E’ discriminatoria la diversa età massima di pensionamento prevista per le ballerine rispetto ai colleghi uomini

Avv. Francesca Frezza

Alcune ballerine classiche dipendenti di una fondazione impugnavano innanzi al Tribunale di Roma il  licenziamento intimato loro per raggiungimento dei limiti di età deducendo  che il recesso era da ritenersi illegittimo perché irrogato nonostante l’esercizio del diritto di opzione previsto dall’art. 3 c. 7 d.l. n. 64/2010 convertito in I. n. 100/2010 annualmente rinnovato almeno tre mesi prima del compimento dell’età secondo le prescrizioni di legge.

L’art. 3 del d.l 64/100 disponeva infatti che per i due anni successivi alla data di entrata in vigore della disposizione, ai lavoratori assunti a tempo indeterminato che avessero raggiunto o superato l’età pensionabile, fosse data facoltà di esercitare l’opzione rinnovabile annualmente, per restare in servizio, mediante istanza da presentare all’Enpals entro due mesi dalla data di entrata in vigore della disposizione o tre dal perfezionamento del diritto alla pensione, fermo restando il limite massimo di pensionamento di vecchiaia di 47 anni per le donne e 52 per gli uomini.

Il giudice della opposizione, in riforma della ordinanza emessa nella pregressa fase del giudizio, accoglieva integralmente i ricorsi.

Interposto reclamo avverso tale decisione dalla Fondazione Teatro dell’Opera, la Corte di Appello di Roma  respingeva il ricorso della fondazione lirico sinfonica.

La Corte di Cassazione  con sentenza del 17 maggio 2018 n. 12108, disponeva un rinvio pregiudiziale ex art. 267 del Trattato sul Funzionamento dell’Unione Europea, innanzi alla Corte di Giustizia,  in ordine alla conformità dell’art. 3 comma 7 d.l. n. 64/2010 convertito in L. 100/2010, ai principi di non discriminazione (per ragioni di genere) fra uomini e donne quale espresso dalla direttiva 2006/54 e dell’art. 21 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea. La Corte di Giustizia dell’Unione Europa all’esito del rinvio dichiarava che l’art. 14 par. 1 lett. c) della direttiva 2006/54/CE del Parlamento Europeo e del Consiglio del 5/7/2006 riguardante l’attuazione del principio delle pari opportunità e della parità di trattamento fra uomini e donne in materia di occupazione e impiego, era ostativo ad una normativa nazionale che introduceva per i ballerini una diversa età di pensionamento.

La Cassazione ritenuto che la decisione della Corte di Giustizia non richiedesse ai fini della sua applicazione di sollevare una questione di costituzionalità della norma interna ha respinto il ricorso della fondazione.

Il licenziamento per superamento del periodo di comporto intimato prima della scadenza è nullo e non temporaneamente inefficace

Avv. Francesca Frezza

Un lavoratore veniva licenziato durante il periodo di malattia ma prima della scadenza del periodo di comporto che si perfezionava dopo la ricezione della lettera di recesso che preannunciava il licenziamento alla maturazione del periodo.

La Corte d’appello di Cagliari nel respingere il gravame nel confermare la sentenza del locale Tribunale, riteneva che licenziamento non poteva ritenersi nullo ma solo meramente inefficace fino all’ultimo giorno di malattia con conseguente legittimità del recesso.

La Corte di Cassazione a sezioni Unite, con sentenza del 22 maggio 2018  n. 12568, nell’accogliere il ricorso del lavoratore ha, viceversa, affermato che il licenziamento intimato per il perdurare delle assenze per malattia o infortunio del lavoratore prima del superamento del periodo massimo di comporto fissato dalla contrattazione collettiva deve ritenersi nullo, per violazione dell’art. 2110, comma 2, c.c. e non già solo meramente inefficace fino all’ultimo giorno di malattia.

La Cassazione ha statuito che il differimento dell’efficacia del licenziamento sino allo scadere del  periodo di malattia riguarda le ipotesi di recesso basate su un diverso e autonomo motivo diverso dal mero protrarsi della malattia che costituisce in sé l’unica ragione del recesso.

Non costituisce satira ma mero dileggio inscenare il suicidio dell’amministratore delegato all’uscita di uno stabilimento

Avv. Francesca Frezza

Le modalità espressive della critica travalicano i limiti di rispetto della democratica convivenza civile quando spostano una dialettica sindacale, anche aspra ma riconducibile ad una fisiologica contrapposizione tra lavoratori e datori di lavoro, su un piano di non ritorno che evoca uno scontro violento e sanguinario, fine a se stesso, senza alcun interesse ad un confronto con la controparte, annichilita nella propria dignità di contraddittore (Cassazione, 6 giugno  2018  n., 14527).

