Master 24 Diritto societario e contrattualistica d’impresa

Roma – 26 gennaio – Il Sole 24 ore

LE NOVITÀ DEL NUOVO REGOLAMENTO EUROPEO SULLA PRIVACY

TEMI:

Dal Codice della Privacy al Regolamento Europeo 2016/679

Le Linee Guida, i principi applicabili e le misure di sicurezza nel nuovo Regolamento Europeo Le tipologie dei dati da trattare: categorie

particolari di dati e trattamento dati dei minori Le novità in tema di informativa, consenso e i diritti dell’interessato

 

Gestione del rischio privacy e impatto sull’organizzazione aziendale

I concetti di Privacy by design e Privacy by default:

  • dalla normativa all’organizzazione dei sistemi di protezione;
  • La gestione del rischio privacy
  • I meccanismi di controllo e i codici di condotta
  • Valutazione dei rischi e modelli organizzativi idonei a tutelare i dati
  • Data Protection Impact Assessment (DPIA)

RELATORE:

Vincenzo Colarocco – Avvocato Strudio Legale Previti Associazione Professionale

Per scaricare la brochure cliccare qui.

 

Opposizione a decreto ingiuntivo ed a precetto. Connessione

Avv. Daniele Franzini

La contemporanea pendenza, relativamente al medesimo credito, di un procedimento di opposizione a decreto ingiuntivo e di altro di opposizione a precetto intimato sulla base di quel medesimo titolo, non comporta modificazioni della competenza, che, rispettivamente, appartiene, secondo criteri inderogabili, in base all’art. 645 c.p.c., al giudice che ha emesso il decreto ingiuntivo opposto e, in base agli artt. 27, comma 1, e 615, comma 1, c.p.c. al giudice del luogo dell’esecuzione competente per materia e per valore.

Ne deriva che il “simultaneus processus” di opposizione a decreto ingiuntivo e di opposizione a precetto è possibile, se il giudice che ha emesso l’ingiunzione coincida con quello del luogo dell’esecuzione competente per materia e per valore.

Lo ha stabilito con l’ordinanza n. 30183 del 22.11.2018 la Corte di Cassazione.

 

Obblighi di fare e di non fare. Poteri del giudice dell’esecuzione

Avv. Daniele Franzini

In materia di esecuzione forzata degli obblighi di fare e di non fare, spetta al giudice dell’esecuzione accertare la portata sostanziale della sentenza di cognizione e determinare le modalità di esecuzione dell’obbligazione idonee a ricondurre la situazione di fatto alla regolamentazione del rapporto ivi stabilita, nonché verificare la corrispondenza a tale regolamentazione del risultato indicato dalla parte istante nel precetto, e, se del caso, disporre le opere necessarie a realizzarlo.

Il relativo provvedimento è impugnabile con l’atto di appello laddove il giudice dell’esecuzione si discosti da quanto stabilito nel titolo da eseguire, non costituendo più manifestazione dei poteri del giudice dell’esecuzione e conseguentemente non essendo  impugnabile nelle forme proprie degli atti esecutivi.

Lo ha stabilito, con ordinanza n. 32196 del 12.12.2018 la Corte di Cassazione.

Secondo la Suprema Corte, la sentenza che decide sull’appello in ordine a tale questione è a sua volta ricorribile per cassazione per motivi concernenti l’interpretazione fornita dal giudice del merito circa l’accertamento compiuto e l’ordine impartito dal giudice della cognizione nella sentenza della cui esecuzione si tratta, la cui disamina non attribuisce tuttavia alla S.C. il potere di valutarne direttamente il contenuto, bensì solamente quello di stabilire se l’interpretazione della sentenza è conforme ai principi che regolano tale giudizio, nonché funzionale alla concreta attuazione del comando in essa contenuto.

