Diritto di precedenza dei lavoratori a termine

Non integra violazione del diritto di precedenza ai sensi dell’art. 24, comma1, d.lgs. 81/2015 sia la prosecuzione del rapporto di lavoro dell’apprendista al termine del periodo di formazione, sia la nuova assunzione di un apprendista nella misura in cui il lavoratore a termine risulti già formato per la qualifica finale oggetto del contratto di apprendistato

Con interpello n. 2 del 9 agosto 2017 il Ministero del lavoro e delle Politiche Sociali ha risposto ad un quesito posto dalla Confcommercio relativo alla corretta interpretazione dell’articolo 24, comma 1, del decreto legislativo n. 81/2015, concernente la disciplina del diritto di precedenza dei lavoratori a termine in caso di assunzioni a tempo indeterminato.

Al riguardo si precisa che la disposizione sopra richiamata prevede quanto segue: “salvo diversa disposizione dei contratti collettivi, il lavoratore che, nell’esecuzione di uno o più contratti a tempo determinato presso la stessa azienda, ha prestato attività lavorativa per un periodo superiore a sei mesi ha diritto di precedenza nelle assunzioni a tempo indeterminato effettuate dal datore di lavoro entro i successivi dodici mesi con riferimento alle mansioni già espletate in esecuzione dei rapporti a termine

Nel quesito l’istante chiedeva, in particolare, se, ai sensi della citata disposizione normativa, possano o meno costituire violazione del predetto diritto di precedenza di un lavoratore a tempo determinato:

– sia l’ipotesi di prosecuzione del rapporto di lavoro al termine del periodo formativo del contratto di apprendistato stipulato con un lavoratore già in forza presso la stessa azienda;

– sia la nuova assunzione, con contratto di apprendistato, di un altro lavoratore.

Il Ministero in primo luogo ha chiarito che l’apprendistato si configura come un contratto di lavoro subordinato a tempo indeterminato, connotato dall’obbligo – posto in capo al datore di lavoro – di impartire la formazione all’apprendista al fine di consentire a quest’ultimo di acquisire le competenze necessarie all’inserimento nel mondo del lavoro e una propria qualificazione professionale, attraverso una puntuale declinazione di tali obiettivi nell’ambito del piano formativo individuale.

Tenuto conto che l’apprendistato viene qualificato come contratto di lavoro subordinato a tempo indeterminato (art. 41, comma 1, del d.lgs. n. 81/2015), appare corretto ritenere che anche le assunzioni con tale tipologia contrattuale possano rientrare nell’ambito di quelle contemplate nell’art. 24.

In ragione di quanto sopra, precisa il Ministero, in relazione al primo quesito prospettato dall’istante va esclusa la violazione dell’articolo 24 del decreto legislativo n. 81/2015 atteso che ai fini dell’esercizio del diritto di precedenza rileva il momento dell’assunzione dell’apprendista, che si realizza con l’attivazione del contratto di apprendistato e non con la successiva fase di naturale prosecuzione del rapporto di lavoro al termine del periodo di formazione.

Per quanto invece attiene al secondo quesito sottoposto a questo Ministero, una nuova assunzione con contratto di apprendistato andrà comunque considerata in relazione al diritto di precedenza vantato dal lavoratore a tempo determinato.

In particolare, precisa il Ministero, che non ricorre la violazione del diritto di precedenza qualora il lavoratore risulti già qualificato per la mansione oggetto del contratto di apprendistato in virtù dei pregressi rapporti di lavoro a tempo determinato.

Gli operatori addetti al call center quando sono lavoratori subordinati?

Avv. Francesca Frezza

La Corte di Cassazione con sentenza n. 18018 del 21 luglio 2017 ha ritenuto corretta e immune da vizi logici la sentenza della Corte Territoriale che aveva ritenuto la prestazione resa da alcuni operatori addetti al call center rientrante nell’alveo della subordinazione sulla base degli elementi risultanti dall’istruttoria svolta.

