Nulla la clausola che rimette all’arbitrio del datore di lavoro il recesso dal patto di non concorrenza

La previsione della risoluzione del patto di non concorrenza rimessa all’arbitrio del datore di lavoro concreta una clausola nulla per contrasto con norme imperative. L’obbligazione di non concorrenza a carico del lavoratore sorge sin dall’inizio del rapporto di lavoro e pertanto va considerata tamquam non esset la successiva rinuncia al patto stesso perché, mediante questa, cessano ex post gli effetti, invero già operativi, del patto e la condizione risolutiva è affidata alla mera discrezionalità di una sola parte contrattuale.
 
Il caso

Il caso sottoposto al vaglio della Suprema Corte riguarda un lavoratore che adiva il Tribunale di Piacenza al fine di ottenere il pagamento dell’indennizzo previsto da un patto di non concorrenza apposto al contratto di lavoro dal quale era receduta l’azienda nel corso del rapporto avvalendosi di una apposita previsione contrattuale. Il Tribunale accoglieva la domanda del lavoratore dichiarando nulla la clausola e la Corte di Appello Felsinea confermava la decisione.

Il datore di lavoro ricorreva alla Suprema Corte che con ordinanza n. 10535 del 3 giugno 2020 respingeva il ricorso confermando il  proprio recente orientamento.

Principio

La Corte ribadisce il seguente principio: nel patto di non concorrenza i rispettivi obblighi si cristallizzano al momento della sottoscrizione del patto, il che impedisce al lavoratore di progettare per questa parte il proprio futuro lavorativo e comprime la sua libertà. Detta compressione non può avvenire senza l’obbligo di un corrispettivo da parte del datore e tale corrispettivo finirebbe con l’essere escluso ove venisse concesso al datore di lavoro di liberarsi ex post dal vincolo (cfr. Cassazione n. 3/2018).

La Suprema Corte, inoltre, conferma la decisione dei giudici di merito che hanno escluso – facendo corretta applicazione del disposto dell’art. 1419, secondo comma, c.c. – che la nullità della sola clausola di recesso dovesse comportare la nullità dell’intero patto di non concorrenza, in ossequio al principio di conservazione del contratto, che costituisce la regola nel sistema del codice civile (cfr, ex multis, Cassazione, n 23950/2014), alla stregua del quale, perché l’intero atto negoziale venga travolto da nullità, è necessario accertare che la clausola nulla sia stata determinante per la conclusione dello stesso.

Avv. Francesca Frezza

Covid-19 e misure di ampliamento dei prestiti bancari aggiuntivi

Il Consiglio direttivo della Banca Centrale Europea ha approvato misure di ampliamento dei prestiti bancari aggiuntivi (c.d. Additional Credit Claims, ACC). Tali misure hanno la finalità di garantire l’afflusso di credito a famiglie e imprese e di favorire l’accesso delle banche italiane alla liquidità della Banca Centrale.
 
Quali misure

Le misure di ampliamento del prestiti bancari aggiuntivi, adottate dal Consiglio direttivo della BCE, prevedono che le banche possano conferire a garanzia delle operazioni di finanziamento con l’Eurosistema sia portafogli di prestiti omogeni composti da crediti al consumo erogati alle famiglie sia mutui ipotecari alle famiglie all’interno di portafogli.

Ciò a prescindere dalla probabilità di insolvenza attribuita al debitore (viene eliminato il limite massimo, attualmente pari al 10 per cento) mentre il limite massimo di Loan-to-Value, attualmente pari all’80 per cento, viene innalzato al 100 per cento.

Tali misure entreranno in vigore a partire dal 17 giugno 2020 e saranno applicate fino a settembre 2021. Il Consiglio direttivo della BCE valuterà se prorogare o meno tale termine per assicurare un’adeguata disponibilità di garanzie per le controparti.

Resta fermo che possono essere conferiti in garanzia solo i prestiti performing sia all’atto del conferimento che durante tutta la durata dello stesso.

Valutazione della qualità creditizia

Il Consiglio direttivo della BCE ha, inoltre, introdotto nuove fonti di valutazione della qualità creditizia dei debitori dei prestiti.

La prima, utilizzabile per i prestiti erogati a società di persone di piccola dimensione, consiste nella componente andamentale del sistema interno della Banca d’Italia di valutazione della qualità creditizia e che si basa sulle valutazioni dei dati della Centrale dei rischi.