L’interpretazione del titolo esecutivo, consistente in una sentenza passata in giudicato, compiuta dal giudice dell’opposizione a precetto o all’esecuzione, si risolve nell’apprezzamento di un “fatto”, come tale incensurabile in sede di legittimità (fatto salvo il caso di omessa pronuncia) o giuridici, senza che possa diversamente opinarsi alla luce dei poteri di rilievo officioso e di diretta interpretazione del giudicato esterno da parte del giudice di legittimità, atteso che, in sede di esecuzione, la sentenza passata in giudicato, pur ponendosi come “giudicato esterno” (in quanto decisione assunta fuori dal processo esecutivo), non opera come decisione della lite, bensì come titolo esecutivo e, pertanto, al pari degli altri titoli esecutivi, non va intesa come momento terminale della funzione cognitiva del giudice, bensì come presupposto fattuale dell’esecuzione, ossia come condizione necessaria e sufficiente per procedere ad essa.

 

 

Banca Carige. Firmato il decreto con le misure di sostegno

Avv. Daniele Franzini

Il presidente Sergio Mattarella ha firmato il decreto legge contenente “misure urgenti a sostegno della Banca Carige S.p.a. – Cassa di risparmio di Genova e Imperia”.

Il c.d. “Decreto Carige”, firmato l’8.1.2019 dal Presidente della Repubblica e pubblicato in Gazzetta Ufficiale, prevede garanzie statali sulle obbligazioni Carige, per un massimo di 3 miliardi di euro, attivabili fino al 30 giugno 2019 e un fondo pubblico da 1,3 miliardi per coprire gli oneri dei bond e della eventuale sottoscrizione di azioni della banca per un massimo di un miliardo in caso di ricapitalizzazione precauzionale.

Cancellazione della segnalazione a sofferenza

Avv. Daniele Franzini

Deve essere confermato il provvedimento d’urgenza che ha ordinato la cancellazione della segnalazione a sofferenza, effettuata da un istituto di credito, non preceduta da preavviso, in quanto tale atto è necessario a garantire il preventivo contraddittorio tra le parti, finalizzato a consentire al segnalato di poter regolarizzare la propria esposizione debitoria e, quindi, evitare una pubblicità negativa, rivolta alla collettività e non ristretta ai rapporti contrattuali tra le parti.

Inoltre, la segnalazione, in assenza di preventiva diffida, rischia di essere controproducente per la stessa banca, perché impedisce al debitore di impegnarsi in un piano di rientro anche a favore della stessa.

Lo ha stabilito il Tribunale di Cassino, con sentenza del 3.12.2018.

Perdite del valore dell’investimento superiore al 50%. Obbligo di segnalazione

Avv. Danele Franzini

In tema di operazioni in strumenti derivati e in “warrant”, l’obbligo dell’intermediario di segnalazione delle perdite che abbia subìto l’investitore nella misura non inferiore al 50% del capitale di riferimento, scatta, ai sensi dell’art. 28 del Regolamento Consob n. 11522/ 1998, in rapporto al valore dei mezzi costituiti a titolo di provvista e garanzia per l’esecuzione delle operazioni.

Tale valore, pur essendo originariamente determinato per contratto, subisce variazioni sia in occasione della comunicazione all’investitore di una precedente perdita e sia in caso di versamenti o prelievi immediati, perché disposti dall’investitore ovvero mediati, perché frutto delle operazioni ordinate all’intermediario.

Lo ha stabilito la Corte di Cassazione con sentenza n. 31896 del 10.12.2018.

In particolare, con tale arresto, la Suprema Corte ha statuito che il citato art. 28 determina in capo all’intermediario un obbligo informativo ampio e mobile, concretizzandosi con riferimento non solo al capitale iniziale, ma anche con riguardo alle perdite effettive o potenziali, già subite, e con riferimento a quelle calcolate in rapporto ai versamenti o prelievi dell’investitore.

