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No alla rimozione d’urgenza di un articolo on line

Avv. Flaviano Sanzari

Il Tribunale di Milano, con una recente ordinanza, interviene sul tema dell’assimilazione della stampa digitale a quella tradizionale, riaffermando il principio per cui nessun provvedimento cautelare atipico, sulla base dell’articolo 700 c.p.c., ad esempio la rimozione o la deindicizzazione del link, può inibire la libera circolazione di un articolo, che deve rimanere consultabile, anche su internet, fino a che non ne sia stata accertata la diffamatorietà all’esito di un ordinario giudizio di merito, con sentenza passata in giudicato.

Avendo gli stessi effetti di un sequestro, infatti, prima di tale momento un simile provvedimento violerebbe l’articolo 21, comma 3, della Costituzione, che ne vieta di massima l’adozione per la stampa, ma anche per i “prodotti” ad essa assimilabili, ove si ipotizzi la commissione di un reato.

La Suprema Corte, infatti, con due sentenze a Sezioni Unite (la 23469/2016 delle Sezioni unite civili e la 31022/2015 delle Sezioni unite penali) aveva affermato che le garanzie, previste per la stampa, si estendono anche al giornale telematico, quando possieda «i medesimi tratti caratterizzanti» del periodico tradizionale.

Tuttavia, secondo il Tribunale di Milano, poiché nessun diritto fondamentale è protetto in termini assoluti dalla Costituzione, si possono adottare, sempre in via cautelare, rimedi che tutelino medio tempore il presunto diffamato, ad esempio l’aggiornamento o l’integrazione dell’articolo, dando spazio alla sua versione dei fatti o dando atto della loro eventuale evoluzione.

Non solo; il suddetto limite non vale, ad esempio, quando l’azione è promossa a tutela non della reputazione, ma di altri diritti fondamentali, ad esempio quelli connessi al trattamento dei dati, per i quali vigono norme e criteri diversi.

Il provvedimento in esame, in sostanza, pur negando l’adozione di misure a suo dire equivalenti ad un sequestro, riconosce la particolare dannosità, a volte irreparabile, della permanenza online di notizie potenzialmente lesive; e rileva come equi ed adeguati possano risultare rimedi, diversi dalla eliminazione dell’articolo, ma idonei ad informare gli utenti sulle “voci contrarie”, sulla “verità soggettiva” dell’interessato, sull’evoluzione delle informazioni o sull’esistenza di un processo in corso per accertarne la legittimità. Si tratterebbe di rimedi integrativi o correttivi che, tra l’altro, promuovono il pluralismo, anch’esso tutelato dall’articolo 21 della Costituzione e che svolgono più o meno la stessa funzione della tradizionale rettifica, pur avendo quest’ultima presupposti e fini diversi.

Senza l’indirizzo Ip niente diffamazione

Avv. Flaviano Sanzari

Senza l’accertamento dell’indirizzo IP cui riferire il messaggio che offende la reputazione non può scattare la condanna per diffamazione. Lo sostiene la Corte di Cassazione penale con la sentenza n. 5352/18, con la quale è stato accolto il ricorso presentato dalla difesa di una donna, condannata per il reato di diffamazione, per un messaggio diffuso tramite Facebook, ai danni del sindaco di un paese del Sud. Tra le tesi alla base dell’impugnazione veniva soprattutto valorizzata l’assenza di una puntuale verifica, da parte dell’autorità giudiziaria, dell’indirizzo IP di provenienza, ossia del codice numerico assegnato in via esclusiva ad ogni dispositivo elettronico al momento della connessione ad internet, permettendo così di individuare la linea telefonica utilizzata.

Per la Corte il rilievo sarebbe fondato, in quanto, al fine di disporre la condanna, non è sufficiente attribuire valore alla provenienza del post da un profilo Facebook intestato alla donna ed alla carica di sindacalista rivestita dalla stessa, che spiegherebbe i possibili elementi di conflitto nei confronti del sindaco. Il mancato accertamento dell’indirizzo IP compromette l’impianto accusatorio, perché non consente di procedere con il massimo grado di certezza possibile all’attribuzione della responsabilità; sarebbe infatti anche possibile, adombra la Corte, un utilizzo abusivo del nickname dell’accusata.

