Social network, blog e forum di discussione: chi risponde?

Studio Previti partecipa alla terza edizione capitolina della Social Media Week (SMW)una serie di appuntamenti  dedicati alla rete che ha come obiettivo quello di raccontare l’impatto sociale, culturale ed economico del web, del digital e dei social network.

Per scaricare il materiale: go.thefool.it/smw_rome

Medico ospedaliero: la responsabilità è extracontrattuale

La responsabilità del medico per condotte che non costituiscono inadempimento di un contratto d’opera (diverso dal contratto concluso con la struttura) è stata ricondotta dal legislatore del 2012 alla responsabilità da fatto illecito ex art. 2043 del c.c.; dunque, l’obbligazione risarcitoria del medico scatta solo in presenza di tutti gli elementi costitutivi dell’illecito aquiliano (colpa, danno, nesso causale), che il danneggiato ha l’onere di provare. Lo ha stabilito il Tribunale di Milano con la sentenza n. 7394 del 14 giugno 2016, assumendo, tuttavia, una posizione consapevolmente non conforme al contrario orientamento espresso dalla Corte di Cassazione in merito alla portata dell’art. 3, comma 1, della legge n. 189 del 2012 (legge Balduzzi), che, riferendosi all’art. 2043 c.c., vorrebbe solo escludere, secondo la Suprema Corte, l’irrilevanza della colpa lieve in ambito di responsabilità extracontrattuale, ma non ha inteso prendere alcuna posizione sulla qualificazione della responsabilità medica necessariamente come responsabilità di quella natura.

Garante, niente notifica se il GPS localizza solo l’auto e non la persona

Avv. Flaviano Sanzari

Non sussiste l’obbligo di preventiva notifica al Garante per la privacy, in riferimento all’uso di un sistema di localizzazione gps apposto su veicoli, inidoneo, per caratteristiche tecniche, ad identificare con certezza e in modo automatico l’utilizzatore del mezzo.

Lo ha stabilito il Tribunale di Santa Maria Capua Vetere, con sentenza del 23 maggio 2016, pubblicata il 28 giugno 2016.

La fattispecie decisa riguarda l’opposizione, promossa da una ditta, avverso l’ordinanza con cui il Garante per la protezione dei dati personali le aveva ingiunto di pagare 8.000,00 euro, a titolo di sanzione amministrativa, per la violazione dell’articolo 163 del D.lgs. 196/2003 (Codice della Privacy), comminata per omessa notificazione di trattamento.

In particolare, a seguito di un accertamento da parte del nucleo speciale privacy della Guardia di Finanza, era emersa la mancata notifica al Garante del trattamento dei dati effettuato tramite sistemi di rilevazione di persone e cose (rilevatori gps).

La sanzione applicata doveva tuttavia ritenersi illegittima, secondo l’opponente, poiché l’apparecchiatura adoperata dalla ditta – autorizzata dalla Prefettura a svolgere indagini speciali con utilizzo di sistema gps satellitare – aveva connotati tali da potersi assimilare, anche per finalità, a un normale impianto di antifurto satellitare, trattandosi di un sistema di localizzazione «smartphone gps con caratteristiche non spionistiche». Sarebbero mancati, dunque, sia la «continuità della localizzazione», che l’idoneità della strumentazione ad identificare l’interessato (requisiti necessari per equiparare la localizzazione al trattamento di dati).

Il Tribunale ha accolto le ragioni dell’opponente e annullato l’ordinanza, chiarendo che la norma di riferimento è l’articolo 37 del codice privacy, il quale prevede che «il titolare notifica al Garante il trattamento di dati personali cui intende procedere solo se il trattamento riguarda… dati genetici, biometrici o dati che indicano la posizione geografica di persone od oggetti mediante una rete di comunicazione elettronica». Non rientrano, però, in tale obbligo (come precisato anche in un provvedimento del medesimo Garante) «i trattamenti effettuati esclusivamente a fini di sicurezza del trasporto».

Nella fattispecie, inoltre, viste le caratteristiche del sistema, esso non poteva dirsi «idoneo a garantire sia la continuità della localizzazione, sia ad assicurare l’identificazione del soggetto localizzato». Elemento, questo, che lo distingueva nettamente da un trattamento dati soggetto ad obbligo di notifica, in presenza di un sistema inadatto a consentire l’identificazione di persone, permettendo solo di stabilire la posizione, ma non di identificare il soggetto ed escludendo in radice, pertanto, «l’esigenza di assicurare la tutela della privacy, che il meccanismo di preventiva notifica dei trattamenti obbligatori è finalizzato a realizzare».