Alcuni lavoratori dipendenti di una nota azienda automobilistica inscenavano con un manichino durante una manifestazione all’uscita della fabbrica la simulazione del suicidio dell’amministratore delegato della società al quale veniva addebitata in una sorta di testamento affisso accanto al manichino la responsabilità morale di alcuni suicidi di operai e la “deportazione” di lavoratori presso lo stabilimento.

All’esito di un procedimento disciplinare i lavoratori che ricoprivano ruoli sindacali venivano licenziati.

Il Tribunale di Nola  nel respingere il ricorso dei lavoratori  dichiarava la legittimità del licenziamento con sentenza integralmente riformata dalla Corte distrettuale napoletana che affermava non superati i limiti formali e sostanziali di critica in presenza di una verità putativa.

La Corte di Cassazione, con la sentenza sopra citata, richiamando i  limiti al diritto di satira ha affermato che la plateale inverosimiglianza dei fatti espressi in forma sarcastica,  sebbene porti in genere ad escludere la loro capacità ad offendere la reputazione,  non esclude ogni rilevanza all’azione posta in essere ove si violi il principio di correttezza formale  che impone di escludere forme di dileggio “apertamente disonorevoli”, “volgari e infamanti” e di “deformazioni tali da suscitare disprezzo o dileggio”.

La Cassazione nell’esaminare le caratteristiche della messa in scena nelle quali si simulava un “patibolo”, un “testamento” e tute  da operaio macchiate di sangue con le quali si addebitavano i suicidi dei lavoratori, ha ritenuto che la condotta eccedeva la continenza formale in quanto attribuiva all’amministratore qualità riprovevoli e moralmente disonorevoli in modo da suscitare derisione e irrisione, travalicando  la tutela della persona umana.

La satira a detta della Corte  di legittimità riconduceva  la “fisiologica contrapposizione  tra lavoratori e datori di lavoro su un piano di non ritorno che evoca uno scontro violento e sanguinario, fine a se stesso, senza alcun interesse ad un confronto con la controparte annichilita nella propria dignità di contraddittore”.

La critica, seppur non subordinata all’obbligo di fedeltà  comunque trova dei limiti nei principi costituzionali di tutela della dignità umana la cui violazione determina il venir meno del rapporto fiduciario.

La lesione anche grave dell’integrità psicofisica non determina automaticamente una diminuzione di guadagno

Avv. Flaviano Sanzari

Con ordinanza n. 16894 depositata il 27 giugno scorso, la Corte di Cassazione civile ha risolto tre distinte questioni connesse al risarcimento del danno per malpractice medica, sancendo, in particolare: (i) l’applicabilità, salvo il verificarsi di circostanze eccezionali, delle più recenti ed aggiornate tabelle di Milano per la quantificazione del risarcimento del danno biologico del soggetto danneggiato dal sinistro; (ii) la necessità di allegare e soprattutto di provare in giudizio la diminuzione di guadagno e la sua diretta derivazione dalla diminuzione dell’integrità psicofisica; (iii) il risarcimento delle spese legali stragiudiziali soltanto alla duplice condizione che l’intervento del consulente legale sia stato utile per definire il contenzioso e che il danneggiato abbia dimostrato di aver effettivamente sostenuto la relativa spesa.

Con particolare riferimento alla seconda delle suelencate questioni, la Suprema Corte ha ribadito il suo precedente orientamento secondo cui il danneggiante ha l’onere di provare in giudizio la pregressa esistenza dello svolgimento di attività lavorativa in grado di produrre reddito e il venir meno della capacità lavorativa a causa del danno subito, non potendo considerare automaticamente venuta meno la capacità di produrre reddito per il solo fatto che il soggetto abbia subito una lesione.

Inoltre, la Corte di Cassazione ha ritenuto che, nella valutazione del risarcimento da liquidare, bisogna tenere conto di tutti i vantaggi pervenuti, o che perverranno, al danneggiato aventi funzioni riparatorie del danno, quali gli importi percepiti a titolo di pensione di inabilità e indennità di accompagnamento. Ebbene, nel caso di specie il Collegio ha rilevato la mancanza da parte del danneggiato dell’indicazione degli importi percepiti a titolo di pensione di inabilità e indennità di accompagnamento e pertanto ha ritenuto che ciò impedisse la quantificazione da parte del Giudice del danno per lucro cessante da perdita di guadagno; conseguentemente, ha ritenuto infondato il relativo motivo di ricorso.