La seconda fonte di valutazione, utilizzabile per i prestiti erogati ad artigiani e famiglie produttrici e per i prestiti conferiti in garanzia all’interno dei portafogli di crediti al consumo, consiste in una PD (probabilità di default) e una LGD (Loss Given Default) uniche, calcolate secondo un approccio conservativo sviluppato dalla Banca d’Italia.

Avv. Daniele Franzini

Decreto rilancio: contratti bancari e assicurativi

Il consenso del cliente ora può essere espresso mediante posta elettronica non certificata o con altro strumento idoneo. La novità, introdotta dal Decreto Rilancio, riguarda i contratti aventi ad oggetto la prestazione di servizi di investimento, di adesione ad organismi di investimento collettivo del risparmio e assicurativi. Tale modalità di comunicazione è utilizzabile anche in relazione alla documentazione informativa.
 
Cosa prevede la norma

Come già anticipato in un precedente articolo, il Decreto Liquidità aveva introdotto alcune semplificazioni in materia di sottoscrizione di contratti bancari e assicurativi con la clientela al dettaglio.

Ora, l’art. 33 del Decreto Rilancio estende dette semplificazioni alla sottoscrizione di contratti aventi ad oggetto la prestazione di servizi di investimento, di adesione ad organismi di investimento collettivo del risparmio e assicurativi, e altresì alla consegna della documentazione contrattuale e informativa.

La disposizione ha, tuttavia, carattere eccezionale e temporaneo, in quanto si riferisce ai soli contratti (e alla relativa documentazione informativa) sottoscritti nel periodo compreso tra la data di entrata in vigore del predetto Decreto (19 maggio 2020) e il termine dello stato di emergenza deliberato dal Consiglio dei Ministri (ad oggi, 31 luglio 2020).  

Tuttavia, a differenza della norma contenuta nel Decreto Liquidità, l’art. 33 non fa distinzione tra tipologie di clientela e si applica, dunque, ai contratti conclusi sia dai clienti al dettaglio sia dai clienti professionali.

Il Decreto stabilisce espressamente che il consenso prestato dal cliente mediante posta elettronica ordinaria o altro strumento idoneo è pienamente valido ai fini della forma scritta richiesta dall’art. 23 TUF ed ha l’efficacia probatoria di cui all’art. 2702 c.c..

Analogamente da quanto precedentemente disposto nel Decreto Liquidità, la comunicazione del consenso deve (i) essere accompagnata da copia di un documento di riconoscimento valido, (ii) fare riferimento ad un contratto identificabile in modo certo e (iii) essere conservata unitamente al contratto medesimo con modalità che ne garantiscano la sicurezza, l’integrità e l’immodificabilità.

Le semplificazioni possono essere utilizzate dal cliente anche per aderire ad offerte al pubblico di prodotti e strumenti finanziari, per sottoscrivere quote e azioni di organismi di investimento collettivo del risparmio e, infine, per esercitare i diritti previsti dalla legge o dal contratto stesso. 

La consegna della documentazione

L’obbligo di consegna di copia del contratto e della relativa documentazione può essere adempiuto anche con la messa a disposizione del cliente su ‘supporto durevole’. Resta fermo l’obbligo di consegna alla prima occasione utile successivamente alla fine del periodo di emergenza.

Destinatari

A differenza di quanto previsto dal Decreto Liquidità, l’art. 33 del Decreto Rilancio si applica ai rapporti contrattuali relativi a tutte le categorie di clienti, non solo alla ‘clientela al dettaglio’.

Tuttavia, la Relazione Illustrativa al predetto Decreto ha specificato che tale disciplina “opera principalmente nell’interesse della clientela al dettaglio, potenzialmente più esposta alle limitazioni imposte dalla crisi nell’accesso ai servizi finanziari, in quanto non sempre in possesso delle dotazioni e strumentazioni informatiche e telematiche necessarie alla conclusione a distanza dei relativi contratti”.

La finalità

La disposizione sopra descritta ha certamente la finalità di agevolare la conclusione di contratti bancari ed assicurativi, attraverso l’introduzione di modalità semplificate di scambio del consenso e di informativa. In tal modo gli investitori hanno la possibilità di continuare ad avere accesso ai servizi e ai prodotti finanziari.

Allo stesso tempo viene conferita una certezza giuridica ai contratti conclusi durante il periodo emergenziale, eliminando (o per lo meno attenuando) il rischio che questi risultino affetti da nullità.