In sostanza la misura delle giacenze sul conto -le quali subiscano incrementi o decrementi in ragione di “versamenti o prelievi”, non solo quelli immediati ad opera del correntista (il quale prelevi o versi somme di denaro), ma anche quelli mediati da operazioni di intermediazione le quali fruttino vantaggi o perdite – comporta, per espressa previsione, una rideterminazione dei “mezzi costituiti a titolo di provvista e garanzia per l’esecuzione delle operazioni” intermediate.

Il datore di lavoro deve giustificare i licenziamenti collettivi differito nel tempo

Avv. Francesca Frezza

Una azienda operante nel settore metalmeccanico attuava una procedura di licenziamento collettivo di tutto il personale a seguito della messa in liquidazione della società. Conclusasi la procedura, l’azienda tuttavia procedeva a risolvere i rapporti di lavoro non contestualmente ma progressivamente nel tempo comunicando dopo alcuni mesi alle organizzazioni sindacali l’elenco dei lavoratori licenziati.  Una lavoratrice nell’impugnare il licenziamento adiva il Tribunale di Avellino censurando la tardiva comunicazione delle ragioni e dei criteri adottati dalla società nello scegliere i lavoratori il cui rapporto di lavoro era stato mantenuto anche solo temporaneamente rispetto agli altri. Il Tribunale accoglieva la domanda con sentenza confermata dalla Corte di Appello partenopea. La Corte di Cassazione, nel respingere il ricorso della società che assumeva l’erroneità della decisione impugnata in ragione della mancanza di un concreto pregiudizio  stante il licenziamento di tutto il personale sulla base di un unico criterio, con sentenza n. 28034 del 2 novembre 2018, ha affermato che il datore di lavoro anche in ipotesi di licenziamento di tutti i lavoratori sulla base di un criterio unico deve dare riscontro delle ragioni per le quali  la risoluzione dei rapporti avvenga in  forma graduale con differimento nel tempo dei singoli licenziamenti favorendo alcuni lavoratori rispetto ad altri nella temporanea persistenza del rapporto di lavoro, onde consentire il controllo da parte di tutti i soggetti interessati.

L’annullamento della condanna del lavoratore pubblico implica la revoca del licenziamento con effetto ex tunc

Avv. Francesca Frezza

Un lavoratrice dipendente dell’Agenzia delle Entrate veniva licenziata a seguito di una incriminazione per gravi addebiti penalmente rilevanti. All’esito dell’assoluzione la lavoratrice aveva richiesto la riattivazione del procedimento disciplinare all’amministrazione di appartenenza che, tuttavia, riconfermava il provvedimento di licenziamento. La lavoratrice adiva, quindi, il Tribunale di Pavia che dichiarava l’illegittimità del licenziamento condannando la società alla reintegra nel posto di lavoro riconoscendo un indennizzo pari a 12 mensilità. La Corte di Appello di Milano, nel riformare la decisione del giudice di primo grado, riconosceva la reintegra piena a decorrere dalla data della decisione ritenendo che il procedimento speciale previsto in favore dei lavoratori pubblici desse luogo ad una nuova impugnativa che produceva effetti ex nunc. La Corte di Cassazione con sentenza n. 29367 del 14 novembre 2018 nel riformare la decisione della Corte territoriale  ha precisato che l’art. 55-ter del d.lgs. n. 165 del 2001, nel regolare i possibili conflitti tra l’esito del procedimento penale concluso con sentenza irrevocabile di assoluzione e l’esito del procedimento disciplinare concluso con l’irrogazione di una sanzione, prevede un procedimento unitario, articolato in due fasi, in cui il previsto rinnovo della contestazione dell’addebito deve essere effettuato pur sempre in ragione dei medesimi fatti storici già oggetto della prima contestazione disciplinare, in relazione ai quali, in tutto o in parte è intervenuta sentenza irrevocabile di assoluzione che riconosce che il fatto addebitato al dipendente non sussiste o non costituisce illecito penale o che il dipendente medesimo non lo ha commesso. La determinazione di conferma o modifica della sanzione già irrogata, ha effetti ex tunc, e l’accertamento in sede giurisdizionale dell’illegittimità della stessa non può che operare ex tunc.

