I° Edizione – Master TopLegal Academy in “Data Protection Officer” e “Privacy Matter Expert”

Milano -12 ottobre – Palazzo delle Stelline, Corso Magenta 61, Milano

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Programma:

Introduzione istituzionaleDalla Legge n. 675 del 1996 al Regolamento Europeo n. 679 del 2016: l’evoluzione della Privacy in 20 anni. Tavola rotonda tra Data Protection Officer e Privacy Matter Expert sul loro ruolo in azienda e le responsabilità assunte a pochi mesi di distanza dal 25 maggio 2018

Relatori:

Avv. Stefano Previti – Studio Legale Previti
Avv. Ugo Ettore Di Stefano – Gruppo Mondadori
Avv. Roberta Quintavalle – Gruppo Mediaset
Avv. Rosamaria Colicchia – Banco BPM
Avv. Rosa Scarpa – McDonald’s Italia
Avv. Federica Tigani – Hearst Magazines Italia
Avv. Gaetano Arnò – PwC Italia

L’invito a partecipare gratuitamente all’evento è rivolto a tutti gli associati AIGI in regola con il pagamento della quota d’iscrizione per l’anno 2018. L’evento è a numero chiuso e pertanto i posti sono limitati.

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La Consulta si pronuncia sul Jobs Act

Avv. Francesca Frezza

In data 25 settembre 2018 si è tenuta dinanzi la Corte Costituzionale l’udienza avente ad oggetto l’illegittimità costituzionale della norma del decreto attuativo del cd. Jobs Act che determina, in caso di licenziamento illegittimo, una tutela basata su un rigido sistema di calcolo derivante esclusivamente dall’anzianità di servizio del dipendente.

Sulla base di una breve nota pubblicata dalla Corte Costituzionale il 26 settembre 2018, è stato reso noto che la Consulta ha dichiarato illegittimo il sistema di calcolo contenuto nell’art. 3, comma 1 del d.lgs. 23/2015, che permane anche alla luce del cd. “decreto dignità”, in quanto quest’ultimo non ha modificato il sistema di calcolo.

Secondo la Corte, infatti, «la previsione di un’indennità crescente in ragione della sola anzianità di servizio del lavoratore» è «contraria ai principi di ragionevolezza e di uguaglianza e contrasta con il diritto e la tutela del lavoro sanciti dagli articoli 4 e 35 della Costituzione».

La sentenza sarà depositata nelle prossime settimane.

La Cassazione precisa la natura del giudizio di opposizione del cd rito Fornero

Avv. Francesca Frezza

Nell’ambito di un giudizio avverso un licenziamento promosso da una lavoratrice nei confronti dell’ente Poste Italiane, il Tribunale di Roma in fase sommaria nel respingere la domanda di reintegra disponeva la condanna della società al pagamento di un indennizzo. Il Tribunale, investito dell’opposizione ex art. 1, commi 51 e ss della legge nr. 92 del 2012, respingeva la domanda  della lavoratrice e dichiarava inammissibile l’opposizione di Poste Italiane spa, perché proposta oltre il termine di giorni 30. 2. La Corte di Appello di Roma,  adita in via principale da Poste Italiane rigettava integralmente la domanda di impugnativa del licenziamento.

La Corte distrettuale osservava che, proposta opposizione da una delle parti al provvedimento conclusivo della fase sommaria, si apriva una fase processuale a cognizione piena, non regolata dall’art. 334 cpc.

Il ricorso di legittimità della lavoratrice è stato respinto dalla Corte di Cassazione con sentenza n. 21156 del 24 agosto 2018 che richiamando l’orientamento delle Sezioni Unite ha precisato che il rito disciplinato dalla legge nr. 92 del 2012  – finalizzato all’accelerazione dei tempi del processo – è caratterizzato dalla articolazione del giudizio di primo grado in due fasi: l’una a cognizione semplificata o sommaria, l’altra a cognizione piena.

L’opposizione non è, quindi, una revisio prioris istantiae e non ha natura impugnatoria, in quanto, dopo una fase iniziale concentrata e deformalizzata, il procedimento si espande alla dimensione ordinaria della cognizione piena, con accesso per le parti a tutti gli atti di istruzione ammissibili e rilevanti. Sulla base di tale ricostruzione discende – a detta della Corte – che, qualora all’esito della fase sommaria la domanda di impugnazione del licenziamento venga accolta solo parzialmente, la instaurazione del giudizio di opposizione ad opera di una delle parti, consente all’altra di riproporre con la memoria difensiva la domanda o le difese non accolte, e ciò anche nella ipotesi in cui per la parte che si costituisce sia spirato il termine per proporre un autonomo atto di opposizione.

