Rilevanza del preuso secondo una recente pronuncia della Corte di Cassazione

Avv. Alessandro La Rosa

La Corte di Cassazione con sentenza n. 14925/2019 è tornata sulla annosa questione della valenza e rilevanza del marchio di fatto e del preuso che di questo sia fatto, rispetto ad un marchio simile, ma registrato successivamente.

Non è contestabile che nel nostro ordinamento il marchio di fatto rivesta autonoma rilevanza, vedendo riconosciuto al suo titolare il diritto di preuso laddove, a seguito del continuato ed effettivo utilizzo del segno, quest’ultimo sia riconosciuto in un determinato ambito territoriale per identificare precisi prodotti e servizi.

Sul punto, la Suprema Corte è stata investita di un caso in cui una società produttrice di acque minerali ha chiesto che alla concorrente fosse inibito l’utilizzo del marchio di fatto, in forza della registrazione eseguita nella classe merceologica 32 (“acque minerali e gassose e altre bevande analcoliche”), essendo l’utilizzo di tale marchio lesivo del diritto dell’attrice all’uso esclusivo del medesimo concesso dalla registrazione.

Al riguardo, i giudici della Corte hanno ribadito il concetto per cui “il preuso di un marchio di fatto comporta tanto il diritto all’uso esclusivo del segno da parte del preutente, quanto l’invalidità del marchio successivamente registrato da terzi, venendo a mancare, in tal caso, il requisito della novità; ne consegue che il preutente può avvalersi del menzionato diritto di esclusiva, che è distinto da ogni successiva registrazione corrispondente alla denominazione da lui usata, ottenendo la dichiarazione di nullità della registrazione altrui, anche per decettività, in rapporto ai segni confliggenti”.

In conclusione, la Corte di Cassazione ha valorizzato il requisito di novità di cui un marchio deve essere portatore al fine di poter essere efficacemente registrato. Difatti, sulla base del disposto contenuto nel D.Lgs. n. 30 del 2005, all’art. 19 “Non può ottenere una registrazione per marchio di impresa chi abbia fatto la domanda in mala fede“, mala fede, nella specie, certamente insita nella condotta della ricorrente che aveva registrato un marchio nonostante il preuso da parte di altra società, precedente ed effettivo risp

I danni punitivi secondo la giurisprudenza della Corte di Giustizia UE

Avv. Alessandro La Rosa

Come noto, la direttiva 48/2004/CE prevede, all’articolo 13, che “Gli Stati membri assicurano che, su richiesta della parte lesa, le competenti autorità giudiziarie ordinino all’autore della violazione, implicato consapevolmente o con ragionevoli motivi per esserne consapevole in un’attività di violazione di risarcire al titolare del diritto danni adeguati al pregiudizio effettivo da questo subito a causa della violazione”. Pur escludendo, tale direttiva, che la funzione del risarcimento del danno abbia in questo ambito finalità punitive, ci si è spesso domandati come si possa definire il perimetro del concetto di “danni adeguati al pregiudizio effettivo”.

Soccorre a questi fini, in primo luogo, la Relazione alla proposta di direttiva formulata dal Parlamento europeo, dove si legge che “L’obiettivo principale della presente iniziativa resta quello di realizzare il mercato interno nel settore della proprietà intellettuale garantendo che l’acquis comunitario del diritto sostanziale di proprietà intellettuale venga applicato correttamente nell’Unione europea”. Nella formulazione iniziale, peraltro, il testo del definitivo art. 13 cit. prevedeva espressamente forme di quantificazione predeterminate del danno liquidabile nella materia della proprietà intellettuale: “il paragrafo 1 conferma il principio secondo il quale va risarcito il danno subito a causa di una violazione commessa per dolo o per colpa. Esso stabilisce pertanto che la parte lesa ha diritto a) a un risarcimento mediante il pagamento di un importo forfettario pari al doppio dell’ammontare delle royalty o dei diritti che avrebbero dovuto esserle riconosciuti nel caso in cui l’autore della violazione avesse richiesto l’autorizzazione per l’uso del diritto in questione (l’obiettivo della disposizione è quello di prevedere un risarcimento totale del danno subito, che il titolare del diritto ha talvolta difficoltà a quantificare)”.

Direttamente connesso con il tema del quantum dei danni risarcibili nella materia di interesse dai giudici nazionali è quindi quello dell’ammissibilità, in termini generici, di liquidazioni di danni che abbiano anche funzioni “sanzionatorie”.

