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Pignoramento dell’Agenzia delle Entrate-Riscossione

Avv. Daniele Franzini

E’ valido il pignoramento presso terzi sottoscritto dal funzionario delegato dall’agente di riscossione, e non da difensore abilitato e munito di procura, giacchè l’art. 41, comma 1 e comma 2, lettera c), del d.lgs. n. 112 del 1999, stabilisce che l’agente della riscossione può essere rappresentato dai dipendenti delegati che possono stare in giudizio personalmente.

Lo stabilisce la Cassazione Civile, sez. III, sentenza 7 giugno 2018, n. 14741.

Nel caso di specie, il debitore esecutato si era opposto agli atti dell’esecuzione forzata promossa nei suoi confronti da Equitalia Servizi di riscossione s.p.a., deducendo che il pignoramento presso l’I.N.P.S. era nullo, essendo stato sottoscritto da un funzionario dell’agente di riscossione, e non da un difensore munito di procura come necessario.

Il Tribunale aveva accolto l’opposizione, escludendo, in particolare, che si fosse in presenza di un atto adottato ai sensi della speciale disciplina di cui all’art. 72 bis del D.P.R. 29 settembre 1973 n. 602.

Avverso questa decisione aveva proposto ricorso per cassazione Equitalia Servizi di riscossione s.p.a., prospettando la violazione e falsa applicazione degli artt. 72, comma 2, del D.P.R. n. 602 del 1973, e 543 c.p.c., in relazione all’art. 41 del d.lgs. 13 aprile 1999 n. 112, poiché il Tribunale avrebbe errato nell’escludere che alla fattispecie fosse applicabile la disciplina speciale dei pignoramenti presso terzi promossi dall’agente di riscossione per il recupero di tributi erariali e contributi previdenziali, nonché per aver omesso di applicare l’altrettanto speciale previsione che permetteva, al concessionario in parola, la sottoscrizione della citazione, dell’esecutato e del terzo pignorato, da parte di dipendente dell’agente appositamente delegato, in luogo di difensore munito di procura.

 

Opposizioni ai pignoramenti dell’Agenzia delle Entrate-Riscossione. Interviene la Corte Costituzionale

Avv. Daniele Franzini

La Corte Costituzionale, con sentenza del 31 maggio 2018, n. 114 ha dichiarato l’illegittimità costituzionale dell’art. 57, comma 1, lettera a), del D.P.R. 29 settembre 1973, n. 602 (“Disposizioni sulla riscossione delle imposte sul reddito”), nella parte in cui non prevede che, nelle controversie che riguardano gli atti dell’esecuzione forzata tributaria successivi alla notifica della cartella esattoriale o alla successiva intimazione di pagamento, siano ammesse le opposizioni regolate dall’art. 615 c.p.c., ossia quelle mediante le quali il contribuente può contestare il diritto dell’agente della riscossione a procedere ad esecuzione forzata.

Il censurato art. 57, norma volta a disciplinare l’opposizione all’esecuzione o quella agli atti esecutivi nell’ambito del procedimento di riscossione coattiva, è formulato in termini di inammissibilità delle opposizioni secondo le regole ordinarie del codice di rito: in altri termini, esclude che sia ammissibile l’opposizione all’esecuzione per il solo fatto che il contribuente opponente formuli un petitum con cui contesta il diritto dell’Amministrazione finanziaria o dell’agente della riscossione di procedere ad esecuzione forzata, come sarebbe, invece, possibile secondo il canone ordinario dell’opposizione ex art. 615 c.p.c..

In realtà, secondo il percorso argomentativo seguito dal Giudice delle leggi, in questa parte la norma censurata va raccordata con l’art. 2 del D.Lgs. n. 546 del 1992, che demanda alla giurisdizione del giudice tributario le contestazioni del titolo (normalmente, la cartella di pagamento) su cui si fonda la riscossione esattoriale. Se il contribuente contestasse il titolo della riscossione coattiva, la controversia così introdotta apparterrebbe alla giurisdizione del giudice tributario e l’atto processuale di impulso sarebbe il ricorso ex art. 19 del D.Lgs. n. 546 del 1992, proponibile avverso “il ruolo e la cartella di pagamento”.

Tuttavia, la censurata disposizione dell’art. 57, comma 1, lettera a), esprime anche un’altra norma: l’opposizione all’esecuzione ex art. 615 cod. proc. civ. è inammissibile non solo nell’ipotesi in cui la tutela invocata dal contribuente, che contesti il diritto di procedere a riscossione esattoriale, ricada nella giurisdizione del giudice tributario e la tutela stessa sia attivabile con il ricorso ex art. 19 del D.Lgs. n. 546 del 1992, ma anche allorché la giurisdizione del giudice tributario non sia invece affatto configurabile e non venga in rilievo perché si è a valle dell’area di quest’ultima. Il dato letterale della disposizione censurata non consente di ritenere che l’inammissibilità dell’opposizione all’esecuzione sia sancita solo nella prima ipotesi e non anche nell’altra.