Diffamazione e odio razziale

Avv. Flaviano Sanzari

Diffamazione e odio razziale per chi pubblica su Facebook frasi dirette a un soggetto, colpendolo sul colore della pelle e altro. La Cassazione penale, con la sentenza n. 7959/18, ha riconosciuto il reato di diffamazione aggravata da finalità di discriminazione razziale a carico del consigliere circoscrizionale Paolo Serafini, che aveva pubblicato un post sull’ex ministro dell’Integrazione, Cecile Kjenge, con cui invitava quest’ultima «a rassegnare le dimissioni e a tornare nella giungla da cui era uscita». L’imputato ha proposto ricorso per Cassazione evidenziando come non volesse offendere il soggetto, equiparando quanto scritto a frasi e ad altri modi dire di uso corrente come «torna tra i monti». I Supremi giudici hanno respinto il ricorso, ricordando come fosse evidente la natura diffamatoria dell’espressione utilizzata nei confronti della persona offesa dall’imputato, la cui condotta non poteva essere scriminata dall’esercizio del diritto di critica politica come avrebbe voluto il ricorrente. La Corte ricorda come il legittimo esercizio del diritto di critica, pur non potendosi pretendere caratterizzato dalla particolare obiettività propria del diritto di cronaca, non consente comunque gratuite aggressioni alla dimensione morale della persona offesa e presuppone sempre il rispetto del limite della continenza delle espressioni utilizzate, da ritenersi superato nel momento in cui le stesse, per il loro carattere gravemente infamante o inutilmente umiliante, si trasformino in una mera aggressione verbale. Sussiste quindi la diffamazione quando tale limite sia oltrepassato, trasformando il legittimo dissenso contro le iniziative e le idee politiche altrui in un’occasione per aggredirne la reputazione, con affermazioni che non si risolvono in critica, anche estrema, di idee e di comportamenti, ma in espressioni apertamente denigratorie della dignità e della reputazione altrui.

Immagini diffamatorie pubblicate su Instagram: la reputazione va tutelata

Avv. Flaviano Sanzari

La tutela della reputazione va assicurata anche a chi subisce attacchi diffamatori su Instagram, attraverso la manipolazione di un’immagine. Pertanto, se i giudici nazionali non provvedono a punire chi lancia accuse false sul social network – classificando le informazioni come giudizi di valore, quando in realtà sono dichiarazioni di fatto – è certa la violazione dell’art. 8 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo, che assicura il diritto al rispetto della vita privata, incluso quello alla reputazione, Lo ha stabilito la Corte di Strasburgo con la sentenza depositata il 7 novembre 2017, relativa al ricorso n. 24703/15. A rivolgersi ai giudici internazionali è stato un blogger e scrittore islandese, che era stato accusato di stupro. L’uomo era stato prosciolto, ma su Instagram era stata poi diffusa una sua immagine, frutto di una manipolazione della copertina di un giornale, accompagnata da una frase offensiva che lo definiva «stupratore». L’autore si era difeso, sostenendo che l’immagine doveva circolare solo tra un gruppo limitato di persone e che era stata diffusa senza il suo consenso. I tribunali nazionali non avevano quindi accolto la richiesta di risarcimento da parte del blogger, sostenendo che la riproduzione dell’immagine con la didascalia contenesse un giudizio di valore. Così, al blogger non è rimasto altro che rivolgersi alla Corte europea dei diritti dell’uomo, che gli ha dato ragione. In particolare – osservano i giudici internazionali – è vero che il blogger era un controverso personaggio pubblico e che, in quanto tale, poteva essere sottoposto a critiche ad ampio raggio; ma ciò non vuol dire che non abbia diritto alla tutela della reputazione. La Corte di Strasburgo mette in primo piano la circostanza che la diffusione era avvenuta via internet,  comportando così maggiori rischi per il diritto alla reputazione rispetto a quella che avviene attraverso la stampa. Per i giudici, in ogni caso, l’errore di fondo è stato considerare un giudizio di valore l’espressione utilizzata da chi aveva postato l’immagine su Instagram. Se è vero che compete alle autorità nazionali dare una valutazione su ciò che è da classificare come una dichiarazione di fatto o un giudizio di valore, la Corte europea ha ritenuto di intervenire limitando il margine di apprezzamento degli Stati. Chiarendo, cioè, che l’uso di espressioni quali “stupratore” non può, al di là del contesto, essere considerata come un’opinione. È stata quindi sbagliata la valutazione dei tribunali islandesi, che avrebbero dovuto constatare la mancanza di una base fattuale, visto che le accuse di stupro nei confronti del blogger erano state archiviate. La Corte non esclude che una dichiarazione di un fatto possa, in un determinato contesto, essere considerata un giudizio di valore. Ma sottolinea che va sempre richiesta una base fattuale sufficiente. Non rileva, inoltre, il comportamento del diffamato: potrà anche aver assunto una condotta provocatoria, ma questo non giustifica l’accusa di un atto illecito senza un supporto concreto. La Corte di Strasburgo conclude, quindi, affermando la violazione dell’art. 8 della Convenzione europea da parte dello Stato Islandese, proprio perché i giudici nazionali non hanno raggiunto un giusto equilibrio tra i diversi diritti in gioco: da un lato, la libertà di espressione e, dall’altro, la tutela della reputazione.