L’Italia è al trentunesimo posto nella graduatoria sul livello di protezione della proprietà intellettuale

L’Italia si pone al trentunesimo posto (su 128) nella classifica dei paesi che meglio proteggono la proprietà intellettuale. Questo il risultato dello studio condotto da Property Rights Alliance: organizzazione non governativa che si occupa di predisporre annualmente l’“Indice Internazionale per i Diritti di Proprietà” attraverso il quale, andando ad analizzare la normativa vigente e il funzionamento della tutela giurisdizionale, viene comparato il grado di tutela esistente in 128 paesi del mondo al fine di verificare gli stati che sono maggiormente in grado di produrre innovazione, essere competitivi sul mercato globale e garantire il rispetto dei diritti di privativa.

Anche negli USA il fornitore di accesso alla rete è responsabile per la violazione del copyright

Con la decisione dello scorso 8 agosto c.a., la Corte Distrettuale della Virginia ha confermato la sentenza con cui– in primo grado- il Tribunale aveva condannato un fornitore di accesso ad Internet (Cox) a corrispondere un risarcimento pari a complessivi 25 milioni di dollari in favore della storica casa discografica BMG (ne avevamo già riferito qui). Anche in sede di appello è stato infatti confermato che Cox deve essere ritenuta responsabile per avere omesso di interrompere la fornitura di connessione a Internet agli utenti che utilizzavano il servizio per il download illegale delle opere di BMG, ancorché quest’ultima avesse ripetutamente messo a conoscenza dell’ISP (con oltre un milione di notifiche) l’esistenza di tali violazioni.

Motori di ricerca e pubblicazione delle news

I motori di ricerca potrebbero essere tenuti al pagamento di un compenso a favore degli editori per gli estratti degli articoli che intenderanno pubblicare nelle proprie sezioni dedicate alle “news”. È quanto emerge da alcune dichiarazioni rilasciate dal portavoce della Commissione Europea, Christian Wigand: “La Commissione sta valutando se concedere agli editori un diritto connesso” al fine di garantire loro “una posizione più forte quando negoziano con altri protagonisti del mercato”. La ratio è quella di compensare, almeno in parte, le difficoltà a cui i media tradizionali stanno andando incontro a causa dei cambiamenti rivoluzionari che la tecnologia ha apportato alle modalità con cui oggi vengono diffuse le informazioni.

Digital Single Market

Avv. Alessandro La Rosa

La proposta di modifica alla direttiva Servizi Media Audiovisivi.

La Commissione Europea, nell’ambito della strategia per il mercato unico digitale, ha presentato recentemente una proposta di direttiva volta a modernizzare il quadro legislativo europeo in materia di fornitori di servizi media audiovisivi.

La proposta di direttiva interviene a modifica della Direttiva 2010/13/UE (Direttiva sui servizi di media audiovisivi – “Direttiva SMA”), apportando significativi cambiamenti. Alla base dell’intervento, l’individuazione del ruolo di nuovi attori nel settore dei media audiovisivi quali le piattaforme per la condivisione di video online (cd. video sharing platforms, VSP), che consentono agli utenti di guardare e condividere video caricati (ma molto spesso non “creati”) dagli utenti stessi su internet. La proposta di direttiva tiene conto anche dell’evolvere di nuovi modelli di business, come il video-on-demand (VOD) che sempre più si sta affiancando alla tradizionale offerta televisiva lineare.

La proposta prevede, inoltre, l’obbligo per gli Stati membri di introdurre misure finalizzate alla tutela dei minori e contro l’incitamento all’odio e alla violenza nel contesto delle piattaforme di condivisione video online, tendenzialmente tramite il metodo della co-regolamentazione. In ogni caso, agli Stati è preclusa l’introduzione, in capo ai gestori delle VSP, di un obbligo generalizzato di monitoraggio dei contenuti trasmessi, restando ferme le previsioni della Direttiva e-commerce in materia di responsabilità degli internet service provider. E’ altresì esclusa la possibilità di introdurre misure più stringenti nei confronti delle piattaforme di video sharing rispetto a quelle previste dalla direttiva. La disposizione non viene però estesa anche agli altri servizi regolati dalla Direttiva SMA (TV e VOD), per i quali dunque l’armonizzazione rimane parziale.

La proposta della Commissione introduce delle disposizioni dirette ad avvicinare la disciplina delle trasmissioni televisive a quella del video-on-demand. Così si uniforma la disciplina dedicata alla tutela dei minori, che troverà applicazione sia alle trasmissioni televisive che al video-on-demand e, allo stesso tempo, si prevede per i servizi VOD l’obbligo di destinare alle opere europee una quota pari ad almeno il 20% dei loro cataloghi.

