Fake news: “Ddl confuso, servono norme organiche”

17.2.2017 – Articolo dell’avvocato Flaviano Sanzari pubblicato da Cor.Com

Internet non è una zona franca: questo il principio fondante del disegno di legge contro le fake news depositato al Senato (firmatari i senatori Gambaro, Mazzoni, Divina e Giro) e presentato alla stampa il 15 febbraio scorso. Il Ddl si propone obiettivi ambiziosi, ovvero garantire la trasparenza sul web, prevenire la manipolazione dell’informazione online, incentivare l’alfabetizzazione informatica dei giovani.

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A new scenario for investments in Italy

6.2.2017 – Articolo dell’avvocato Milena Prisco pubblicato da Legalmondo

With the Legge di Bilancio 2017 (Budget Law), in force since January 1st 2017, the Parliament has implemented a new strategy in order to kick-start the Italian economy with the adoption of a wide array of measures to support startups and small-medium enterprises both financially and fiscally with the purpose of making them more appealing to foreign investors.

The Budget Law has designed a comprehensive plan that involves certain tax breaks, the possibility for SMEs to raise funds through crowdfunding platforms and for the so-called “innovative” startups (meaning early-stage companies that meet certain criteria set by the law: i.e. high level technology of the company’s scope, R&D expenditure or number of graduates employed, etc.) to sell transfer their tax losses to listed companies. Overall, these tools mainly aim at unlocking the economic system that so far has not proved to be capable enough to provide early-stage startups and SMEs both with financial resources and tax benefits they need to develop innovative assets and scale up their business.

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L’Industria culturale e creativa in crescita, ma la pirateria manda in fumo 600.000 posti di lavoro

La pirateria in Italia vale 8 miliardi di euro soprattutto a causa dello streaming e del download illegale. Il dato allarmante emerge dallo studio presentato lo scorso 25 gennaio c.a. da Italia Creativa che ha presentato un report, analitico e dettagliato, da cui emerge anche che l’Industria Culturale e Creativa italiana vale circa 48 miliardi di euro, con circa un milione di posti di lavoro. Le cifre presentate nel 2015 continuano a risultare in crescita, infatti l’industria della creatività incide per 2,96% del PIL, con un tasso di crescita rispetto all’anno precedente del 2,4% dei ricavi diretti (+951 milioni di euro). Tuttavia, il settore ha un potenziale inespresso -a causa della pirateria- che potrebbe arrivare anche a 72 miliardi di euro creando circa 600.00 mila posti di lavoro in più.

Tribunale di Roma: via libera alle rassegne stampa?

Avv. Alessandro La Rosa

Con decisione dello scorso 18 gennaio c.a., la Sezione Impresa del Tribunale di Roma si è pronunciata su un lungo contenzioso intercorso tra le associazioni rappresentative degli editori di giornali (FIEG e Promopress 2000) ed alcune agenzie fornitrici di servizi di rassegna stampa.

Il controverso thema decidendum verteva sulla legittimità dell’attività di fornitura di servizi di rassegna stampa senza la previa espressa autorizzazione da parte degli editori. Dal combinato disposto dell’art. 65 e 101 della Legge sul diritto d’autore, il Tribunale giunge ad un’interpretazione favorevole all’attività svolta dalle agenzie, purché subordinata all’univoco utilizzo delle rassegne stampa da parte dei soli committenti ed alla non riproducibilità delle stesse in altri contesti dove, da tale riproduzione o distribuzione, potrebbe derivare una concorrenza diretta con gli editori di giornali, titolari esclusivi dei diritti di utilizzazione economica sugli articoli rassegnati. La rassegna stampa viene considerata quale mezzo informativo diverso dai generici mezzi di informazione, in quanto destinata a bisogni precipui e spesso individuali; pertanto l’attività di messa a disposizione di un pubblico non generalizzato di notizie selezionate, non può qualificarsi illecita ai sensi dell’art. 101 Lda, anche in presenza della finalità di lucro in capo alle agenzie, poiché non realizzata con l’impiego di atti contrari agli usi onesti della materia giornalistica e poiché ne viene citata la fonte.

