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Espropriazione per pubblica utilità del bene immobile pignorato

Se al momento della trascrizione del decreto di esproprio sul bene espropriato risulta pendente una procedura esecutiva immobiliare, l’evento espropriativo determina una situazione in cui deve ritenersi venuto meno sia il diritto oggetto dell’espropriazione forzata, ovvero la proprietà del bene in capo al debitore espropriato per pubblica utilità, sia il diritto di azione esecutiva esercitato dal creditore dell’espropriato sul bene.

Il Giudice dell’Esecuzione, una volta avuta conoscenza dell’evento espropriativo (ovvero dell’avvenuta trascrizione del decreto di esproprio), deve d’ufficio prendere atto sia del venir meno dell’azione esecutiva, sia del venir meno del suo oggetto, cioè la proprietà del bene.

La ricaduta sul processo esecutivo è quella della constatazione del verificarsi di un evento che assume carattere oggettivamente impeditivo della prosecuzione del processo esecutivo con conseguente estinzione della pretesa esecutiva.

Lo ha stabilito la Corte di Cassazione con sentenza n. 21591 del 19.9.2017.

Terzo pignorato e vincolo di indisponibilità delle somme

Avv. Daniele Franzini

Nel caso in cui il terzo pignorato, nel rendere la dichiarazione ex art. 547 c.p.c., eccepisca la non assoggettabilità ad esecuzione forzata delle somme sottoposte a pignoramento, il Giudice dell’Esecuzione è tenuto a svolgere una sommaria attività accertativa, procedendo – ove ritenga effettivamente sussistente un vincolo di indisponibilità – alla declaratoria di nullità del pignoramento e di improseguibilità del processo esecutivo ovvero – per il caso di ritenuta inoperatività del vincolo – all’assegnazione del credito.

Lo ha stabilito la Corte di Cassazione con la sentenza n. 21528 del 15.9.2017.

Nel caso in commento, il pignoramento era stato promosso nei confronti del Ministero dell’Interno (debitore esecutato) e della Banca d’Italia (terzo pignorato quale tesoriere del Ministero).

Nel processo esecutivo la Banca d’Italia aveva dichiarato che le uniche somme di pertinenza del Ministero dell’Interno esistenti presso la medesima erano quelle giacenti in contabilità speciale, come tali non assoggettabili ad esecuzione forzata.

Il Tribunale di Roma, adito con giudizio di accertamento dell’obbligo del terzo, aveva ritenuto che la Banca d’Italia avesse fatto valere un vincolo di impignorabilità, non deducibile dal terzo pignorato, e pertanto aveva accolto la domanda del creditore procedente, dichiarando la Banca d’Italia debitrice del Ministero esecutato per un importo pari a quello precettato nel giudizio di esecuzione, aumentato della metà.

La Corte d’Appello di Roma, rigettando l’appello proposto dalla Banca d’Italia, aveva confermato la sentenza del Tribunale di Roma ribadendo la carenza di interesse del terzo a far valere vincoli di impignorabilità nonché la positività della relativa dichiarazione.

Con ricorso per cassazione, la Banca d’Italia aveva dedotto: che la propria dichiarazione era riferita alla contabilità speciale 1903 (“Addizionale IRPRF enti locali”); che le somme giacenti in detta contabilità speciale erano di competenza degli enti locali e perciò non potevano essere aggredite dai creditori del Ministero dell’Interno; che a questo scopo il legislatore aveva previsto la nullità del pignoramento, rilevabile d’ufficio; che quindi non si trattava di un regime di impignorabilità ordinaria, ma di esonero della Tesoreria dagli obblighi di custodia, che impediva radicalmente che si producesse l’arresto del credito proprio del pignoramento; che – poichè la norma era rivolta direttamente alla Banca d’Italia – questa aveva un interesse diretto a far valere il proprio esonero dagli obblighi di custodia del credito pignorato ordinariamente incombenti sul terzo pignorato; che, in conclusione, il giudizio di accertamento dell’obbligo del terzo avrebbe dovuto essere dichiarato inammissibile.

