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È diffamazione dare del “bandito” al datore di lavoro durante l’assemblea sindacale

Avv. Flaviano Sanzari

Con la sentenza 11 maggio 2018, n. 21133, la Corte di Cassazione ha avuto modo di riaffermare un principio ormai consolidato in tema di diffamazione. In particolare, pronunciandosi su un ricorso proposto avverso la sentenza con cui il giudice di merito aveva confermato la condanna per il reato di diffamazione nei confronti del dipendente di una residenza sanitaria, che aveva offeso i titolari-datori di lavoro, definendoli “banditi”, la Suprema Corte – nel disattendere la tesi difensiva secondo cui erroneamente i giudici avrebbero desunto il dolo del reato di cui all’art. 595 c.p., solo dal termine “banditi” adoperato, senza tuttavia rendersi conto della non ricorrenza dell’intento diffamatorio, anche per la genericità dello stesso – ha diversamente argomentato che, ai fini della sussistenza dell’elemento soggettivo del delitto di diffamazione, non si richiede che sussista l”animus iniurandi vel diffamandi”, essendo sufficiente il dolo generico, che può anche assumere la forma del dolo eventuale, in quanto è sufficiente che l’agente, consapevolmente, faccia uso di parole ed espressioni socialmente interpretabili come offensive, ossia adoperate in base al significato che esse vengono oggettivamente ad assumere, senza un diretto riferimento alle intenzioni dell’agente.

Il danno da lesione della reputazione va allegato e provato

La Corte di Cassazione, con ordinanza 16 aprile 2018, n. 9385, è tornata a ribadire come il danno non patrimoniale da lesione della reputazione, alla stregua degli altri danni da lesione di diritti fondamentali, sia un tipico danno-conseguenza e, perciò, non coincide con la lesione dell’interesse (ovvero, non sussiste in re ipsa); deve, pertanto, essere allegato e provato da chi chiede il relativo risarcimento.

Secondo il consolidato orientamento della giurisprudenza di legittimità, inoltre, ove si tratti di un pregiudizio proiettato nel futuro, la prova può essere fornita con il ricorso a valutazioni prognostiche ed a presunzioni sulla base di elementi obiettivi, che è però onere del danneggiato fornire.

Questo indirizzo giurisprudenziale, del resto, segue l’autorevole orientamento proposto dalle stesse Sezioni Unite della Suprema Corte, le quali hanno da tempo chiarito come sia da respingere l’affermazione che nel caso di lesione di valori della persona il danno sarebbe in re ipsa, perché la tesi snatura la funzione del risarcimento, che verrebbe concesso non in conseguenza dell’effettivo accertamento di un danno, ma quale pena privata per un comportamento lesivo.

Diffamazione: legittimo il sequestro della pagina Facebook

Avv. Flaviano Sanzari

E’ legittimo il sequestro preventivo, nel rispetto del principio di proporzionalità e ricorrendo i requisiti del fumus e del periculum, di un sito web o di una pagina telematica (nella specie, di una pagina Facebook), per mezzo dei quali è stata commessa diffamazione,

Sequestro che avviene tramite l’imposizione al fornitore dei servizi internet, anche in via d’urgenza, dell’oscuramento di una risorsa elettronica o l’impedimento dell’accesso agli utenti ai sensi degli artt. 14, 15 e 16 D.Lgs. n. 70/2003.

La equiparazione dei dati informatici alle cose in senso giuridico, in particolare, consente di inibire la disponibilità delle informazioni in rete e di impedire la protrazione delle conseguenze dannose del reato.

Sulla scorta di questa motivazione, la Corte di Cassazione, quinta sezione penale, con la recentissima sentenza n. 21521 del 15 maggio 2018, ha respinto il ricorso di alcuni indagati per il delitto di diffamazione, ed ha confermato il provvedimento di sequestro preventivo tramite oscuramento delle pagine Facebook attribuite agli indagati medesimi (mediante la quali gli stessi avevano pubblicato video e commenti offensivi della reputazione altrui).

