Fondo patrimoniale

Avv. Daniele Franzini

L’onere della prova dell’estraneità del debito alle esigenze familiari e la consapevolezza del creditore grava sul debitore che intenda avvalersi del regime di impignorabilità dei beni costituiti in fondo patrimoniale: ove sia proposta opposizione ai sensi dell’art. 615 cod. proc. civ. per contestare il diritto del creditore ad agire esecutivamente il debitore opponente deve dimostrare non soltanto la regolare costituzione del fondo e la sua opponibilità al creditore procedente, ma anche che il suo debito nei confronti di quest’ultimo è stato contratto per scopi estranei ai bisogni della famiglia.

Lo ha stabilito la Sesta Sezione Civile della Corte di Cassazione con l’ordinanza n. 4264 pubblicata in data 13 febbraio 2019.

La Suprema Corte, chiamata a pronunciarsi in relazione ad una controversia originata dall’opposizione proposta, ai sensi degli artt. 615 e 619 cod. proc. civ., dai coniugi ricorrenti nel corso di un processo di esecuzione per espropriazione forzata promosso dall’Agenzia delle entrate nei loro confronti su beni da essi costituiti in fondo patrimoniale, dei quali i medesimi hanno sostenuto l’impignorabilità, ha precisato che i ‘bisogni della famiglia’ devono essere intensi non in senso meramente oggettivo, ma come comprensivi anche dei bisogni ritenuti tali dai coniugi in ragione dell’indirizzo della vita familiare e del tenore prescelto in conseguenza delle possibilità economiche familiari.

Anche un debito di natura tributaria, sorto per l’esercizio dell’attività imprenditoriale, può ritenersi contratto per soddisfare tale finalità, fermo restando che essa non può dirsi sussistente per il solo fatto che il debito derivi dall’attività professionale o d’impresa del coniuge, dovendo essere accertato che l’obbligazione sia sorta per il soddisfacimento dei bisogni familiari ovvero per il potenziamento della capacità lavorativa del coniuge e non per esigenze di natura voluttuaria o caratterizzate da interessi meramente speculativi.

La Corte di Cassazione ha, conclusivamente, rigettato il ricorso e confermato la sentenza di secondo grado che aveva ritenuto contratti per i bisogni della famiglia i debiti fiscali IRPEF scaturenti dall’accertamento induttivo di un maggior reddito da partecipazioni societarie rispetto a quello dichiarato, già idoneo a soddisfare i bisogni della famiglia, stante l’assenza di prova contraria, il cui onere gravava sui debitori.

Limiti di pignorabilità della pensione

Avv. Daniele Franzini

In caso di sequestro del saldo del conto corrente bancario sul quale confluiscono i ratei della pensione il Giudice è tenuto a verificare la causale degli accrediti e ad assicurare, a fronte degli accrediti anteriori all’apposizione del vincolo, almeno una somma non inferiore al triplo dell’assegno sociale, fatti salvi gli specifici limiti riguardanti accrediti successivi.

Lo ha stabilito la Sesta Sezione Penale della Corte di Cassazione con la sentenza n. 13422 pubblicata in data 27 marzo 2019.

La Suprema Corte, chiamata a pronunciarsi circa la legittimità di un decreto di sequestro preventivo emesso dal G.I.P. e funzionale alla confisca ai sensi dell’art. 322-ter cod. pen., ha osservato che le norme civilistiche speciali che sanciscono precisi limiti alla pignorabilità e/o alla sequestrabilità di somme rivenienti da trattamenti retributivi e/o pensionistici sono volte a garantire i diritti inalienabili della persona, nonché il c.d. minimo vitale, il quale, essendo di incerta definizione, è rimesso, in assenza di parametri definiti, alla valutazione del giudice dell’esecuzione.

Con specifico riferimento agli emolumenti pensionistici, secondo l’orientamento – in passato costante – della Suprema Corte di legittimità le somme rivenienti da detti emolumenti, una volta acquisite ed entrate a far parte del patrimonio del beneficiario, si confondevano con quest’ultimo, rendendo inapplicabili i limiti sanciti dall’art. 545 cod. proc. civ. (cfr. ex multis Cass. civ., Sez. I, 6.8.2014, n. 17732).