In ambito europeo la Corte di giustizia si è più volte espressa sul punto.

Anche se l’oggetto della decisione concerne attività anticoncorrenziali (e non la proprietà intellettuale), già nell’ambito dei procedimenti riuniti C- 295-298/04, prima l’Avvocato generale e poi la Corte europea, hanno affrontato, tra le altre, la seguente questione pregiudiziale: “Se l’art. 81 del Trattato debba essere interpretato nel senso che il giudice nazionale, ove ravvisi che il danno liquidabile in base al proprio diritto nazionale sia comunque inferiore al vantaggio economico ricavato dall’impresa danneggiante parte dell’intesa o della pratica concordata vietata, debba altresì d’ufficio liquidare al terzo danneggiato il danno punitivo, necessario a rendere il danno risarcibile superiore al vantaggio ricavato dal danneggiante, al fine di scoraggiare la posizione in essere di intese o di pratiche concordate vietate dall’art. 81 del Trattato”. Già poco tempo dopo l’entrata in vigore del Trattato CEE la Corte ha dichiarato che i divieti di cui agli artt. 81 e 82 CE hanno efficacia diretta e impongono quindi ai giudici nazionali di tutelare i diritti che i cittadini comunitari possono trarre da tali disposizioni. Anche tale questione va risolta alla luce dei principi di equivalenza e di effettività. Così, rileva l’Avvocato generale, “la legislazione federale antitrust americana  prevede la possibilità di chiedere «treble damages» (danni tre volte superiori). Non c’è bisogno di dimostrare che, se viene data la possibilità di chiedere un risarcimento tre volte superiore al danno subito, l’importo da versare a titolo di danni può risultare assolutamente enorme. Il legislatore federale americano ha espressamente voluto l’effetto deterrente che ne deriva”. Anche se in ambito comunitario non sono presenti norme equivalenti, alcuni Stati prevedono, nell’ambito delle azioni per il risarcimento dei danni, anche la possibilità di liquidare danni punitivi o di sanzioni esemplari (ad es. Irlanda, Gran Bretagna, Cipro). L’Italia non rientra fra questi Stati. Nella maggioranza degli Stati membri prevale l’opinione che il risarcimento dei danni debba in primo luogo servire a riparare il pregiudizio causato dal comportamento anticoncorrenziale vietato e non a procurare al danneggiato un vantaggio economico. Allo stesso tempo però, osserva sempre l’Avvocato generale, “il diritto comunitario non s’oppone ad un approccio di quest’ultimo tipo”. Pertanto, “Mancando norme comunitarie a questo riguardo, spetta al diritto interno di ciascuno Stato membro il compito di fissare i criteri per la liquidazione del danno, purché tali criteri non risultino meno favorevoli di quelli applicati ad analoghe pretese fondate sul diritto interno ed il risarcimento del danno non venga reso impossibile od estremamente difficile” (vd. per analogia per analogia, sentenza 5 marzo 1996, cause riunite C-46/93 e C-48/93). Sulla base delle medesime considerazioni, anche la Corte europea ha concluso affermando i seguenti principi di diritto: “Pertanto, da un lato, in conformità del principio di equivalenza, se un risarcimento danni particolare, come il risarcimento esemplare o punitivo, può essere riconosciuto nell’ambito di azioni nazionali analoghe alle azioni fondate sulle regole comunitarie di concorrenza, esso deve poterlo essere anche nell’ambito di queste ultime azioni. Tuttavia, il diritto comunitario non osta a che i giudici nazionali vigilino affinché la tutela dei diritti garantiti dall’ordinamento giuridico comunitario non comporti un arricchimento senza causa degli aventi diritto. D’altro lato, dal principio di effettività e dal diritto del singolo di chiedere il risarcimento del danno causato da un contratto o da un comportamento idoneo a restringere o a falsare il gioco della concorrenza discende che le persone che hanno subìto un danno devono poter chiedere il risarcimento non solo del danno reale (damnum emergens), ma anche del mancato guadagno (lucrum cessans), nonché il pagamento di interessi”.

Più recentemente (causa C-367/15), la Corte di Giustizia è nuovamente intervenuta sul tema che qui interessa, nella specifica materia della violazione dei diritti d’autore.

