Il lavoratore non può rivendicare la tutela prevista per il licenziamento per causa di nozze

Avv. Francesca Frezza

Un lavoratore adiva il Tribunale di Bologna impugnando il licenziamento per giusta causa intimatogli dopo la pubblicazione delle nozze.

Il Tribunale e la Corte felsinea dichiaravano illegittimo il licenziamento ma escludevano l’applicabilità della tutela speciale che vieta a pena di nullità il licenziamento nel periodo protetto dalla pubblicazione di matrimonio fino ad un anno dalla celebrazione.

La Corte di Cassazione con sentenza n. 28926 del 12 novembre 2018, effettuata una approfondita disamina delle decisioni della Corte Costituzionale e delle fonti internazionali, ha escluso l’applicabilità di tale tutela ai lavoratori uomini sul presupposto che la tutela accordata alle lavoratrici contraenti matrimonio è sorretta da ragioni coerenti con la realtà sociale e costituisce una giustificata misura legislativa tesa a consentire alla donna di potere coniugare il legittimo diritto al lavoro con la propria vita coniugale e familiare.

In tale prospettiva – prosegue la Cassazione – la disciplina, lungi dall’essere discriminatoria è assolutamente legittima in quanto rispondente ad una diversità di trattamento giustificata da ragioni  non già di genere del soggetto ma di tutela della maternità costituzionalmente garantita.

La formazione continua deve svolgersi all’interno dell’orario di lavoro

Avv. Francesca Frezza

Un lavoratore addetto alla conduzione di treni subiva un provvedimento disciplinare per non avere provveduto alle operazioni di aggiornamento del manuale di impiego dei mezzi ai quali era adibito in quanto si era rifiutato di ritirare il materiale formativo perchè non in servizio.

Il comportamento non collaborativo del lavoratore aveva determinato l’impossibilità di impiegare  il lavoratore nella turnazione per alcuni giorni per non avere effettuato il prescritto aggiornamento professionale.

La Corte di appello di Firenze respingeva il gravame della società avverso la sentenza del Tribunale che aveva accertato l’illegittimità della sanzione.

La Corte di Cassazione con ordinanza del 29 novembre 2018 n. 30907 ha a sua volta respinto il ricorso di legittimità  affermando che il rifiuto del lavoratore di svolgere attività di formazione fuori dal proprio orario di servizio non poteva ritenersi inadempiente, in quanto l’aggiornamento professionale, anche realizzato attraverso la lettura di documentazione funzionale alla prestazione necessaria per condurre il treno  in sicurezza, rappresenta uno degli obblighi in cui si sostanzia l’esatto adempimento  che deve essere eseguito nell’ambito dell’orario di lavoro.

In applicazione di tale principio, la Cassazione ha stabilito che è onere del datore di lavoro curare che le attività formative necessarie per lo svolgimento della prestazione dei propri dipendenti avvengano durante l’orario di lavoro non potendo, pertanto, sanzionare la condotta del lavoratore che rifiuti di ottemperare a tali attività strumentali fuori dall’orario di impiego.

Il datore di lavoro deve valutare le giustificazioni presentate nei cinque giorni dalla contestazione anche se pervenute successivamente

Avv. Francesca Frezza

Una lavoratrice dipendente di Poste Italiane s.p.a. dopo essere stata sottoposta ad un procedimento disciplinare veniva licenziata senza che l’azienda desse riscontro delle giustificazioni che il dipendente aveva tempestivamente presentato nel termine previsto dal CCNL ma che erano pervenute in un momento successivo.

Il lavoratore adiva il Tribunale di Roma che rigettava la domanda con sentenza confermata in sede di appello dalla Corte di Appello  che riteneva che nessun concreto pregiudizio era stato subito dal lavoratore che comunque aveva fatto pervenire tardivamente le proprie giustificazioni.

La Corte di Cassazione con sentenza del 17 dicembre 2018 n. 32607 ha respinto il ricorso della società precisando che ai fini dell’art. 7 della legge 20 maggio 1970 n. 300 il principio del contraddittorio è essenziale per l’esercizio del potere disciplinare per la realizzazione del quale è sufficiente che il lavoratore nel termine di cinque giorni dalla ricezione degli addebiti presenti le proprie giustificazioni non richiedendosi che entro il medesimo termine le stesse pervengano al datore di lavoro.