La parcellizzazione dell’azienda può mascherare un licenziamento in frode alla legge

Avv. Francesca Frezza

Una società industriale effettuava una scissione parziale in favore di due aziende di nuova costituzione che provvedevano a proseguire  le medesime attività condividendo i medesimi locali. Tali aziende a loro volta avevano proceduto ad effettuare alcuni licenziamenti per giustificato motivo oggettivo omettendo in tal modo di attivare la procedura di licenziamento collettivo.I lavoratori adivano il Tribunale di Sassari censurando i licenziamenti assumendo che l’azienda aveva effettuato una operazione in frode alla legge.

Il Tribunale, in accoglimento del ricorso disponeva la reintegra con sentenza confermata dalla locale Corte di Appello, che condivideva la finalità elusiva di norme imperative di legge accertata dal giudice di primo grado, il cui accertamento non era precluso dalla disciplina in tema di scissioni societarie.La Corte di Cassazione con sentenza del 7 agosto 2018 n. 20620, pur dando atto della inoppugnabilità del contratto di scissione derivante dall’art. 2504 quater c.c., ha comunque ritenuto legittima la sentenza della Corte territoriale che ha fatto applicazione della disciplina dettata dal contratto in frode alla legge.

Osserva la Cassazione, infatti, che il contratto in frode alla legge consiste nel fatto che gli stipulanti raggiungono, attraverso gli accordi contrattuali, il medesimo risultato vietato dalla legge: con la conseguenza che, nonostante il mezzo impiegato sia lecito, è illecito il risultato che attraverso l’abuso del mezzo e la distorsione della sua funzione ordinaria si vuole in concreto realizzare.Diversamente, non si ravvisa una ipotesi di frode alla legge bensì in violazione di disposizioni imperative  qualora le parti perseguano il risultato vietato dall’ordinamento, non già attraverso la combinazione di atti di per sé leciti, ma mediante la stipulazione di un contratto la cui causa concreta si ponga direttamente in contrasto con disposizioni di tale natura concernenti la validità del contratto.

Il lavoratore non può rifiutarsi di svolgere una mansione estranea al suo profilo professionale

Avv. Francesca Frezza

Un lavoratore dipendente della Rai si rifiutava di dare attuazione ad un ordine del proprio superiore, consistente nella richiesta di reperimento di materiale audio, in quanto ritenuto estraneo alla propria professionalità.

A fronte di tale comportamento la società irrogava al lavoratore una sanzione conservativa che veniva impugnata innanzi al Tribunale di Torino che disponeva l’annullamento della sanzione.

La Corte di Cassazione, con sentenza n. 21036 del 23 agosto 2018, nel respingere il ricorso, ha affermato  che la richiesta di svolgere compiti estranei alla qualifica attribuita consente al lavoratore di richiedere giudizialmente la riconduzione della prestazione nell’ambito della qualifica di appartenenza, ma non autorizza lo stesso a rifiutarsi aprioristicamente, e senza un eventuale avallo giudiziario, di eseguire la prestazione lavorativa richiestagli, in quanto egli è tenuto ad osservare le disposizioni per l’esecuzione del lavoro impartito dall’imprenditore 2104 cod.civ., da applicarsi alla stregua del principio sancito dall’art. 41 Cost.. L’autotutela consistente nel rifiuto della prestazione  può essere infatti attuata solo in caso di totale inadempimento dell’altra parte.

Sussiste il diritto ad ottenere la reintegra nel posto di lavoro se la contestazione disciplinare non coincide con il licenziamento

Avv. Francesca Frezza

Ove il fatto posto a base del recesso sia diverso da quello contestato, perché comprendente un nuovo elemento costitutivo della fattispecie, non è applicabile la tutela di cui al 5° comma dell’art. 18 della legge n. 300 del 1970, né quella di cui al 6° comma della citata legge.Un lavoratore addetto a mansioni di ausiliario addetto al servizio di pulizie veniva licenziato per motivi disciplinari da una azienda ospedaliera.

Il Tribunale di Lecce, rilevato che il licenziamento era stato irrogato per una violazione disciplinare diversa da quella indicata nella lettera del recesso, nella quale era stata addebitata una recidiva nelle mancanze del lavoratore, mentre di fatto era stato contestato un solo episodio di assenza dal posto di lavoro, applicava la previsione di cui all’art. 18 comma 6 della legge n. 300 del 1970 con attribuzione di una indennità risarcitoria determinata nella medesima misura della fase sommaria.La Corte di Appello, in riforma della decisione, annullava il licenziamento intimato e condannava l’azienda a reintegrare il lavoratore nel posto di lavoro condannando la società al pagamento di una indennità risarcitoria pari a dodici mensilità.La Corte riteneva, infatti, che non si verteva in ipotesi di violazione formale o procedurale, ma di vizio sostanziale mancando nella lettera di contestazione la recidiva che rappresentava l’elemento costitutivo della sanzione espulsiva.