La Suprema Corte ha chiarito, in proposito, che le forme di comunicazione telematica come blog o social network (tra cui rientra Facebook), le mailing list, le newsletter, sono espressione del diritto di manifestare liberamente il pensiero, garantito dall’art. 21 Cost., ma non possono godere delle garanzie costituzionali in tema di sequestro della stampa, anche nella forma online, poiché rientrano nei generici siti internet, non sono oggetti agli obblighi ed alle garanzie previste dalla normativa sulla stampa.

No all’algoritmo della reputazione, viola la dignità della persona

Avv. Flaviano Sanzari

No del Garante privacy alla piattaforma web per l’elaborazione di profili reputazionali. Con provvedimento del 24.11.2016, l’Autorità ha dichiarato che il trattamento di dati personali connesso ai servizi offerti tramite la banca dati informatica “Mevaluate” non risulta conforme al Codice Privacy ed è potenzialmente lesivo della dignità delle persone e, pertanto, ha vietato qualunque operazione di trattamento (presente o futura), ove effettuata sulla base dei presupposti e delle modalità indicate dalla società proprietaria della piattaforma, in riferimento ai dati personali degli interessati.

In particolare, l’infrastruttura, costituita da un portale web e un archivio informatico, dovrebbe raccogliere ed elaborare una mole rilevante di dati personali contenuti in documenti caricati volontariamente sulla piattaforma dagli stessi utenti o ricavati dal web. Attraverso un algoritmo, il sistema costruirebbe poi una sorta di rating reputazionale, assegnando ai soggetti censiti degli indicatori alfanumerici in grado di misurare in modo oggettivo l’affidabilità delle persone in campo economico e professionale.

Il Garante ha però ritenuto che il sistema comporti rilevanti problematiche per la privacy a causa della delicatezza delle informazioni che si vorrebbero utilizzare, del pervasivo impatto sugli interessati e delle  modalità di trattamento che la società titolare intende mettere in atto. Pur essendo infatti legittima, in linea di principio, l’erogazione di servizi che possano contribuire a rendere maggiormente efficienti, trasparenti e sicuri i rapporti socioeconomici, il sistema in esame presuppone una raccolta massiva, anche on line, di informazioni suscettibili di incidere significativamente sulla rappresentazione economica e sociale di un’ampia platea di individui (clienti, candidati, imprenditori, liberi professionisti, cittadini), influenzando le scelte altrui e  condizionando l’ammissione degli interessati a prestazioni, servizi o benefici.

Per quanto riguarda, poi, l’asserita oggettività delle valutazioni, la società proprietaria non è stata in grado di dimostrare l’efficacia dell’algoritmo che regolerebbe la determinazione del rating. L’Autorità ha avanzato perplessità sull’opportunità di rimettere ad un sistema automatizzato ogni decisione su aspetti così delicati e complessi come quelli connessi alla reputazione. Oltre alla difficoltà di misurare situazioni e variabili non facilmente classificabili, non vi sarebbero garanzie nemmeno sulla veridicità e completezza della documentazione su cui fondare la valutazione, con il rischio di creare profili inesatti e non rispondenti alla identità sociale delle persone censite.

Infine, il Garante ha manifestato dubbi sulle misure di sicurezza del sistema, basate, prevalentemente, su procedure di autenticazione “debole” (user id e password) e su meccanismi di cifratura dei soli dati giudiziari. Si tratta, secondo l’Autorità, di misure inadeguate, specialmente se rapportate all’elevato numero di soggetti che potrebbero essere coinvolti e all’ingente quantitativo di informazioni, anche molto delicate, che verrebbero registrate all’interno della piattaforma.

Ulteriori criticità sono state ravvisate, inoltre, nei tempi di conservazione dei dati e nell’informativa da rendere agli interessati.