione originale, non imposto da un problema tecnico-funzionale che l’autore vuole risolvere.

Avv. Riccardo Traina Chiarini

Sì alla critica dei provvedimenti giudiziari e dei comportamenti dei magistrati

Avv. Vincenzo Colarocco

La Corte di Cassazione, con sentenza n. 8447 del 2 marzo 2020, ha respinto il ricorso di un magistrato che lamentava la lesione al proprio prestigio sociale e professionale per essergli stato attribuito – sulle pagine del quotidiano ‘L’Avanti’ – il fatto di non essere stato garantista nell’occuparsi di un processo, gettando così, a suo dire, ombre sulla sua preparazione e serenità di giudizio.

La Corte ha ritenuto che lo stigmatizzare l’assenza di garantismo, lungi dal risolversi in un attacco alla sfera dell’identità personale e professionale del magistrato, si traduce esclusivamente nel pensiero dell’articolista, espresso in termini continenti, di lecita disapprovazione dell’operato del magistrato stesso, soprattutto quanto alla valutazione dei contributi dichiarativi provenienti dai collaboratori di giustizia. La Corte ha ribadito l’orientamento secondo il quale: ”Il diritto di critica dei provvedimenti giudiziari e dei comportamenti dei magistrati deve essere riconosciuto nel modo più ampio possibile, costituendo l’unico reale ed efficace strumento di controllo democratico dell’esercizio di una rilevante attività istituzionale, che viene esercitata nel nome del popolo italiano da soggetti che, a garanzia della fondamentale libertà della decisione, godono di ampia autonomia ed indipendenza; ne deriva che il limite della continenza può ritenersi superato soltanto in presenza di espressioni che, in quanto inutilmente umilianti, trasmodino nella gratuita aggressione verbale del soggetto criticato”.

Diritto d’accesso dei lavoratori e riservatezza aziendale: quali Limiti?

Avv. Vincenzo Colarocco

Con l’ordinanza n. 32533 del 14 dicembre 2018, la Suprema Corte di Cassazione, rigettando il ricorso promosso da una banca avverso una sentenza del Tribunale di Roma (confermativa di un precedente provvedimento reso dal Garante per la protezione dei dati personali), ha ribadito la sussistenza del diritto di accesso in favore del dipendente rispetto alla documentazione inerente ad un procedimento disciplinare cui il medesimo era stato sottoposto. In particolare, il dipendente in questione proponeva ricorso dinanzi al Garante Privacy ribadendo la richiesta (già formulata all’istituto di credito datore di lavoro) di ottenere due documenti elaborati dalla banca che, inevitabilmente, riportavano alcuni suoi dati personali. L’istante sosteneva che l’accesso a tali dati avrebbe trovato giustificazione nell’esigenza di esercitare il proprio diritto di difesa e di impugnazione avverso la sanzione irrogatagli. La Banca replicava di aver fornito al ricorrente tutte le informazioni necessarie, essendo le stesse riportate all’interno della lettera di contestazione trasmessagli, in più assumeva che i documenti oggetto di richiesta, oltre a contenere dati della società di uso strettamente interno (in quanto espressione del diritto, costituzionalmente garantito, di organizzare e gestire la propria attività), risultavano atti “endoprocedimentali” e, pertanto, attinenti solo al momento formativo della volontà datoriale, pertanto irrilevanti ai fini di esercizio dell’asserito diritto di difesa. Il Garante rilevava come a mente della versione del D. Lgs n. 196/2003 (“Codice Privacy”) ratione temporis applicabile, l’art. 8, comma 4 (ora abrogato dal D. Lgs. 101/2018), riconoscesse espressamente il carattere di dato personale dei c.d. “dati valutativi” (quelle informazioni personali che non hanno carattere oggettivo essendo relative a giudizi, opinioni o ad altri apprezzamenti di tipo soggettivo) e che, anche rispetto a questi ultimi, fosse possibile esercitare i diritti di cui all’art. 7 (anch’esso successivamente abrogato dal D. Lgs. 101/2018), compreso il diritto di accesso. L’Autorità precisava inoltre che il summenzionato diritto fosse esercitabile senza dover motivare la richiesta o dimostrare di dover acquisire i dati per difendere un diritto in giudizio. Dinanzi alle doglianze espresse dalla banca, gli Ermellini, rigettando il ricorso, precisano che il diritto di accesso non può intendersi, in senso restrittivo, come il mero diritto alla conoscenza di eventuali dati nuovi ed ulteriori rispetto a quelli già entrati nel patrimonio di conoscenza dello stesso soggetto interessato, atteso che scopo della norma suddetta è garantire  la verifica ratione temporis dell’avvenuto inserimento, della permanenza, ovvero della rimozione di dati; tale diritto, pertanto, andrebbe garantito in ogni momento del rapporto lavorativo, dal momento che “la documentazione relativa alle vicende del rapporto di lavoro, imposta dalla legge (come per i libri paga e matricola), o prevista dall’organizzazione aziendale (tramite circolari interne), dà luogo alla formazione di documenti che formano oggetto di diritto di accesso”. Inoltre, dalla lettura del disposto normativo in tema di diritto di accesso non si evince alcuna specifica limitazione in ordine alle concrete finalità per le quali il diritto di accesso possa essere esercitato. Il diritto di accesso, quindi, ben può essere utilizzato dal dipendente per proprie finalità difensive.