Costituito il nuovo dipartimento Protezione dei dati personali, Compliance e Sicurezza Informatica

Legalcommunity.it – Previti avvia il dipartimento protezione dei dati personali, compliance e sicurezza informatica

Radiocor – Presso lo studio Previti Associazione Professionale nasce il nuovo dipartimento protezione dei dati personali, compliance e sicurezza informatica

Toplegal.it – Previti costituisce il dipartimento di protezione dati

Diritto24 – Studio Previti: costituito il nuovo dipartimento protezione dei dati personali, compliance e sicurezza informatica

Economy Magazine – Studio Previti: costituito il dipartimento protezione dei dati personali

Italia Oggi

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Vademecum pratico operativo sul nuovo Regolamento Europeo sulla tutela del dato

20.2.2018 e 6.3.2018 – Sala Conferenze “Eligio Gualdoni” Palazzo di Giustizia, Milano

Corso di formazione ed aggiornamento professionale per Avvocati

Docenti:
Maria Grazia Monegat – Avvocato, Consigliere dell’Ordine degli Avvocati di Milano
Vincenzo Colarocco – Avvocato, Capo Dipartimento protezione dei dati personali, compliance e sicurezza informatica
Giovanna Raffaella Stumpo – Avvocato, Esperta di discipline strumentali all’esercizio della professione forense

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L’affidamento dei figli minori nei procedimenti di famiglia

17.1.2018 – Aula Avvocati, Palazzo di Giustizia – Piazza Cavour, Roma.

L’evento si terrà dalle 12.30 alle 14.30 ed è possibile accreditarsi tramite questo link.

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Una transazione su crediti di lavoro deve essere sempre essere formalizzata in sede protetta

La Corte di cassazione con ordinanza n. 27940 del 23 novembre 2017 ha affermato che “se è vero che la ratio dell’art. 2113 c.c., risiede nella tutela della parte contrattualmente debole del rapporto di lavoro, è del pari vero che la norma in oggetto non consente al giudice di valutare volta per volta se e in che misura tale condizione di debolezza sia venuta meno”.

Il caso riguarda un lavoratore al quale la Corte d’appello di Reggio Calabria, in totale riforma della sentenza n. 1483/09 del Tribunale di Palmi (di parziale accoglimento), rigettava integralmente la domanda tesa ad ottenere la condanna del datore di lavoro al pagamento di un importo a titolo di differenze retributive spettantigli in ragione del superiore inquadramento contrattuale riconosciutogli dalla precedente sentenza emessa dallo stesso Tribunale di Palmi.

Secondo i giudici d’appello la domanda del lavoratore era preclusa da una transazione sul medesimo titolo intervenuta fra le parti posteriormente alla suddetta sentenza.

Tale transazione – sempre secondo la Corte di merito – non era impugnabile ex art. 2113 c.c., avendo ad oggetto diritti ormai accertati giudizialmente rispetto ai quali era da considerarsi venuta meno la situazione di debolezza contrattuale del lavoratore, con conseguente inapplicabilità della citata norma codicistica, considerato altresì il carattere disponibile del diritto alle differenze retributive.

La Corte di Cassazione, a cui ricorreva il dipendente, richiamando un proprio specifico precedente, ha accolto il ricorso promosso.

Nell’annullare la decisione della Corte di Appello di Reggio Calabria sul rilievo che l’accertamento del diritto attraverso una sentenza non determina il venir meno dello stato di debolezza contrattuale che giustifica il modello di tutela previsto dall’art. 2113 c.c., la Cassazione ha altresì affermato che  non è ammesso in capo al magistrato un controllo caso per caso di una concreta situazione di debolezza contrattuale del lavoratore al fine di valutare la necessità di una transazione formalizzata ai sensi dell’art. 2113 c.c.

D’altra parte la presenza di un titolo giudiziale non esclude la possibilità che per timore un lavoratore rinunci ad avvalersi della formula esecutiva per recuperare il proprio credito.

La selezione sulla base della statura può costituire discriminazione indiretta

La Corte di Cassazione con sentenza n. 30083 del 14 dicembre 2017, nell’annullare la sentenza della Corte territoriale ha ritenuto, sulla base di precedenti richiamati, e di una ritenuta inversione dell’onere della prova, che la previsione di una altezza minima non sia giustificata da fattori oggettivi connessi con la prestazione lavorativa e determina una discriminazione indiretta alla base della illegittima esclusione della lavoratrice dalla possibilità di accesso al lavoro.

Il caso trae origine dal ricorso promosso da una lavoratrice che aveva partecipato ad un concorso per capi stazione ed era stata esclusa dalla selezione, a seguito di una visita medica che appurava una insufficienza nel requisito fisico prescritto circa l’altezza minima di 1 metro e 55 cm per accedere a tale funzione.