L’eccessiva morbilità non costituisce motivo di licenziamento per scarso rendimento

Avv. Francesca Frezza

Solo il superamento del periodo di comporto, in un’ottica di contemperare gli interessi confliggenti del datore di lavoro e del lavoratore, è condizione sufficiente a legittimare il recesso e, pertanto, non è necessaria, nel caso, la prova del giustificato motivo oggettivo, ne’ della impossibilità sopravvenuta della prestazione lavorativa, ne’ quella della correlativa impossibilità di adibire il lavoratore a mansioni diverse.

La Corte di Cassazione con sentenza n. 31763 del 7 dicembre 2018 ha accolto il ricorso di legittimità della lavoratrice affermando che il disservizio derivante dalla malattia è considerato dal legislatore ai fini di giustificare il licenziamento solo dopo il superamento del periodo di comporto sulla base delle valutazioni effettuate dalla contrattazione collettiva.

La Corte ha chiarito che l’eccessiva morbilità non può essere equiparata allo scarso rendimento che, viceversa, presuppone un inadempimento non ravvisabile in caso di malattia per il valore preminente che caratterizza la tutela della salute.

Il caso riguarda una lavoratrice di una azienda di trasporto urbano adibita a mansioni di autista che veniva licenziata a seguito di una verifica della frequenza delle sue malattie intervenute a ridosso di festività e valutate significativamente superiori alla media del personale e, pertanto, idonee a  pregiudicare il corretto andamento dell’attività del sevizio in termini di qualità, efficienza e regolarità.

Il Tribunale di Roma in fase sommaria accertava l’illegittimità del licenziamento con ordinanza confermata in sede di opposizione.

In sede di reclamo la Corte di Appello di Roma riformava la decisione ritenendo  giustificato il licenziamento  per il comprovato disservizio  derivato dalle ripetute e continue assenze della lavoratrice.

La Cassazione,  nell’accogliere il ricorso, si pone, quindi, in dichiarato dissenso con alcuni precedenti, richiamati dalla Corte territoriale ma ritenuti superati a seguito dell’intervento delle Sezioni Unite del 22 maggio 2018 n. 12568.

Conto corrente. Ripetizione degli accrediti non dovuti

Avv. Daniele Franzini

La banca che, a seguito di operazioni finanziarie, abbia accreditato importi maggiorati rispetto al dovuto sul conto corrente dell’investitore può ripetere tali accrediti non dovuti.

Invero, né il passaggio del tempo, né la mancata contestazione degli estratti conto impediscono ad un istituto di credito di richiedere la restituzione dei versamenti.

A stabilirlo è la Corte di Cassazione con ordinanza n. 3000 del 20 novembre 2018, ribadendo il principio alla stregua del quale nel contratto di conto corrente, l’approvazione anche tacita dell’estratto conto, ai sensi dell’art. 1832 c.c., comma 1, non impedisce di sollevare contestazioni ed eccezioni che siano fondate su ragioni sostanziali attinenti alla legittimità, in relazione al titolo giuridico, dell’inclusione o dell’eliminazione di partite del conto.

Ordini di investimento. Disconoscimento delle firme

Avv. Daniele Franzini

In tema di intermediazione finanziaria, non vertendosi – con riferimento ai singoli ordini di investimento ed alle polizze “unit linked” – in una ipotesi nella quale sia richiesta per legge la forma scritta “ad probationem” ovvero “ad substantiam”, non sussiste alcun onere, per colui che intenda giovarsi dei documenti disconosciuti, di proporre l’istanza di verificazione ex art. 216 c.p.c., ben potendosi avvalere della prova testimoniale e di quella per presunzioni per dimostrare l’esistenza, il contenuto e la sottoscrizione del documento medesimo.

Lo ha stabilito la Corte di Cassazione con l’ordinanza n. 30104 del 21.11.2018.