Una delle questioni pregiudiziali demandate alla decisione della Corte è “se l’articolo 13 della [direttiva 2004/48] possa essere interpretato nel senso che il titolare di diritti patrimoniali d’autore che siano stati violati può chiedere la riparazione dei danni da esso subiti sulla base dei principi generali, oppure se, senza dover dimostrare il danno ed il nesso di causalità tra il fatto generatore della violazione dei suoi diritti ed il danno, possa esigere il pagamento di una somma di denaro di importo equivalente al doppio o, nel caso di violazione colposa, al triplo della remunerazione adeguata”.

Nell’ambito della causa C-367/15, la Corte di giustizia, ha confermato il principio di diritto proposto dall’Avvocato generale, affermando che Pertanto, l’articolo 13, paragrafo 1, secondo comma, lettera b), della direttiva 2004/48 deve essere interpretato nel senso che non osta a una normativa nazionale, come quella di cui al procedimento principale, che prevede che il titolare di diritti patrimoniali d’autore che siano stati violati può chiedere all’autore della violazione di tali diritti il risarcimento dei danni da esso subiti mediante il versamento di una somma equivalente al doppio di un canone ipotetico. Tale interpretazione non può essere rimessa in discussione dal fatto, in primo luogo, che un risarcimento calcolato sulla base del doppio del canone ipotetico non è esattamente proporzionale al danno effettivamente subito dalla parte lesa. Infatti, tale caratteristica è intrinseca ad ogni risarcimento forfettario, come quello espressamente previsto all’articolo 13, paragrafo 1, secondo comma, lettera b), della direttiva 2004/48”.

In ambito nazionale, come è noto, un’importante apertura della Corte di Cassazione a Sezioni Unite verso l’ammissibilità di componenti sanzionatorie del danno risarcibile ha trovato riconoscimento nell’ordinanza Cass. Civ. 16.5.2016 n. 9978 e nella successiva sentenza Cass. Sez. Uni. 5.7.2017 n. 16601 (di cui abbiamo già discusso qui).

La natura ritorsiva del licenziamento fondato su un motivo illecito può desumersi anche per via presuntiva

Avv. Francesca Frezza

Un lavoratore, dopo un lungo periodo di assenza per  malattia, protrattosi per quasi sei mesi, riceveva al momento del suo rientro in servizio, una lettera di licenziamento motivata dalla scelta organizzativa di chiudere il settore produttivo.

Il lavoratore, ritenuta la ritorsività del licenziamento, adiva il Tribunale di Firenze che respingeva il ricorso con sentenza  riformata dalla Corte  di Appello fiorentina.

La Corte territoriale, in accoglimento del reclamo presentato dal lavoratore, ritenuta l’infondatezza delle ragioni addotte, dichiarava, infatti, nullo il licenziamento intimato riconoscendone la natura ritorsiva ed, in applicazione del primo comma dell’art. 18 Stat. Lav., condannava la società alla reintegra sul posto di lavoro e alla corresponsione delle retribuzioni dal giorno del licenziamento sino alla reintegra.

La Corte di Cassazione, con sentenza del 23 settembre 2019 n. 23583, nel richiamare il proprio orientamento per il quale ai fini della nullità del licenziamento perché adottato per motivo illecito determinante ex art 1345 c.c., occorre che il provvedimento espulsivo sia stato determinato esclusivamente da esso, ha respinto il ricorso della società.

Premesso che il motivo illecito può ritenersi esclusivo e determinante quando il licenziamento non sarebbe stato intimato se esso non ci fosse stato, e quindi deve costituire l’unica effettiva ragione del recesso, la Suprema Corte ha rilevato che la prova di tale rapporto può desumersi sulla base di una presunzione.

Nel caso in esame, la sentenza impugnata aveva fatto corretta applicazione di tali principi, poiché, dopo avere escluso la sussistenza in concreto del giustificato motivo oggettivo addotto da parte datoriale a fondamento del recesso, ha posto in relazione tra loro gli elementi indiziari acquisiti al giudizio, affermando che si trattava di “…valutare complessivamente la vicenda…” e di applicare le “regole di esperienza poste a base del ragionamento presuntivo“, per cui il licenziamento del reclamante, dal punto di vista oggettivo e soggettivo, non presentava altra spiegazione che il collegamento causale con l’assenza per malattia.