In sintesi nulla quaestio sulle rassegne stampa ad uso professionale, se limitate ad estratti di articoli su argomenti specifici e se destinate all’uso esclusivo dei soli soggetti che le hanno commissionate, ma incisivo resta il veto sulle rassegne online che aggregano snippet e link agli articoli. Una decisione che risulta essere in linea con l’art. 11 della recente proposta di direttiva sul diritto d’autore nel mercato unico digitale (COM 593) che, con riguardo allo sfruttamento online di estratti di articoli, spesso incontrollabile per gli editori di giornali, ha previsto l’introduzione di un nuovo diritto mirante a facilitare la concessione di licenze online per le pubblicazioni e il recupero dell’investimento dell’editore.

Corte di Giustizia: danni punitivi per chi viola la proprietà intellettuale

Avv. Alessandro La Rosa

La Corte di Giustizia Europea, con sentenza resa lo scorso 25 gennaio c.a. (causa C-367/15) ha affermato il principio per cui l’uso non autorizzato di un’opera altrui legittima il titolare dei diritti sulla detta opera a chiedere all’autore della violazione il pagamento di una somma equivalente al doppio del prezzo normalmente richiesto a titolo di concessione dell’autorizzazione per l’uso dell’opera, senza dover dimostrare il danno effettivamente subito.

Con tale decisione la CGUE ha chiarito, in particolare, la portata dell’articolo 13 della direttiva 2004/48/CE (cd. “enforcement”) in riferimento ad un caso di violazione dei diritti autorali connessi su opere televisive.

La CGUE è stata chiamata a rispondere alla seguente questione pregiudiziale: “se l’articolo 13 della direttiva 2004/48 possa essere interpretato nel senso che il titolare di diritti patrimoniali d’autore che siano stati violati può chiedere la riparazione dei danni da esso subiti sulla base dei principi generali, oppure se, senza dover dimostrare il danno ed il nesso di causalità tra il fatto generatore della violazione dei suoi diritti ed il danno, possa esigere il pagamento di una somma di denaro dell’importo equivalente al doppio o, nel caso di violazione colposa, al triplo della remunerazione adeguata, dal momento che l’articolo 13 della direttiva 2004/48 prevede che a decidere in merito ad un risarcimento sia il giudice, tenendo conto delle circostanze elencate all’articolo 13, paragrafo 1, lettera a), e che solo in via alternativa, in alcuni casi, egli può fissare a titolo di risarcimento una somma forfettaria, tenendo conto degli elementi di cui all’articolo 13, paragrafo 1, lettera b), della direttiva”.

La Corte ha risolto la questione dando risposta affermativa al quesito su indicato affermando che tale norma non osta ad un’interpretazione estensiva della misura di calcolo del danno, posto che “Tale interpretazione non può essere rimessa in discussione dal fatto, in primo luogo, che un risarcimento calcolato sulla base del doppio del canone ipotetico non è esattamente proporzionale al danno effettivamente subito dalla parte lesa. Infatti, tale caratteristica è intrinseca ad ogni risarcimento forfettario, come quello espressamente previsto all’articolo 13, paragrafo 1, secondo comma, lettera b), della direttiva 2004/48”.

Peraltro, precisa la Corte, non sarebbe nemmeno equo pretendere che l’autore della violazione sia tenuto a pagare esattamente quanto avrebbe pagato in caso di autorizzazione all’uso delle opere perché “il mero versamento, nell’ipotesi di una violazione di un diritto di proprietà intellettuale, del canone ipotetico non è idoneo a garantire un risarcimento dell’integralità del danno effettivamente subito, poiché il pagamento di tale canone, da solo, non garantirebbe il rimborso di eventuali spese legate alla ricerca e all’identificazione di possibili atti di contraffazione, menzionati al considerando 26 della direttiva 2004/48, né il risarcimento di un eventuale danno morale (v., a tale ultimo proposito, sentenza del 17 marzo 2016, Liffers, C-99/15, EU:C:2016:173, punto 26), né ancora il versamento di interessi sugli importi dovuti”.

Con tale sentenza, in definitiva, viene attribuita agli Stati Membri la possibilità di introdurre, nella materia de qua, forme risarcitorie di tipo punitivo.

