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Revocabilità del consenso all’uso dell’immagine

Il consenso alla pubblicazione della propria immagine è sempre revocabile a prescindere dalla pattuizione di un compenso, stante la sua natura di diritto inalienabile. Questo il principio espresso dalla Corte di Cassazione (sentenza n. 1748/2016) che ha ritenuto illecita l’utilizzazione a fini pubblicitari dell’immagine di un soggetto che -dopo averne inizialmente autorizzato l’uso senza alcun limite temporale e dietro pagamento di un corrispettivo- ha successivamente revocato la propria autorizzazione.

Commenti offensivi dei lettori: non sempre risponde il sito web

Avv. Ginevra Proia

Il 2 febbraio scorso la Corte europea dei diritti dell’uomo si è pronunciata in un caso di violazione della reputazione aziendale attraverso commenti di utenti anonimi pubblicati su un portale di news.

Il ricorso è stato presentato da Magyar Tartalomszolgáltatók Egyesülete (“MTE”),organo ungherese di autoregolamentazione dei fornitori di contenuti internet, e da Index.hu Zrt (Index), società proprietaria di uno dei più importanti portali di notizie Internet in Ungheria. Entrambi i soggetti ricorrenti consentivano agli utenti, previa registrazione, di commentare i contenuti apparsi sui propri portali, senza alcun monitoraggio o moderazione preventiva dei commenti stessi. Nel febbraio 2010, su quei portali, erano apparsi dei commenti offensivi e denigratori (pubblicati sotto pseudonimo) nei riguardi di alcune società immobiliari, ree, secondo gli utenti, di aver posto in essere pratiche commerciali ingannevoli. I giudici ungheresi, chiamati a decidere sulla diffamatorietà dei commenti postati, sulla lesione alla reputazione delle aziende coinvolte e sulla responsabilità dei portali per i commenti postati da terzi, hanno ritenuto i commenti pubblicati gravementi offensivi e hanno condannato i gestori dei portali, in quanto tecnicamente capaci di svolgere un’attività di monitoraggio preliminare dei contenuti pubblicati, che avrebbe scongiurato l’originaria pubblicazione dei commenti ed i conseguenti danni reputazionali.

Invocando l’articolo 10 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo (norma che tutela la libertà di espressione) e la normativa comunitaria in materia di responsabilità degli intermediari della società dell’informazione (direttiva 2000/31/CE relativa a taluni aspetti giuridici dei servizi della società dell’informazione nel mercato interno, con particolare riferimento al commercio elettronico), sia MTE che Index si dolevano delle sentenze di condanna dei giudici ungheresi e ricorrevano alla Corte europea dei diritti dell’uomo. Il ricorso veniva presentato il 28 marzo 2013.

La premessa su cui i giudici di Strasburgo hanno fondato la propria decisione è che “blog e portali di commenti” dovrebbero essere comparati ad organi di stampa, con conseguenti obblighi e responsabilità (punto 62). La Corte, ha quindi ritenuto di poter applicare gli principi espressi nel caso Delfi AS c. Estonia, deciso il 10 ottobre 2013 (n. 64569/09). In quella circostanza, la Corte riconobbe il portale responsabile dei commenti offensivi pubblicati online dai suoi lettori, in ragione del fatto che i commenti erano altamente offensivi, che il portale non aveva impedito che divenissero pubblici e che lo stesso traeva un profitto dalla loro esistenza, pur consentendo ai loro autori di rimanere anonimi. In quel caso, però, i commenti si sostanziavano in discorsi di incitamento all’odio ed alla violenza e, per questo, erano chiaramente illegali; nel caso di specie, non sussistendo tali elementi, la Corte ha tenuto conto: a) dell’ interesse pubblico alla notizia, ossia la pratica commerciale ingannevole posta in essere dalle aziende asseritamente diffamate (nei confronti delle quali erano comunque pendenti indagini per condotta commerciale scorretta); b) della continenza delle espressioni usate, che seppur offensive, non sono state ritenute propriamente diffamatorie; c) della presenza, sui portali, di un apposito sistema di “segnalazione” di contenuti offensivi e del mancato esperimento di questo strumento (potenzialmente, di per sé, idoneo a tutelare la reputazione commerciale delle aziende che ne lamentavano la lesione).

La Corte ha quindi concluso che, avuto riguardo delle circostanze del caso, i giudici ungheresi, condannando MTE e Index, in qualità di gestori dei portali, avessero violato il diritto alla libertà di espressione sancito dall’art. 10 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo e ne ha accolto il ricorso.