Il riconoscimento della qualifica superiore può avvenire anche in caso di parziale riconoscimento delle mansioni corrispondenti

Avv. Francesca Frezza

Un lavoratore dipendente di un’azienda di autotrasporti, premesso di essere  stato adibito a funzioni di agente unico implicante la condotta del mezzo e il carico e lo scarico dello stesso, adiva il Tribunale di Bergamo al fine di richiedere il riconoscimento delle mansioni superiori nonché il risarcimento del danno per effetto della parziale sottrazione di mansioni subita a decorrere da una determinata data.

La Corte di Appello di Brescia, ritenuta la sussistenza delle  mansioni  che maggiormente qualificavano il superiore inquadramento, ha confermato la decisione del Giudice di primo grado, con la quale il Tribunale di Bergamo aveva condannato società al pagamento delle differenze retributive conseguenti al riconoscimento del livello superiore oltre al risarcimento del danno per la subita dequalificazione.

La Corte di Cassazione, con sentenza n. 25673 dell’11 ottobre 2019, nel rigettare il ricorso proposto dalla società, ha affermato che secondo il consolidato orientamento nel caso in cui il datore di lavoro assegni al lavoratore solo alcune delle mansioni corrispondenti alla categoria superiore, con prevalenza rispetto agli altri compiti che gli sono affidati, deve trovare applicazione il meccanismo di avanzamento automatico ex art. 2103 c.c.

Tale norma, infatti, non richiede ai fini del superiore inquadramento che il lavoratore svolga tutte le mansioni tipiche della qualifica superiore in quanto prescrive che è sufficiente che le stesse siano svolte con prevalenza rispetto a quelle della categoria di appartenenza.

La Cassazione precisa l’ambito del repechage in capo alle agenzie per il lavoro e la nozione dell’ultima retribuzione rilevante ai fini del calcolo dell’indennizzo

Avv. Francesca Frezza

La Corte di Appello di Milano, accoglieva l’appello proposto dal lavoratore dichiarando l’inefficacia del licenziamento per giustificato motivo oggettivo intimato nell’ambito di un contratto di somministrazione a tempo indeterminato da parte dell’agenzia del lavoro a causa della cessazione della missione, condannandola al pagamento di un’indennità pari a dodici mensilità dell’ultima retribuzione globale di fatto.

La Corte di Cassazione, con sentenza n. 26607 del 18 ottobre 2019, ha statuito che nel caso di recesso di un rapporto di somministrazione a tempo indeterminato la legittimità del licenziamento è subordinata per un lato alla dimostrazione da parte dell’agenzia di lavoro dall’impossibilità di trovare per un congruo periodo di tempo opportunità lavorative adeguate  alla professionalità originaria o acquisita dal lavoratore, dall’altro nell’impossibilità di mantenere il lavoratore in condizione di ulteriore disponibilità.

La Corte, nel rigettare il ricorso e nel confermare la decisione assunta dalla Corte territoriale, ha ritenuto non assolta l’impossibilità di ricollocare il lavoratore, ovvero di reperire altre occasioni a cui destinare lo stesso in somministrazione.

Non assume, precisa la Suprema Corte, alcuna rilevanza ai fini della legittimità del licenziamento, la procedura prevista dal CCNL applicato, atteso che lo svolgimento non esonera il datore di lavoro dal fornire la prova nel caso di licenziamento per giustificato motivo oggettivo dell’impossibilità di repechage.

L’assolvimento dell’obbligo di repechage nella somministrazione a tempo indeterminato consiste nella impossibilità da parte dell’agenzia del lavoro di rinvenire in un periodo congruo altre opportunità di lavoro a cui destinare il lavoratore.

La Suprema Corte, infine, nel richiamare la nozione di retribuzione rilevante ai fini della disciplina generale sui licenziamenti ha ritenuto che la quantificazione dovesse considerare la retribuzione globale di fatto spettante nei periodi di impiego e non già l’indennità di disponibilità prevista nella fase finale del rapporto.

Le somme rivendicate dai lavoratori per una illegittima unilaterale riduzione dell’orario di lavoro hanno carattere risarcitorio

Avv. Francesca Frezza

L’illegittima riduzione unilaterale dell’orario di lavoro configura in capo al lavoratore un credito di natura risarcitoria, per il quale il riferimento alla retribuzione ha valore di mero parametro di liquidazione che esclude la responsabilità solidale in capo a committente.

Alcuni lavoratori, dipendenti di un’azienda di pulimento, adivano il Tribunale di Venezia al fine di richiedere la condanna dell’azienda, datrice di lavoro, in solido con l’azienda appaltante, al pagamento di differenze retributive per l’illegittima unilaterale riduzione dell’orario di lavoro.