La Corte di Cassazione con provvedimento del 28 agosto 2018 n. 21265,  nel respingere il gravame della società, ha affermato che il fatto contestato ex art. 7 della legge n. 300/1970 deve essere lo stesso che, poi, dà luogo all’adozione del provvedimento disciplinare.

Ritiene la Cassazione, infatti, che, ove il fatto posto a base del recesso sia diverso da quello contestato, perché comprendente un nuovo elemento costitutivo della fattispecie, rappresentato dalla recidiva, non è applicabile la invocata tutela di cui al V comma dell’art. 18 della legge n. 300 del 1970 che disciplina i casi di sproporzione tra condotta e sanzione espulsiva nelle ipotesi in cui non ricorrono gli estremi del giustificato motivo soggettivo o della giusta causa.Analogamente, non ricorre la sanzione minore prevista nel sesto comma che concerne esplicitamente la violazione del requisito della motivazione o la violazione della procedura di cui all’art. 7 della legge n. 300/1970 oppure la violazione della procedura dell’art. 7 della legge n. 604 del 1966.

Conclude, quindi, la Suprema Corte: “Va ricordato che lo stesso VI comma del citato art. 18 prevede “uno scivolamento” verso tutele intermedie laddove il giudice, sulla base della domanda del lavoratore, accerti che, oltre al vizio formale o procedurale denunziato, vi sia anche un difetto di giustificazione del licenziamento, nel qual caso applicherà la tutela reintegratoria cd. attenuata del IV comma o la tutela indennitaria cd. forte del comma 18. Nella fattispecie in esame, però, non potendosi valutare un’ipotesi di nullità del licenziamento per il divieto della reformatio in peius, ed esclusa l’applicabilità, per quanto sopra detto, del V e del VI comma dell’art. 18 della legge n. 300/1970, resta la tutela di cui al IV comma applicata dalla Corte di merito in relazione ad una condotta in cui comunque il fatto oggetto del licenziamento non coincideva con quello originariamente contestato

La tutela degli intermediari finanziari nel processo

Milano –  29 novembre – NH Milano Machiavelli

L’incontro mira a favorire un momento di riflessione sulle principali problematiche collegate al soddisfacimento dell’onere probatorio nei contenziosi in materia di intermediazione finanziaria. In particolare, ci si propone di evidenziare gli aspetti fondamentali legati alla difesa degli intermediari finanziari, in ordine alle principali fasi del rapporto precontrattuale e contrattuale con gli investitori, rappresentando le questioni maggiormente dibattute e segnalando le pronunce giurisprudenziali ritenute maggiormente significative. Allo stesso tempo si intende offrire una panoramica sui principali orientamenti giurisprudenziali in materia di opposizione alle sanzioni amministrative, che per altro verso coinvolgono gli intermediari finanziari pur sempre in ambito contenzioso, e in particolare su questioni di particolare rilevanza tra cui si segnalano l’inversione dell’onere probatorio dall’Autorità amministrativa ai soggetti abilitati, il ricorso alle presunzioni, il dies a quo di decorrenza del termine perentorio per la contestazione degli addebiti, il termine prescrizionale.

RELATORI

Avv. Paolo Basile
Docente a contratto di Diritto Commerciale
Università Bocconi
Partner AC Group – Annunziata & Conso

Dott. Nicola Benini
Consulente Tecnico del Tribunale e della Corte d’Appello
Partner Ifa Consulting srl

Avv. Gabriele Fontana
Senior Studio Previti Associazione Professionale

Avv. Daniele Franzini
Responsabile Dipartimento di Diritto Bancario e Assicurativo
Studio Previti Associazione Professionale

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Adempimenti privacy dello studio professionale

Roma – 4 ottobre 2018 – Centro Carte Geografiche

Anche gli studi professionali, indipendentemente dalla loro dimensione, dalla struttura e dall’area di attività dovranno adeguarsi al nuovo regolamento UE sulla Privacy

Il seminario mira ad analizzare gli aspetti e gli adempimenti maggiormente qualificanti della nuova normativa sulla privacy che riguardano il trattamento dei dati eseguiti nell’ambito degli studi professionali con un focus specifico per i commercialisti e gli avvocati

I dati ai quali l’avvocato e il commercialista nell’esercizio delle sue funzioni hanno accesso sono, per loro natura, particolarmente sensibili e la divulgazione, anche accidentale di tali dati potrebbe ledere i diritti e la libertà delle persone coinvolte: il professionista dovrà pertanto avere una cura particolare nel proteggere tali dati, conformandosi alle previsioni normative che regolano la materia.