La Suprema Corte, nel rigettare il gravame promosso dalla società, che lamentava la decisione della Corte di Appello di Roma sul presupposto che gli elementi dalla stessa valutati come idonei ex art. 2094 c.c. a far ritenere la prestazione di tipo subordinato in realtà sarebbero invece solo l’espressione della necessità della società di garantire determinati ed indispensabili standard di servizio, ha ribadito che “l’elemento indispensabile che connota il lavoro subordinato distinguendolo da quello autonomo è il vincolo di soggezione del lavoratore subordinato al potere direttivo , organizzativo e disciplinare del datore di lavoro, che discende dall’emanazione di ordini specifici e da un’attività di controllo e di vigilanza dell’esecuzione della prestazione lavorativa, attività che va valutata con riguardo alla situazione concreta, quindi alla specificità dell’incarico affidato al lavoratore ed alla sua modalità di attuazione, fermo restando che ogni attività economicamente rilevante può essere oggetto di un rapporto sia di natura subordinata che di natura autonoma. Conseguentemente elemento indefettibile della subordinazione è il vincolo di soggezione personale al potere direttivo e disciplinare, mentre hanno carattere sussidiario e funzione meramente indiziaria altri elementi del rapporto quali l’inserimento nell’organizzazione aziendale, il rispetto dell’orario, l’assenza di rischio ( cfr per tutte Cass. n.4500/2007)”.

Nello specifico la Corte territoriale aveva evidenziato come il potere direttivo e di controllo, declinato con riferimento alla peculiarità della prestazione richiesta e del contesto aziendale dato, fosse ricavabile dai seguenti elementi:

  • l’utilizzo di un sistema informatico che consentiva alla società di predeterminare, in ogni suo aspetto, il contenuto della prestazione e di accertare il rispetto delle puntuali direttive impartite;
  • direttive cristallizzate anche nelle clausole contrattuali che determinavano con particolare precisione le modalità della prestazione, come ad esempio l’uso “di un linguaggio appropriato ai contenuti dell’attività professionale, la padronanza del dialogo, la capacità di persuadere, la massima cortesia nei confronti dell’utenza”,
  • il divieto di qualsiasi modifica delle impostazioni standard relativamente a tipo colori monitor, sfondi di persona! Computer;
  • le modalità della prestazione che poi venivano controllate dagli assistenti di sala;
  • il rispetto da parte degli operatori di frasi di apertura e chiusura delle telefonate inbound;
  • l’impossibilità di gestire i contatti telefonici in modo autonomo.

Sulla base di tali premesse  – precisa la Corte di Cassazione – deve rilevarsi che la sentenza della Corte d’Appello, che ha posto in luce le specifiche modalità con cui si svolgeva la prestazione degli attuali contro ricorrenti, assunti con contratti di collaborazione coordinata e continuativa e a progetto, prorogati nel tempo, è esente da censure, perché l’accertamento di fatto è conforme ai principi di diritto prima richiamati e la motivazione immune da vizi logici.

 

In caso di pluralità di addebiti ciascun fatto è idoneo a giustificare il licenziamento

Avv. Francesca Frezza

Qualora il licenziamento sia intimato per giusta causa, consistente non in un fatto singolo ma in una pluralità di fatti, ciascuno di essi autonomamente costituisce una base idonea per giustificare la sanzione.

Il principio, già espresso dalla Corte di Cassazione (cfr. sentenze n. 454 del 2003; n. 24574 del 2013 e n. 12195 del 2014), è stato ribadito recentemente con sentenza della stessa Corte n. 18836 depositata il 28 luglio 2017.

Il caso sottoposto al vaglio della Suprema Corte riguardava l’impugnativa di un licenziamento per giusta causa promossa da un dipendente al quale erano state contestate una serie di condotte disciplinarmente rilevanti e ritenute dall’azienda idonee a ledere irrimediabilmente il vincolo fiduciario.

Sia nel corso del primo che del secondo grado il lavoratore era rimasto soccombente.

Con il gravame proposto il lavoratore criticava la sentenza della Corte territoriale per non aver rilevato che il dipendente era stato licenziato per un complesso di addebiti, mentre i giudici del merito ne avevano ritenuto fondato solo uno.

La Corte territoriale aveva ritenuto, infatti, conformemente al primo giudice, sussistente l’addebito contestato al lavoratore, consistente nell’avere “aggredito dapprima verbalmente, poi fisicamente con un colpo di testa inferto al volto”, un collega, suscitando la reazione di questi, che lo aveva spintonato, “forse anche per allontanarlo da sé”.

Ciò posto, lamentava il lavoratore che “in nessun punto degli atti difensivi di primo grado si affermava che ciascuno dei fatti contestati, considerati singolarmente e non congiuntamente, poteva/doveva essere considerato idoneo a costituire giusta causa di risoluzione del rapporto“.

Sosteneva, quindi, che la Corte di Appello avrebbe violato il principio della “immodificabilità della contestazione e della domanda“.