Danno non patrimoniale e liquidazione equitativa

Avv. Flaviano Sanzari

Con la sentenza n. 349/2016, la Corte di Cassazione ha ribadito i criteri in base ai quali è possibile procedere al risarcimento del danno non patrimoniale ed ha fornito dei chiarimenti nel caso in cui l’organo giudicante procedesse alla sua liquidazione in via equitativa.

Nel caso di specie, un carabiniere aveva agito in giudizio per il risarcimento dei danni subiti in conseguenza di un errore nella sua identificazione, verificatosi nella fase di notifica di un verbale di contestazione per violazione del codice della Strada.

Vedendo negate le sue richieste dinnanzi alle corti di merito, il carabiniere ricorreva in Cassazione eccependo che, in ipotesi di lesione dei diritti inviolabili della persona, sia sufficiente la mera dimostrazione della violazione affinché venga riconosciuto un equo risarcimento.

I giudici di Piazza Cavour, nel rigettare il suddetto ricorso, hanno in primo luogo riaffermato lo ius recptum secondo cui l’art. 2059 c.c. non costituisce una fattispecie autonoma di illecito diversa da quella prevista dall’art. 2043 c.c.; da tale fondamentale premessa ne deriva che, ai fini del risarcimento del danno non patrimoniale – anche in caso di lesione di diritti costituzionali inviolabili – occorre pur sempre accertare la sussistenza degli elementi costitutivi dell’illecito extracontrattuale: condotta illecita, danno ingiusto “ cioè, sussistenza di un concreto pregiudizio patito dal titolare del diritto “nesso causale.

Sulla base di questo assunto, quindi, non potrebbe configurarsi la risarcibilità di un danno conseguente alla lesione della propria reputazione, senza che venga allegato e provato (anche per presunzioni) il concreto pregiudizio subito.

Allo stesso modo, a nulla varrebbe la previsione di una possibile liquidazione in via equitativa del risarcimento del danno non patrimoniale. Nella sentenza in oggetto, infatti, gli ermellini hanno sottolineato come “la liquidazione equitativa del danno ha natura sussidiaria e non sostitutiva dell’onere di allegazione e prova della parte, con la conseguenza che la facoltà per il giudice di liquidare in via equitativa il danno esige, innanzitutto, l’accertata esistenza di un danno risarcibile”.

In tema, occorre dar conto della recente ordinanza del Tribunale di Brescia, emessa in data 10 Febbraio 2016 “ avente ad oggetto la diffamazione a mezzo stampa di soggetti che svolgono una funzione pubblica“ che, apparentemente, sembra fare applicazione del suddetto principio.

Nel caso specifico, due magistrati avevano citato in giudizio un giornalista reo di aver pubblicato degli articoli asseritamente diffamatori, lesivi del loro onore e della loro reputazione.

L’organo giudicante, premettendo che il danno non patrimoniale, pur concretizzandosi nella lesione di diritti inviolabili della persona, debba essere opportunamente allegato e provato da chi ne domandi il risarcimento, ha proseguito precisando come risulti altrettanto pacifico “che la prova dell’esistenza del danno possa essere data anche e solo con il ricorso al notorio e/o tramite presunzioni semplici”. Da tali premesse, il Tribunale ha concluso che, nel caso concreto, non potesse essere mosso alcun dubbio circa il pregiudizio arrecato agli attori dagli articoli contestati, dal momento che il giornalista ha attaccato i giudici tacciandoli di parzialità nell’esercizio delle funzioni giudicanti e di perpetrazione di gravissimi fatti, quali l’eversione dell’ordine democratico, la calunnia e la minaccia, e, infine, di assenza di integrità nella vita privata.

Ciò posto, il giudice di merito ha proceduto a liquidare in via equitativa il danno non patrimoniale subito dagli attori, considerando, ai fini della liquidazione, la larga diffusione dei quotidiani in questione, l’autorevolezza dell’autore delle accuse pregiudizievoli, nonché la delicatezza della funzione svolta dai destinatari delle pesanti accuse.

Tuttavia, più di un dubbio è lecito avanzare circa le modalità con cui il Tribunale di Brescia è pervenuto a riconoscere la sussistenza del danno non patrimoniale, sulla dichiarata scorta del principio confermato dalla Cassazione, in base al quale spetta al danneggiato allegare e provare “ anche per presunzioni “ l’esistenza del pregiudizio subito.