La sentenza di condanna di entrambe le aziende convenute veniva confermata dalla corte di appello veneziana.

La Suprema Corte, con sentenza n. 28517 del 6 novembre 2019, ha, viceversa, accolto il ricorso di legittimità del committente che riteneva estranea la propria responsabilità sul rilievo che le somme, pur spettanti ai lavoratori, avessero natura risarcitoria e non retributiva.

La Cassazione ha precisato che la variazione unilaterale da parte del datore dell’orario di lavoro del dipendente da tempo pieno a parziale integra un’alterazione illegittima del trattamento economico pattuito, nel senso della sua riduzione non concordata (pure esigente la forma scritta), senza tuttavia la prestazione di attività lavorativa, né alcuna messa a disposizione di energie lavorative.

Le somme dovute ai lavoratori, per le quali il riferimento alla retribuzione ha valore di mero parametro di liquidazione, in quanto aventi un rapporto causale con la prestazione lavorativa solo occasionale, hanno una natura risarcitoria che esclude la responsabilità solidale del committente, il cui ambito è limitato ai compensi aventi natura strettamente retributiva.

Sulla base di tali rilievi la Suprema Corte ha escluso la sussistenza di una responsabilità in capo alla committente precisando che tale fattispecie è diversa dall’ipotesi di illegittimo esercizio di clausole elastiche che attengono ad una particolare penosità della prestazione.

La natura risarcitoria del compenso relativo a detta variazione unilaterale esclude, quindi la responsabilità solidale del committente.

Contratto di lavoro intermittente: limiti al divieto da parte della contrattazione collettiva

Avv. Francesca Frezza

Un autista, assunto con contratto di lavoro intermittente, adiva il Tribunale di Bologna richiedendo la costituzione di un ordinario rapporto di lavoro subordinato a tempo pieno sul presupposto che il suo contratto era stato stipulato nonostante il divieto della contrattazione collettiva.

La sentenza di accoglimento di primo grado veniva riformata dalla Corte di Appello Felsinea.

La Corte di Cassazione, dopo aver ricostruito lo sviluppo di tale tipologia contrattuale, e dato atto della sostanziale conferma dell’assetto normativo anche nel recente intervento legislativo di riforma del mercato del lavoro (d.lgs. 81/15), con sentenza n. 29423 del 13 novembre 2019, ha respinto la domanda del lavoratore.

La Suprema Corte  ha stabilito, infatti, che la disciplina contenuta negli artt. 34 e seguenti del d.lgs 276/03, applicabile ratione temporis, escludeva un diritto di veto in capo alla contrattazione.

L’art. 34, comma 1, d. lgs n. 276 del 2003 si limita, infatti, a demandare alla contrattazione collettiva la individuazione delle “esigenze” per le quali è consentita la stipula di un contratto a prestazioni discontinue. Sotto il profilo sistematico l’assunto della possibilità per le parti collettive di impedire del tutto l’utilizzazione di tale forma contrattuale risulta smentito – ad avviso della Corte di Cassazione – dalla contestuale previsione nell’ambito del primo comma dell’art. 34 di un potere di intervento sostitutivo da parte del Ministero del lavoro e delle politiche sociali e dall’assenza di un espresso richiamato ad un potere autorizzatorio nei casi vietati dalla contrattazione di categoria.

Tale previsione, precisa la Suprema Corte, denota la volontà del legislatore di garantire l’operatività del nuovo istituto, a prescindere dal comportamento inerte o contrario delle parti collettive.

Il conto in negativo non può essere compensato con titoli

Avv. Daniele Franzini

Il cliente di una banca che ha un conto corrente in negativo non può compensare il suo debito con i titoli depositati presso la banca.

Non è, infatti, configurabile la compensabilità propria e impropria del conto in negativo con titoli, stante la mancanza del presupposto necessario della liquidità posto che un “credito di titoli”, per sua natura, diventa credito liquido ed esigibile soltanto con la vendita dei titoli stessi, non potendo la compensazione essere compiuta con riferimento al valore di stima.

Lo ha stabilito la VI Sezione Civile della Corte di Cassazione con l’ordinanza n. 28875 pubblicata in data 8.11.2019.