A seguito della ‘sollecitazione’ del Giudice delle leggi (cfr. sentenza n. 85 del 15.4/15.5.2015), investito della questione di legittimità costituzionale delle norme che impongono la rimessa in conto corrente di stipendi e pensioni oltre un determinato importo, per contrasto con gli artt. 3 e 38 Cost., l’art. 545 cod. proc. civ. è stato oggetto di un intervento riformatore (cfr. decreto-legge 17.6.2015, n. 83, convertito, con modificazioni, dalla legge 6.8.2015, n. 132): in base al testo della disposizione codicistica attualmente in vigore le somme dovute a titolo di pensione nel caso di accredito su conto corrente bancario o postale intestato al debitore possono essere pignorate per l’importo eccedente il triplo dell’assegno sociale quando l’accredito ha luogo in data anteriore al pignoramento; in caso di accredito avente luogo alla data del pignoramento o successivamente le predette somme possono essere pignorate nei limiti previsti dai commi terzo, quarto, quinto e settimo del medesimo art. 545.

Swap

Avv. Daniele Franzini

Il disvalore di mercato iniziale di uno swap costituisce un costo per il cliente e un vantaggio per la banca e deve essere esplicitato nella documentazione contrattuale. Anche laddove tale dato non determinasse un lucro per la banca, deve essere resa al riguardo una adeguata informativa al cliente. Il difetto di informativa integra una violazione dei doveri che incombono sull’intermediario, previsti dall’art. 21 TUF e dai principi  di buona fede e correttezza.

Lo ha stabilito il Tribunale Terni, con sentenza del 28 Marzo 2019.

Giurisdizione. Intervengono le Sezioni Unite

Avv. Daniele Franzini

Le condizioni da valutarsi ai fini della giurisdizione anche secondo le disposizioni della Convenzione di Lugano del 30 ottobre 2007 sono quelle al momento dell’instaurazione della domanda e non quelle al momento della conclusione del contratto sottoscritto dalle parti; in ogni caso, sussiste la giurisdizione del giudice italiano sulle domande risarcitorie per responsabilità contrattuale proposte da un consumatore nei confronti di un soggetto, quale un istituto bancario, che abbia svolto o svolga o abbia diretto o diriga in Italia, anche per il tramite di altri soggetti prospettati come mandatari o sostenendole con l’attività di società strettamente collegate, attività professionali cui si riconduca il contratto suindicato.

Lo ha stabilito la Corte di Cassazione, a Sezioni Unite, con la sentenza 4.3.2019, n. 6280.

La Suprema Corte ha deciso in ordine ad un ricorso proposto da un istituto di credito di diritto svizzero, avverso la sentenza con la quale la Corte territoriale aveva affermato la giurisdizione italiana, a discapito del Giudice di Lugano, in ordine ad una controversia avente ad oggetto l’azione risarcitoria proposta da un consumatore, in relazione agli inadempimenti posti in essere dalla banca nella esecuzione e gestione di due contratti di conto corrente.

La Suprema Corte ha rigettato il ricorso dell’istituto di credito, affermando la sussistenza della giurisdizione italiana, anche in virtù della Convenzione di Lugano del 2007, sulla base del principio per cui le condizioni da valutarsi al fine della giurisdizione sono quelle al momento dell’instaurazione della domanda e non quelle al momento della conclusione del contratto. Sicché per l’individuazione del foro del consumatore, attraverso la determinazione del suo domicilio, rileva esclusivamente il momento di proposizione della domanda e non già di quello di conclusione del contratto. Inoltre, ai sensi del primo paragrafo dell’articolo 15 e del primo paragrafo dell’articolo 16 di detta Convenzione, deve ritenersi sussiste la giurisdizione del giudice italiano sulle domande risarcitorie per responsabilità contrattuale proposte da un consumatore nei confronti di un soggetto, quale un istituto bancario, che abbia svolto o svolga o abbia diretto o diriga in Italia, anche per il tramite di altri soggetti prospettati come mandatari o sostenendole con l’attività di società strettamente collegate, attività professionali cui si riconducano i contratti per cui è causa.

Non è nullo il licenziamento se la gravidanza è insorta durante il periodo di preavviso

Avv. Francesca Frezza

lo stato di gravidanza, insorto durante il periodo di preavviso, non è causa di nullità del licenziamento ai sensi dell’art. 54 cit. ma costituisce evento idoneo, ai sensi dell’art. 2110 c.c., a determinare la sospensione del periodo di preavviso.

La Corte d’appello di Ancona, in riforma della sentenza di primo grado, respingeva la domanda di una lavoratrice che aveva rivendicato la nullità del licenziamento per violazione dell’art. 54, D.Lgs. n. 151 del 2001.