Come anticipato, la S.C., con la sentenza in esame, ha statuito che la rilevabilità ufficiosa del vincolo di indisponibilità delle somme impone al Giudice dell’Esecuzione di svolgere nell’ambito dei poteri a lui attribuiti dall’art. 484, co. 1, c.p.c. una sommaria attività accertativa, procedendo alla declaratoria di nullità del pignoramento e di improseguibilità del processo esecutivo ovvero all’assegnazione del credito.

In entrambi i casi la tutela contro i provvedimenti resi dal Giudice dell’Esecuzione è affidata al rimedio dell’opposizione ex art. 617 c.p.c., salva l’opposizione del debitore esecutato volta a far valere l’impignorabilità del credito, proposta prima del provvedimento del Giudice dell’Esecuzione ai sensi dell’art. 615 c.p.c..

Opposizione a decreto ingiuntivo

Con ordinanza del 15 giugno 2017, il Tribunale di Santa Maria Capua Vetere – nello statuire che “l’opposizione a decreto ingiuntivo, in applicazione del principio dettato dall’articolo 645 del codice di procedura civile, deve essere notificata alla controparte per consentire la valida instaurazione del contraddittorio, necessaria per la trasformazione del procedimento monitorio in un ordinario processo di cognizione” – ha ritenuto che la notifica a mezzo posta elettronica certificata, effettuata allegando la sola procura alle liti con la relata, firmate digitalmente, senza l’atto di opposizione, determina l’inesistenza dell’atto stesso.

Con ciò generando non la nullità (eventualmente sanabile), ma l’insussistenza della conoscibilità legale  – che non consente alcuna possibilità di sanatoria – dell’atto cui tende la notificazione in favore della controparte. Il tutto, in ottemperanza ai principi di strumentalità delle forme degli atti processuali e del giusto processo.

Sotto un altro profilo, deve osservarsi il passaggio in giudicato del decreto ingiuntivo opposto, essendo decorso il termine per la rituale notifica dell’opposizione, cosi come deve ritenersi esclusa la possibilità per il debitore di proporre un’opposizione tardiva.

Addio a Equitalia. Designata “erede universale” l’Agenzia delle Entrate-Riscossione

Avv. Daniele Franzini

A decorrere dal 1° luglio 2017 le società del Gruppo Equitalia sono cancellate d’ufficio dal registro delle imprese, senza che sia esperita alcuna procedura di liquidazione.

Al fine di garantire la continuità e la funzionalità delle attività di riscossione, è stato istituito un ente pubblico economico, denominato Agenzia delle Entrate-Riscossione, sottoposto all’indirizzo e alla vigilanza del Ministero dell’Economia e delle Finanze.

Il passaggio al nuovo ente comporterà innanzitutto un cambiamento sotto il profilo formale, in quanto le cartelle di pagamento porteranno la firma dell’Agenzia delle Entrate-Riscossione.

Il nuovo ente si occuperà di gestire le cartelle esattoriali, le iscrizioni a ruolo e i procedimenti in corso.

In materia di riscossione delle imposte sul reddito, che prevede in capo all’agente della riscossione la possibilità di pignorare direttamente il conto corrente, si applicheranno le disposizioni di cui all’art. 72 bis del D.p.r. 602/1973, introdotto dal D.L. 203/2005.

La procedura di recupero permetterà prima di bloccare il conto corrente e poi di prelevare la somma spettante al creditore, riconoscendo la possibilità agli agenti della riscossione di accedere direttamente ai conti senza la necessità di autorizzazione del giudice.

Tuttavia, con il passaggio all’Agenzia delle Entrate-Riscossione verranno introdotte delle garanzie maggiori per i debitori.