Al fine di evitare i pericoli della perdita di tali dati si dovrà prestare particolare attenzione a che:

  • Le finalità di trattamento dei dati e la loro trasmissione siano chiaramente definite;
  • Le misure di sicurezza (tanto informatica che fisica) siano precisamente individuate, definite e attuate;
  • Le persone coinvolte (segreteria, praticanti, colleghi, collaboratori a qualsiasi titolo) siano adeguatamente informate e coinvolte nel processo di protezione dei dati personali.

Il professionista dovrà anche tenere presente che il progresso tecnologico deve comunque rispettare gli obblighi deontologici e normativi: pertanto, anche nelle ipotesi in cui lo studio abbia esternalizzato a terzi alcuni servizi (ad esempio l’utilizzo di una segreteria virtuale, la conservazione dei dati su cloud), o utilizzi propri mezzi di comunicazione a terzi (sito web, blog, servizi di consultazione on line, utilizzo di siti terzi), dovrà prestare la massima attenzione a che i dati siano trattati in modo sicuro e nel rispetto delle norme.

CORPO DOCENTE
  • Vincenzo Colarocco
    Avvocato, esperto privacy
  • Andrea Palumbo
    Avvocato – Specializzato in privacy, diritto delle nuove tecnologie e sicurezza informatica
  • Marco Giuri
    Avvocato – Studio Giuri Avvocati
  • Maurizio Sala
    Avvocato in Milano – Studio Legale Avvocato Maurizio Sala
  • Andrea Lisi
    Avvocato, Coordinatore del Digital&Law Department dello Studio Legale Lisi, Presidente ANORC Professioni
  • Giuseppe Vitrani
    Avvocato – Centro Studi Processo Telematico

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Opposizione all’esecuzione. Liquidazione delle spese

Avv. Daniele Franzini

Ai fini della liquidazione delle spese nei giudizi di opposizione all’espropriazione forzata il valore della causa deve essere determinato in relazione al ‘peso’ economico della controversia: (a) per la fase precedente l’inizio dell’esecuzione, in base al valore del credito per cui si procede; (b) per la fase successiva, in base agli effetti economici dell’accoglimento o del rigetto dell’opposizione; (c) nel caso di opposizione all’intervento di un creditore, in base al solo credito vantato dall’interveniente; (d) nel caso in cui non sia possibile determinare gli effetti economici dell’accoglimento o del rigetto dell’opposizione, in base al valore del bene esecutato; (e) nel caso in cui l’opposizione riguardi un atto esecutivo che non abbia direttamente ad oggetto il bene pignorato ovvero il valore di quest’ultimo non sia determinabile, la causa deve essere ritenuta di valore indeterminabile.

Lo ha sancito la Corte di Cassazione con la sentenza n. 20451 del 2.8.2018.

Gli Ermellini erano stati chiamati a pronunciarsi in merito all’opposizione all’esecuzione proposta da un terzo essendo il pignoramento stato erroneamente eseguito su un immobile non di proprietà del debitore esecutato ma di proprietà del terzo opponente. Oggetto di impugnazione è stato anche il capo relativo alla statuizione sulle spese, liquidate in misura ritenuta sproporzionata rispetto al valore della causa.

Fondo patrimoniale. Condizioni per l’impignorabilità

Avv. Daniele Franzini

Il debitore che intenda avvalersi del regime di impignorabilità dei beni costituiti in fondo patrimoniale deve dimostrare non solo la regolare costituzione del fondo e la sua opponibilità al creditore procedente, ma anche che il suo debito verso quest’ultimo è stato contratto per scopi estranei ai bisogni della famiglia.

Lo ha stabilito la S.C. con la sentenza n. 20998 del 23.8.2018 con specifico riferimento al tema della riscossione coattiva delle imposte dopo aver ribadito che l’iscrizione ipotecaria di cui all’art. 77 del D.P.R. 602/1973 è ammissibile anche sui beni facenti parte del fondo patrimoniale a condizione che l’obbligazione tributaria sia strumentale ai bisogni della famiglia.

In particolare, gli Ermellini erano stati chiamati a pronunciarsi in merito alla domanda avanzata dal debitore nei confronti di Equitalia di risarcimento dei danni subiti a seguito dell’iscrizione, a suo dire illegittima, di due distinte ipoteche su immobili rientranti nel fondo patrimoniale dal medesimo costituito anni prima.

Le ipoteche erano state iscritte dalla società di riscossione per importi dovuti in virtù di cartelle esattoriali relative a sanzioni amministrative per violazione del Codice della strada e per omesso pagamento di tributi. Secondo il debitore, l’iscrizione ipotecarie era da ritenersi illegittima essendo i debiti estranei ai bisogni della famiglia e la Corte di Cassazione, con la sentenza in commento, ne ha condiviso il ragionamento.