La prova presuntiva, infatti, avrebbe dovuto riguardare proprio tale ultimo aspetto, consentendo al giudice di ritenere dimostrato il danno non patrimoniale (in ipotesi, la sofferenza morale e psicologica patita, costituente il fatto principale, ignoto), sulla base dell’accertata sussistenza di validi fatti secondari (ovvero, circostanze da cui poter oggettivamente presumere la suddetta sofferenza, quali, ad esempio, cambiamenti di abitudini di vita, manifestazioni depressive, mutamenti nelle relazioni sociali, ecc.).

Il Tribunale di Brescia, invece, ha posto a base del ragionamento presuntivo l’accertata lesione della reputazione degli attori, ritenendo, evidentemente, che dalla violazione del diritto alla reputazione discenda, immancabilmente, un patimento grave e, comunque, tale da poter rappresentare un pregiudizio non patrimoniale risarcibile.

Tale modalità di applicazione del ragionamento presuntivo, tuttavia, non appare corretta, finendo per risolversi in una petizione di principio “ per cui al fatto illecito deve necessariamente conseguire il danno, mentre così non è “ e per vanificare l’insegnamento della Corte di Cassazione, che, ribadendo ormai costantemente il summenzionato principio, ha inteso proprio allontanarsi dall’opposta tesi che, nel passato, aveva portato a riconoscere un cosiddetto danno in re ipsa, ovvero derivante automaticamente dalla commissione dell’illecito.

Novità in arrivo sulla responsabilità professionale in ambito medico

Avv. Flaviano Sanzari

E’ in corso di discussione e approvazione in Parlamento il disegno di legge in materia di responsabilità professionale del personale sanitario; il provvedimento, se confermato nelle sue disposizioni principali, conterrà importanti novità per i professionisti e per le strutture sanitarie. Vediamo quali.

In primo luogo, in tema di responsabilità civile, l’articolo 7 prevede il cosiddetto ‘doppio binario’: viene sancita la natura contrattuale della responsabilità a carico delle strutture sanitarie, pubbliche e private, e quella extracontrattuale per l’esercente la professione sanitaria che svolge la propria attività nell’ambito di una struttura sanitaria pubblica o privata o in rapporto convenzionale con il Servizio sanitario nazionale.

Pertanto, nei rapporti con il medico, l’onere di provare l’elemento soggettivo (dolo o colpa) sarà posto a carico del paziente/danneggiato; non solo; la prescrizione del diritto al risarcimento nei confronti del professionista sarà, quindi, pari a 5 anni e non a 10, come nelle ipotesi di responsabilità contrattuale.

Inoltre, il Legislatore “all’art. 8 “ conferma l’obbligatorietà del previo tentativo di conciliazione, a carico di chi intendesse esercitare in giudizio un’azione tesa ad ottenere il risarcimento del danno derivante da responsabilità medica e sanitaria; esso, tuttavia, andrà svolto nelle forme di cui all’articolo 696-bis del codice di procedura civile: si tratterà, quindi, di una consulenza tecnica preventiva affidata ad un perito, la partecipazione alla quale viene definita obbligatoria per tutte le parti, comprese le compagnie assicuratrici, pena la condanna, qualunque sia l’esito del successivo giudizio, al pagamento delle spese di lite e ad una pena pecuniaria in favore della parte comparsa.

Sotto il profilo della copertura assicurativa, le aziende saranno obbligate a pubblicare, sul loro sito internet, la denominazione dell’impresa assicuratrice, indicando per esteso i contratti e le clausole assicurative. La copertura assicurativa viene confermata come obbligatoria per tutti i liberi professionisti, anche rispetto alle prestazioni sanitarie svolte in regime di libera professione intramuraria, nonché attraverso la telemedicina.

Viene poi previsto un apposito decreto del Ministero della Sviluppo economico, di concerto con il Ministero della Salute, che avrà il compito di definire i criteri e le modalità della vigilanza e del controllo che l’Istituto per la vigilanza sulle assicurazioni (Ivass) sarà tenuto ad operare sulle compagnie assicuratrici che intendano contrarre polizze con le strutture e con gli esercenti la professione sanitaria.

La compagnia assicurativa, in particolare, assumerà un ruolo sempre più centrale: infatti, l’articolo 12 del disegno di legge prevede la possibilità dell’azione diretta del soggetto danneggiato nei confronti dell’impresa di assicurazione, per promuovere la quale viene previsto un termine di prescrizione pari a quello dell’azione verso l’azienda sanitaria, la struttura o l’ente assicurato.