Il nuovo ente della riscossione, infatti, potrà accedere direttamente all’archivio dei rapporti con gli operatori finanziari per verificare le giacenze sul conto corrente ma – a differenza del modus operandi posto in essere da Equitalia, la quale attivava il pignoramento su tutti i conti intestati e incassava il dovuto solo in seguito alle risposte delle banche sull’ammontare della giacenza – ora il pignoramento sarà promosso solo sul conto ove è disponibile la somma necessaria per coprire il debito.

Il tutto nell’ottica di ovviare ad un sistema che generava, ad esempio, problemi di liquidità ai professionisti che si vedevano bloccato non solo il conto professionale, ma anche eventuali conti personali.

Con l’Agenzia delle Entrate-Riscossione, invece, il conto bloccato sarà sempre e solo uno, lasciando, quindi, la possibilità di porre in essere altre operazioni e l’utilizzo senza vincoli delle altre disponibilità finanziarie.

Relativamente alle sorte delle cartelle esattoriali pendenti con Equitalia, queste passeranno alla nuova Agenzia delle Entrate-Riscossione.

Per quanto concerne invece i rapporti processuali pendenti, l’art. 1, comma 3 del D.L. n. 193 del 2016, convertito dalla L. n. 225 del 2016 sembra chiaro nello stabilire che L’ente subentra, a titolo universale, nei rapporti giuridici attivi e passivi, anche processuali, delle società del Gruppo Equitalia di cui al comma 1 e assume la qualifica di agente della riscossione”.

Tuttavia, l’interpretazione della norma ha originato due diverse orientamenti interpretativi.

Secondo un primo orientamento, prevedendo la norma il subentro nei rapporti processuali, si dovrebbe concludere che si tratta di una vicenda evolutiva di uno stesso soggetto, per la quale non si pongono problemi di interruzione del processo.

Secondo altra impostazione, invece, l’estinzione di un soggetto giuridico, avendo come effetto la perdita della capacità processuale, costituirebbe una causa tipica e ordinaria di interruzione del processo, che dovrebbe essere dunque riassunto.

In realtà appare preferibile la teoria del subentro automatico senza necessità di interruzione del processo alla luce della nota del Ministero della Giustizia del 7 giugno scorso, che – richiamando la previsione di cui all’art. 1, comma 3 del D.L. 193/2016 – ha indicato “anche ai fini delle comunicazioni/notificazioni di cancelleria e dell’allineamento del Registro PP.AA” l’ indirizzo PEC del nuovo ente (protocollo@pecagenziariscossione.gov.it).

Pignoramento di credito non esigibile

La Corte di Cassazione, con sentenza n. 15607 del 22 giugno scorso, ha affermato “l’assoggettabilità a pignoramento dei crediti non esigibili, condizionati e finanche eventuali, con il solo limite della loro riconducibilità ad un rapporto giuridico identificato e già esistente”.

Nello specifico, la non esigibilità del credito non esclude la sussistenza del credito stesso – a maggior ragione se risulta già accertato in sede giudiziale, anche con pronuncia non definitiva – né la possibilità della sua espropriazione, il che comporta il positivo accertamento del credito nel giudizio di cui all’art. 548 c.p.c. e la sua assegnazione in favore del creditore procedente, pur con il limite derivante dalle sue condizioni per l’esigibilità, le quali, rileveranno nell’ipotesi in cui il creditore assegnatario dovesse porre in esecuzione l’ordinanza di assegnazione.

Dal 30 ottobre 2021 maggiori competenze per i giudici di pace

Avv. Daniele Franzini

Il 10 luglio scorso il Consiglio dei Ministri ha approvato in via definitiva il decreto legislativo che completa l’attuazione della delega – concessa al Governo con la legge n. 57 del 2016 – per una riforma organica della magistratura onoraria.

Il decreto introduce uno statuto unico della magistratura onoraria, applicabile ai giudici di pace, ai giudici onorari di tribunale e ai vice procuratori onorari, inserendo i primi due nell’ufficio del giudice di pace.

