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Social network e blog: la diffamazione è aggravata da “altro mezzo di pubblicità”

Avv. Flaviano Sanzari

La diffusione di messaggi veicolati a mezzo internet, in particolare tramite social network, integra un’ipotesi di diffamazione aggravata ai sensi dell’art. 595 c.p., comma 3, in quanto trattasi di condotta potenzialmente in grado di raggiungere un numero indeterminato o, comunque, quantitativamente apprezzabile di persone, qualunque sia la modalità informatica di condivisione e di trasmissione. Proprio l’utilizzazione, all’interno della suddetta norma, della particella disgiuntiva – “se l’offesa è recata col mezzo della stampa o con qualsiasi altro mezzo di pubblicità…” – rende evidente come la categoria dei mezzi di pubblicità sia più ampia del concetto di stampa, includendo tutti quei sistemi di comunicazione e, quindi, di diffusione – dal fax ai social media – che, grazie all’evoluzione tecnologica, rendono possibile la trasmissione di dati e notizie ad un numero ampio o addirittura indeterminato di soggetti. Questo è quanto stabilito dalla quinta sezione penale della Suprema Corte di cassazione, con la sentenza n. 8482 del 22 febbraio 2017.

Si al sequestro della pagina Facebook per le offese online

Avv. Flaviano Sanzari

Il Tribunale Penale di Reggio Emilia (Sez. impugnazioni cautelari), respingendo l’appello proposto da Facebook avverso il provvedimento di rigetto della richiesta di dissequestro parziale, ha posto fine ad una controversia cautelare, che traeva origine da un provvedimento di sequestro preventivo emesso dal Gip di Reggio Emilia.

In particolare, quest’ultimo aveva disposto il sequestro preventivo, mediante oscuramento, dei gruppi Facebook “Musulmani d’Italia- comunità” e “Musulmani d’Italia-gruppo chiuso”, sui quali erano stati pubblicati post e commenti diffamatori e minacciosi nei confronti di una giornalista della testata Il Resto del Carlino.

La permanenza online delle frasi diffamatorie, secondo il Giudice, aggrava le conseguenze del reato commesso, perché protrae la lesione alla reputazione, potendo i post raggiungere un numero sempre maggiore di persone.

A seguito della notifica del decreto di sequestro, la Facebook Ireland – inizialmente inadempiente  – aveva rimosso l’accesso ai singoli post individuati nel medesimo decreto e, successivamente, su sollecitazione dello stesso P.M., rimosso l’accesso alla pagina Facebook  e al gruppo Facebook.

La medesima Facebook Ireland, peraltro, formulava richiesta di revoca parziale del sequestro, chiedendo che venissero modificate le modalità esecutive.

Come già accennato, sia il GIP che, in sede di appello, il Tribunale di Reggio Emilia, rigettavano la richiesta.

Da un lato, i giudici hanno affermato che Facebook sarebbe priva di attuale e concreto interesse alla revoca parziale del sequestro, considerato che sia la pagina Facebook che il gruppo, gravati dal vincolo, nell’ipotesi di dissequestro sarebbero tornati nella disponibilità non dell’istante, ma delle persone che – tramite la piattaforma Facebook – avevano creato e gestito i suddetti spazi virtuali.

Dall’altro, il Tribunale di Reggio Emilia ha precisato che correttamente il sequestro era stato esteso non ai singoli post diffamatori, ma alle intere pagine, facendo notare come proprio l’iniziale inadempimento da parte di Facebook all’oscuramento integrale delle pagine avesse consentito all’indagato di pubblicare altri commenti ingiuriosi e minacciosi nei confronti della querelante.

 

No all’algoritmo della reputazione, viola la dignità della persona

Avv. Flaviano Sanzari

No del Garante privacy alla piattaforma web per l’elaborazione di profili reputazionali. Con provvedimento del 24.11.2016, l’Autorità ha dichiarato che il trattamento di dati personali connesso ai servizi offerti tramite la banca dati informatica “Mevaluate” non risulta conforme al Codice Privacy ed è potenzialmente lesivo della dignità delle persone e, pertanto, ha vietato qualunque operazione di trattamento (presente o futura), ove effettuata sulla base dei presupposti e delle modalità indicate dalla società proprietaria della piattaforma, in riferimento ai dati personali degli interessati.

In particolare, l’infrastruttura, costituita da un portale web e un archivio informatico, dovrebbe raccogliere ed elaborare una mole rilevante di dati personali contenuti in documenti caricati volontariamente sulla piattaforma dagli stessi utenti o ricavati dal web. Attraverso un algoritmo, il sistema costruirebbe poi una sorta di rating reputazionale, assegnando ai soggetti censiti degli indicatori alfanumerici in grado di misurare in modo oggettivo l’affidabilità delle persone in campo economico e professionale.

Il Garante ha però ritenuto che il sistema comporti rilevanti problematiche per la privacy a causa della delicatezza delle informazioni che si vorrebbero utilizzare, del pervasivo impatto sugli interessati e delle  modalità di trattamento che la società titolare intende mettere in atto. Pur essendo infatti legittima, in linea di principio, l’erogazione di servizi che possano contribuire a rendere maggiormente efficienti, trasparenti e sicuri i rapporti socioeconomici, il sistema in esame presuppone una raccolta massiva, anche on line, di informazioni suscettibili di incidere significativamente sulla rappresentazione economica e sociale di un’ampia platea di individui (clienti, candidati, imprenditori, liberi professionisti, cittadini), influenzando le scelte altrui e  condizionando l’ammissione degli interessati a prestazioni, servizi o benefici.

