Questioni di diritto di internet

Martedì 28 maggio 2019 – LUISS Business School Villa Blanc – Roma

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Inapplicabile i termini di decadenza in caso di rivendicazione del diritto al trasferimento del rapporto di lavoro in capo al cessionario di azienda

Avv. Francesca Frezza

Il Tribunale di Agrigento adito da una lavoratrice che rivendicava dopo due anni il proprio diritto a vedere accertato il trasferimento del proprio rapporto di lavoro in capo ad una azienda subentrata per effetto della cessione del ramo di azienda nel complesso aziendale nel quale era impiegata alle dipendenze di altro imprenditore, respingeva il ricorso sul presupposto che era spirato il termine di decadenza decorrente dalla messa in mora della lavoratrice.

La Corte di Appello di Palermo respingeva il gravame sul rilievo che era spirato il termine a decorrere dalla messa in mora comunicata dalla lavoratrice all’azienda cessionaria.

La Corte di Cassazione con sentenza n. 9750 dell’8 aprile 2019, ha annullato la sentenza richiamando il proprio orientamento in forza del quale in caso di cessione di azienda si verifica una successione legale nel rapporto che si realizza in automatico operando, quindi, il termine di decadenza solo nell’ipotesi inversa allorquando venga impugnata la cessione.

Si consolida l’orientamento restrittivo in tema di decorrenza del diritto del lavoratore a percepire le retribuzioni in caso di annullamento delle dimissioni

Avv. Francesca Frezza

Un dipendente che aveva rassegnato le proprie dimissioni da una azienda sanitaria  all’esito di una complessa vicenda giudiziaria otteneva dalla Corte di Appello di Genova, adita in sede di rinvio, una sentenza che disponeva l’annullamento dell’atto di recesso dal rapporto di lavoro riconoscendo il diritto a percepire le retribuzioni a decorrere dalla data della comunicazione della messa in mora e quindi in un momento antecedente la data del provvedimento giudiziale.

La Corte di Cassazione adita dall’ente ospedaliero con sentenza n. 12195 dell’8 maggio 2019 accoglieva il ricorso richiamando in consapevole contrasto con un precedente difforme, l’orientamento più recente di legittimità secondo cui, in caso di annullamento delle dimissioni presentate da un lavoratore in stato di incapacità naturale, le retribuzioni spettano dalla data dell’annullamento.

Il diritto alla retribuzione non viene inciso dall’efficacia retroattiva del provvedimento giudiziale in quanto il diritto alla percezione del compenso non matura – precisa la Cassazione – salvo espressa previsione di legge, in presenza di una prestazione che non poteva essere resa prima del provvedimento di annullamento.

Non è licenziabile il dipendente che si rivolge ai suoi superiori per lamentarsi del nuovo incarico affidatogli

Avv. Francesca Frezza

Un lavoratore dipendente di una azienda energetica veniva sottoposto ad un procedimento disciplinare che si concludeva con il suo licenziamento in quanto, in occasione di una sua assegnazione ad un nuovo incarico, aveva trasmesso a cinque dirigenti dell’azienda una comunicazione nella quale manifestava sfiducia per l’operato aziendale, evidenziando l’inadeguatezza del progetto.

Il Tribunale di Milano, con sentenza confermata in sede di reclamo, annullava il licenziamento escludendo che la comunicazione, che pure evidenziava un chiaro disappunto per le difficoltà ad assumere l’incarico, a causa della lunga dequalificazione subita dal lavoratore, contenesse espressioni sgarbate o offensive.

La Cassazione con sentenza del 2 maggio 2019 n. 11539 ha confermato la decisione della Corte di Appello distrettuale ritenendo non configurabile la giusta causa di recesso in ipotesi di comunicazioni del lavoratore che abbiano ad oggetto critiche sulle iniziative aziendali formulate prive di frasi offensive o irriverenti.

La Cassazione affronta per la prima volta la nozione di fatto materiale contestato contenuta nel contratto a tutele crescenti

Avv. Francesca Frezza

Una lavoratrice impugnava innanzi al Tribunale di Genova un licenziamento disciplinare intimatole da una azienda commerciale a fronte di un allontanamento dal posto di lavoro ingiustificato richiedendo la reintegra nel posto di lavoro.