Report, Rai condannata a risarcire professionista per riprese occulte

Avv. Flaviano Sanzari

La Corte di Cassazione civile, con ordinanza n. 18006 depositata il 9 luglio scorso, si è occupata della pratica delle interviste televisive con «riprese occulte», vale a dire tenendo la telecamera accesa all’insaputa del soggetto ripreso, il quale, dunque, non sa né di essere registrato, né, tantomeno, che verrà mandato in onda. La Suprema Corte, in particolare, ha respinto il ricorso della Rai contro la decisione del Tribunale di Roma che nel 2014 l’aveva condannata, in solido con un giornalista free lance della trasmissione Report, a risarcire 25mila euro a un notaio filmato nel corso di un’inchiesta sui professionisti coinvolti nelle attività di riciclaggio e scommesse illegali.

Il notaio aveva lamentato che l’uso della telecamera non era palese e che nella trasmissione le sue parole erano state «mutilate» producendo un effetto «fuorviante». Per cui aveva chiesto, e ottenuto, il risarcimento del danno non patrimoniale. Secondo il Tribunale la veridicità del racconto era provata «anche dalle modalità, parziali e mai frontali, delle inquadrature del notaio» e «dalla scarsa qualità della voce registrata con mezzi inadeguati». Il trattamento dei dati personali da parte della Rai e del giornalista doveva dunque ritenersi «illecito», perché la ripresa era stata effettuata «in modo occulto e con artifici, quindi in violazione dell’art, 2 del codice deontologico dei giornalisti», a norma del quale il giornalista è tenuto a “(rendere) note la propria identità, la propria professione e le finalità della raccolta” delle notizie e ad “(evitare) artifici e pressioni indebite”. Non solo, il notaio era stato presentato ai telespettatori «come un soggetto al quale era necessario carpire informazioni in modo non palese e dando l’impressione che egli fosse coinvolto in vicende di malaffare». Pur ammettendosi la verità della notizia e dell’interesse pubblico, proseguiva il tribunale, «difettava il requisito della continenza, essendo la figura del notaio stata proposta al pubblico in modo ingiustificatamente lesivo e pregiudizievole». Né, infine, la circostanza che il giornalista era un free-lance scriminava la Rai, che comunque aveva potuto visionare il materiale prima della messa in onda.

Il danno risarcibile al professionista è quello «all’integrità della sfera personale», compromessa «per essere i suoi dati stati trattati per scopi non espliciti né legittimi e in violazione dei parametri legali della correttezza, pertinenza e proporzionalità, a norma dell’art. 11, comma 1, lett. a), b) e d) del codice privacy». Né, infine, conclude l’ordinanza, «sarebbe possibile invocare la maggiore latitudine dell’esercizio del diritto di cronaca riferibile al giornalismo di inchiesta, dovendo anch’esso ispirarsi ai criteri etici e deontologici dell’attività professionale del giornalista e trovando comunque applicazione il limite della continenza e della funzionalità delle espressioni o delle immagini rispetto allo scopo perseguito di denuncia sociale o politica».

L’affissione di una graduatoria legata allo stato di salute, viola la privacy della famiglia dell’alunno

Avv. Flaviano Sanzari

L’esposizione in luogo antistante l’istituto delle graduatorie per l’ammissione a un privilegio scolastico, legato allo stato di salute del minore, danneggia anche la privacy dei propri familiari, che hanno diritto a pretendere dall’amministrazione il risarcimento dei danni non patrimoniali. La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 16816/2018, depositata il 26 giugno scorso, ha respinto il ricorso principale proposto dal Ministero dell’Istruzione contro la legittimazione dei genitori ad agire in giudizio in conto proprio e per l’altra propria figlia minore. Il Ministero negava anche il carattere lesivo della privacy attribuito alla pubblicazione tramite affissione di una graduatoria sull’ammissione a corsi scolastici.

La Cassazione, tuttavia, ribadisce che è ormai dato acclarato per la giurisprudenza che la salute di un minore costituisca dato «personale» e «sensibile» protetto dalla disciplina privacy. E la tutela apprestata è spendibile tanto a favore del minore stesso quanto dei suoi congiunti legati da «vincoli di comunanza» di vita familiare e domestica. Questo perché – come ampiamente argomenta la Corte – il dato riferito allo stato di salute del familiare, è dato sensibile anche per chi con lui convive. Conclude la Corte che anche se a fronte di situazioni disagiate, legate allo stato di salute di un congiunto, la legge appronta strumenti di sostegno economico e sociale, lo stesso tale condizione è un dato sensibile da trattare con la stessa riservatezza imposta dalla legge privacy di quando un ammalato espone a un terzo o a una pubblica amministrazione la propria malattia. E testualmente afferma la Cassazione che la sensibilità del dato non dipende dall’essere attinente alla fisicità della persona, ma dalla consapevolezza sociale dell’esistenza di un disagio familiare.

Nullo il contratto swap se l’alea non è razionale

Nei contratti swap la causa è ravvisabile nell’assunzione di un rischio (alea) a fronte di un corrispettivo, al pari di una scommessa e, pertanto, ai fini della liceità della stessa, l’alea dev’essere razionale e, come tale, calcolabile.