Dapprima, la Suprema Corte ha rilevato che la prescrizione del D.Lgs. 24 febbraio 1998, n. 58, art. 23, secondo cui i contratti relativi alla prestazione di servizi di investimento debbono essere redatti per iscritto a pena di nullità del contratto, deducibile solo dal cliente, attiene al solo contratto-quadro, che disciplina lo svolgimento successivo del rapporto volto alla prestazione del servizio di negoziazione di strumenti finanziari, e non ai singoli ordini di investimento (o disinvestimento) che vengano poi impartiti dal cliente all’intermediario.

Neppure – ove la previsione contenuta nel contratto quadro richiami ai sensi dell’art. 1352 c.c., la possibilità di dare all’intermediario ordini orali, secondo quanto prevede il regolamento Consob n. 11522/98, imponendo alla banca intermediaria di registrare su nastro magnetico, o altro supporto equivalente, gli ordini inerenti alle negoziazioni in valori mobiliari impartiti telefonicamente dal cliente – la documentazione attraverso la registrazione dell’ordine costituisce un requisito di forma “ad probationem” degli ordini suddetti, ma semplicemente uno strumento atto a facilitare la prova, altrimenti più difficile, dell’avvenuta richiesta di negoziazione dei valori, con il conseguente esonero da ogni responsabilità quanto all’operazione da compiere.

Inoltre, la Corte ha affermato che un siffatto obbligo doveva essere escluso, in quanto non era stato neppure dedotto in giudizio – nel caso sul quale si è pronunciata – che il contratto quadro prevedesse espressamente la forma scritta ad substantiam o ad probationem anche per gli ordini di investimenti, ai sensi e per gli effetti di cui all’art. 1352 c.c..

Condomino moroso. Ingiunzione

Avv. Daniele Franzini

Nel procedimento di opposizione a decreto ingiuntivo emesso per la riscossione di contributi condominiali, il giudice deve limitarsi a verificare la perdurante esistenza ed efficacia delle relative delibere assembleari, senza poter sindacare in via incidentale la loro validità, essendo questa riservata al giudice davanti al quale dette delibere siano state impugnate, a nulla rilevando l’eventuale omessa convocazione alle riunioni assembleari.

L’omessa convocazione è un vizio invocabile con l’impugnazione della deliberazione, non potendo tale motivo di annullabilità, formare oggetto di eccezione nel giudizio di opposizione.

Il condomino moroso, pertanto, deve  pagare la somma portata dall’ingiunzione per spese di riscaldamento, anche se ha conosciuto i criteri di riparto solo con la notifica del decreto ingiuntivo oppure non è stato convocato dall’assemblea e ciò in quanto non ne ha impugnato le decisioni.

Lo ha stabilito il Tribunale di Verbania con la sentenza n. 601 del 30.11.2018.

 

Il credito emerge dalla sentenza in base a un mero calcolo. Non serve l’ingiunzione

Avv. Daniele Franzini

Quando il provvedimento non contiene la determinazione della somma dovuta, la sentenza di condanna costituisce titolo esecutivo a condizione che – dal complesso di informazioni rinvenibili nel dispositivo e nella motivazione, anche mediante l’integrazione con elementi certi perché acquisti agli atti o riguardanti dati ufficiali – possa procedersi alla quantificazione con un’operazione meramente matematica.

Lo ha stabilito la Corte di Appello di Firenze con la sentenza n. 2686 del 20.11.2018.

Secondo la Corte territoriale, non si può chiedere in separato giudizio che la condanna sia espressa in termini monetari più precisi, essendo sufficiente, ad integrare il requisito della liquidità del credito, che questo sia determinabile nel suo ammontare con un mero calcolo aritmetico sulla base di elementi certi e positivi, tutti contenuti nel titolo fatto valere, i quali sono da identificare nei dati che, pur se non menzionati in sentenza, sono stati assunti dal giudice come certi ed oggettivamente già determinati, anche nel loro assetto quantitativo, perché così presupposti dalle parti e non controversi, e pertanto, acquisti nel processo per implicito.