Si segnala al riguardo la recente ordinanza con cui la Corte di Cassazione ha deciso di rimettere alle Sezioni Unite, la decisione sulla ammissibilità, nell’ordinamento italiano, dei c.d. punitive damages, “in quanto implicante la soluzione di una questione di massima di particolare importanza”.

Tanto anche in considerazione del fatto che, proprio le leggi italiane sulla proprietà intellettuale (cfr. art. 158 LDA) ed industriale (art. 123 CPI), “riconoscono al danneggiato un risarcimento corrispondente ai profitti realizzati dall’autore del fatto, connotato da una funzione preventiva e deterrente, laddove l’agente abbia lucrato un profitto di maggiore entità rispetto alla perdita subita dal danneggiato” e che la Suprema Corte (Cass. n. 8730 del 2011) ha già chiarito che il citato corpo normativo contempla una “funzione parzialmente sanzionatoria (del risarcimento ndr), in quanto diretta anche ad impedire che l’autore dell’illecito possa farne propri i vantaggi”.

Francia: dal 1 gennaio la nouvelle dei contratti commerciali

Dall’ 11 dicembre scorso è in vigore la nuova legge anticorruzione “Sapin II”, che introduce alcune novità rilevanti che impattano i contratti commerciali tra PMI.

La nouvelle convention unique – Dal 1 gennaio 2017, gli accordi quadro fra fornitori e distributori (la “convention unique”, art. l. 441-7 del Code de commerce), potranno avere una durata di massimo 3 anni, prevedendo obbligatoriamente meccanismi di revisione dei prezzi attraverso il rinvio a uno o più indici pubblici, che riflettano l’andamento del costo dei fattori di produzione. Tali accordi dovranno essere conclusi, inoltre, entro il 1 marzo dell’anno in cui entrano in vigore tra le parti.

Nuovi termini di pagamento per le PMI che esportano fuori dall’UE – Al fine di sostenere la competitività dell’export delle micro/piccole e medie imprese francesi (la misura non si applica infatti alle società di grandi dimensioni), il termine massimo per il pagamento di beni – non soggetti al regime IVA – destinati all’esportazione verso paesi extra-europei è stato portato da 60 a 90 giorni. Il nuovo termine, da considerarsi eccezionale, dovrà essere approvato espressamente dalle parti nel contratto; inoltre, per evitare che si traduca in pratiche abusive, la legge ha previsto l’inasprimento della relativa sanzione amministrativa che passa da 375.000 a 2 milioni di euro per le persone giuridiche, che diventano 4 milioni in caso di recidiva, quest’ultimo punto è tuttavia sottoposto al momento ad un giudizio di costituzionalità.

Tre nuove pratiche restrittive – La legge ha introdotto, infine, tre nuove pratiche restrittive della concorrenza. Le prime, rientranti in una lista “nera”, dovranno considerarsi sempre vietate quando riferite ad un accordo quadro pluriennale: clausole sulla revisione dei prezzi che facciano riferimento a uno o più indici pubblici non direttamente connessi con il prodotto o il servizio oggetto dell’accordo, e clausole che assoggettino una parte a penali in caso di ritardi nella consegna, dovuti a forza maggiore.

Finiscono, invece, nella lista “grigia”, e quindi sottoposte ad un giudizio di validità caso per caso, la partecipazione, non giustificata da un comune interesse e senza un apporto proporzionale, al finanziamento di un’operazione di promozione commerciale.

A chiusura, la legge prevede inoltre che, in presenza di pratiche restrittive della concorrenza, la sanzione amministrativa a carico delle società passa da 2 milioni a 5 milioni di euro.