Per tale ragione tutti gli elementi dell’alea, ivi inclusi gli scenari ad essa conseguenti, sia favorevoli che non, costituiscono e integrano la causa del contratto derivato e, quindi, tutte le informazioni che attengono alla determinabilità del rischio, ivi inclusa l’asimmetria iniziale tra prestazioni, ossia il “prezzo” iniziale e potenziale dello swap (c.d. Mtm), devono essere, ex ante, ben definiti e conosciuti con certezza dal cliente, anche al fine dell’espressione di un consenso informato, pena la nullità del contratto ai sensi dell’art. 1418 c.c..

Lo ha stabilito il Tribunale di Bologna con la sentenza del 3 luglio 2018, n. 2042.

Validi i contratti bancari monofirma

Avv. Daniele Franzini

La valida stipula dei contratti bancari non esige la sottoscrizione del documento contrattuale da parte della banca, il cui consenso si può desumere alla stregua di atti o comportamenti alla stessa riconducibili, sicché la conclusione del negozio non deve necessariamente farsi risalire al momento in cui la scrittura privata che lo documenta, recante la sottoscrizione del solo cliente, sia prodotta in giudizio da parte della banca stessa.

Lo ha stabilito la Suprema Corte con l’ordinanza del 4 giugno 2018 n. 14243.

Con la pronuncia in esame, la Suprema Corte ha applicato ai contratti bancari il principio – recentemente stabilito dalle Sezioni Unite con la sentenza n. 898 del 16.1.2018 in materia di contratti di intermediazione finanziaria – in base al quale il requisito della forma scritta del contratto-quadro, relativo ai servizi di investimento di cui all’art. 23 t.u.f., deve ritenersi rispettato quando il contratto è redatto per iscritto, ne viene consegnata una copia al cliente ed è sottoscritto dall’investitore, mentre non è necessaria la sottoscrizione anche dell’intermediario, il cui consenso si può desumere alla stregua di comportamenti concludenti dallo stesso tenuti.

Secondo i giudici di legittimità, infatti, l’art. 117 del t.u.b., nel prevedere che “[i] contratti sono redatti per iscritto e un esemplare è consegnato al cliente”, contiene una formulazione del tutto sovrapponibile a quella dell’art. 23 del t.u.f..

Più in generale, inoltre, anche nei contratti bancari la scelta legislativa è orientata a favorire la conoscenza del contenuto del regolamento contrattuale da parte del cliente. Tale scopo si considera raggiunto quando il documento contrattuale viene sottoscritto e consegnato al cliente, mentre il dato della sottoscrizione dell’intermediario risulta “assorbito” e, quindi, privo di rilievo.

Gli Ermellini spiegano poi come, dalla non necessarietà della sottoscrizione della banca per il valido perfezionamento del contratto bancario, si ricava che la certezza della data, ex art. 2704 c.c., possa essere conseguita non solo con la produzione in giudizio del documento, ma anche in un momento antecedente ed indipendentemente da tale evenienza, purché sia desumibile da evidenze comprovanti, in modo univoco, che il contratto, documentato dalla scrittura privata recante la proposta della banca firmata dal cliente, sia stato concluso prima di quel momento.

Opposizione a precetto. Istanza di sospensione del titolo esecutivo

Deve essere rigettata l’istanza di sospensione dell’efficacia esecutiva della sentenza impugnata resa nel giudizio di opposizione a precetto dovendo escludersi che sussistano il fumus boni iuris e il periculum in mora laddove l’opponente- appellante non specifica perché sarebbe errata la quantificazione della somma operata dal primo giudice né allega elementi dai quali desumere la sussistenza di un pregiudizio patrimoniale in caso di positivo esito del giudizio di appello, derivante dall’impossibilità o difficoltà di recuperare il credito a seguito di esecuzione forzata, non emergendo tali elementi dagli atti.

Lo ha stabilito la Corte di Appello di Roma con ordinanza del 3.7.2018.

Saggio di interessi

Con il comunicato pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale n.158 del 10 luglio 2018, il Ministero dell’Economia e delle Finanze ha ufficializzato il “Saggio degli interessi da applicare a favore del creditore nei casi di ritardo nei pagamenti nelle transazioni commerciali” per il periodo 1° luglio – 31 dicembre 2018.

Il tasso di riferimento indicato è l’8% su base annuale.

Questo tasso di interessi è applicabile nel caso di ritardati pagamenti previsti da contratti conclusi (successivamente all’8 agosto 2002) tra imprese o con Pubbliche Amministrazioni, inclusi contratti di subfornitura e di trasporto di merci.

Resta fermo allo 0,3% il diverso tasso di interesse legale, previsto sulla base dell’art. 1284 c.c. in tema di ordinarie obbligazioni civili.