Dal 30 ottobre 2021, quando i nuovi giudici onorari immessi avranno terminato la fase formativa, sarà ampliata ulteriormente la competenza per materia del giudice di pace, nella quale confluirà un insieme di cause e procedimenti civili di “minore complessità” fino ad ora di competenza del tribunale. In particolare, ai giudici di pace, saranno delegate:

– le cause relative a beni mobili di valore non superiore a cinquantamila euro, nonché quelle relative al pagamento a qualsiasi titolo di somme di denaro non eccedenti il medesimo valore;

– le cause di risarcimento del danno prodotto dalla circolazione dei veicoli e dei natanti, purché il valore della controversia non superi i centomila euro;

– i procedimenti di espropriazione presso terzi, purché il valore del credito pignorato non superi i cinquantamila euro.

I giudici onorari di pace saranno assegnati alla struttura organizzativa denominata “ufficio per il processo”, costituita presso il tribunale del circondario dove ha sede l’ufficio del giudice di pace cui sono assegnati. In particolare, si prevede che i giudici onorari di pace eserciteranno la giurisdizione in materia civile e penale e la funzione conciliativa in materia civile, nel rispetto delle disposizioni dei codici di procedura civile e penale e delle leggi speciali. Mentre, per quanto concerne i vice procuratori onorari, ai sensi dell’art. 2 del decreto, “sono costituite nelle procure della Repubblica presso i tribunali ordinari, strutture organizzative denominate ‘ufficio dei vice procuratori onorari’”.

Per quanto concerne i magistrati onorari, all’interno del decreto vengono disciplinate le modalità di conferimento dell’incarico, la sua durata temporanea (limitata a non più di due quadrienni, con la necessità di conferma dopo il primo quadriennio) lo svolgimento dello stesso in modo da assicurare la piena compatibilità con il compimento di altre attività remunerative e da non richiedere al magistrato onorario un impegno superiore ai due giorni a settimana. Si prevede, altresì, una rideterminazione del ruolo e delle loro funzioni, il riconoscimento della precipua natura formativa delle attività svolte presso le rispettive strutture organizzative, l’individuazione dei compiti e delle attività delegabili dal magistrato professionale al magistrato onorario, la regolamentazione dei compensi, l’articolazione di un regime previdenziale e assistenziale adeguato in ragione dell’onorarietà dell’incarico.

Il provvedimento contiene, infine, uno specifico regime transitorio per i magistrati onorari in servizio alla data della riforma. I magistrati onorari che ne facciano domanda potranno essere confermati nell’incarico per un periodo massimo di quattro quadrienni, da computare a far data dal giugno 2016, purché confermati ad ogni scadenza quadriennale dal Consiglio superiore della magistratura.

Opposizione a decreto ingiuntivo e lite temeraria

Se al momento dell’instaurazione del giudizio l’opponente era cosciente dell’infondatezza dell’opposizione e delle tesi sostenute, o comunque nella sua condotta è mancata la normale diligenza per l’acquisizione di detta consapevolezza, non appare sostenibile la tesi secondo cui le notevoli dimensioni dell’azienda e le conseguenti disfunzioni organizzative che ne derivano potrebbero giustificare la contradditoria condotta dell’opponente.

Il Tribunale di Bari, con sentenza n. 3129 del 6 giugno 2017, ha infatti statuito che l’opponente così facendo, ha dato corso ad una lite temeraria, condannandolo pertanto ai sensi e per gli effetti dell’art. 96 c.p.c..

Contratto di mutuo

Il contratto di mutuo stipulato per atto pubblico notarile non può essere annoverato nella categoria dei titoli esecutivi di cui all’art. 474, comma 1, n. 2, c.p.c., sicché non può ritenersi di per sé idoneo a sorreggere l’esecuzione forzata, con conseguente necessaria declaratoria di sospensione dell’efficacia esecutiva del titolo.

