“Work for equity e aspetti giuslavoristici”

L’avv. Milena Prisco al seminario “Work for equity e aspetti giuslavoristici” di Italia Startup

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Seminario “La reputazione aziendale sul web”

Roma, 31 maggio 2016 – Roma NH HOTEL GIUSTINIANO

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Precetto e nuovo avvertimento

Con la recente sentenza n. 4347/2016, pubblicata in data 30 marzo 2016, il Tribunale di Milano, modificando il proprio orientamento sin qui espresso, ha affermato che costituisce mera irregolarità, come tale non comportante la nullità del precetto, il mancato inserimento, nell’atto di precetto, del nuovo avvertimento ex art. 480 c.p.c., secondo cui il debitore può, con l’ausilio di un organismo di composizione della crisi o di un professionista nominato dal giudice, porre rimedio alla situazione di sovraindebitamento concludendo con i creditori un accordo di composizione della crisi o proponendo agli stessi un piano del consumatore.

Per giungere a tale conclusione, il Tribunale di Milano ha valorizzato: il primo comma dell’art. 156 c.p.c. (il quale “esclude che si possa dichiarare la nullità degli atti processuali ove tale nullità non sia espressamente prevista dalla legge”), il secondo periodo dell’art. 480 c.p.c. (che “non indica che l’omissione dell’avvertimento determina la nullità del precetto”) e il terzo comma dell’art. 156 c.p.c. (il quale stabilisce che la nullità non può pronunciarsi quando l’atto ha raggiunto lo scopo cui era destinato, ovvero “invitare il debitore all’ adempimento spontaneo”, scopo il cui raggiungimento non può ritenersi pregiudicato dall’omissione dell’avvertimento in questione).

Ricerca dei beni del debitore

Il creditore, che sia stato già autorizzato dal Tribunale ai sensi dell’ art. 492 bis c.p.c. a ricercare eventuali beni del debitore da sottoporre ad esecuzione, può interrogare direttamente, senza il tramite dell’Ufficiale Giudiziario, le banche dati delle Pubbliche Amministrazioni (anagrafe tributaria, compreso l’archivio dei rapporti finanziari) e degli enti previdenziali.

Ciò nell’eventualità in cui non siano funzionanti le strutture tecnologiche necessarie a consentire l’accesso diretto da parte dell’ufficiale giudiziario alle predette banche dati.

Lo ha stabilito il Tribunale di Rovereto con provvedimento del 18.3.2016.

Ipoteca giudiziale sproporzionata

Avv. Daniele Franzini

In caso di ipoteca iscritta per un importo sproporzionato, il creditore è tenuto al risarcimento del danno per abuso del diritto.

Lo ha stabilito la Suprema Corte di Cassazione con la recente sentenza n. 6533/2016, depositata in data 5 aprile 2016, emessa in accoglimento del ricorso proposto dal correntista di una banca.

D’ora in avanti, il creditore che, avendo individuato un immobile di proprietà del proprio debitore, decida – al fine di tutelare le proprie ragioni – di procedere con l’ iscrizione è  di apposita ipoteca, dovrà porre estrema attenzione nell’indicarne il valore, in quanto l’iscrizione di ipoteca per un valore superiore di un terzo rispetto a quello del credito vantato comporta responsabilità aggravata del creditore.

I Giudici di legittimità, chiamati a pronunciarsi su una questione a lungo dibattuta in giurisprudenza (ovvero se il comportamento del creditore potesse essere qualificato come illecito processuale sanzionabile per abuso del diritto), hanno riconosciuto il diritto del debitore-proprietario del bene al risarcimento del danno patito a causa dell’iscrizione di un’ipoteca per un valore sproporzionato.

Ed infatti, l’iscrizione per un valore superiore a quello del credito – funzionale, nell’ottica del creditore, al raggiungimento dell’unico scopo di assicurarsi la maggiore garanzia possibile – produce, nel contempo, un effetto deviato in danno del debitore.

Con la sentenza in commento, la Suprema Corte, in controtendenza rispetto all’orientamento consolidatosi nell’ultimo ventennio, ha reinterpretato il concetto di “illecito processuale” (configurabile tutte le volte in cui un soggetto abusi del proprio diritto di agire o di resistere in giudizio), procedendo là  trasposizione del concetto di illecito processuale nell’ambito del processo esecutivo. Trasposizione che ha consentito il riconoscimento, in capo al creditore procedente ed in un ambito differente dall’ordinario processo di cognizione, di una responsabilità processuale in ragione dell’utilizzo di uno strumento – quale l’iscrizione di ipoteca giudiziale – in un modo non funzionale al perseguimento del diritto per cui è stato conferito.

Il c.d. “giusto processo” – ha chiarito la Cassazione – non può essere un processo frutto di abuso per l’esercizio in forme eccedenti o, peggio, devianti dalla normale tutela predisposta dall’ordinamento e dai poteri processuali garantiti a tutti i cittadini: il creditore deve far uso della normale prudenza nell’aggressione del bene del debitore.

