L’altezza quale requisito per l’assunzione costituisce una fattore discriminatorio indiretto

Avv. Francesca Frezza

In tema di requisiti per l’assunzione, qualora in una norma secondaria sia prevista una statura minima identica per uomini e donne, in contrasto con il principio di uguaglianza, perché presupponga erroneamente la non sussistenza della diversità di statura mediamente riscontrabile tra uomini e donne e comporti una discriminazione indiretta a sfavore di queste ultime, il giudice ordinario ne apprezza, incidentalmente, la legittimità ai fini della disapplicazione, valutando in concreto la funzionalità del requisito richiesto rispetto alle mansioni.

Il caso riguarda una azienda ferroviaria che aveva pubblicato un bando per la selezione di un capo stazione che imponeva una altezza minima di 1 metro e 60 centimetri ai fini della partecipazione.

Una lavoratrice avente una altezza inferiore a quella minima adiva il Tribunale di Roma al fine di vedere accertare il carattere discriminatorio del requisito fisico indicato per accedere a tale lavoro.  Il Tribunale accoglieva la domanda con sentenza confermata dalla locale corte di appello.  La Corte di appello  condivideva, quindi, la valutazione del giudice di prime cure che aveva ritenuto la sussistenza di una discriminazione indiretta, in materia di accesso al lavoro siccome non oggettivamente giustificato, né comprovato nella sua pertinenza e proporzionalità alle mansioni comportate dalla suddetta qualifica.

La Cassazione, con sentenza n. 3196 del 4 febbraio 2019, nell’evidenziare che un determinato requisito fisico imposto per lo svolgimento di una mansione può non ritenersi discriminatorio ove giustificato da una finalità legittima, ha respinto il ricorso rilevando che la corte di appello aveva accertato che la società non aveva ottemperato al proprio onere probatorio omettendo di fornire una prova rigorosa della rispondenza del limite staturale alla funzionalità e alla sicurezza del servizio da svolgere.

 

Il patteggiamento costituisce prova nel giudizio civile

Avv. Francesca Frezza

La sentenza di applicazione di pena patteggiata, pur non potendosi tecnicamente configurare come sentenza di condanna, anche se è a questa equiparabile a determinati fini, presuppone pur sempre una ammissione di colpevolezza che esonera la controparte dall’onere della prova.

Un lavoratore mentre era intento a svolgere una attività di potatura cadeva da un cestello mobile subendo un infortunio dal quale derivavano gravi menomazioni. Il lavoratore adiva, quindi, il Tribunale di Bologna che respingeva la domanda di risarcimento formulata nei confronti del datore di lavoro con sentenza confermata dalla Corte di Appello felsinea che riteneva non rilevante ai fini dell’accoglimento della domanda la circostanza che nelle more del giudizio questi avesse definito il procedimento penale a suo carico con  una sentenza di patteggiamento.

La Corte di Cassazione, con ordinanza n. 3643 del 7 febbraio 2019, nell’accogliere il ricorso del lavoratore ha affermato che la sentenza penale di applicazione della pena ex art. 444 cod. proc. pen. costituisce un importante elemento probatorio per il giudice di merito, il quale, ove intenda disconoscere tale efficacia probatoria, ha il dovere di spiegare le ragioni per cui l’imputato avrebbe ammesso una sua insussistente responsabilità ed il giudice penale abbia prestato fede a tale ammissione.

Il patteggiamento costituisce, infatti, un riconoscimento della responsabilità che deve essere adeguatamente valutato dal giudice investito del medesimo accertamento nel giudizio civile

La Cassazione chiarisce l’onere della prova in tema di licenziamento verbale

Avv. Francesca Frezza

In caso di dedotto licenziamento orale, la prova gravante sul lavoratore circa la estromissione dal rapporto non coincide tout court con il fatto della cessazione del rapporto di lavoro, ma con un atto datoriale consapevolmente volto ad espellere il lavoratore dal circuito produttivo.

Il caso sottoposto al vaglio della Suprema Corte riguarda un lavoratore di una azienda agricola che aveva impugnato dinanzi al Tribunale di Catanzaro la risoluzione del rapporto di lavoro che affermava essere stata effettuata in forma orale dalla società datrice di lavoro.