Tuttavia, il delicato ambito di operatività della disposizione necessita dell’adozione di specifiche cautele da parte degli intermediari, trattandosi di contratti per la cui validità è prevista la forma scritta ad substantiam

Avv. Daniele Franzini

Covid-19: inadempimento e protesto del debitore

La normativa emergenziale ha introdotto regole di garanzia volte a tutelare i soggetti emittenti assegni durante la crisi economica determinata dalla pandemia. In tale momento storico, infatti, il titolo di credito rimane spesso non pagato a causa delle difficoltà economiche del debitore, che rischia di essere protestato.
 
Cosa significa “protesto”

Il protesto, come noto, è un atto formale con il quale un pubblico ufficiale attesta il mancato pagamento della somma indicata in una cambiale, un vaglia cambiario o un assegno bancario o postale (c.d. “titoli di credito”). Tale atto formale è oggetto di pubblicità, mediante l’iscrizione nel Registro informatico dei protesti, proprio al fine di proteggere coloro i quali intrattengono rapporti economici con il soggetto protestato.

La pubblicità ha un effetto sanzionatorio in quanto impedisce al soggetto protestato l’accesso al credito.

Cosa prevede la norma

Il Decreto Cura Italia stabilisce che il rispetto delle misure di contenimento da Covid-19 è sempre valutata (dal giudice) ai fini dell’esclusione della responsabilità del debitore, anche relativamente all’applicazione di eventuali decadenze o penali connesse a ritardati o omessi adempimenti.

Un’interessante ricostruzione del Tribunale di Bologna

Con l’ordinanza del 4.6.2020, il Tribunale di Bologna, pronunciandosi nell’ambito di un giudizio cautelare, ha inibito alla parte resistente “di porre all’incasso o di girare a terzi le cambiali, con scadenza i giorni 30 giugno 2020, 30 luglio 2020, 30 agosto 2020” e altresì “di sottoporre tali cambiali a protesto, di richiedere protesto, di consentire che terzi, presso cui abbiano posto all’incasso tali cambiali, sottopongano a protesto la debitrice”.

Il Tribunale ha pertanto ricondotto il “periculum in mora” nella situazione di mancanza di liquidità dovuta al periodo emergenziale e alle difficoltà di pagamento dei titoli di credito.

In alcuni casi infatti l’inadempimento da parte del debitore condurrebbe al protesto delle cambiali, con la conseguenza che il soggetto sarebbe inserito nella lista dei “cattivi pagatori”, subendo pertanto un pregiudizio in alcuni casi ingiustificato in relazione alla situazione concreta.

Dunque, secondo la ricostruzione del giudice bolognese, la normativa emergenziale non introdurrebbe una nuova causa di estinzione dell’obbligazione o un’ipotesi di inesigibilità, ma si limiterebbe ad escludere la responsabilità del debitore, purché l’inadempimento abbia un legame eziologico con la pandemia.

Avv. Daniele Franzini

Covid-19 e proroga dei termini di notifica degli atti impositivi

Il Decreto Rilancio proroga i termini per la notifica degli atti impositivi che scadono nel periodo compreso tra il 9 marzo e il 31 dicembre 2020. In particolare, non si deve tenere conto del periodo di sospensione prescritto dal Decreto Cura Italia pari a 85 giorni. La norma opera con riferimento agli atti di accertamento, di contestazioni, di irrogazione delle sanzioni, di recupero dei crediti di imposta, di liquidazione e di rettifica e di liquidazione relativi ad atti o imposte aventi i termini di decadenza suindicati.
 
Cosa prevede la norma        

Gli atti impositivi dovranno essere emessi dall’ente impositore entro il 31 dicembre 2020 e successivamente notificati tra il 1 gennaio e il 31 dicembre 2021, in deroga agli ordinari termini di decadenza.

Inoltre, per gli atti e le comunicazioni interessati dalla proroga dei termini, non saranno dovuti gli interessi per il periodo compreso tra il 1° gennaio 2021 e la data di notifica.

Esclusione dalla norma e termine di decadenza

La norma opera con riferimento agli atti di accertamento, di contestazioni, di irrogazione delle sanzioni, di recupero dei crediti di imposta, di liquidazione e di rettifica e di liquidazione relativi ad atti o imposte aventi i termini di decadenza suindicati.

Sono invece esclusi gli atti caratterizzati da indifferibilità e urgenza (come le contestazioni di frodi fiscali), gli atti che prevedono la comunicazione di una notizia di reato, gli atti conseguenti l’applicazione di provvedimenti cautelari e, infine, i casi in cui l’emissione dell’atto è funzionale all’adempimento.