La Corte territoriale aveva ritenuto che il licenziamento, intimato per motivo oggettivo, si fosse perfezionato alla data di ricevimento da parte della lavoratrice della relativa lettera, sebbene l’efficacia dello stesso fosse stata posticipata alla scadenza del periodo di preavviso; aveva individuato il momento di inizio dello stato oggettivo di gravidanza in base alla documentazione medica in atti e alla c.t.u. svolta in primo grado, anziché secondo la presunzione legale di cui all’art. 4, D.P.R. n. 1026 del 1975, adoperata dal Tribunale e riferita a trecento giorni prima della data presunta del parto; aveva accertato come l’inizio dello stato oggettivo di gravidanza risalisse alla data successiva all’intimazione del recesso.

Avverso tale sentenza la lavoratrice proponeva ricorso per cassazione che con sentenza n. 9268 del 3 aprile 2019, respingeva il ricorso affermando che il licenziamento intimato durante lo stato di gravidanza rientra nel divieto posto dal citato art. 54 che ne sancisce la nullità, mentre la gravidanza intervenuta nel corso del periodo di preavviso “lavorato”, come nel caso di specie, è attratta nella disciplina dell’art. 2110 c.c. e comporta gli effetti sospensivi ivi previsti.

La Corte, richiamando il proprio orientamento consolidato, ha precisato che il licenziamento, come negozio unilaterale recettizio, si perfeziona nel momento in cui la manifestazione di volontà del datore di lavoro recedente giunge a conoscenza del lavoratore, anche se l’efficacia – vale a dire la produzione dell’effetto tipico, consistente nella risoluzione del rapporto di lavoro – viene differita ad un momento successivo.

Da tali premesse, prosegue la Corte, discende che la verifica delle condizioni legittimanti l’esercizio del potere di recesso deve essere compiuta con riferimento al momento in cui detto negozio unilaterale si è perfezionato e non già con riguardo, ove il licenziamento sia stato intimato con preavviso, al successivo momento della scadenza del preavviso stesso (Cass. n. 15495 del 2008 in motivazione n. 874 del 1999).

La Suprema Corte ha ritenuto corretta la decisione della Corte di merito che si è attenuta ai principi appena enunciati ed ha escluso la nullità del licenziamento, ai sensi dell’art. 54, D.Lgs. n. 151 del 2001, sul rilievo che al momento in cui lo stesso è stato intimato e si è perfezionato la lavoratrice non si trovasse oggettivamente in stato di gravidanza, sulla base della formulazione letterale dell’art. 54 cit., comma 5, che sancisce la nullità del licenziamento per violazione del relativo divieto avendo riguardo al momento in cui lo stesso è “intimato” (dall’inizio del periodo di gravidanza fino al termine del periodo di interdizione dal lavoro nonché fino al compimento di un anno di età del bambino) e non al momento di produzione degli effetti”.

In caso di licenziamento per soppressione della posizione lavorativa la totale privazione delle mansioni non può costituire una valida alternativa al licenziamento

Avv. Francesca Frezza

Il datore di lavoro può legittimamente porre fine al rapporto di lavoro a fronte di un giustificato motivo oggettivo di licenziamento ma, ove non ha esercitato tale potestà, non può mantenere in vita un rapporto nel quale la professionalità del lavoratore è pregiudicata dalla totale assenza di mansioni.

Una nota azienda di trasporti veniva condannata, con sentenza confermata dalla Corte d’Appello di Roma, a risarcire un dipendente per il danno, patrimoniale e non patrimoniale, derivatogli dalla privazione delle mansioni, avvenuta dal luglio 2005 fino al licenziamento.

A fondamento della decisione la Corte territoriale riteneva non fondata la deduzione dell’appellante secondo cui il mantenimento del rapporto di lavoro era avvenuto esclusivamente nell’interesse del lavoratore, in quanto a seguito della soppressione della posizione lavorativa da questi rivestita nella organizzazione aziendale (giornalista addetto all’ufficio stampa) il rapporto si era svolto al solo fine di cercare una soluzione concordata, che potesse preservarne l’occupazione.

Sul punto il giudice dell’appello osservava che il datore di lavoro poteva legittimamente porre fine al rapporto di lavoro a fronte di un giustificato motivo oggettivo di licenziamento ma che, ove non avesse esercitato tale potestà, non poteva mantenere in vita un rapporto nel quale la professionalità del lavoratore fosse pregiudicata dalla totale assenza di mansioni.