La Cassazione afferma la rilevanza delle assunzioni effettuate in un congruo arco temporale dopo il licenziamento ai fini della legittimità del recesso per motivi economici

Avv. Francesca Frezza

La Corte di Appello di Milano respingeva il ricorso in appello di un lavoratore di una azienda industriale licenziato per giustificato motivo oggettivo a fronte di una ristrutturazione che prevedeva la soppressione del suo posto di lavoro, ritenendo sussistente la riorganizzazione aziendale ed escludendo al momento del recesso la violazione dell’obbligo di repechage.

La Corte di Cassazione con sentenza n. 31495 del 5 dicembre 2018 ha accolto il ricorso del lavoratore rilevando che la società non aveva dimostrato che per un congruo arco di tempo, individuato in sei mesi, non vi era stata possibilità di reimpiego del lavoratore. La Suprema Corte riteneva, infatti, che la valutazione istantanea effettuata dalla Corte territoriale, nonostante la prova della imminente disponibilità di posizioni conformi al profilo del lavoratore in eccedenza, determinava una inesatta applicazione del principio del repechage che, viceversa, deve essere valutato considerando un arco temporale successivo al licenziamento nel quale l’azienda deve dimostrare di non avere effettuato assunzioni compatibili con il profilo professionale del lavoratore licenziato.

Il mancato raggiungimento degli obiettivi non costituisce prova di rilevante scarso rendimento

Avv. Francesca Frezza

Un lavoratore che prestava attività lavorativa in favore di un istituto di credito sulla base di un contratto di agenzia, adiva il Tribunale di Milano al fine di vedere accertare la natura subordinata della prestazione e l’illegittimità della risoluzione del contratto comunicatagli dalla banca a fronte del mancato raggiungimento degli obiettivi.

Il Tribunale, nell’accogliere parzialmente la domanda del lavoratore, dichiarava la natura subordinata del rapporto e, dichiarata l’illegittimità del licenziamento, condannava l’istituto di credito al pagamento dell’indennizzo. La Corte di Appello di Milano nel confermare la decisione di primo grado, riteneva insufficiente il mancato raggiungimento degli obiettivi al fine di ritenere dimostrata la negligenza della prestazione e, confermata l’intervenuta risoluzione del rapporto di lavoro, ribadiva la condanna dell’istituto di credito al pagamento di un indennizzo.

La Corte di Cassazione con sentenza n. 31487 del 5 dicembre 2018 ha respinto il ricorso dell’istituto bancario affermando che il mancato raggiungimento degli obiettivi può costituire segno o indice di non esatta esecuzione della prestazione sulla scorta di una valutazione complessiva dell’attività resa per un apprezzabile periodo tempo, precisando inoltre che, ai fini del licenziamento, deve essere provata una evidente violazione, in concreto esclusa dalla corte territoriale, della diligente collaborazione dovuta dal dipendente in conseguenza della enorme sproporzione  tra gli obiettivi fissati dai programmi di produzione del lavoratore e quanto realizzato dagli altri lavoratori  ed indipendentemente dal raggiungimento di una soglia minima di produzione. La Suprema  Corte ha altresì respinto il  ricorso incidentale del lavoratore che censurava la decisione della Corte di Appello per non avere disposto la reintegra nel posto di lavoro per insussistenza del fatto addebitato. I Giudici di legittimità hanno respinto il ricorso del lavoratore sul rilievo che in presenza di una prova dell’inadempimento derivante dal mancato raggiungimento degli obiettivi la corte territoriale aveva ritenuto che il lavoratore non aveva dimostrato che lo scostamento era imputabile a fattori esterni o a condotte della stessa banca. L’annullamento del licenziamento sulla base di una valutazione di sproporzionalità della condotta escludeva quindi di potere ritenere l’insussistenza del fatto contestato.