D’altra parte, secondo i Giudici di legittimità, la facoltà- legislativamente riconosciuta al debitore che abbia subito l’iscrizione di un’ipoteca su beni il cui valore ecceda la cautela – di chiedere giudizialmente la riduzione dell’iscrizione non è idonea ad escludere la sussistenza di profili di responsabilità nel contegno del creditore ipotecario.

Infatti costringere il debitore a radicare un autonomo diverso procedimento si traduce in un abuso dello strumento fornitogli per la sua tutela, con implementazione dei procedimenti e conseguente impatto sull’efficienza della risposta alla domanda di giustizia sostanziale.

Usura: pubblicati i tassi soglia del primo trimestre 2016

Con decreto ministeriale del 24 marzo 2016, il Ministero dell’Economia e delle Finanze ha emanato i tassi di interesse effettivi globali medi (TEGM) in vigore per il periodo 1A’° aprile “ 30 giugno 2016.

Il limite oltre il quale gli interessi sono ritenuti usurari è calcolato aumentando il tasso effettivo globale medio di un quarto ed aggiungendo un margine di ulteriori quattro punti percentuali.

Si segnala che sono in diminuzione i tassi per il credito personale e per il credito finalizzato oltre 5.000 euro; risultano invece in aumento i tassi sul leasing immobiliare a tasso fisso.

Le banche e gli intermediari finanziari sono tenuti ad affiggere in ciascuna sede o dipendenza aperta al pubblico in modo facilmente visibile la tabella riportata in allegato al decreto ministeriale indicante i tassi di interesse effettivi globali medi.

Come noto, ogni anno il Ministero dell’Economia e delle Finanze procede alla classificazione delle operazioni per categorie omogenee.

La Banca d’Italia procede alla rilevazione dei dati e nell’ambito dei controlli di vigilanza verifica che le banche e gli intermediari finanziari rispettino il limite delle soglie di usura.

Richiesta di documentazione bancaria

Il Codice della privacy consente ai clienti delle banche di accedere gratuitamente solo ai propri dati personali contenuti nella documentazione bancaria, ma non di ottenere copia integrale della predetta documentazione, per acquisire la quale è utilizzabile l’art. 119 T.U.B., che ne prevede la consegna (dietro pagamento delle spese) entro 90 giorni dalla richiesta dal correntista.

Lo ha chiarito il Tribunale di Siena, con sentenza n. 161 dell’11 marzo 2016, sottolineando come è  il discrimine tra le due normative non può essere ravvisato nella titolarità o meno – in capo al soggetto richiedente – delle informazioni da ottenere, ma nel tipo di dato oggetto della richiesta.

Carta di credito smarrita

Avv. Daniele Franzini

 

Costituisce grave inadempimento alle obbligazioni contrattuali assunte il comportamento del titolare di una carta di credito prepagata il quale, recatosi in palestra per esercitarvi l’attività sportiva, ometta non solo di custodirla con diligenza, tanto da subirne il furto, ma anche di verificarne successivamente il perdurante possesso, accorgendosi del furto medesimo solo nella giornata successiva e non avvisando in tal modo la banca emittente dell’avvenuta perdita del possesso.

Detto principio è stato recentemente affermato dalla prima sezione civile della Corte di Cassazione, la quale, con sentenza n. 6751 del 7.4.2016, si è pronunciata sul ricorso azionato da un titolare di carta di credito avverso la sentenza n. 916/2011, resa dal Tribunale di Livorno in funzione di Giudice d’Appello; provvedimento a mezzo del quale era stato accertato il grave inadempimento dell’utilizzatore della carta e, per conseguenza, disposta la condanna del medesimo utilizzatore al pagamento dell’intero importo delle transazioni abusivamente effettuate nella serata precedente a quella del blocco della carta.

La questione affrontata è di particolare interesse, siccome vivacemente dibattuto è il tema della colpa ascrivibile al titolare (o utilizzatore che dir si voglia) della carta di credito, nell’ipotesi di sottrazione fraudolenta di quest’ultima; problematica a valle della quale si pone l’ulteriore momento di criticità legato al tempo intercorso tra il furto e la sua denuncia.

Nel ricorso deciso con la sentenza in commento era stata lamentata l’illogicità della motivazione in ordine alla gravità  della colpa addebitata al titolare della carta di credito, a fronte della quale il Giudice d’Appello non avrebbe tenuto in nessun conto la responsabilità degli esercenti commerciali.

Ebbene, a fronte di quei rilievi, alcun vizio logico della sentenza impugnata è stato ravvisato dalla Suprema Corte, la quale ha invece ritenuto correttamente applicata la normativa di riferimento e cioè l’art. 12, comma 4, D. Lgs. 11/2010, a mente del quale Qualora non abbia adempiuto ad uno o più obblighi di cui all’articolo 7 con dolo o colpa grave, l’utilizzatore sopporta tutte le perdite derivanti da operazioni di pagamento non autorizzateâ.