La sentenza condannava la società al pagamento di un indennizzo nella misura di 4 mensilità con decisione confermata anche in sede di appello.

La Corte di Cassazione adita dal lavoratore, con sentenza dell’8 maggio 2019 n. 12174, annullava la decisione in quanto il fatto contestato, rappresentato dal temporaneo allontanamento, pur essendosi verificato materialmente era, per le modalità con le quali si era realizzato, privo di un carattere di antigiuridicità.

La Cassazione, nel ricordare il dibattito giurisprudenziale e dottrinale intorno alla nozione di fatto contestato intervenuto con riferimento alla disciplina dell’art. 18 stat. lav.,  ha concluso, sulla base di una interpretazione costituzionalmente orientata e in continuità con l’orientamento maturato con riferimento al testo dell’art. 18 stat. lav., che il carattere della antigiuridicità deve caratterizzare anche la nozione del fatto materiale contestato che caratterizza il regime di tutela introdotto per i licenziamenti disciplinari dall’art. 3, comma 2, del d.lgs. n. 23/2015,

La Suprema Corte ha infatti concluso che “pur dovendosi valutare il tenore letterale della nuova disposizione (..) il medesimo criterio  razionale che ha già portato questa Corte a ritenere che quanto alla tutela reintegratoria, non è plausibile che il Legislatore, parlando di “insussistenza del fatto contestato”, abbia voluto negarla nel caso di fatto sussistente ma privo del carattere di illiceità, ossia non suscettibile di alcuna sanzione, induce il convincimento, sia pure presenza di un dato normativo parzialmente mutato, che la irrilevanza giuridica del fatto, pur materialmente verificatosi,  determina la sua insussistenza anche ai fini e per gli effetti previsti dal comma 2 dell’art. 3 del d.lgs 23 del 2015”.

Contratto di mutuo. Perfezionamento

Avv. Daniele Franzini

Ai fini del perfezionamento del contratto di mutuo, l’uscita del denaro dal patrimonio dell’istituto di credito mutuante e l’acquisizione dello stesso al patrimonio del mutuatario costituisce effettiva erogazione dei fondi, anche se, contestualmente alla stipula del contratto, le somme siano versate su un deposito cauzionale infruttifero, destinato ad essere svincolato in conseguenza dell’adempimento degli obblighi e delle condizioni contrattuali.

Il motivo illecito comune alle parti, consistente nella finalizzazione del mutuo all’estinzione di una precedente esposizione di natura chirografaria, è prospettabile solo in sede fallimentare, nel cui ambito un simile atto può determinare la lesione della par condicio creditorum, con conseguente revocabilità dell’atto dispositivo.

Lo ha stabilito il Tribunale di Bergamo con sentenza del 3 aprile 2019.

 

 

Obblighi informativi

Avv. Daniele Franzini

Non scatta la responsabilità della banca intermediaria che finanzia il cliente per finalità professionali e imprenditoriali, se con la provvista dell’apertura di credito vengono anche acquistati titoli rischiosi.

Come chiarito dalla Corte di  Cassazione con la sentenza n. 13265 del 16 maggio 2019, il cliente non può chiedere la declaratoria dinullità e/o di risoluzione delle relative operazioni di acquisto perché la banca non avrebbe adempiuto ai propri obblighi informativi verso l’investitore privato che finanziava.

Non può quindi trovare applicazione il Regolamento Consob 11522/1998 sulla concessione di finanziamenti agli investitori che prescrive l’indicazione di tutti i termini dell’operazione e gli obblighi di informare l’investitore dei rischi a essa connessi se sussistenti.

In linea generale, la disciplina di maggior rigore scatta però se è dimostrato il collegamento funzionale oggettivo tra finanziamento e investimento. Ciò che è stato escluso nel caso specifico, in quanto il ricorrente aveva goduto di agevolazioni creditizie e di apertura di credito per finalità del tutto diverse dall’investimento mobiliare. E aveva, inoltre, già nel proprio portafogli titoli rischiosi quanto quelli oggetto della controversia, mostrando quindi la sua condizione di “esperto”, che alleggerisce l’onere informativo dell’intermediario.
Il cliente aveva chiesto la declaratoria di nullità derivata delle operazioni di acquisto e del relativo contratto di finanziamento. Ciò che gli era stato riconosciuto in primo grado con la restituzione della somma in questione e degli interessi. Ma sia in secondo grado che in sede di legittimità la situazione si è ribaltata a favore della banca, essendo stato negato che il contratto fosse nullo anche per assenza della forma scritta: infatti, in relazione al contratto di apertura di credito, collegato con quello di conto corrente, non è stata fornita la prova che fosse stato aperto con la finalità di svolgere attività di intermediazione finanziaria.