Secondo la Suprema Corte le doglianze del ricorrente sono prive di fondamento, avendo la Corte di Appello correttamente applicato il principio secondo cui “qualora il licenziamento sia intimato per giusta causa, consistente non in un fatto singolo ma in una pluralità di fatti, ciascuno di essi autonomamente costituisce una base idonea per giustificare la sanzione, a meno che colui che ne abbia interesse non provi che solo presi in considerazione congiuntamente, per la loro gravità complessiva, essi sono tali da non consentire la prosecuzione neppure provvisoria del rapporto di lavoro; ne consegue che, salvo questo specifico caso, ove nel giudizio di merito emerga l’infondatezza di uno o più degli addebiti contestati, gli addebiti residui conservano la loro astratta idoneità a giustificare il licenziamento”.

La Corte precisa, poi, ulteriormente che non era il datore di lavoro a dover provare che aveva licenziato solo per il complesso delle condotte addebitate, bensì era la parte che ne aveva interesse, e cioè il lavoratore, a dover provare che solo presi in considerazione congiuntamente, per la loro gravità complessiva, i singoli episodi fossero tali da non consentire la prosecuzione neppure provvisoria del rapporto di lavoro.

La Corte territoriale, conclude la Suprema Corte, ha, quindi, correttamente valutato che anche l’unico addebito ritenuto effettivamente sussistente manteneva la sua idoneità a giustificare il recesso.

Il prezzo indicato nel contratto definitivo prevale sul preliminare

Sul tema del rapporto tra contratto definitivo e preliminare vi sono numerosi precedenti giurisprudenziali nei quali viene delineata chiaramente la preminenza del primo – ovvero delle clausole ivi contenute – sul secondo, salvo una diversa volontà delle parti risultante da prova scritta (trattandosi spesso il tema con riferimento a beni immobili).

Ebbene, la recentissima sentenza della Corte di Cassazione (n. 20541 del 30 agosto 2017) non si allontana dal solco tracciato da oltre 50 anni di precedenti giurisprudenziali ma tuttavia mostra una particolarità: la sentenza infatti non prende in esame il semplice contrasto tra le clausole presenti in un preliminare e non trasposte – o non compiutamente riportate – nel definitivo, bensì la prassi, in sé piuttosto comune, di prevedere il prezzo “reale” di una compravendita nel preliminare ed un prezzo “scontato” nel definitivo.

La Corte ha rilevato infatti che, in assenza di un documento che provi la diversa volontà delle parti, l’unico contratto vincolante tra le stesse deve necessariamente essere il definitivo (nel quale, nel caso di specie, veniva riportato un prezzo inferiore) con la conseguenza che il diverso prezzo indicato nel definitivo deve essere considerato come il corrispettivo effettivamente e definitivamente concordato tra venditore e acquirente (nel caso di specie il venditore è stato costretto a restituire la differenza di prezzo a titolo di indebito oggettivo).

Ne discende che, laddove la parti vogliano far “sopravvivere” alcune prestazioni contenute nel preliminare dovranno premunirsi di formalizzarle in documenti sottoscritti contemporaneamente al definitivo.

Recesso libero se la s.r.l. “dura una vita”

La sentenza del Tribunale di Torino n. 2363 del 5 maggio 2017 ha riconosciuto, anche con riferimento alle società a responsabilità limitata costituite per periodi di tempo particolarmente lunghi ancorché non indeterminati, la sussistenza del principio generale, che si oppone alla costituzione di vincoli perpetui, in base al quale il soggetto vincolato a tempo indeterminato deve essere messo in grado di liberarsi da tale vincolo.

Nei fatti, il socio di una s.r.l. aveva comunicato la propria intenzione di recedere dalla società ai sensi dell’art. 2473 co. 2 c.c. il quale stabilisce che, laddove una società sia costituita a tempo indeterminato, compete al socio il diritto di recedere dando un semplice preavviso di almeno centottanta giorni. Ebbene, nel caso di specie, la società in questione non era stata costituita a tempo indeterminato – almeno non in senso stretto – ma, avendo una scadenza posta al 31 dicembre 2100, ovvero ben oltre la durata normale di una vita umana, doveva intendersi costituita in perpetuo.