Difatti, la somma oggetto di mutuo, mentre in una parte del predetto documento viene dichiarata come erogata, in altra, invece, viene indicata come ancora vincolata e giacente presso la banca – a garanzia dell’adempimento di tutte le condizioni poste a carico della medesima parte finanziata – e dunque, non disponibile, per il mutuatario. Difetta, pertanto, la traditio anche sotto il profilo della disponibilità giuridica poiché il mutuante non ha creato un autonomo titolo di disponibilità in favore del mutuatario, sì da determinare l’uscita della somma dal proprio patrimonio e l’acquisizione della medesima al patrimonio di quest’ultimo.

Dunque, il contratto de quo, non incorporando o fornendo la prova di un diritto di credito certo, liquido ed esigibile, è inidoneo, pur se stipulato con atto pubblico notarile, ad assumere efficacia di titolo esecutivo ai fini della restituzione coattiva delle somme promesse.

Lo ha stabilito il Tribunale di Pescara con la sentenza n. 17530 del 22.6.2017.

Esecuzione degli obblighi di fare o non fare

Per l’esecuzione degli obblighi di fare o non fare valgono i limiti posti dal titolo esecutivo.

Lo ha stabilito la Corte di Cassazione con la recente ordinanza n. 9280 dell’11 aprile 2017, mediante la quale ha stabilito che l’esecuzione degli obblighi di fare o non fare deve svolgersi in perfetta aderenza e nei limiti del dettato del titolo esecutivo, senza estendersi all’esecuzione di opere ulteriori non previste dal titolo stesso, anche se necessarie od opportune a tutela dei diritti dell’esecutato, ove questi abbia la facoltà e quindi l’onere di provvedervi direttamente.

In applicazione del principio statuito, la S.C. ha confermato la sentenza che aveva rigettato la domanda di risarcimento del danno proposta dagli esecutati, i quali assumevano che, nell’ambito di un’esecuzione volta ad eliminare un illegittimo scolo delle acque piovane da essi realizzato, i lavori di ripristino, pur conformi al contenuto del titolo esecutivo, non erano stati eseguiti a regola d’arte per essersi limitato l’ausiliario nominato dall’ufficiale giudiziario a chiudere la pluviale con un tappo di cemento, così impedendo il deflusso delle acque e provocando l’allagamento dell’immobile di loro proprietà.

Ricerca dei beni da pignorare mediante modalità telematiche

La ricerca dei beni da pignorare mediante modalità telematiche non deve essere preceduta dalla notifica del precetto.

Lo ha stabilito il Tribunale di Pavia con la recente ordinanza n. 3103/2017, emessa in data 11 maggio 2017, mediante la quale ha accolto l’istanza presentata da un creditore al fine di essere autorizzato all’accesso all’anagrafe tributaria ed all’archivio dei rapporti finanziari detenuti dall’Agenzia delle entrate.

Il Giudice pavese, dopo aver esaminato il disposto dell’art. 492 bis c.p.c. e dell’art. 155 quater disp. att. c.p.c., costituenti il quadro normativo di riferimento, e ricostruito il procedimento previsto da dette disposizioni “come autorizzazione del Presidente del Tribunale, o Giudice delegato, al creditore, di operare nella ricerca telematica dei beni da sottoporre a pignoramento a mezzo dell’Ufficiale Giudiziario”, ha ritenuto che la novità introdotta dal decreto-legge 27.6.2015, n. 83, consistente nella necessità della previa notifica dell’atto di precetto, avrà rilevanza soltanto a seguito dell’emanazione dei regolamenti attuativi. Infatti, una volta emanati detti regolamenti, la richiesta di autorizzazione all’accesso dovrà essere rivolta direttamente all’ufficiale giudiziario.

Medio tempore, la richiesta di autorizzazione deve essere rivolta al Presidente del Tribunale, il quale ha il potere di autorizzare l’accesso diretto del creditore alle banche dati.