Social network e blog: la diffamazione è aggravata da “altro mezzo di pubblicità”

Avv. Flaviano Sanzari

La diffusione di messaggi veicolati a mezzo internet, in particolare tramite social network, integra un’ipotesi di diffamazione aggravata ai sensi dell’art. 595 c.p., comma 3, in quanto trattasi di condotta potenzialmente in grado di raggiungere un numero indeterminato o, comunque, quantitativamente apprezzabile di persone, qualunque sia la modalità informatica di condivisione e di trasmissione. Proprio l’utilizzazione, all’interno della suddetta norma, della particella disgiuntiva – “se l’offesa è recata col mezzo della stampa o con qualsiasi altro mezzo di pubblicità…” – rende evidente come la categoria dei mezzi di pubblicità sia più ampia del concetto di stampa, includendo tutti quei sistemi di comunicazione e, quindi, di diffusione – dal fax ai social media – che, grazie all’evoluzione tecnologica, rendono possibile la trasmissione di dati e notizie ad un numero ampio o addirittura indeterminato di soggetti. Questo è quanto stabilito dalla quinta sezione penale della Suprema Corte di cassazione, con la sentenza n. 8482 del 22 febbraio 2017.

Si al sequestro della pagina Facebook per le offese online

Avv. Flaviano Sanzari

Il Tribunale Penale di Reggio Emilia (Sez. impugnazioni cautelari), respingendo l’appello proposto da Facebook avverso il provvedimento di rigetto della richiesta di dissequestro parziale, ha posto fine ad una controversia cautelare, che traeva origine da un provvedimento di sequestro preventivo emesso dal Gip di Reggio Emilia.

In particolare, quest’ultimo aveva disposto il sequestro preventivo, mediante oscuramento, dei gruppi Facebook “Musulmani d’Italia- comunità” e “Musulmani d’Italia-gruppo chiuso”, sui quali erano stati pubblicati post e commenti diffamatori e minacciosi nei confronti di una giornalista della testata Il Resto del Carlino.

La permanenza online delle frasi diffamatorie, secondo il Giudice, aggrava le conseguenze del reato commesso, perché protrae la lesione alla reputazione, potendo i post raggiungere un numero sempre maggiore di persone.

A seguito della notifica del decreto di sequestro, la Facebook Ireland – inizialmente inadempiente  – aveva rimosso l’accesso ai singoli post individuati nel medesimo decreto e, successivamente, su sollecitazione dello stesso P.M., rimosso l’accesso alla pagina Facebook  e al gruppo Facebook.

La medesima Facebook Ireland, peraltro, formulava richiesta di revoca parziale del sequestro, chiedendo che venissero modificate le modalità esecutive.