La Corte di Appello di Catanzaro, nel respingere il reclamo della società che deduceva che il rapporto di lavoro si era risolto per effetto delle dimissioni rassegnate dal lavoratore, confermava la decisione del locale Tribunale che aveva disposto la reintegra nel posto di lavoro.

La Corte di Cassazione, con sentenza n. 3822 dell’8 febbraio 2019, dopo aver disposto la trattazione in forma camerale  del ricorso promosso dalla società, revocava l’ordinanza, in considerazione della disarmonia della giurisprudenza in merito all’estromissione dal posto di lavoro e sulla distribuzione dell’onere probatorio.

La Suprema Corte, dopo aver esaminato i diversi orientamenti esistenti all’interno della sezione, ha affermato che l’onere della prova del licenziamento verbale incombe in capo al lavoratore che può fornire la  dimostrazione anche avvalendosi di presunzioni.

La Cassazione ha inoltre affermato che l’eventuale eccezione della società che deduca la sussistenza di dimissioni non esime il lavoratore dal fornire la prova del licenziamento che dovrà essere valutata in tal caso attentamente anche  con il ricorso dei poteri istruttori d’ufficio.

Nel caso residuale in cui perduri una non superabile incertezza probatoria, opererà – secondo la Corte di Cassazione – la regola dell’art. 2697 c.c. in applicazione della quale il lavoratore che non ha provato il fatto costitutivo della sua domanda vedrà respinta la sua richiesta,  anche se non risultino provate neanche le dimissioni eccepite dal datore di lavoro.

Cessione Veneto Banca – Intesa San Paolo

Avv. Daniele Franzini

La domanda introdotta al fine di far valere violazioni di Veneto Banca al momento del collocamento delle proprie azioni (in forza delle quali la banca sarebbe venuta meno ai propri obblighi informativi e di diligenza al momento dell’acquisto e della mancata vendita delle stesse) non può essere proposta nei confronti di Intesa San Paolo, cessionaria dell’azienda di Veneto Banca e ciò in forza delle disposizioni di cui al D.L. 99/2017, il quale esclude espressamente dal perimetro della cessione “i debiti delle Banche nei confronti dei propri azionisti e obbligazionisti subordinati derivanti dalle operazioni di commercializzazione di azioni o obbligazioni subordinate delle Banche o dalla violazione della normativa sulla prestazione dei servizi di investimento” (art. 3, c. 1, lett. b), nonché “le controversie relative ad atti o fatti occorsi prima della cessione, sorte successivamente ad essa e le relative passività” (art. 3, c. 1, lett. c).

Lo ha stabilito il Tribunale di Padova con sentenza del 5.2.2019.

 

Adeguatezza degli investimenti

Avv. Daniele Franzini

L’adeguatezza degli acquisti di strumenti finanziari, con particolare livello di rischio (obbligazioni argentine), può desumersi dalle numerose operazioni eseguite dall’investitore, nello stesso periodo, di strumenti sofisticati e volatili connotati da rilevanti rischi di perdita, con frequenti operazioni speculative di acquisto e vendita nell’arco di pochi giorni.

Lo ha stabilito con sentenza n. 3335 del 5.2.2019 la Corte di Cassazione, pur precisando che il profilo soggettivo del cliente e la sua propensione al rischio non possono determinare l’elusione dell’assolvimento dell’obbligo informativo.

Costituisce, infatti, obbligo endocontrattuale dell’intermediario l’acquisizione di informazioni sul cliente tali da consentire di delineare un profilo soggettivo dello stesso che ne evidenzi le potenzialità economiche e patrimoniali e la conseguente propensione all’investimento ed al rischio. La mancanza di un profilo attendibile non determina alcuna attenuazione dell’obbligo informativo, anche se desumibile dalla sottoscrizione della clausola, generalmente predisposta unilateralmente dall’intermediario, di rifiuto di fornire informazioni da parte dell’investitore.

Ad eccezione dell’investitore abilitato o professionale, la accertata propensione al rischio del cliente non elimina l’obbligo informativo, ma lo conforma in modo biunivoco.