La lavoratrice, adiva, sulla base del procedimento speciale previsto per la repressione di condotte discriminanti, ex art. 38 d.lgs 198/06, il Tribunale di Roma deducendo che il requisito richiesto dalla società rappresentava una discriminazione indiretta.

Il Tribunale respingeva la domanda con sentenza integralmente confermata dalla corte di appello di Roma.

La Suprema Corte ha cassato la sentenza con rinvio e la Corte di Appello di Roma dovrà nuovamente pronunciarsi.

Ammissibile la tutela risarcitoria per il socio lavoratore anche se non impugnata la delibera di esclusione

Avv. Francesca Frezza

Le Sezioni Unite della Corte di Cassazione, con sentenza n. 27436 del 20 novembre 2017, dirimono il contrasto giurisprudenziale esistente in tema di tutela e di azioni giudiziali esperibili per il socio lavoratore di cooperativa escluso dal rapporto associativo e licenziato.

La Corte, analizzando la combinazione dei due rapporti in capo al socio di cooperativa, associativo e di lavoro, ripercorre i due orientamenti giurisprudenziali contrastanti scaturenti dal diverso peso dato a ciascuno dei due rapporti.

Secondo un primo orientamento, infatti, il socio lavoratore deve prima opporsi alla delibera di esclusione se vuole impugnare il licenziamento; senza l’opposizione alla delibera di esclusione diventa inammissibile per difetto di interesse l’azione proposta per impugnare il licenziamento.

L’altro orientamento, invece, riconosce, anche in assenza dell’impugnazione della delibera di esclusione, la tutela normale che deriva dal giudizio dell’impugnazione sul licenziamento (nei casi in cui è stata considerata inefficace la delibera di esclusione).

Ciò posto, le Sezioni Unite ritengono che alla luce della novella della l. 142/2001 per effetto della l. 30/2003, il collegamento negoziale tra i due rapporti – associativo e lavorativo – nella fase estintiva abbia un carattere unidirezionale.

La cessazione del rapporto di lavoro, quindi, non soltanto per recesso datoriale, ma anche per dimissioni del socio lavoratore,  non implica necessariamente il venir meno di quello associativo, essendo ammissibile la figura del cd. “socio inerte” .

Tale regola, tuttavia, non vale nel caso contrario, ovverosia nell’ipotesi in cui vi sia la cessazione del rapporto associativo in quanto quest’ultima trascina con sé ineluttabilmente quella del rapporto di lavoro.

Ne consegue, quindi, che “il socio se può non essere lavoratore, qualora perda la qualità di socio, non può più essere lavoratore”.

La Suprema Corte ritiene, in ogni caso che il nesso di collegamento tra rapporto associativo e di lavoro, per quanto unidirezionale, consente di far emergere la rilevanza del rapporto di lavoro anche nella fase estintiva.

Ne consegue che alla duplicità di rapporto può corrispondere la duplicità degli atti estintivi, in quanto ciascun atto colpisce un autonomo bene della vita: la delibera di esclusione lo stato di socio e il licenziamento il rapporto di lavoro.

In nodo della questione risiede, quindi, negli effetti scaturenti dall’impugnazione degli atti estintivi.

L’effetto estintivo del rapporto di lavoro derivante dall’esclusione dalla cooperativa impedisce, in mancanza di impugnativa della delibera che l’abbia prodotto, di conseguire il rimedio della restituzione della qualità di lavoratore.

Rimane, quindi, preclusa la tutela restitutoria, ovverosia la ricostituzione del rapporto di lavoro, nell’ipotesi in cui non venga impugnata anche la delibera di esclusione da socio della cooperativa; tuttavia ciò non esclude la possibilità di chiedere una tutela risarcitoria, qualora l’atto di licenziamento risulti illegittimo.

Qualora si impugni il solo licenziamento, quindi, se non si prescinde dall’effetto estintivo del rapporto di lavoro prodotto dalla delibera di esclusione, resta però impregiudicata l’esperibilità di ottenere una tutela diversa da questa, ossia quella risarcitoria contemplata dall’art. 8 l. 604/66, sempre dovuta qualora il rapporto non si ripristini.

Tale tutela, tuttavia, non travolge gli effetti della delibera di esclusione.

Tasso di interesse legale per il 2018

Il Ministro dell’Economia e delle Finanze, con decreto del 13 dicembre 2017 pubblicato sulla G.U. n. 292 del 15/12/2017, ha stabilito il nuovo tasso di interesse legale in vigore a partire dal 1° gennaio 2018.