Come già accennato, sia il GIP che, in sede di appello, il Tribunale di Reggio Emilia, rigettavano la richiesta.

Da un lato, i giudici hanno affermato che Facebook sarebbe priva di attuale e concreto interesse alla revoca parziale del sequestro, considerato che sia la pagina Facebook che il gruppo, gravati dal vincolo, nell’ipotesi di dissequestro sarebbero tornati nella disponibilità non dell’istante, ma delle persone che – tramite la piattaforma Facebook – avevano creato e gestito i suddetti spazi virtuali.

Dall’altro, il Tribunale di Reggio Emilia ha precisato che correttamente il sequestro era stato esteso non ai singoli post diffamatori, ma alle intere pagine, facendo notare come proprio l’iniziale inadempimento da parte di Facebook all’oscuramento integrale delle pagine avesse consentito all’indagato di pubblicare altri commenti ingiuriosi e minacciosi nei confronti della querelante.

 

No all’algoritmo della reputazione, viola la dignità della persona

Avv. Flaviano Sanzari

No del Garante privacy alla piattaforma web per l’elaborazione di profili reputazionali. Con provvedimento del 24.11.2016, l’Autorità ha dichiarato che il trattamento di dati personali connesso ai servizi offerti tramite la banca dati informatica “Mevaluate” non risulta conforme al Codice Privacy ed è potenzialmente lesivo della dignità delle persone e, pertanto, ha vietato qualunque operazione di trattamento (presente o futura), ove effettuata sulla base dei presupposti e delle modalità indicate dalla società proprietaria della piattaforma, in riferimento ai dati personali degli interessati.

In particolare, l’infrastruttura, costituita da un portale web e un archivio informatico, dovrebbe raccogliere ed elaborare una mole rilevante di dati personali contenuti in documenti caricati volontariamente sulla piattaforma dagli stessi utenti o ricavati dal web. Attraverso un algoritmo, il sistema costruirebbe poi una sorta di rating reputazionale, assegnando ai soggetti censiti degli indicatori alfanumerici in grado di misurare in modo oggettivo l’affidabilità delle persone in campo economico e professionale.

Il Garante ha però ritenuto che il sistema comporti rilevanti problematiche per la privacy a causa della delicatezza delle informazioni che si vorrebbero utilizzare, del pervasivo impatto sugli interessati e delle  modalità di trattamento che la società titolare intende mettere in atto. Pur essendo infatti legittima, in linea di principio, l’erogazione di servizi che possano contribuire a rendere maggiormente efficienti, trasparenti e sicuri i rapporti socioeconomici, il sistema in esame presuppone una raccolta massiva, anche on line, di informazioni suscettibili di incidere significativamente sulla rappresentazione economica e sociale di un’ampia platea di individui (clienti, candidati, imprenditori, liberi professionisti, cittadini), influenzando le scelte altrui e  condizionando l’ammissione degli interessati a prestazioni, servizi o benefici.

Per quanto riguarda, poi, l’asserita oggettività delle valutazioni, la società proprietaria non è stata in grado di dimostrare l’efficacia dell’algoritmo che regolerebbe la determinazione del rating. L’Autorità ha avanzato perplessità sull’opportunità di rimettere ad un sistema automatizzato ogni decisione su aspetti così delicati e complessi come quelli connessi alla reputazione. Oltre alla difficoltà di misurare situazioni e variabili non facilmente classificabili, non vi sarebbero garanzie nemmeno sulla veridicità e completezza della documentazione su cui fondare la valutazione, con il rischio di creare profili inesatti e non rispondenti alla identità sociale delle persone censite.

Infine, il Garante ha manifestato dubbi sulle misure di sicurezza del sistema, basate, prevalentemente, su procedure di autenticazione “debole” (user id e password) e su meccanismi di cifratura dei soli dati giudiziari. Si tratta, secondo l’Autorità, di misure inadeguate, specialmente se rapportate all’elevato numero di soggetti che potrebbero essere coinvolti e all’ingente quantitativo di informazioni, anche molto delicate, che verrebbero registrate all’interno della piattaforma.