E’, altresì, prorogato di un anno il termine di decadenza per la notifica delle cartelle di pagamento relative alle dichiarazioni presentate nel 2018, le dichiarazioni dei sostituti di imposta presentate nel 2017 e le dichiarazioni presentate negli anni 2017 e 2018.

Obiettivo della norma

La novità così introdotta dal Decreto Rilancio, almeno nelle intenzioni, prova a favorire la graduale ripresa delle attività economiche e sociali, in considerazione delle difficoltà connesse all’emergenza Covid-19 per i contribuenti. Ciò anche al fine di evitare la concentrazione di notifiche nei confronti di questi ultimi nel periodo immediatamente successivo al termine del periodo di crisi.

Avv. Daniele Franzini

Fideiussore o consumatore, foro territoriale

La persona fisica che garantisce, attraverso una fideiussione o garanzia autonoma, le obbligazioni di una società verso l’ente creditizio, potrà essere qualificata come consumatore e beneficiare della disciplina consumeristica, sulla base delle condizioni (e circostanze) in cui è stato sottoscritto dell’accordo volto al rilascio della garanzia.
 
La decisione della Cassazione

Il caso oggetto di ordinanza (ordinanza n. 8662/20) origina dall’eccezione di competenza territoriale sollevata dal fideiussore, che indicava quale foro territoriale competente quello del consumatore, qualificandosi come tale.

La Corte di Cassazione – seguendo l’interpretazione data dalla Corte di Giustizia alla direttiva europea n. 93/13 – ha chiarito che, la qualifica di ‘consumatore’ ai fini dell’applicabilità della disciplina consumeristica, deve essere effettuata sulla base del contratto “accessorio” di garanzia (o fideiussione) e non in relazione al contratto principale.

Tale principio dunque, sulla scorta delle direttive del giudice europeo, si contrappone al precedente orientamento della Corte di Cassazione che invece rapportava la qualifica di consumatore alla natura dell’obbligazione principale da cui originava la garanzia.

I giudici della Cassazione chiariscono inoltre che, ai fini della qualifica di consumatore, spetta al giudice di merito analizzare se “nel caso concreto, il garante abbia prestato la garanzia per ragioni meramente personali, estranee alla sua attività professionale”. Tale qualifica tuttavia, non potrà essere esclusa solo sul presupposto dei legami personali tra il garante e il debitore principale.

Conclusioni

Abbracciando l’orientamento della giurisprudenza della Corte di Giustizia Europea, i Giudici della Cassazione, come si legge nella sentenza, hanno voluto dare una “tutela rafforzata al garante soggetto che viene rappresentato in condizioni di disparità di trattamento con la banca, indicando chiaramente che è alle condizioni personali del fideiussore, e non del garantito, che bisogna guardare per vedere se definirlo come ‘consumatore’ o meno, con le necessarie ricadute anche procedurali” in tema di competenza del foro territoriale.

Avv. Andrea Bernasconi

Affitto di ramo d’azienda e locazione commerciale: due istituti a confronto

La similarità operativa tra l’istituto dell’affitto di ramo d’azienda e quello della locazione di immobile commerciale è un tema ampiamente dibattuto in dottrina e in giurisprudenza, che nell’ultimo ventennio hanno cercato di trovare una disciplina coerente rispetto alle numerose incertezze interpretative emergenti. La Corte di Cassazione, nella sentenza n. 3888 del 17/02/2020, torna ad affrontare questa annosa questione delineando una serie di criteri volti a sciogliere i dubbi interpretativi sull’applicabilità degli istituti.
 
La prassi

Nella prassi commerciale non è inusuale ricorrere all’affitto di ramo d’azienda allorquando l’accordo è volto a cedere il godimento dell’immobile uti singulus, e non come parte di un complesso di beni ben più organizzato; ciò al fine di eludere la disciplina, meno favorevole (secondo alcuni) della locazione, e beneficiare di un miglior trattamento fiscale. Tale fenomeno si verifica frequentemente nell’ambito dei centri commerciali e nel settore alberghiero.

Rileva la causa e lo scopo e non il nomen iuris dell’accordo

Nel caso trattato dai Giudici della Suprema Corte le parti avevano qualificato e disciplinato la cessione del godimento di un’unità immobiliare sita all’interno di un centro commerciale come affitto di azienda anziché locazione commerciale.