Ne consegue che i soci parte in società costituite per periodi di tempo particolarmente lunghi (si può pensare orientativamente ad un periodo superiore all’aspettativa di vita media) avranno un ulteriore possibilità di recedere ex lege dalla società. Questo principio deve, pertanto, scoraggiare all’atto della redazione degli statuti la fissazione di una durata particolarmente lunga che consentirebbe a ciascun socio l’esercizio del diritto di recesso con conseguente liquidazione della propria quota da parte della società.

Codice del consumo: le società commerciali non sono consumatori

Con la sentenza n. 17848 del 19 luglio 2017, la Cassazione ha  precisato ancora una volta il perimetro della definizione di consumatore in base al Codice del Consumo. L’occasione è nata dalla pretesa di una società a responsabilità limitata di essere classificata come consumatore in una causa che la vedeva opposta ad un avvocato, attore di un decreto ingiuntivo.

Nonostante  il Codice, all’art. 3 co. 1, lett. a), definisca il consumatore come “persona fisica”, è sempre rimasta una certa incertezza derivante dall’interpretazione della nozione di professionista.

Il professionista viene difatti indicato come “la persona fisica o giuridica che agisce nell’esercizio della propria attività imprenditoriale, commerciale, artigianale o professionale”, non quindi tutte le persone fisiche o giuridiche, bensì solo quelle che agiscono in qualità di imprenditore.

Secondo l’interpretazione della Corte, tuttavia, stante la definizione fornita dal Codice del Consumo, la possibilità di considerare una persona giuridica come un consumatore è da escludersi categoricamente, tanto più che, come affermato da una costante giurisprudenza, ad “una società che abbia come oggetto un’attività […] che rientri fra quelle integranti l’impresa commerciale” deve essere necessariamente “riconosciuta la qualità di imprenditore a prescindere da ogni indagine sul concreto esercizio di quell’attività”. In sostanza, una società opera  sempre ed indistintamente nell’alveo della propria attività imprenditoriale/commerciale per il solo fatto della sua costituzione.

Resta tuttavia aperto il fronte con riferimento alle persone fisiche: il medico che compri una risma di carta per il proprio studio avrà una tutela diversa dallo stesso medico, questa volta nella sua veste di padre, che compri una risma di carta per la stampante del figlio? Nell’attesa di un nuovo intervento della Suprema Corte al riguardo, non resta che attenersi alla divisione – radicale – in base alla quale il professionista, quale che sia l’attività che sta svolgendo, è tendenzialmente sempre considerato non come un consumatore.

Verso un diritto societario europeo: la Direttiva 2017/1132

Avv. Milena Prisco

Con la Direttiva n. 2017/1132, entrata in vigore il 20 luglio scorso e relativa ad “alcuni aspetti di diritto societario”, il Parlamento europeo e il Consiglio intendono, attraverso l’armonizzazione della legislazione in materia, porre le basi per la creazione di un diritto societario europeo uniforme in grado di promuovere la libertà di stabilimento e realizzare la libertà d’impresa, diritto fondamentale sancito dall’art. 16 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea.

La Direttiva 2017/1132, che, si inserisce nel quadro della libertà di stabilimento, mira ad operare in primis un’attività di sistematizzazione della normativa comunitaria in materia di diritto societario abrogando le Direttive n.82/891/CEE, n. 89/666/CEE, n. 2005/56/CE, n. 2009/101/CE, n. 2011/35/UE e n. 2012/30/UE, attività alla quale si affianca inoltre il tentativo di realizzare un progetto di armonizzazione sempre più compiuto della materia a livello continentale, con particolare attenzione al coordinamento delle informazioni e delle garanzie a tutela di soci e di terzi.

Ad oggi, infatti, a livello europeo sono presenti ben 28 differenti diritti societari nazionali, i quali, in assenza di una disciplina uniforme, vengono applicati sia con riferimento alle società locali che a quelle straniere all’ingresso nel territorio di un altro Stato membro a detrimento – indirettamente certo – della effettività della libertà di stabilimento delle imprese, che  , sono da equipararsi ai cittadini europei in base all’art. 54, co. 1 Trattato sul funzionamento dell’Unione Europea.

La Direttiva consta di tre titoli dove vengono affrontati principalmente questioni relative alla costituzione delle società di capitali, alla rappresentanza della società; ai registri delle imprese, alle succursali di società basate in uno Stato membro diverso da quello di costituzione, al capitale sociale ed alla modifica della sua consistenza ed infine alla fusione (domestica e transfrontaliera) delle società di capitali e alla loro scissione.

