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Responsabilità del medico e della struttura sanitaria: il Tribunale di Milano conferma il doppio binario

Avv. Flaviano Sanzari

In caso di errata esecuzione di un intervento chirurgico, se il paziente agisce nei confronti della struttura sanitaria e del medico, senza allegare l’esistenza di un contratto d’opera professionale con quest’ultimo, il rapporto del paziente con il medico ha natura extracontrattuale, mentre quello con la struttura ha natura contrattuale. Pertanto, il medico risponde per fatto illecito, mentre la struttura risponde per l’inadempimento al contratto.

La decisione del Tribunale di Milano in esame (sentenza n. 9670/2017) trae origine dal giudizio instaurato da una donna nei confronti di un medico e di una struttura ospedaliera per ottenere il risarcimento dei danni patrimoniali e non patrimoniali subiti a seguito di due interventi chirurgici al setto nasale ai quali si era sottoposta.

L’attrice lamentava, in particolare, l’inadeguatezza dei due interventi che le avevano causato problemi respiratori e peggiorato altresì l’aspetto estetico.

La struttura sanitaria ed il medico, costituitisi in giudizio, chiedevano il rigetto delle domande attoree.

La causa veniva istruita a mezzo di una CTU medico legale e, all’esito, il giudice condannava la struttura ed il medico in solido al risarcimento dei danni subiti dalla donna.

La pronuncia è interessante, in quanto il Tribunale di Milano è tornato ad affermare che la responsabilità nei confronti del paziente del medico operante all’interno della struttura sanitaria ha natura aquiliana, ferma restando la responsabilità contrattuale della struttura.

Il giudice milanese ha infatti osservato che l’attrice non aveva allegato di aver concluso un contratto d’opera professionale con il chirurgo e, conseguentemente, ha ritenuto che la responsabilità di quest’ultimo dovesse configurarsi come extracontrattuale.

Al riguardo, il giudice ha evidenziato che anche la disposizione di cui all’art. 3 del Decreto Balduzzi, nella parte in cui richiama la norma sul fatto illecito (art. 2043 c.c.), deve essere interpretata nel senso che la responsabilità risarcitoria del medico ha natura extracontrattuale, conformemente all’orientamento già espresso dal Tribunale meneghino.

Le ragioni di tale interpretazione, secondo quanto riaffermato dal giudice milanese, devono rinvenirsi nella volontà del Legislatore di optare per il regime della responsabilità extracontrattuale, più sfavorevole al paziente danneggiato, al fine di porre un limite alla responsabilità dei professionisti sanitari derivante dall’esercizio dell’attività medica e ridurre i costi della sanità.

Il giudice ha altresì osservato che, seguendo l’indirizzo contrario avallato dalla Suprema Corte, in virtù del quale il richiamo di cui al Decreto Balduzzi alla norma sul fatto illecito deve essere interpretato nel senso che il legislatore avrebbe soltanto voluto escludere l’irrilevanza della colpa lieve nell’ambito della responsabilità aquiliana, il richiamo stesso all’art. 2043 c.c. risulterebbe privo di utilità.

In forza di tali osservazioni, il giudice ha concluso affermando che nel caso in cui sia promossa un’azione nei confronti del medico, senza allegare la sussistenza di un contratto di opera professionale con il medesimo, tale rapporto ha natura extracontrattuale, mentre il rapporto con la struttura sanitaria si configura come contrattuale.

Infine, il giudice ha colto l’occasione per precisare che tale interpretazione risulta adesso avallata anche dalla Legge Gelli-Bianco.

Danno alla persona: il restyling romano e le riforme in cantiere

Avv. Flaviano Sanzari

Il Tribunale di Roma il 6 aprile scorso ha reso noto l’aggiornamento delle proprie tabelle di liquidazione del danno alla persona, adeguate (rispetto alla versione precedente) secondo l’incremento dell’indice Istat.

Si tratta, quindi, di una revisione minimale per la cosiddetta “tabella romana”, che fornisce parametri di liquidazione del danno non solo biologico, ma anche per la componente del danno legata alla sofferenza connessa alla menomazione subita dalla vittima primaria, nonché per il risarcimento del danno ai congiunti per la lesione o la rottura definitiva del rapporto parentale.