La mancanza di forma scritta nei contratti di investimento

Avv. Daniele Franzini

La nullità per difetto di forma scritta, contenuta nell’art. 23, comma 3, del d.lgs. n. 58 del 1998, può essere fatta valere esclusivamente dall’investitore, con la conseguenza che gli effetti processuali e sostanziali dell’accertamento operano soltanto a suo vantaggio. L’intermediario, tuttavia, ove la domanda sia diretta a colpire soltanto alcuni ordini di acquisto, può opporre l’eccezione di buona fede, se la selezione della nullità determini un ingiustificato sacrificio economico a suo danno, alla luce della complessiva esecuzione degli ordini, conseguiti alla conclusione del contratto quadro.

Lo hanno stabilito le Sezioni Unite della Corte di Cassazione con la sentenza n. 28314 pubblicata il 4 novembre 2019.

La Suprema Corte è stata chiamata a pronunciarsi circa il contrasto riguardante la legittimità o meno della limitazione degli effetti e delle conseguenze giuridiche, derivanti dall’accertamento della nullità del contratto quadro, riguardo a specifici ordini di acquisto di titoli oggetto della domanda proposta dall’investitore. Il punto controverso, in particolare, riguardava l’estensione degli effetti della dichiarazione di nullità anche alle operazioni che non avevano formato oggetto della domanda proposta dal cliente.

Nel caso sottoposto all’esame della Corte, la nullità degli ordini di acquisto contestati dal risparmiatore derivava dalla mancanza di forma scritta, ai sensi dell’art. 23 del D.Lgs. 58/1998 (T.U.F.), del contratto quadro stipulato con la banca e di alcuni ordini di acquisto rivelatisi infruttuosi.

Come è noto, l’art. 23 T.U.F. prevede che “i contratti relativi alla prestazione di servizi di investimento (…) sono redatti per iscritto” e “nei casi di inosservanza della forma prescritta, il contratto è nullo”. Inoltre, al terzo comma, l’articolo aggiunge che “la nullità può essere fatta valere solo dal cliente (…)”.

La Corte ha affrontato la questione alla luce del peculiare regime delle nullità di protezione, all’interno delle quali si colloca la nullità per difetto di forma del contratto quadro stabilita al sopra citato art. 23. L’obbligo della forma scritta previsto dal Legislatore ha carattere funzionale poiché in primis intende riequilibrare l’asimmetria informativa in favore del soggetto contrattualmente più debole e in secundis intende sottolineare l’obbligo della buona fede gravante anche sull’investitore e che impone a quest’ultimo di non abusare del diritto di far valere la nullità di protezione.

Le Sezioni Unite hanno quindi affermato che la legittimità dell’uso selettivo delle nullità di protezione nei contratti di investimento deve essere valutata alla luce del principio di buona fede, al fine di evitare che l’esercizio dell’azione in sede giurisdizionale possa produrre effetti distorsivi rispetto alla ratio protettiva della nullità di cui all’art. 23 del T.U.F..

Inoltre, in tema di contratti di investimento, solo l’investitore può avvalersi della dichiarata invalidità del contratto quadro, sia sul piano sostanziale della legittimazione esclusiva che su quello sostanziale dell’operatività a suo esclusivo vantaggio. La legittimazione dell’intermediario finanziario è radicalmente esclusa, trattandosi di nullità che operano al fine di ricomporre un equilibrio formale tra le parti.

Tuttavia, secondo la Corte “non può escludersi la configurabilità di un obbligo di lealtà dell’investitore in funzione di garanzia per l’intermediario che abbia correttamente assunto le informazioni necessarie a determinare il profilo soggettivo del cliente al fine di conformare gli investimenti alle sue caratteristiche, alle sue capacità economiche e alla sua propensione al rischio”.

Pignoramento dell’autoveicolo

Avv. Daniele Franzini

È pignorabile il veicolo che l’ufficiale giudiziario trova nella disponibilità del debitore esecutato, anche se dai registri PRA risulta un differente proprietario. Secondo la Cassazione, infatti, per i beni mobili registrati opera il principio “possesso vale titolo”.

Di conseguenza, il terzo che intenda proporre opposizione all’esecuzione deve provare di avere acquistato il veicolo e di avere altresì conseguito il possesso per un titolo diverso dal trasferimento della proprietà attraverso traditio.

Lo ha stabilito la Terza Sezione Civile della Corte di Cassazione con l’ordinanza n. 26327 pubblicata il 17 ottobre 2019.