Andando più nel concreto, le principali regole introdotte dalla Direttiva riguardano:

La costituzione delle società di capitali, in occasione della quale occorre fare ricorso all’atto pubblico “in tutti gli Stati membri la cui legislazione non preveda, all’atto della costituzione, un controllo preventivo amministrativo o giudiziario l’atto costitutivo e lo statuto della società e le loro modifiche devono rivestire la forma di atto pubblico”.

La creazione di un registro centrale delle imprese, che nasca dall’interconnessione dei registri dei singoli Stati membri e che consenta l’accesso agli utenti attraverso un unico portale web.

Il capitale delle s.p.a., il cui ammontare minimo non potrà essere inferiore a 25 mila euro (in Italia il un capitale minimo è di 50 mila euro). Sul punto l’articolo 45 della Direttiva specifica che questa soglia minima andrà aggiornata nel tempo e sempre nell’ottica di riservare la forma della società per azioni ad imprese di dimensioni medio-grandi.

L’operato degli organi societari della s.p.a. che saranno in grado di vincolare la società indipendentemente da questioni relative al validità della nomina degli organi stessi ed indipendentemente dall’estraneità degli atti da questi posti in essere rispetto all’oggetto sociale (sul punto la Direttiva stabilisce che gli Stati potranno intervenire escludendo che la società si trovi vincolata nel caso di compimento di atti che eccedano l’oggetto sociale laddove il terzo destinatario dell’atto fosse a conoscenza del superamento di detto limite).

La creazione di regole relative alla pubblicità delle succursali di una società costituite in un altro Stato membro, le quali saranno soggette agli obblighi di pubblicità dei registri nazionali (che saranno nel frattempo divenuti interconnessi a quello centrale europeo). Questi obblighi saranno finalizzati a raggiungere una diffusione certa e sicura dei dati societari; in particolare dovranno essere rese pubbliche le informazioni relative all’attività esercitata, alla denominazione e al tipo di società e alla denominazione della succursale se questa non corrisponde a quella della società, i documenti contabili e le generalità dei soggetti che hanno il potere di impegnare la società nei confronti dei terzi e di rappresentarla in giudizio (inoltre se questi devono operare congiuntamente o possono operare disgiuntamente).

Allo stesso modo dovranno essere resi pubblici, in caso di scioglimento della società, le generalità ed i poteri dei liquidatori, nonché la chiusura della liquidazione, oltre alle eventuali procedure concorsuali cui dovesse essere soggetta la società.

Le fusioni e scissioni societarie in relazione alle quali verranno previste garanzie, conformemente a quanto stabilito nella direttiva 2001/23/CE, a tutela dei diritti dei lavoratori di ciascuna delle società coinvolte. Anche in caso, similarmente a quanto viene stabilito per la costituzione della società, se la legislazione di uno Stato membro non prevede per le fusioni un controllo preventivo di legittimità, giudiziario o amministrativo, ovvero se tale controllo non verte su tutti gli atti necessari alla fusione, i verbali delle assemblee dei soci che deliberano la fusione e, se del caso, il conseguente atto di fusione dovranno essere redatti per atto pubblico. Stessa sorte per il progetto di fusione qualora non venga richiesto dalle norme nazionali l’approvazione da parte dell’assemblea dei soci.

La Direttiva se potrà porre le basi per uno sviluppo di un diritto societario uniforme a livello europeo, non impatterà in maniera rilevante sulla normativa italiana, già in gran parte conforme alle altre discipline nazionali,  con l’eccezione delle regole che riguarderanno l’implementazione del registro delle imprese interconnesso, il capitale sociale minimo della s.p.a. e i poteri di rappresentanza degli organi sociali.

Mutuo ed interessi di mora

Ai fini della conversione forzosa del mutuo da oneroso a gratuito, discendente dalla natura imperativa del disposto di cui all’art. 1815, comma 2, c.c. – a mente del quale se sono convenuti interessi usurari, la clausola è nulla e non sono dovuti interessi – non rileva che lo stesso mutuatario non abbia mai subito, nel corso del rapporto, la applicazione degli interessi di mora, dovendo l’usurarietà del tasso essere valutata con riferimento al momento in cui il tasso sia stato promesso o convenuto, anche se non concretamente applicato.

Lo ha stabilito il Tribunale di Como con la sentenza del 13.7.2017.

Illeciti del promotore e responsabilità della banca

Avv. Daniele Franzini

La banca deve risarcire i danni se il promotore finanziario nasconde dolosamente l’andamento negativo della gestione patrimoniale.