Infine, si registrano novità anche in tema di nomina dei consulenti tecnici d’ufficio, dei consulenti tecnici di parte e dei periti nei giudizi per responsabilità sanitaria. Nel provvedimento saranno contenute norme secondo le quali, nei procedimenti civili e penali aventi ad oggetto la responsabilità sanitaria, implicanti la soluzione di problemi tecnici di speciale difficoltà, l’autorità giudiziaria affida l’espletamento della consulenza tecnica e della perizia a un medico legale e a uno specialista nella disciplina oggetto del giudizio.

Ma quali saranno le conseguenze concrete in caso di adozione definitiva del provvedimento? Così come formulate, le disposizioni introdotte sembrano aprire la strada ad una probabile tendenza dei danneggiati ad aggredire la sola struttura ospedaliera, nei cui confronti potranno invocare la natura contrattuale della responsabilità fatta valere, limitandosi ad allegare l’inadempimento; nei confronti del professionista, invece, appare sancito il superamento della figura della cosiddetta responsabilità da “contatto sociale”, di fatto equiparata a quella contrattuale; per questi ultimi, infatti, viene chiaramente stabilito che risponderanno del proprio operato ai sensi dell’art. 2043 del codice civile.

Gli azionisti di minoranza esclusi dall’Opa hanno diritto ai danni

Gli azionisti di minoranza di una società quotata hanno diritto al risarcimento del danno nel caso in cui il controllo della società sia stato acquisito mediante operazioni, condotte in violazione della disciplina delle offerte pubbliche di acquisto totalitarie (il cui obbligo nasce per legge non appena venga superata la soglia del 30% del capitale sociale della società scalata). Lo dice la Corte di Cassazione con la recente sentenza n. 2665/2016 dell’11 febbraio 2016, che stabilisce il diritto al risarcimento del danno derivante dal mancato avvio di un’offerta obbligatoria che sarebbe potuta risultare vantaggiosa per gli azionisti di minoranza, intenzionati a vendere la propria partecipazione incrementata del così detto premio di maggioranza.

I soci persone giuridiche privano la s.r.l. semplificata del suo regime

Avv. Milena Prisco

Le s.r.l.s. (società semplificate a responsabilità limitata) sono state istituite quattro anni fa per favorire l’imprenditoria giovanile. Inizialmente era, infatti, previsto che ne fossero soci solo le persone fisiche che non avessero compiuto i 35 anni di età alla data della costituzione, requisito quest’ultimo che è stato abolito nel 2013 rimanendo, invece, invariata la prerogativa che a farne parte debbano essere solo le persone fisiche (cfr. articolo 2463 bis del Codice civile). Sempre in un’ottica di semplificazione, il legislatore ha munito queste società di uno statuto ministeriale standard, snello e già  pronto all’uso.

Le norme che hanno dato vita alle s.r.l.s. non hanno affrontato il problema dell’eventuale ingresso -successivo alla costituzione della società – da parte di persone giuridiche, tanto che la questione se tale ingresso fosse o meno consentito e con quali modalità , è stata rimessa alla libera interpretazione degli operatori del diritto, con non pochi dibattiti e discordanze di vedute.

Con la comunicazione n. 39365 del 15 febbraio scorso, il Ministero dello Sviluppo Economico ha messo fine alla diatriba stabilendo che non esiste alcun divieto d’ingresso nella compagine sociale da parte di soggetti diversi dalle persone fisiche, pur tuttavia qualora ciò accadesse la società assume lo status di società a responsabilità  limitata “ordinaria”. Il cambio di regime produce una serie di effetti. Innanzitutto, l’organo amministrativo deve convocare l’assemblea dei soci per cambiare la denominazione sociale togliendovi l’aggettivo “semplificata”. Altra conseguenza è che va applicato lo status di s.r.l. “a capitale ridotto” qualora la società semplificata che “si trasforma” con l’ingresso del nuovo socio, abbia un capitale sociale di entità compresa tra 1 e 9.999 euro (come prevede il quarto comma dell’articolo 2463 del Codice civile). In questo ultimo caso la società ha l’obbligo di sottostare alla disciplina che impone un vincolo più stringente circa la patrimonializzazione e la formazione della riserva legale, con la destinazione di un quinto degli utili annuali a tale scopo. Se, invece, i soci intendano evolvere da una s.r.l.s. a una s.r.l. a capitale “non ridotto”(al fine di evitare l’applicazione delle regole cui essa deve sottostare), occorre che essi, oltre a una decisione di modifica della denominazione sociale, adottino in sede straordinaria davanti ad un Notaio anche una delibera di aumento del capitale al di sopra del valore nominale di 9.999 euro.