Ulteriori criticità sono state ravvisate, inoltre, nei tempi di conservazione dei dati e nell’informativa da rendere agli interessati.

Commenti offensivi dei lettori: non sempre risponde il sito web

Avv. Ginevra Proia

Il 2 febbraio scorso la Corte europea dei diritti dell’uomo si è pronunciata in un caso di violazione della reputazione aziendale attraverso commenti di utenti anonimi pubblicati su un portale di news.

Il ricorso è stato presentato da Magyar Tartalomszolgáltatók Egyesülete (“MTE”),organo ungherese di autoregolamentazione dei fornitori di contenuti internet, e da Index.hu Zrt (Index), società proprietaria di uno dei più importanti portali di notizie Internet in Ungheria. Entrambi i soggetti ricorrenti consentivano agli utenti, previa registrazione, di commentare i contenuti apparsi sui propri portali, senza alcun monitoraggio o moderazione preventiva dei commenti stessi. Nel febbraio 2010, su quei portali, erano apparsi dei commenti offensivi e denigratori (pubblicati sotto pseudonimo) nei riguardi di alcune società immobiliari, ree, secondo gli utenti, di aver posto in essere pratiche commerciali ingannevoli. I giudici ungheresi, chiamati a decidere sulla diffamatorietà dei commenti postati, sulla lesione alla reputazione delle aziende coinvolte e sulla responsabilità dei portali per i commenti postati da terzi, hanno ritenuto i commenti pubblicati gravementi offensivi e hanno condannato i gestori dei portali, in quanto tecnicamente capaci di svolgere un’attività di monitoraggio preliminare dei contenuti pubblicati, che avrebbe scongiurato l’originaria pubblicazione dei commenti ed i conseguenti danni reputazionali.

Invocando l’articolo 10 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo (norma che tutela la libertà di espressione) e la normativa comunitaria in materia di responsabilità degli intermediari della società dell’informazione (direttiva 2000/31/CE relativa a taluni aspetti giuridici dei servizi della società dell’informazione nel mercato interno, con particolare riferimento al commercio elettronico), sia MTE che Index si dolevano delle sentenze di condanna dei giudici ungheresi e ricorrevano alla Corte europea dei diritti dell’uomo. Il ricorso veniva presentato il 28 marzo 2013.

La premessa su cui i giudici di Strasburgo hanno fondato la propria decisione è che “blog e portali di commenti” dovrebbero essere comparati ad organi di stampa, con conseguenti obblighi e responsabilità (punto 62). La Corte, ha quindi ritenuto di poter applicare gli principi espressi nel caso Delfi AS c. Estonia, deciso il 10 ottobre 2013 (n. 64569/09). In quella circostanza, la Corte riconobbe il portale responsabile dei commenti offensivi pubblicati online dai suoi lettori, in ragione del fatto che i commenti erano altamente offensivi, che il portale non aveva impedito che divenissero pubblici e che lo stesso traeva un profitto dalla loro esistenza, pur consentendo ai loro autori di rimanere anonimi. In quel caso, però, i commenti si sostanziavano in discorsi di incitamento all’odio ed alla violenza e, per questo, erano chiaramente illegali; nel caso di specie, non sussistendo tali elementi, la Corte ha tenuto conto: a) dell’ interesse pubblico alla notizia, ossia la pratica commerciale ingannevole posta in essere dalle aziende asseritamente diffamate (nei confronti delle quali erano comunque pendenti indagini per condotta commerciale scorretta); b) della continenza delle espressioni usate, che seppur offensive, non sono state ritenute propriamente diffamatorie; c) della presenza, sui portali, di un apposito sistema di “segnalazione” di contenuti offensivi e del mancato esperimento di questo strumento (potenzialmente, di per sé, idoneo a tutelare la reputazione commerciale delle aziende che ne lamentavano la lesione).

La Corte ha quindi concluso che, avuto riguardo delle circostanze del caso, i giudici ungheresi, condannando MTE e Index, in qualità di gestori dei portali, avessero violato il diritto alla libertà di espressione sancito dall’art. 10 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo e ne ha accolto il ricorso.