In particolare, l’esperienza dell’investitore e le sue dichiarate ed accertate scelte d’investimento incidono sulla selettività delle informazioni da fornire, nel senso che verosimilmente esse devono riguardare caratteristiche specifiche e non generalmente conoscibili del prodotto. D’altra parte, tanto più è elevata la rischiosità dell’investimento, tanto più puntuale deve essere l’adempimento dell’obbligo informativo in relazione a tale specifico profilo. E ciò non con la finalità, non realizzabile dall’investitore, di azzerare od eliminare il rischio, tendenzialmente connesso alle potenzialità di rendimento dell’investimento, ma al fine di verificare se la scelta dell’investimento sia stata dettata dalla conoscenza effettiva delle variabili che ne conformano la rischiosità.

Nella fattispecie, tuttavia, la Corte distrettuale ha ritenuto, con accertamento di fatto, raggiunta la prova che gli investimenti oggetto di causa erano stati dettati dalla conoscenza effettiva, da parte degli investitori, delle variabili che ne esprimevano la rischiosità.

Inefficacia del decreto ingiuntivo

Avv. Daniele Franzini

Nell’ambito della disciplina dettata dall’art. 644 c.p.c., secondo cui il decreto ingiuntivo diviene inefficace se non notificato entro 60 giorni dalla sua emissione, detta inefficacia è legittimamente riconducibile alla sola ipotesi in cui manchi o sia inesistente la notifica nel termine stabilito dalla norma predetta, poiché la notificazione del decreto ingiuntivo comunque effettuata, anche se nulla, è pur sempre indice della volontà del creditore di avvalersi del decreto stesso. Pertanto, potendo tale nullità od irregolarità essere fatta valere a mezzo dell’opposizione tardiva di cui al successivo art. 650 c.p.c., deve essere esclusa la presunzione di abbandono del titolo che costituisce il fondamento della previsione di inefficacia di cui all’art. 644 c.p.c..

Lo ha sancito la Suprema Corte con ordinanza n. 1509 del 21.1.2019.

 

Cartella esattoriale. Pagamento a carico dei soci

Avv. Daniele Franzini

La cartella esattoriale non è qualificabile come atto esecutivo, trattandosi, in realtà, dell’atto conclusivo dell’iter che conduce alla formazione del titolo esecutivo e che preannuncia l’esercizio dell’azione esecutiva; ne consegue l’inapplicabilità dell’art. 2304 c.c., il quale disciplina il beneficium excussionis relativamente alla sola fase esecutiva, nel senso che il creditore sociale non può procedere coattivamente a carico del socio, se non dopo avere agito infruttuosamente sui beni della società.

Lo ha stabilito la Corte di Cassazione con l’ordinanza n. 1996 del 24.1.2019.

La controversia sottoposta al vaglio della Suprema Corte ha avuto origine dall’impugnazione, da parte del contribuente, di sei cartelle di pagamento a lui notificate da Equitalia, nella sua qualità di socio illimitatamente responsabile di due società in accomandita semplice.

Il contribuente aveva lamentato la violazione del principio del beneficium excussionis per essere state le cartelle di pagamento, quali atti dell’esecuzione, emesse senza il previo infruttuoso esperimento dell’esecuzione nei confronti delle società, nella loro qualità di debitrici principali.

La Commissione Tributaria Provinciale aveva accolto il ricorso del contribuente, mentre la Commissione Tributaria Regionale aveva riformato la sentenza di primo grado, avendo ritenuto che la cartella non costituiva titolo esecutivo e, conseguentemente, che non vi era stata la violazione del principio del beneficium excussionis.

La Corte di Cassazione ha ritenuto il ricorso del contribuente infondato sulla base dei principi suesposti. Conclusivamente, ha ritenuto legittima la cartella esattoriale notificata ai soci, senza la previa escussione della società quale debitrice principale.

Trafiletto diffamatorio e lettore frettoloso

Avv. Flaviano Sanzari

Il titolo può assumere una valenza diffamatoria che prescinde dal contenuto dell’articolo cui si riferisce. Esso, infatti, è in grado di orientare il lettore e di trasmettergli un’informazione compiuta, a maggior ragione quando è caratterizzato da espressioni forti e lapidarie e tenendo conto della propensione dell’utente ad una lettura sommaria del contenuto dell’articolo.