Di positivo vi è che i soci possono modificare lo statuto standard adeguandolo alle esigenze di funzionamento della società secondo le norme della s.r.l. ordinaria. Lo statuto standard di carattere ministeriale ha rappresentato e rappresenta, infatti, un limite non trascurabile all’utilizzo delle s.r.l. semplificate dal momento che non permettendo l’inserimento di clausole “su misura” rende questo veicolo uno strumento difficilmente fruibile per operazioni che coinvolgano stake holders con diverse esigenze (es. investitori) o per lo svolgimento di business innovativi (ad esempio per le start up innovative).

In ogni caso, permangono le agevolazioni costituite, in sostanza, dall’esenzione dagli onorari notarili, dall’imposta di bollo e dai diritti camerali al momento della costituzione della società.

Questa ultima interpretazione del Ministero ha reso ulteriormente poco appetibile la s.r.l. semplificata che di fatto rimane un veicolo raramente utilizzato se non per avere accesso al modico sgravio rappresentato dalle agevolazioni operanti nella fase costitutiva.

Spinta all’innovazione nel 2016: le agevolazioni per Pmi e startup

Avv. Milena Prisco

Il pacchetto di norme a firma di ministero dell’Economia, Ministero dello Sviluppo Economico e Consob, di recente emanazione, ha introdotto rilevanti novità per le startup e le Pmi innovative principalmente volte ad incoraggiare gli investimenti ed a facilitare l’accesso al equity crowdfunding.

La prima novità, auspicata ed attesa dagli investitori, riguarda l’estensione a tutto il 2016 delle agevolazioni riservate a chi investe in startup innovative: per le persone fisiche è prevista la detrazione del 19% degli investimenti nel capitale per importi fino a 500 mila euro, per i soggetti Ires la deduzione pari al 20% dei conferimenti sempre nel capitale fino a 1,8 milioni euro; questi incentivi valgono sia in caso di investimenti diretti in startup, sia indiretti per il tramite di OICR e altre società che investono prevalentemente in startup. Il beneficio fiscale è poi maggiore se l’investimento riguarda le startup a vocazione sociale e quelle che sviluppano e commercializzano prodotti o servizi innovativi ad alto valore tecnologico in ambito energetico (detrazione Irpef al 25%; deduzione dall’imponibile Ires al 27%). La seconda novità è rappresentata dall’innalzamento della soglia di investimenti ammissibili da 2,5 milioni a 15 milioni per ciascuna start up innovativa. Pur tuttavia, l’agevolazione permane a condizione che l’investimento venga mantenuto non più per un periodo di due anni ma di tre anni, pena la decadenza dal regime agevolato.

Sull’onda delle prassi anglosassoni è stata introdotta la possibilità di costituire una startup innovativa mediante una procedura online con tanto di statuto ed atto costitutivo da sottoscrivere con firma digitale e presentare al Registro delle imprese per le verifiche dei requisiti entro 20 giorni dall’ultima sottoscrizione. In caso di esito positivo delle verifiche si procede all’iscrizione: il termine può essere ridotto della metà se la startup sceglie di fare autenticare le firme da un notaio, al quale a quel punto spetterebbero i controlli sui requisiti. Una volta che verrà pubblicato in Gazzetta Ufficiale il decreto attuativo del Mise con i modelli standard di atto costitutivo e statuto si comprenderà se ed in che misura questa semplificazione non limiti di fatto (come è avvenuto per le s.r.l. semplificate) la possibilità per i soci di avere uno statuto “su misura” che risponda alle esigenze della startup.

Ed ancora, è stato facilitato l’accesso delle Pmi innovative al Fondo di Garanzia: una nuova possibilità per le piccole e medie imprese i cui requisiti relativi al merito creditizio verranno valutati dalla banca o dall’ente finanziatore e non più il gestore del fondo stesso, come accadeva in passato.

Infine, con la delibera n. 19520 del 24 febbraio 2016 la Consob ha introdotto significative novità è nelle modalità di accesso all’equity crowdfunding da parte di startup innovative, con l’obiettivo di ridurre i costi e semplificare le procedure. A verificare il rispetto dei requisiti per gli investimenti saranno “al posto delle banche“ gli stessi gestori dei portali online per la raccolta di capitali di rischio. Sono state poi introdotte nuove figure di soggetti finanziatori che potranno partecipare all’equity crowdfunding: gli “investitori professionali su richiesta” e gli “investitori a supporto dell’innovazione”.

Le misure introdotte vanno sicuramente nella direzione di favorire gli investimenti in startup e Pmi innovative a riprova del fatto che le istanze degli investitori e dei diversi attori dell’ecosistema innovazione sono diventate sempre più pressanti.