Come noto, essa offre un criterio di liquidazione (sostanzialmente alternativo a quello assai più affermato elaborato dal tribunale di Milano e in uso in quasi tutti i tribunali dello Stato) che vede la sua diffusione nel tribunale capitolino e in aree limitrofe (non invece presso la Corte di appello di Roma, che in molte decisioni l’ha disapplicata).

La nascita di queste tabelle capitoline avvenne nel 2011, quasi per reazione a quelle decisioni della Suprema Corte di Cassazione che, di contro, elevarono il sistema “milanese” a parametro nazionale congruo e condivisibile, nell’ottica di arginare proprio la diversificazione dei criteri liquidativi diffusi alle diverse latitudini del Paese.

Proprio infatti nel 2011 la Suprema Corte di Cassazione – in due notissime sentenze che rientrano a pieno titolo tra i pilastri del nostro moderno sistema di liquidazione del danno alla persona – diede alla tabella milanese la “patente” di tabella unica nazionale di riferimento per il risarcimento del danno non patrimoniale (le sentenze nn. 12408 e 14402 del giugno 2011).

In tali decisioni, la Corte rilevava la incongruenza di una realtà nazionale che prevedesse diversi sistemi di calcolo del danno alla persona in ragione solo del luogo di radicamento della causa, di fatto screditando le tabelle locali elaborate negli anni da molti tribunali dello Stato, convogliandole tutte verso la tabella milanese, ritenuta la più congrua e conforme ai dettami della Cassazione.

La giurisprudenza affermatasi da allora affermò il primato milanese sulla semplice considerazione che i suoi criteri ermeneutici erano già di fatto condivisi dalla stragrande maggioranza dei tribunali dello Stato e che, per tale essenziale ragione, meglio di altre tabelle si prestassero a delimitare il fenomeno della parcellizzazione dei risarcimenti e del così detto “forum shopping ”, assai diffuso all’epoca: la scelta, ove possibile, del tribunale più “generoso” per radicare la causa.

Tuttavia, tale dichiarato primato non ha interrotto in questi anni l’intendimento dei giudici capitolini, seguiti, a distanza di pochi anni, dai giudici del Tribunale di Venezia, che hanno emanato un proprio sistema risarcitorio del tutto affrancato sia a quello milanese che a quello del Tribunale di Roma.

Ciò detto, la revisione in commento è in effetti una buona occasione per fare un punto e un aggiornamento sulla evoluzione del risarcimento del danno alla persona nel nostro ordinamento, tra provvedimenti normativi emanati o in fieri, pronunciamenti giurisprudenziali e, appunto, diffusione dei criteri tabellari dei tribunali dello Stato tutt’altro che congruenti fra loro.

In questo preciso momento storico, oltre alla vigenza contemporanea di tre tabelle elaborate da tre diversi Tribunali dello Stato, registriamo l’approvazione al Senato del cosiddetto Ddl “Concorrenza” (ora tornato all’esame della Camera dei Deputati), il quale contiene la riscrittura degli articoli 138 e 139 del codice delle assicurazioni e dei sistemi di liquidazione del danno alla persona nel ristretto settore della Rc auto e della Rc sanitaria (in forza dell’articolo 7 della legge n. 24 del 2017), realtà che tuttavia assorbono gran parte della casistica giurisprudenziale in tema di liquidazione del danno da lesione del bene salute.

Il testo approvato al Senato nella seduta del 3 maggio 2017 contiene il disegno di legge d’iniziativa del Governo e denominato «Legge annuale per il mercato e la concorrenza».

Non minor importanza riveste la vicenda parlamentare relativa al disegno di legge “Bonafede”, di recente ribattezzato “Turco”, per effetto della approvazione (in prima lettura alla Camera del Deputati) di un emendamento sostanziale introdotto da detto ultimo relatore.

Tale provvedimento, se approvato, introdurrebbe elementi importanti nel nostro sistema risarcitorio, con l’originale ambizione di riscrivere il testo dell’articolo 2059 c.c., ma, soprattutto, con il reale intendimento di codificare le tabelle di Milano come parametro normativo e con l’intento, quindi, di superare la realtà dei Tribunali dello Stato, che, come detto, presenta ancora forti resistenze all’applicazione della tabella meneghina.