La Corte di Cassazione Penale, con la sentenza n. 6110 depositata lo scorso 7 febbraio, in sostanza ribadisce, da un lato, un principio ormai consolidato – quello per cui il titolo di un articolo giornalistico è in grado di rivestire autonoma valenza diffamatoria – e, dall’altro, fonda la propria decisione anche sulla figura del “lettore frettoloso” – ossia, colui che si sofferma sulle parti graficamente più accattivanti dell’articolo e che omette di leggerne il contenuto, senza alcun approfondimento del contenuto – invero già recepita dalla giurisprudenza della Corte, che sottolinea la necessità di vagliare i titoli, ma anche l’esposizione grafica delle singole componenti dell’articolo, al fine di valutare se una lettura che si limiti ai passaggi maggiormente evidenziati possegga un’autonoma portata diffamatoria.

I confini della critica politica

Avv. Flaviano Sanzari

La sussistenza della scriminante del diritto di critica presuppone la manifestazione di espressioni oggettivamente lesive dell’altrui reputazione, essendo ben possibile utilizzare espressioni forti per dare maggiore vigore alla manifestazione del pensiero critico, ciò a condizione che sussista un interesse sociale all’informazione, che il linguaggio non sia gratuitamente offensivo e che il nucleo del fatto storico da cui prende le mosse la critica sia vero.

Principi riaffermati dalla recentissima sentenza della Cassazione Penale, n. 7340 depositata lo scorso 18 febbraio.

Il contesto, nella fattispecie, è quello della critica politica, riguardando espressioni pronunciate nell’ambito di una accesa contestazione, insorta in ambito sindacale, in cui venivano addebitati al Presidente provinciale della Confederazione interessata comportamenti scorretti, che avevano dato luogo al commissariamento dell’ente e persino all’iscrizione del medesimo nel registro degli indagati per reati commessi nell’esercizio del mandato.

Siffatta contrapposizione si era, poi, acuita nel corso della campagna elettorale per il rinnovo della carica, nel cui ambito le rilevate criticità erano state agitate per rimarcare l’inaffidabilità del presidente uscente.

Ebbene, secondo la Cassazione proprio alla luce di simile contesto competitivo vanno interpretate le dichiarazioni censurate, tenuto conto che l’esercizio del diritto di critica consente il ricorso anche ad espressioni forti e persino suggestive, al fine di potenziare l’efficacia del discorso o del testo e richiamare l’attenzione dell’interlocutore destinatario e ricordando che, con specifico riferimento al diritto di critica politica, il rispetto del principio di verità si declina peculiarmente, assumendo limitato rilievo, necessariamente affievolito rispetto alla diversa incidenza che il medesimo dispiega sul versante del diritto di cronaca, in quanto la critica, quale espressione di opinione meramente soggettiva, ha per sua natura carattere congetturale che non può, per definizione, pretendersi rigorosamente obiettiva ed asettica. Tuttavia, richiamando la giurisprudenza sul punto della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo (CEDU), la Cassazione precisa che, anche in merito a dichiarazioni che contengano un giudizio di valore, permane la necessità che quest’ultimo sia comunque sempre ancorato ad un nucleo fattuale che deve essere sia veritiero che oggettivamente sufficiente per permettere di trarvi il giudizio, versandosi, altrimenti, in affermazione offensiva eccessiva, non scriminabile perché assolutamente priva di fondamento o di concreti riferimenti fattuali.

Per quanto riguarda, invece, la valutazione del requisito della continenza, necessario ai fini del legittimo esercizio del diritto di critica, si deve tenere conto del complessivo contesto dialettico in cui si realizza la condotta e verificare se i toni utilizzati dall’agente, pur aspri e forti, non siano gravemente infamanti e gratuiti, ma siano invece comunque pertinenti al tema in discussione, tenuto conto anche del fatto che, in riferimento a chi esercita poteri pubblici, quanto maggiore è il potere esercitato, tanto maggiore è l’esposizione alla critica, per la necessità che il suddetto potere sia sottoposto ad un rigido controllo sia da parte dell’opposizione politica che dei cittadini.