Tra i motivi della decisione, i Giudici tornano a sottolineare l’irrilevanza del nomen iuris dell’accordo. In altri termini, se le parti qualificano un contratto come affitto di azienda questa loro dichiarazione non vincolerà il giudice nel suo processo interpretativo, che sarà sempre volto ad individuare la causa e lo scopo che le stesse intendano raggiungere con la conclusione dell’accordo.

L’organizzazione quale criterio discretivo tra i due istituti

Quanto ai criteri discretivi per delineare se si è dinanzi ad un affitto di ramo di azienda o ad una locazione commerciale, la Suprema Corte sottolinea chenella definizione dell’art. 2555 c.c., l’elemento unificatore della pluralità dei beni – indicato nell’organizzazione per l’esercizio dell’impresa – è ancorato a un’attività (l’organizzazione)”.

Dunque l’organizzazione appare l’elemento indefettibile perché ci possa essere un’azienda e, conseguentemente, l’affitto della stessa. Inoltre, va precisato, che tale requisito debba essere preesistente: l’  accordo che conceda il godimento dell’azienda a terzi avrà ad oggetto un complesso di beni già organizzati dal cedente. Non potrà essere il cessionario, a seguito della sottoscrizione dell’accordo di cessione, ad organizzare le attività.

Il caso

Nel caso in esame, l’immobile veniva ceduto dalla società che gestiva il centro commerciale attraverso un affitto di ramo d’azienda, sebbene mancasse del tutto il requisito dell’organizzazione, poiché i pochi beni ceduti assieme all’immobile erano insufficienti per poter costituire un’azienda.

La Corte chiosa precisando che “la differenza essenziale tra locazione e affitto di azienda (o di ramo di essa) è in primo luogo nella preesistenza di una organizzazione in forma di azienda dei beni oggetto di contratto, mancando la quale non si può dire che sia stato ceduto il godimento di un’azienda o di un suo ramo”.

Avv. Andrea Bernasconi

Google, class action per violazione privacy durante la navigazione anonima

Una proposta di class action depositata in California chiede a Google 5 miliardi di dollari. L’azienda è accusata di aver illecitamente raccolto i dati di milioni di utenti, violandone invero la loro privacy, durante la modalità di navigazione privata, la quale consente di navigare in internet senza che vengano archiviate informazioni sensibili.
 
I fatti

In riferimento alla nota risorsa di “navigazione privata” in internet offerta dall’azienda di Mountain View, è stata depositata una proposta di class action davanti al tribunale federale di San Jose, in California. Si tratterebbe, se confermato, di una violazione della legge sulla privacy. In particolare, stando al report di Reuters, Google è accusata di raccogliere informazioni (si parla di rete di amicizie, hobby, cibi preferiti, abitudini di acquisto e persino inclinazioni sessuali) attraverso Google Analytics, Google Ad Manager ed altre applicazioni, nonché plug-in dei siti web, e ancora con “app” per smartphone, effettuando il tracking degli utenti, in assenza di adeguata informativa e di un valido consenso.

La difesa

Quanto alla dichiarazione rilasciata dal portavoce di Google, Jose Castaneda, viene reso esplicito come in siffatta ipotesi di navigazione in incognito, lo stesso Google Chrome dia la possibilità di navigare in internet senza che le attività siano salvate sul browser e sul dispositivo.

Contestualmente poi, lo stesso colosso del web, attraverso il portavoce suddetto, ha affermato che “Come diciamo chiaramente ogni volta che apri una nuova scheda in incognito, i siti Web potrebbero essere in grado di raccogliere informazioni sulla tua attività di navigazione”, dunque rendendosi certamente opportune e necessarie le azioni dell’informazione sulle finalità e modalità del trattamento, nonché della raccolta del consenso espresso dell’interessato.

Le possibili ripercussioni

Inoltre, sempre secondo quanto riferito dall’agenzia Reuters, l’eventualità di una soccombenza di Google in giudizio comporterebbe una perdita corrispondente a quasi il 6% del suo fatturato globale annuo, superiore invero alle sanzioni previste per specifiche violazioni del GDPR, fra cui rientra il caso di specie e per le quali, ai sensi 83, par. 5, GDPR sono previste sanzioni fino 20 milioni di euro o fino al 4 % del fatturato mondiale totale annuo dell’esercizio precedente, se superiore.