Avviso di accertamento ed ingiunzione fiscale

Avv. Daniele Franzini

L’ordinanza-ingiunzione fiscale, in quanto espressione del potere di accertamento e di autotutela della Pubblica Amministrazione, cumula in sé le caratteristiche del titolo esecutivo e del precetto e legittima, in caso di mancato pagamento, la riscossione coattiva mediante pignoramento dei beni del debitore. Pertanto, si tratta di un atto liquidatorio e non di un nuovo atto impositivo, in quanto si pone a valle dell’avviso di accertamento e non lo sostituisce, con la conseguenza che, una volta che quest’ultimo sia divenuto definitivo, il rapporto giuridico tributario deve considerarsi esaurito.

Lo ha chiarito la Corte di Cassazione con l’ordinanza n. 10896 del 18 aprile 2019.

Nella fattispecie, il contribuente aveva impugnato l’ingiunzione di pagamento emessa dall’Amministrazione comunale per il pagamento della TARSU in ragione della rilevata non corrispondenza tra le somme indicate nell’ingiunzione e quelle indicate nell’avviso di accertamento in precedenza notificato.

La Commissione adita in primo grado aveva accolto le tesi del contribuente, mentre la Commissione Tributaria Regionale aveva accolto l’appello proposto dall’Amministrazione comunale.

In sede di ricorso per la cassazione della sentenza della C.T.R. il contribuente sosteneva che il giudizio tributario non sarebbe stato volto all’accertamento positivo dell’obbligazione tributaria, ma all’accertamento negativo del diritto all’annullamento.

La Suprema Corte, nel rigettare il ricorso proposto, ha chiarito che la sentenza emessa all’esito del processo tributario ha valore di accertamento della pretesa tributaria, implicante la quantificazione della pretesa tributaria entro i limiti posti dalle domande di parte.

Quanto all’ingiunzione fiscale, ne hanno sottolineato la distinzione rispetto all’avviso di accertamento, al quale l’ingiunzione fiscale segue per il caso di mancato pagamento dell’importo recato dall’avviso.

Decreto ingiuntivo ed effetti della mancata opposizione

Avv. Daniele Franzini

Il decreto ingiuntivo di condanna al pagamento di una somma di denaro acquista, ove non sia proposta opposizione, efficacia di giudicato non solo in ordine al credito azionato, ma anche in relazione al titolo posto a fondamento dello stesso, precludendo in tal modo ogni ulteriore esame delle ragioni addotte a giustificazione della relativa domanda in altro giudizio.

Lo ha chiarito la Corte di Cassazione con l’ordinanza n. 11211 del 24 aprile 2019.

La Suprema Corte, a tale fine, ha valorizzato il principio secondo cui l’autorità del giudicato spiega i suoi effetti non solo sulla pronuncia esplicita della decisione, ma anche sulle ragioni che ne costituiscono, sia pure implicitamente, il presupposto logico-giuridico.

Conseguentemente, l’autorità e l’incontrovertibilità del giudicato non riguarda solo le ragioni giuridiche e di fatto esercitate in giudizio, ma si estende a tutte le possibili questioni, proponibili in via di azione o eccezione, che, sebbene non dedotte specificamente, costituiscono precedenti logici, essenziali e necessari, della pronuncia.

Pertanto, in ossequio al fondamentale principio di certezza delle situazioni giuridiche, la mancata opposizione da parte dell’ingiunto spiega i propri effetti anche rispetto a quello che è il presupposto logico-giuridico dell’ingiunzione di pagamento ovvero il titolo posto a fondamento del credito azionato in via monitoria, rispetto al quale non è consentito alcun esame delle ragioni eventualmente addotte, a confutazione, dal debitore in altro giudizio.