A siffatta conclusione la Corte di Legittimità  è giunta dopo aver rilevato che “la motivazione della sentenza impugnata richiama la documentazione in atti e mette in risalto un’omissione di diligenza nella custodia della carta”, sì da lasciare – seppure implicitamente – intendere che era stata ritualmente provata la scarsissima diligenza del titolare della carta quanto alla sua custodia; prova in assenza della quale non sarebbe risultato applicabile il dettato dell’ art. 12, comma 4, D. Lgs. 11/2010, ma il precedente art. 11, che prevede la responsabilità del “prestatore di servizi di pagamento”(e cioè del soggetto che ha emesso la carta di credito) per le operazioni di pagamento non autorizzate.

Nel dare prevalenza al contegno gravemente colposo dell’utilizzatore della carta, la Corte di Cassazione sembra dunque aver condiviso l’orientamento secondo cui “il titolare di una carta di credito è obbligato a provvedere alla sua custodia, sia in funzione del corretto esercizio dei diritti di utilizzazione della stessa, sia per evitare ogni suo illecito impiego. A ciò consegue che la mancata tempestiva comunicazione dello smarrimento della carta da parte del suo legittimo utilizzatore costituisce colpa grave e lo obbliga pertanto a rifondere alla banca emittente quanto quest’ultima abbia dovuto pagare agli esercenti convenzionati, in ragione delle operazioni abusivamente compiute nel periodo successivo allo smarrimento medesimo” (App. Milano, 16/11/2003).

Alcun rilievo viene invece riconosciuto “ nella sentenza in commento – alla negligenza degli esercenti commerciali che avevano accettato il pagamento mediante la carta di credito trafugata, per essere questo aspetto della vicenda fattuale assorbito dalla più grave colpa ascrivibile al titolare della carta (e cioè l’incauta custodia).

E’ bene dare conto che le conclusioni cui è pervenuta la Corte di Cassazione con la sentenza oggetto d’analisi sono di tenore tutt’affatto diverso da quelle contenute in una (altrettanto recente) pronuncia resa dal Tribunale di Firenze (sent. n. 185 del 19.1.2016), ad avviso del quale non è invece ravvisabile alcuna colpa grave nella condotta del soggetto che provveda a presentare la denuncia di smarrimento solo a distanza di otto giorni dalla data del primo utilizzo fraudolento della medesima (cfr. nostra newsletter del 3.3.2016).

Errore medico: la preesistente patologia incide sul quantum del risarcimento

La terza Sezione civile della Cassazione, con la sentenza n. 3893 del 29 febbraio 2016, ha chiarito che, in materia di colpa medica, una volta accertata la sussistenza del nesso di causalità tra la condotta e la lesione subita, un eventuale pregresso stato patologico del paziente può assumere rilievo soltanto ai fini della quantificazione del danno risarcibile.

La Suprema Corte, in sostanza, ha inteso proseguire nell’orientamento maggioritario in tema di concorso di cause nella determinazione del danno, ribadendo che deve ritenersi del tutto isolato il principio esposto nella sentenza n. 975/2009, in cui si affermava che, nel caso di concomitanza della condotta del sanitario e di un fattore naturale rappresentato dalla situazione patologica del paziente, il giudice avrebbe dovuto valutare la diversa efficienza delle varie concause ed attribuire all’autore della condotta dannosa la parte di corresponsabilità ad egli riconducibile, ponendo a carico del danneggiato il pregiudizio dovuto al suo stato personale.

Al contrario, la Corte di Cassazione è da tempo attestata sul principio per cui, ove la condotta colposa del medico abbia assunto rilievo causale nella produzione del danno come causa autonoma, efficiente e atipica rispetto alla causa originaria, se ne deve trarre la conseguenza che l’autore è responsabile per l’intero, avendo la pronuncia in esame chiarito che solo nella successiva fase di determinazione del quantum risarcitorio, si possa tener conto di circostanze, quali la sussistenza di pregresse concause, al fine di ridurre l’ammontare dell’™importo liquidato.

Privacy, per il blogger stesse regole e garanzie del giornalista

Avv. Flaviano Sanzari

 

Il blogger, se fa informazione, è soggetto a regole e garanzie proprie del giornalista, almeno ai fini dell’applicabilità delle norme contenute nel Codice Privacy. Egli, secondo quanto affermato dal Garante , non commette illecito, in particolare, nel riportare nel proprio blog notizie e commenti, anche senza consenso, purché rispetti i diritti, le libertà fondamentali e la dignità della persona di cui scrive.

E’ stato così dichiarato infondato il ricorso di una donna, noto personaggio pubblico, che aveva chiesto la rimozione da un blog di un articolo in cui erano riportate vicende sentimentali e giudiziarie che la riguardavano. L’interessata riteneva che i suoi dati personali fossero stati illecitamente diffusi on line, contestando l’applicabilità al suo caso delle disposizioni contenute nel Codice Privacy a tutela della manifestazione del pensiero.

Nel definire il ricorso, il Garante ha stabilito invece che la disciplina in materia di protezione dei dati personali è applicabile anche al blog che svolge attività di informazione, al quale deve applicarsi, quindi, l’art. 136 del Codice Privacy, che estende le garanzie riguardanti l’attività giornalistica ad ogni altra attività di manifestazione del pensiero, anche se non effettuata da giornalisti professionisti o pubblicisti.