La disciplina delle mansioni all’epoca vigente avrebbe consentito l’attribuzione al lavoratore, con il suo consenso, di mansioni inferiori— quando tale scelta fosse stata l’unica in grado di preservare l’occupazione— ma non il mantenimento di un rapporto svuotato totalmente di contenuto professionale

Avverso la sentenza proponeva ricorso in Cassazione l’azienda deducendo la legittimità del comportamento attuato perchè dovuto alla soppressione del posto occupato dal lavoratore, unico giornalista dipendente dell’azienda.

La privazione delle mansioni secondo il datore di lavoro era avvenuta nell’ambito di una lunga trattativa nella quale la conservazione del rapporto di lavoro era stata vantaggiosa per il lavoratore sicchè la società non aveva commesso alcun illecito.

La Suprema Corte, nel rigettare il ricorso, con ordinanza n. 10023/2019 ha affermato che “la soppressione della posizione lavorativa occupata dal dipendente obbliga il datore di lavoro alla assegnazione al lavoratore di altre mansioni professionalmente equivalenti— ove disponibili nella organizzazione aziendale— nonché— previo consenso di quest’ultimo— anche di mansioni di contenuto professionale inferiore (cd. patto di demansionamento). La eventuale impossibilità di assolvere al suddetto obbligo di repechage costituisce elemento integrativo della fattispecie del giustificato motivo oggettivo di licenziamento (in termini: Cass. sez. lav. 2 maggio 2018 nr. 10453). La privazione totale delle mansioni, che costituisce violazione di diritti inerenti alla persona del lavoratore oggetto di tutela costituzionale, non può essere invece una alternativa al licenziamento.

Indennità sostitutiva della reintegra: quando non è dovuta?

Avv. Francesca Frezza

Nel caso in cui il licenziamento viene dichiarato illegittimo l’indennità sostitutiva della reintegra non è dovuta se risulta impossibile la tutela reintegratoria per fatto non imputabile al datore di lavoro.

Un lavoratore, licenziato per superamento del periodo di comporto, aveva adito il Tribunale locale per vedersi accertare l’illegittimità del provvedimento espulsivo e il risarcimento del danno. Il Tribunale, all’esito del giudizio, aveva condannato il datore di lavoro a pagare l’indennità sostitutiva della reintegrazione pari a 15 mensilità, oltre alle retribuzioni maturate dalla data del licenziamento sino al pagamento dell’indennità sostitutiva, oltre il danno biologico rivendicato. Avverso tale pronuncia proponeva appello il datore di lavoro e la Corte territoriale aveva riformato la sentenza e dichiarato non dovuta l’indennità sostitutiva della reintegra, ritenuta impossibile per totale inabilità lavorativa.

Ricorrevano in cassazione gli eredi del lavoratore contestando la sentenza della Corte di Appello nella parte in cui avrebbe erroneamente calcolato la misura del risarcimento del danno da licenziamento illegittimo e non avrebbe riconosciuto il diritto del dante causa all’indennità sostitutiva della reintegra.

In sostanza, i ricorrenti si dolevano che la sentenza impugnata aveva limitato il risarcimento del danno da licenziamento illegittimo alla data della maturazione del diritto del dante causa al pensionamento, non estendendola alla data dell’opzione per l’indennità sostitutiva della reintegra richiesta sin dal ricorso di primo grado.

La Corte di Cassazione con ordinanza n. 10721 del 17 aprile 2019, pur ritenendo teoricamente fondato il motivo, posto che la sola maturazione del diritto a pensione ed anche la sola domanda di pensione, non estingue affatto il rapporto di lavoro sin quando non vi sia un atto (licenziamento, dimissioni o pensionamento) idoneo a risolverlo, ha affermato che, tuttavia, la sentenza impugnata aveva accertato che dal novembre 2003 il dipendente (oltre ad essere totalmente inabile) era andato effettivamente in pensione, non essendo così più possibile la reintegra né il pagamento dell’indennità sostitutiva. Né poteva ritenersi, prosegue la Suprema Corte, che la sentenza di reintegra (del 2009) poteva aver travolto, nonostante la sua natura dichiarativa con effetto ex tunc, fatti estranei al rapporto di lavoro, quale il pensionamento del dipendente.