“Nuove imprese a tasso zero” e “Smart&Start”

Fondi per ulteriori 95 milioni di euro (divisi tra 2017 e 2018) sono stati stanziati dalla Legge di Bilancio 2017 a favore delle misure “Nuove imprese a tasso zero” e “Smart&Start” già gestite da Invitalia (Agenzia per l’attrazione degli investimenti e lo sviluppo d’impresa).
Le misure messe in campo a favore di iniziative relative all’autoimprenditorialità e all’autoimpiego si rivolgono a quelle società (cooperative comprese), costituite da non più di 12 mesi, in cui la maggioranza delle quote sia detenuta da donne o da giovani di età compresa tra i 18 e i 35 anni. Il piano prevede il finanziamento con mutui agevolati a tasso zero di programmi di investimento (non superiori a 1,5 milioni di euro). Gli investimenti dovranno poi essere realizzati entro 24 mesi dalla data di stipula del contratto e la restituzione potrà avvenire in 8 anni a decorrere dall’erogazione dell’ultima quota a saldo del finanziamento concesso. Per presentare la domanda è necessario registrarsi sul sito www.invitalia.it, presentare il business plan e la necessaria documentazione relativa alla società.

Credito d’imposta al 50% per la ricerca & sviluppo

La Legge di Bilancio 2017 ha ampliato l’ambito applicativo del credito d’imposta per gli investimenti in ricerca e sviluppo. Prima di tutto, il beneficio è stato prorogato di un anno (fino al 31 dicembre 2020) ed innalzato dal 25 al 50% per tutti gli investimenti in attività di R&S con spesa superiore a 30 mila euro, senza più distinzioni di ordine qualitativo. Inoltre, il limite massimo annuale per ciascun beneficiario è stato portato a 20 milioni (contro i 5 milioni precedenti).

Anche le spese ammissibili sono state ampliate ed includono in generale i costi sostenuti per l’assunzione di personale qualificato, impiegato nelle attività di ricerca e sviluppo (è stato eliminato il requisito relativo alla titolarità di un dottorato di ricerca da parte dei neoassunti, sostituito da un generico riferimento a “personale impiegato nelle predette attività ricerca e sviluppo”).

In assenza di previsioni contrarie, il credito d’imposta può essere cumulato con gli altri incentivi previsti dalla legge nel caso in cui, ad esempio, tra le spese in ricerca e sviluppo vi fosse anche l’acquisto di beni strumentali idonei a beneficiare dei super- o degli iper-ammortamenti o nel caso di start up e PMI innovative ci fossero dipendenti e collaboratori remunerati con piani di Work for Equity.

Assemblea s.p.a.: la delibera è nulla senza l’elenco dei presenti

Il socio ha il diritto di impugnare la delibera assembleare la cui verbalizzazione risulti carente nell’identificazione dei partecipanti, nonché del voto dei presenti (i.e. dei soci favorevoli, astenuti o dissenzienti): il foglio presenze, infatti, se redatto su foglio separato, non può essere semplicemente conservato presso la società, ma deve essere necessariamente allegato ed espressamente richiamato all’interno del verbale. Questo principio di diritto è stato stabilito dalla recentissima sentenza n. 603/2017, pubblicata il 12 gennaio dalla prima sezione civile della Cassazione, la quale ha annullato le delibere con cui veniva rispettivamente nominato l’amministratore unico ed approvato il bilancio in una s.p.a..

L’art. 2375 c.c. richiede espressamente, infatti, che l’identità dei partecipanti risulti dal verbale o da un allegato allo stesso, così come deve essere data evidenza delle modalità e del risultato delle votazioni, oltre all’indicazione dei soci favorevoli, astenuti o contrari. Si tratta di una disposizione prevista per informare il socio assente di quanto avvenuto in assemblea e per consentirgli, qualora ne ricorrano le condizioni, di impugnare la delibera stessa (la quale, ad esempio, potrebbe essere stata approvata in mancanza della maggioranza richiesta o col voto determinante di un socio in conflitto d’interessi).

Investire in start up con il SAFE Agreement italiano

Avv. Milena Prisco

Il SAFE Agreement, sviluppato e utilizzato dal notissimo incubatore californiano Y Combinator, è un contratto molto utilizzato per gli investimenti seed nelle start up compiuti principalmente nella Silicon Valley. È applicabile in Italia? Sì, ma con i dovuti accorgimenti e mediante il suo adattamento al diritto italiano.