Managing partner, a guidare gli studi è l’ora dei 50enni

Articolo di Federico Unnia estratto da pag. 1,34 e 35 di Italia Oggi del 24 dicembre 2018

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Diritto all’oblio: resta l’incertezza

Avv. Flaviano Sanzari

Essere dimenticati dai motori di ricerca è una sfida che deve ancora fare i conti, almeno fino a quando non si pronunceranno le Sezioni Unite della Cassazione, con le decisioni – non univoche – dei tribunali nazionali. Il principio di certezza del diritto, però, impone da subito l’individuazione di criteri precisi da applicare a ciascun caso concreto.

Il maggior nodo da sciogliere riguarda l’attualità della notizia o, in altre parole, quanto tempo deve trascorrere prima che scatti il diritto a vedere cancellate le informazioni personali dalla rete o quanto meno alla deindicizzazione dai motori di ricerca. A marzo scorso, il Tribunale di Milano (sentenza n. 3578) ha affermato che quattro anni possono definirsi un ragionevole lasso di tempo dopo il quale l’utente può chiedere che la notizia venga confinata nell’archivio informatico della testata e non sia più reperibile attraverso semplici citazioni del proprio nome e cognome su motori di ricerca generalisti. E, a settembre, lo stesso tribunale (sentenza n. 7846) ha ribadito la necessità del ridimensionamento della visibilità degli utenti.

Il diritto all’oblio, qualificato come diritto fondamentale della persona, non è però assoluto, dovendo essere bilanciato con altri diritti di pari grado, come il diritto all’informazione e alla trasparenza. La questione, come accennato, è talmente controversa che la Corte di Cassazione, con l’ordinanza n. 28084 del 5 novembre scorso, ha rimesso gli atti al Presidente per l’eventuale assegnazione alle Sezioni Unite, che potrebbero quindi essere chiamate a fare chiarezza. Il caso prende le mosse dalla richiesta di un utente, che dopo 12 anni di carcere e un faticoso reinserimento sociale, si era trovato nuovamente al centro dell’attenzione a causa di un articolo su un giornale locale che aveva ripreso la sua storia per una rubrica dedicata agli omicidi del passato. L’indicizzazione della notizia online aveva di fatto vanificato il suo percorso di recupero, tanto da portarlo a chiedere giustizia fino all’ultimo grado di giudizio.

Tecnicamente, il diritto all’oblio è stato cristallizzato dall’articolo 17 del regolamento Ue 2016/679 (il cosiddetto Gdpr), che ha previsto espressamente la possibilità dell’utente di ottenere la cancellazione dei propri dati personali dal titolare del trattamento, quando non sono più necessari rispetto alla finalità per la quale erano stati originariamente raccolti. Prima di allora, il diritto all’oblio era stato frutto di interpretazioni giurisprudenziali che, di volta in volta, ne avevano esteso o ridotto la portata. La protezione garantita dal diritto europeo ai dati personali è stata progressivamente ampliata dalla giurisprudenza, traendo spunto dalle tradizioni costituzionali comuni degli Stati membri.

Se esiste un interesse, anche per pochi addetti ai lavori, a reperire la notizia, questa deve essere mantenuta negli archivi digitali, ma se è trascorso un sufficiente periodo di tempo dovrà non essere più indicizzata, in modo da garantire all’interessato di poter continuare a svolgere la propria professione, senza dover subire in eterno il contraccolpo negativo della notizia che lo riguarda.

La recente giurisprudenza (si veda, ad esempio, la sentenza n.7846/2018 del Tribunale di Milano) ha stretto quindi le maglie sulla duplice responsabilità del motore di ricerca. Da un lato, infatti, quest’ultimo ha un ruolo attivo nella programmazione del software che sceglie gli abbinamenti tra i termini, il rimando alle pagine sorgente ed il grado di visibilità attribuito alla notizia; in secondo luogo, spetta proprio al motore di ricerca attivarsi in riferimento alle pagine in cui la notizia è stata riprodotta. Spesso, infatti, non basta la semplice richiesta di deindicizzazione formulata dall’editore, per ottenere l’effettiva eliminazione dei contenuti dai risultati di ricerca.