La Cassazione sul diritto all’immagine delle celebrità

Avv. Flaviano Sanzari

La Corte di Cassazione, con sentenza n. 1875 del 2019, ha accolto il ricorso di un noto personaggio dello spettacolo contro una casa editrice per la pubblicazione di alcuni scatti “rubati” con la compagna all’interno della sua villa. Con la suindicata sentenza, la Cassazione ripercorre i principi giurisprudenziali in materia di diritto all’immagine delle celebrità.

La sentenza della Corte d’Appello, oggetto di impugnazione, aveva infatti affermato che chiunque pubblichi abusivamente il ritratto di una persona nota è tenuto al risarcimento del danno, la cui quantificazione deve essere operata tenendo conto più che della lesione al diritto alla riservatezza, in sé considerato, delle cause di detta notorietà, poiché se questa consegue ad esercizio di un’attività (nella specie nel campo dello spettacolo) cui si ricollega la consuetudine dello sfruttamento rimunerato dell’immagine, l’abusiva pubblicazione determina un danno di natura patrimoniale, comportando il venir meno per l’interessato della possibilità di offrire l’uso del proprio ritratto per pubblicità di prodotti o servizi analoghi e d’altra parte difficoltà a commercializzare al meglio la propria immagine anche con riferimento a prodotti e servizi del tutto diversi.

La Corte d’Appello aveva però escluso la concreta esistenza di un nocumento patrimoniale, in quanto era ben noto che l’attore in questione avesse – per il tramite del suo portavoce – espressamente escluso il consenso alla pubblicazione di immagini della propria vita privata, cosicché si sarebbe negata la stessa possibilità dello sfruttamento economico dei ritratti.

La Suprema Corte ha invece chiarito – applicando un ulteriore principio, in conformità alla precedente sentenza n. 22513 del 2004 – che “l’abusiva pubblicazione, quando comporta la perdita, da parte del titolare del diritto, della facoltà di offrire al mercato l’uso del proprio ritratto, dà luogo al corrispondente pregiudizio. Tale pregiudizio non è poi escluso dall’eventuale rifiuto del soggetto leso di consentire a chicchessia la pubblicazione degli specifici ritratti abusivamente utilizzati, atteso che per un verso detto rifiuto non può essere equiparato ad una sorta di abbandono del diritto, con conseguente caduta in pubblico dominio, in quanto nella gestione del diritto alla propria immagine ben si colloca la facoltà, protratta per il tempo ritenuto necessario, di non pubblicare determinati ritratti, senza che ciò comporti effetto ablativo [..] con la conseguenza che lo sfruttamento abusivo del ritratto, in quanto frustrante della predetta strategia generale che solo al titolare del diritto spetta di adottare, può risultare fonte di pregiudizio ben più grave di quello corrispondente al valore commerciale della specifica attività abusiva, il cui risarcimento ben può essere effettuato in termini di perdita della reputazione professionale, ove questa sia allegata in giudizio, da valutarsi caso per caso dal giudice di merito nei limiti della ricchezza non conseguita dal danneggiato, ovvero anche con il ricorso al criterio di cui all’art. 1226 c.c.”

Per quanto concerne la tecnica liquidatoria del danno patrimoniale, si afferma il principio (già stabilito con la sentenza n. 12433 del 2008) secondo cui “l’illecita pubblicazione dell’immagine altrui obbliga al risarcimento anche dei danni patrimoniali, che consistono nel pregiudizio economico di cui la persona danneggiata abbia risentito per effetto della suddetta pubblicazione e di cui abbia fornito prova. In ogni caso, qualora non possano essere dimostrate specifiche voci di danno patrimoniale, la parte lesa può far valere il diritto al pagamento di una somma corrispondente al compenso che avrebbe presumibilmente richiesto per concedere il suo consenso alla pubblicazione, determinandosi tale importo in via equitativa, avuto riguardo del vantaggio economico conseguito dall’autore dell’illecita pubblicazione e ad ogni altra circostanza”.