La detta proposta introduce, inoltre, l’eliminazione dei limiti orari di affollamento pubblicitario, con l’introduzione di un limite pari al 20% della fascia oraria 7-23 e l’eliminazione del divieto di spot isolati; quanto all’interruzione pubblicitaria dei film sono ritenuti ammissibili break pubblicitari ogni 20 minuti.

Tra le principali criticità rilevabili nel testo si segnala l’implicita affermazione che le VSP non hanno responsabilità editoriale anche quando svolgono attività di organizzazione dei contenuti (caricati dagli utenti). Inoltre non pare congruo che si affidi alle VSP la determinazione delle “misure” da adottare in concreto nell’organizzazione del materiale, sulla base di una non meglio specificata “co-regolamentazione”. In buona sostanza in capo alle VSP sarà configurabile solo l’obbligo di apprestare misure per impedire che determinati contenuti possano nuocere ai minori o per proteggere gli utenti da contenuti di incitamento all’odio o alla violenza, ma nulla viene previsto per una tutela effettiva dei diritti d’autore sulle opere audiovisive. La proposta, lungi dall’introdurre previsioni di garanzia per l’effettività di un level playing field tra i vari stakeholder, appare dunque votata ad introdurre uno speciale regime di esenzione di responsabilità a favore delle video sharing platforms. L’escamotage è stato quello di non intervenire direttamente sulla direttiva e-commerce e di introdurre nella proposta di modifica della Direttiva AVMS una nuova categoria “tipica” di ISP (le VSP appunto) cui non solo andranno applicate le limitazioni di responsabilità previste per i fornitori di mero hosting passivo (oltre al divieto dell’obbligo generale di sorveglianza previsto dagli artt. 14 e 15 Direttiva 2000/31/CE) ma nei cui confronti sembrerebbe esclusa qualsiasi ipotesi di responsabilità editoriale anche rispetto ai contenuti “organizzati” direttamente dalle VSP.

L’apertura di una Newco in Cina diventa più facile

Gli imprenditori che intendono aprire la propria attività in Cina devono presentare una domanda unica al SAIC (State Administration for Industry and Commerce) al fine di ottenere tre permessi essenziali: quello per la licenza commerciale dell’impresa, quello di registrazione della posizione fiscale al fine del versamento delle imposte e quello relativo al codice organizzazione, necessario, questo, per poter aprire conti correnti bancari o per ottenere la export license, prima rilasciato solo dal National Administration for Code Allocation to Organizations. Da ottobre 2016 gli imprenditori saranno in grado di ottenere presso il SAIC anche il certificato di assicurazione sociale e quello di registrazione statistica. Il consistente snellimento del sistema burocratico ha portato nel solo 2015, rispetto all’anno precedente, ad un incremento del 20% delle nuove imprese avviate, facendo registrare una media di 12.000 società costituite quotidianamente per complessivi 4.400 milioni di unità su base annua, un risultato che testimonia l’efficienza e l’affidabilità raggiunte oggi dal sistema giuridico commerciale cinese, all’avanguardia nell’incentivazione e nella tutela dell’imprenditoria in ogni sua forma. I dati sono stati diffusi a fine Agosto 2016 dal governo cinese, attraverso l’agenzia di stampa Xinhua, e sono il frutto della riforma del sistema amministrativo di registrazione semplificata delle newco varato nel 2014 e proseguito con riforme rilevanti sino a tutto il 2015.

La clausola penale costa per l’imposta di registro

La clausola penale, disciplinata dall’articolo 1382 del c.c., è una previsione contrattuale che è soggetta all’imposta di registro. La Direzione regionale del Lazio dell’Agenzia delle Entrate ha stabilito nella recente nota n. 37916 che la clausola penale inserita in un contratto soggetto a registrazione sconta immediatamente l’imposta di registro in misura fissa nonché quella proporzionale del 3% (articolo 9 della Tariffa Parte Prima allegato al Dpr. 131/1986) sull’ammontare della stessa penale qualora si verificasse l’inadempimento contrattuale per cui sia stata pattuita la clausola. Naturalmente contrattualmente occorrerà concordare a carico di chi sono posti i costi della tassa di registro che per la parte relativa alla misura fissa potrà essere equamente sopportata dalle parti mentre per quella proporzionale potrà rimanere a carico della parte che, in conseguenza del proprio inadempimento, è tenuta a pagare l’importo della penale. Questo nuovo orientamento deve essere tenuto nella giusta considerazione dalle parti al momento della fissazione dell’importo della penale considerato che all’ammontare capitale occorrerà aggiungere nella stima del dovuto anche il 3% del suo ammontare nel caso di attivazione della clausola.