Per descrivere la natura e la funzione del SAFE Agreement (i.e. Simple Agreement for Future Equity) occorre chiarire, innanzitutto, che non è uno strumento di debito – come il Convertible Note, molto simile alle obbligazioni convertibili e neanche propriamente di equity e questo perché non dà diritto a dividendi e al voto in assemblea: si tratta di una sorta di strumento finanziario che attribuisce all’investitore il diritto futuro ad acquisire quote di partecipazione della start up normalmente di tipo privilegiato. La natura ibrida del SAFE non ha un diretto omologo nel nostro diritto, tuttavia l’unico istituto che gli somiglia è rappresentato dagli Strumenti Finanziari di Partecipazione (i.e. SFP), quando costruiti non come un tradizionale strumento di debito, ma di semi-equity: l’investitore titolare di SFP non diventa socio della start up, almeno nell’immediato. In questa ultima modalità possono essere usati per raccogliere capitali che vengono destinati dalla società ad un’apposita riserva del patrimonio netto, che dovrebbe intendersi come indisponibile. Tuttavia la questione circa l’indisponibilità per legge di questa riserva è piuttosto dibattuta in dottrina, con la conseguenza che qualora la riserva venisse considerata disponibile l’investitore correrebbe il rischio di vedere eroso il proprio investimento nel caso di perdite che intacchino il patrimonio netto della società, da qui l’importanza di disciplinare le modalità di liquidazione preferenziale – nei limiti consentiti dalla legge- dell’investimento ove non convertito in presenza di una liquidazione della società. La possibilità di impostare questi strumenti come mezzi di semi-equity è consentita dal fatto che gli SFP sono sostanzialmente “delle scatole vuote”, suscettibili di essere riempite di volta in volta dall’autonomia privata, sulla base delle esigenze della start up emittente e degli investitori interessati a finanziarla, entro i limiti di legge che: i) esclude il diritto di voto per i beneficiari di SFP nelle decisioni dei soci; e ii) prevede che tali strumenti possano essere dotati di “diritti patrimoniali o anche di diritti amministrativi”. L’emissione degli SFP deve essere prevista già da apposita clausola statutaria, che deleghi la successiva disciplina ed emissione alla assemblea straordinaria dei soci, organo deputato anche ad approvare le relative regole, comprese quelle che disciplinano il funzionamento dell’assemblea speciale di titolari degli SFP.

Il modello contrattuale del SAFE stabilisce un prezzo di conversione dell’investimento che non deve eccedere un certo cap, a fronte del quale vengono assegnate con aumenti di capitale azioni e quote (i.e. Safe Preferred) con diritti privilegiati e restrizioni molto simili a quelli propri delle partecipazioni di tipo “Preferred Shares”. Inoltre di solito, è previsto uno sconto sul prezzo di conversione che nella prassi americana è nel range del 15/20%; non è invece sempre stabilita una eventuale data di restituzione dell’importo finanziato. Nulla vieta di mutuare nel regolamento degli SFP quanto ormai fa parte della best practice del SAFE Agreement. È il caso delle clausole di “accelerazione” che consentono all’investitore di convertire l’investimento anticipatamente rispetto alla data prestabilita per la conversione, in presenza di eventi noti – nella terminologia anglosassone – come “Equity Financing” e “Liquidity Event”, che consistono in operazioni di acquisizione della start up o futuri aumenti di capitale con l’ingresso di ulteriori investitori. Ed ancora, sempre tipiche del SAFE sono le clausole che regolano il rimborso preferenziale dell’investimento al verificarsi di eventi (“Dissolution Event“) come (i) la cessazione volontaria del core business, (ii) la cessione dell’azienda a beneficio dei creditori della società o (iii) la messa in liquidazione, lo scioglimento della società sia volontaria che involontaria. È bene ricordare che per il diritto italiano, lo scioglimento della società dovuto alla perdita integrale del capitale e del patrimonio netto, comporterà l’erosione anche della riserva destinata agli SFP e quindi di fatto la perdita dell’investimento. Da qui l’esigenza di proteggere quanto più è possibile l’investimento e di prevedere contrattualmente che, con riferimento alle perdite della società, la riserva degli SFP venga utilizzata per ultima, prima della riserva legale, nell’assorbimento delle perdite stesse.