Avv. Vincenzo Colarocco

Limiti alla pubblicazione dell’immagine: i magistrati sono personaggi pubblici?

E’ errata l’affermazione che i magistrati siano ex se personaggi pubblici in quanto tali passibili di indiscriminata possibilità di pubblicazione della loro immagine. I magistrati esercitano una funzione pubblica, ma ciò non coincide con l’asserzione di essere personaggi pubblici, qualità che deriva da altre caratteristiche.
 
L’immagine dei magistrati

Con sentenza n. 13197/2020 la Corte di Cassazione, I sezione penale, ha precisato che l’immagine dei magistrati è tutelata come quella di ogni altra persona e la pubblicazione della medesima è sottoposta alla condizione del consenso dell’interessato; tanto che nemmeno l’eventuale consenso vale come scriminante del delitto di diffamazione se l’immagine sia riprodotta in un contesto diverso da quello per cui il consenso sia prestato che implichi valutazioni peculiari, anche negative sulla persona effigiata.

Come noto, il diritto della persona alla propria immagine si esplica nel divieto, posto a carico dei terzi, di esporre o pubblicare (anche in internet, naturalmente) il ritratto altrui senza il consenso dell’interessato.

Chiarimenti in merito

La sentenza chiarisce così il dettato dell’art. 97, legge 22 aprile 1941, n. 633, a mente del quale “Non occorre il consenso della persona ritrattata quando la riproduzione dell’immagine è giustificata dalla notorietà o dall’ufficio pubblico coperto, da necessità di giustizia o di polizia, da scopi scientifici, didattici o culturali, quando la riproduzione è collegata a fatti, avvenimenti, cerimonie di interesse pubblico o svoltisi in pubblico. Il ritratto non può tuttavia essere esposto o messo in commercio, quando l’esposizione o messa in commercio rechi pregiudizio all’onore, alla reputazione od anche al decoro nella persona ritrattata”.

La vicenda

La vicenda aveva ad oggetto l’attività di volantinaggio posta in essere da un avvocato che aveva dinanzi al palazzo di giustizia al fine di muovere accuse contro l’operato di alcuni magistrati di cui veniva anche riprodotta l’effige fotografica. Lo stesso avvocato aveva anche diffuso la notizia dell’imminente pubblicazione di un proprio libro dal titolo “Storie comiche di otto importanti pessimi magistrati”.

Avv. Ginevra Proia

L’EDPB si pronuncia sulle possibili limitazioni ai diritti degli interessati

Il Comitato europeo per la protezione dei dati (EDPB) si è pronunciato sul tema della disciplina dei diritti degli interessati in occasione dello stato di emergenza negli Stati membri e sul principio di proporzionalità in occasione del bilanciamento tra interessi contrapposti ed ha annunciato che nei prossimi mesi emanerà linee guida sull’attuazione dell’articolo 23 del GDPR.
 
I diritti degli interessati

Il Comitato europeo per la protezione dei dati (EDPB) si è pronunciato sul tema della disciplina dei diritti degli interessati in occasione dello stato di emergenza negli Stati membri, rispondendo alla lettera indirizzata dalle organizzazioni Unione per le libertà civili per l’Europa, Access Now ed Unione ungherese per le libertà civili (HCLU).

Con la loro lettera, le organizzazioni hanno invitato il Comitato a pronunciarsi sul decreto del governo ungherese del 4 maggio scorso che ha limitato l’esercizio dei diritti previsti dagli artt. 15 ss. del GDPR in occasione dei trattamenti di dati personali posti in essere da parte di enti pubblici e privati ai fini della lotta alla diffusione del  COVID-19.

I chiarimenti dell’EDPB

L’EDPB ha chiarito che la protezione dei dati personali deve essere sempre garantita anche in occasione dell’adozione di misure di emergenza, contribuendo così al rispetto dei valori generali della democrazia, dello Stato di diritto e dei diritti fondamentali su cui si fonda l’Unione europea.

In particolare, viene chiarito che il GDPR, con le sue previsioni, consente già di strutturare una risposta efficace alla pandemia, anche mediante il trattamento dei dati personali. L’articolo 23 consente di limitare, mediante una misura legislativa, la portata dei diritti degli interessati purché nel rispetto dei diritti e delle libertà fondamentali ed in una misura necessaria e proporzionata. Con l’occasione, l’EDPB ha annunciato che nei prossimi mesi emanerà linee guida sull’attuazione dell’articolo 23 del GDPR.

Avv. Chiara Benvenuto