In tale contesto, si può presumere l’esistenza di un nesso tra l’illecito e il danno subìto dall’investitore, consistito nella perdita totale o parziale del capitale. Al promotore e alla banca resta la possibilità di fornire la prova contraria dimostrando il rispetto del profilo di rischio del cliente e che le perdite si sarebbero comunque verificate, in misura pari o diversa, anche senza l’illecito del promotore. La banca e il promotore sono tenuti inoltre a dimostrare che il cliente non avrebbe disinvestito neppure se fosse stato messo al corrente dell’andamento negativo.

Lo ha stabilito la Corte di Cassazione con la sentenza n. 18363 del 26.7.2017.

Nel caso specifico, la Suprema Corte ha accolto il ricorso per il riconoscimento dei danni anche non patrimoniali, e annulla rinvio.

Nel giudizio di primo grado, il Tribunale aveva rigettato la domanda risarcitoria dei clienti della banca sul presupposto ch’essi non avevano fornito la prova che il promotore avesse effettuato investimenti in contrasto con la linea richiesta dai risparmiatori e non coerenti con il loro profilo di rischio.

I giudici di merito, pur prendendo atto che il promotore dissimulava le perdite con la clientela – come accertato dal giudice in sede penale dove il promotore aveva patteggiato per truffa – avevano affermato che la gestione “omertosa” non bastava a stabilire un adeguato nesso di causalità con il danno per il quale veniva chiesto il risarcimento.

Per il Tribunale i clienti avrebbero dovuto provare il nesso tra danni e cattiva gestione, dimostrando di aver confidato su un patrimonio in realtà inesistente, assumendo impegni economici insostenibili, e prospettando che, se informati della reale situazione, avrebbero investito in modo diverso il capitale.

Per gli Ermellini (da parte sua, la Corte d’Appello aveva considerato inammissibile il gravame sottoposto al suo vaglio), i giudici di merito avevano sbagliato nell’attribuire agli attori l’onere di provare che il promotore aveva fatto investimenti non in linea con la gestione pattuita. Allo stesso modo avevano errato anche nel valutare la prova – certo gravante sui clienti – del nesso causale tra danno e illecito, senza dare un peso presuntivo alla condotta del promotore, agli obblighi di diligenza e alla contestazione del reato di truffa.

Se è vero infatti che grava sugli investitori l’onere della prova del danno sofferto per il fatto illecito del promotore e del nesso di causalità tra l’illecito ed il danno (Cass. Civ., n. 6708/10), è pur indubitabile che, nel caso di specie, tanto la condotta ascritta al promotore finanziario in sede penale quanto la correlata violazione da parte sua degli obblighi di diligenza e di informazione imposti dalla normativa di settore costituiscono elementi gravi, precisi e concordanti, su cui fondare la prova presuntiva della sussistenza di conseguenza pregiudizievoli per il patrimonio degli investitori e della derivazione causale di queste conseguenze dagli illeciti attribuiti al promotore finanziario.

Per quanto riguarda la quantificazione del danno, la Cassazione ha precisato che, di regola, essa coincide quanto meno con la perdita del capitale investito, essendo ovviamente (almeno) questo il rischio che il risparmiatore ben informato non si sarebbe addossato.

Opposizione a decreto ingiuntivo

Con ordinanza del 15 giugno 2017, il Tribunale di Santa Maria Capua Vetere – nello statuire che “l’opposizione a decreto ingiuntivo, in applicazione del principio dettato dall’articolo 645 del codice di procedura civile, deve essere notificata alla controparte per consentire la valida instaurazione del contraddittorio, necessaria per la trasformazione del procedimento monitorio in un ordinario processo di cognizione” – ha ritenuto che la notifica a mezzo posta elettronica certificata, effettuata allegando la sola procura alle liti con la relata, firmate digitalmente, senza l’atto di opposizione, determina l’inesistenza dell’atto stesso.

Con ciò generando non la nullità (eventualmente sanabile), ma l’insussistenza della conoscibilità legale  – che non consente alcuna possibilità di sanatoria – dell’atto cui tende la notificazione in favore della controparte. Il tutto, in ottemperanza ai principi di strumentalità delle forme degli atti processuali e del giusto processo.

Sotto un altro profilo, deve osservarsi il passaggio in giudicato del decreto ingiuntivo opposto, essendo decorso il termine per la rituale notifica dell’opposizione, cosi come deve ritenersi esclusa la possibilità per il debitore di proporre un’opposizione tardiva.