La Corte, nel rigettare il ricorso, richiamava il principio espresso da una precedente pronuncia (Cassazione n. 14426\2000) per la quale: “L’obbligazione del datore di lavoro alla indennità pari a quindici mensilità di retribuzione di cui all’articolo 18, comma quinto legge n.300 del 1970 si qualifica come obbligazione con facoltà alternativa, oggetto della quale è la reintegra nel posto di lavoro, la cui attualità è presupposto necessario della facoltà di scelta del lavoratore; ne consegue che in tutti i casi in cui l’obbligazione reintegratoria sia divenuta impossibile per causa non imputabile al datore di lavoro, non è dovuta neanche l’indennità sostitutiva”.

Foto dei figli minorenni, no ai post della nuova compagna del padre

Avv. Flaviano Sanzari

La nuova compagna dell’ex marito non può pubblicare su Facebook le foto dei figli minorenni di lui. Il nuovo stop alla divulgazione sui social network delle immagini che ritraggono i minorenni arriva dal Tribunale di Rieti che, con ordinanza del 7 marzo scorso, ha accolto il ricorso d’urgenza presentato dalla madre di due figli di 11 e 8 anni che, stanca di vedere pubblicate su Facebook le foto dei ragazzi in compagnia dell’ex e della nuova compagna, ha chiesto al Tribunale di imporre alla donna di rimuovere immediatamente tutte le immagini presenti sui social network.

Per il giudice, la diffusione delle immagini di minorenni sui social network si deve considerare «un’attività in sé pregiudizievole in ragione delle caratteristiche proprie della rete internet». Per il Tribunale, infatti, sarebbe impossibile controllare la diffusione delle immagini caricate nel web che potrebbero quindi essere messe a disposizione di chiunque con un potenziale danno per i minorenni coinvolti. A rafforzare la tutela anche il nuovo Regolamento UE 2016/679 (GDPR), citato dall’ordinanza, che al considerando 38 dispone una specifica protezione per i minorenni relativamente alla diffusione dei loro dati personali proprio in ragione del fatto della loro inferiore consapevolezza dei rischi e dei loro diritti in relazione al trattamento dei dati personali che li riguardano. A tal proposito, l’ordinanza ricorda anche come il decreto legislativo n. 101/2018 abbia sul punto adeguato il GDPR, fissando in Italia il limite di 14 anni per l’iscrizione a un social network, mentre per i più piccoli occorre il consenso di entrambi i genitori. Questo però non autorizza terze persone a pubblicare le foto dei minorenni, anche di età superiore ai 14 anni, a maggior ragione quando i genitori espressamente li abbiano tutelati inserendo specifiche condizioni negli accordi di separazione o divorzio, come era avvenuto nella fattispecie.

La Cassazione sulla diffamazione nei gruppi di whatsapp

Avv. Flaviano Sanzari

Offese via chat whatsapp: la eventualità che tra i fruitori del messaggio vi sia anche la persona nei cui confronti vengono formulate le espressioni offensive non configura l’illecito di ingiuria ma il delitto di diffamazione, posto che, sebbene il mezzo di trasmissione/comunicazione adoperato (e-mail o internet) consenta, in astratto, (anche) al soggetto vilipeso di percepire direttamente l’offesa, il fatto che il messaggio sia diretto ad una cerchia di fruitori fa si che l’addebito lesivo si collochi in una dimensione ben più ampia di quella interpersonale tra offensore ed offeso.

Così ha deciso la Cassazione Penale, con la sentenza n. 7904 del 20.2.2019, la quale ha altresì precisato che la stampa dei messaggi whatsapp è prova documentale ai sensi dell’art. 234 c.p.p., che consente «l’acquisizione di scritti o altri documenti che rappresentano fatti, persone o cose mediante la fotografia, la cinematografia o qualsiasi altro mezzo» e della quale non venga disconosciuta la genuinità.

Dichiarazioni rilasciate ai blogger: diffamazione aggravata

Avv. Flaviano Sanzari

Con sentenza n. 16564 del 25.3.2019, la Suprema Corte ha affermato che configura il reato di diffamazione, aggravato dal ricorso a un “mezzo di pubblicità”, l’aver rilasciato dichiarazioni lesive della personalità altrui a un blogger: “E’ indubbio che rilasciare dichiarazioni ai blogger implichi non solo la consapevolezza ma anche il proposito della pubblicazione delle dichiarazioni stesse sul web”. Pur non potendosi, infatti, considerare i blog alla stregua delle testate giornalistiche, sono comunque un veicolo pubblicitario che raggiunge, al pari dei social media, un numero indeterminato di persone.