Il nuovo tasso è fissato nella misura dello 0,3% annuo. Si tratta del primo aumento dopo una lunga serie di riduzioni, dovuto essenzialmente dall’aumento dell’inflazione che quest’anno ha ricominciato a far sentire i suoi effetti  dopo il periodo di stagnazione dei prezzi e di deflazione che ha caratterizzato l’economia degli ultimi anni.

Decreto ingiuntivo non opposto

Avv. Daniele Franzini

Il decreto ingiuntivo di condanna al pagamento di una somma di denaro, ove non sia proposta opposizione, acquista efficacia di giudicato non solo in ordine al credito azionato, ma anche in relazione al titolo posto a fondamento dello stesso, precludendo in tal modo ogni ulteriore esame delle ragioni addotte a giustificazione della relativa domanda.

Lo ha stabilito la Corte di Cassazione con la sentenza n. 28318 del 28.11.2017.

Inizialmente, coesistevano indirizzi contrastanti: secondo il primo, restrittivo (tra le tante: Cass. Civ. n. 18205/2008), l’incontestabilità che nasce dal provvedimento non opposto e dichiarato esecutivo avrebbe avuto un contenuto ridotto (definito come preclusione pro judicato per distinguerlo dall’effetto di accertamento pieno ob rem judicatam previsto dall’art. 2909 c.c.), riferendosi, in sostanza, esclusivamente al petitum.

L’altro orientamento (Cass. Civ. n. 11360/2010) invece sosteneva la piena equiparazione dell’efficacia di giudicato ex art. 2909 c.c., dell’accertamento definitivo del diritto compiuto tanto in esito al procedimento monitorio, quanto in esito al processo ordinario o sommario di cognizione.

Ora, la Suprema Corte si è dunque orientata verso la tesi della piena efficacia di giudicato sostanziale del decreto ingiuntivo dichiarato esecutivo per mancata opposizione proposta nel termine perentorio di legge.

A confutare la tesi restrittiva è stato determinante l’approfondimento inteso a ricollegare la efficacia di giudicato, intesa come stabilità dell’accertamento tra le parti degli effetti del rapporto giuridico, e funzionale pertanto a garantire la certezza del diritto, al presupposto della esistenza di un effettivo contraddittorio tra i soggetti, indicati nello stesso art. 2909 c.c., nei cui confronti l’accertamento esplica il vincolo di incontestabilità.

E’ stato rilevato, al proposito, come la stessa peculiare struttura del procedimento d’ingiunzione, collocato tra i procedimenti sommari, impone di distinguere, proprio alla stregua del principio del contraddittorio, la ratio legis del differente trattamento riservato alla pronuncia di rigetto del ricorso monitorio, per difetto dei requisiti di ammissibilità o per insufficiente giustificazione probatoria, che non impedisce la riproposizione della domanda in sede ordinaria o monitoria, e alla pronuncia di accoglimento totale o parziale cui consegue la emissione del decreto ingiuntivo che, in caso di mancata opposizione, determina l’effetto preclusivo del giudicato: nel primo caso, infatti, la pronuncia di rigetto viene emessa inaudita altera parte e non può esplicare effetti vincolanti tra le parti in quanto la reiezione non è una pronunzia di accertamento negativo a favore del convenuto, non presente nel procedimento; nel secondo caso, invece, dopo la notifica del decreto, l’intimato può provocare il contraddittorio con l’opposizione e ottenere la reiezione della domanda, venendo a combinarsi l’attività di valutazione delle prove rimessa al Giudice, con l’iniziativa del debitore posto comunque in grado di esercitare il proprio diritto di difesa in contraddittorio con il creditore istante, assumendo rilevanza ai fini della formazione del giudicato anche la scelta dell’intimato di non proporre opposizione, in quanto “per aversi cosa giudicata non è necessario il contraddittorio effettivo, bensì la provocazione a contraddire a una domanda giudiziale, che rappresenta la condizione essenziale affinché il provvedimento di merito acquisti efficacia di cosa giudicata” (Cass. Civ. n. 4510/2006).

Buoni fruttiferi postali

La somma investita in buoni fruttiferi postali con clausola “PFR” (ovvero “pari facoltà di rimborso”, che consente a uno dei sottoscrittori di riscuotere l’intero importo con la semplice presentazione del titolo), dopo la morte di uno dei cointestatari, va liquidata all’altro in uno agli interessi maturati.

E ciò anche se il cointestatario non presenti la dichiarazione di successione, né la quietanza degli eredi del defunto contitolare del buono.

Lo ha stabilito il Tribunale di Verona, sezione terza, con ordinanza del 24.11.2017.