Per quanto riguarda, poi, l’asserita oggettività delle valutazioni, la società proprietaria non è stata in grado di dimostrare l’efficacia dell’algoritmo che regolerebbe la determinazione del rating. L’Autorità ha avanzato perplessità sull’opportunità di rimettere ad un sistema automatizzato ogni decisione su aspetti così delicati e complessi come quelli connessi alla reputazione. Oltre alla difficoltà di misurare situazioni e variabili non facilmente classificabili, non vi sarebbero garanzie nemmeno sulla veridicità e completezza della documentazione su cui fondare la valutazione, con il rischio di creare profili inesatti e non rispondenti alla identità sociale delle persone censite.

Infine, il Garante ha manifestato dubbi sulle misure di sicurezza del sistema, basate, prevalentemente, su procedure di autenticazione “debole” (user id e password) e su meccanismi di cifratura dei soli dati giudiziari. Si tratta, secondo l’Autorità, di misure inadeguate, specialmente se rapportate all’elevato numero di soggetti che potrebbero essere coinvolti e all’ingente quantitativo di informazioni, anche molto delicate, che verrebbero registrate all’interno della piattaforma.

Ulteriori criticità sono state ravvisate, inoltre, nei tempi di conservazione dei dati e nell’informativa da rendere agli interessati.

Commenti offensivi dei lettori: non sempre risponde il sito web

Avv. Ginevra Proia

Il 2 febbraio scorso la Corte europea dei diritti dell’uomo si è pronunciata in un caso di violazione della reputazione aziendale attraverso commenti di utenti anonimi pubblicati su un portale di news.

Il ricorso è stato presentato da Magyar Tartalomszolgáltatók Egyesülete (“MTE”),organo ungherese di autoregolamentazione dei fornitori di contenuti internet, e da Index.hu Zrt (Index), società proprietaria di uno dei più importanti portali di notizie Internet in Ungheria. Entrambi i soggetti ricorrenti consentivano agli utenti, previa registrazione, di commentare i contenuti apparsi sui propri portali, senza alcun monitoraggio o moderazione preventiva dei commenti stessi. Nel febbraio 2010, su quei portali, erano apparsi dei commenti offensivi e denigratori (pubblicati sotto pseudonimo) nei riguardi di alcune società immobiliari, ree, secondo gli utenti, di aver posto in essere pratiche commerciali ingannevoli. I giudici ungheresi, chiamati a decidere sulla diffamatorietà dei commenti postati, sulla lesione alla reputazione delle aziende coinvolte e sulla responsabilità dei portali per i commenti postati da terzi, hanno ritenuto i commenti pubblicati gravementi offensivi e hanno condannato i gestori dei portali, in quanto tecnicamente capaci di svolgere un’attività di monitoraggio preliminare dei contenuti pubblicati, che avrebbe scongiurato l’originaria pubblicazione dei commenti ed i conseguenti danni reputazionali.

Invocando l’articolo 10 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo (norma che tutela la libertà di espressione) e la normativa comunitaria in materia di responsabilità degli intermediari della società dell’informazione (direttiva 2000/31/CE relativa a taluni aspetti giuridici dei servizi della società dell’informazione nel mercato interno, con particolare riferimento al commercio elettronico), sia MTE che Index si dolevano delle sentenze di condanna dei giudici ungheresi e ricorrevano alla Corte europea dei diritti dell’uomo. Il ricorso veniva presentato il 28 marzo 2013.

La premessa su cui i giudici di Strasburgo hanno fondato la propria decisione è che “blog e portali di commenti” dovrebbero essere comparati ad organi di stampa, con conseguenti obblighi e responsabilità (punto 62). La Corte, ha quindi ritenuto di poter applicare gli principi espressi nel caso Delfi AS c. Estonia, deciso il 10 ottobre 2013 (n. 64569/09). In quella circostanza, la Corte riconobbe il portale responsabile dei commenti offensivi pubblicati online dai suoi lettori, in ragione del fatto che i commenti erano altamente offensivi, che il portale non aveva impedito che divenissero pubblici e che lo stesso traeva un profitto dalla loro esistenza, pur consentendo ai loro autori di rimanere anonimi. In quel caso, però, i commenti si sostanziavano in discorsi di incitamento all’odio ed alla violenza e, per questo, erano chiaramente illegali; nel caso di specie, non sussistendo tali elementi, la Corte ha tenuto conto: a) dell’ interesse pubblico alla notizia, ossia la pratica commerciale ingannevole posta in essere dalle aziende asseritamente diffamate (nei confronti delle quali erano comunque pendenti indagini per condotta commerciale scorretta); b) della continenza delle espressioni usate, che seppur offensive, non sono state ritenute propriamente diffamatorie; c) della presenza, sui portali, di un apposito sistema di “segnalazione” di contenuti offensivi e del mancato esperimento di questo strumento (potenzialmente, di per sé, idoneo a tutelare la reputazione commerciale delle aziende che ne lamentavano la lesione).

La Corte ha quindi concluso che, avuto riguardo delle circostanze del caso, i giudici ungheresi, condannando MTE e Index, in qualità di gestori dei portali, avessero violato il diritto alla libertà di espressione sancito dall’art. 10 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo e ne ha accolto il ricorso.