Con la sentenza in commento la Corte costituzionale ha concluso che laddove la censura della parte assoggettata a riscossione esattoriale non radichi una controversia devoluta alla giurisdizione del giudice tributario e, quindi, sussista la giurisdizione del giudice ordinario, l’impossibilità di far valere innanzi al giudice dell’esecuzione l’illegittimità della riscossione mediante opposizione all’esecuzione, essendo ammessa soltanto l’opposizione con cui il contribuente contesti la mera regolarità formale del titolo esecutivo o degli atti della procedura e non anche quella con cui egli contesti il diritto di procedere alla riscossione, confligge frontalmente con il diritto alla tutela giurisdizionale riconosciuto in generale dall’art. 24 Cost. e nei confronti della Pubblica Amministrazione dall’art. 113 Cost., dovendo essere assicurata in ogni caso una risposta di giustizia a chi si oppone alla riscossione coattiva.

Accesso alle banche dati da parte del creditore

Il creditore istante ai sensi del secondo comma dell’art. 155 quinquies disp. att. c.p.c. può chiedere di essere autorizzato ad accedere direttamente alle banche dati della p.a. od alle quali quest’ultime possono accedere, ed all’anagrafe tributaria, compreso l’archivio dei rapporti finanziari, fino alla pubblicazione sul portale dei servizi telematici del ministero della giustizia dell’elenco delle banche dati per le quali è possibile l’accesso da parte dell’ufficiale giudiziario.

Lo ha stabilito il Tribunale di Pescara con la sentenza n. 231 del 20.4.2018.

Tardivo esperimento della mediazione: opposizione a decreto ingiuntivo improcedibile

Avv. Daniele Franzini

Il procedimento di opposizione a decreto ingiuntivo deve essere dichiarato improcedibile e l’ingiunzione diventa esecutiva se l’opponente disattende l’onere di attivare il procedimento di mediazione nel termine di 15 giorni assegnato dal giudice per sanare il precedente vizio di procedibilità.

La mediazione tardivamente attivata rende improduttivo di effetti il relativo incombente, provocando gli stessi effetti del mancato esperimento di esso, con conseguente applicazione della sanzione della improcedibilità della domanda giudiziale.

Lo ha stabilito il Tribunale di Padova con sentenza del 18.4.2018.

Come noto, l’art. 5 comma 1 bis del D. Lgs. n. 28/2010 prevede che l’esperimento del procedimento di mediazione è condizione di procedibilità della domanda giudiziale. Qualora quest’ultima non sia preceduta dal predetto procedimento, la stessa norma autorizza il giudice a concedere alle parti un termine massimo di 15 giorni per provvedervi.

Ora, sarebbe illogico ritenere che il Legislatore dell’art. 5 cit. – da un lato abbia previsto la sanzione dell’improcedibilità per mancato esperimento della mediazione, prevedendo altresì che la stessa debba essere attivata entro il termine di 5 giorni e – dall’altro – abbia voluto negare ogni rilevanza al mancato rispetto di detto termine.

Assegnare, in caso di inottemperanza un ulteriore termine o ritenere assolto l’obbligo nonostante la tardività, contrasterebbe con il dato normativo che sanziona con l’improcedibilità tale ipotesi ed introdurrebbe una ulteriore forma di sanatoria non prevista dalla legge, in contrasto con il principio di economia processuale (in quanto comporta un ulteriore allungamento del processo) e con il principio di iniziativa di parte (secondo cui è onere di chi ha interesse dare i necessari atti di impulso processuali).

Il termine de quo ha pertanto natura perentoria, natura che si evince dalla stessa gravità della sanzione comminata, l’improcedibilità della domanda giudiziale, che comporta la necessità di una sentenza di puro rito, cosi impedendo al processo di pervenire al suo naturale epilogo.

Obbligazioni solidali

Nei rapporti interni tra i condebitori solidali cessa di operare il vincolo della solidarietà, imposta a garanzia e nell’interesse del creditore, e torna ad avere esclusiva rilevanza il principio della parzialità dell’obbligazione, e, pertanto, nel caso di parziale pagamento del debito solidale al condebitore solvente spetta l’azione di regresso ex art. 1299 c.c. nei confronti degli altri condebitori ove la somma pagata ecceda la sua quota nei rapporti interni e nei limiti di tale eccedenza.

Il principio è stato ribadito dalla Suprema Corte con ordinanza n. 3404 del 13 febbraio 2018.

Prescrizione dei crediti erariali

Avv. Daniele Franzini

Il credito erariale si prescrive in cinque anni in difetto di opposizione alla cartella di pagamento.

La mancata opposizione non determina la conversione del termine di prescrizione breve in quello ordinario, salvo il caso in cui la sussistenza del credito non sia stata accertata con sentenza passata in giudicato o a mezzo di decreto ingiuntivo.

Lo ha stabilito la Suprema Corte con l’ordinanza n. 930 del 17 gennaio 2018 con riferimento all’operatività o meno della conversione (di cui all’art. 2953 c.c.) del termine di prescrizione breve in quello ordinario decennale, nelle fattispecie originate da atti di riscossione mediante ruolo o comunque di riscossione coattiva di crediti degli enti previdenziali ovvero di crediti relativi ad entrate dello Stato, tributarie ed extratributarie, nonchè di crediti delle Regioni, delle Province, dei Comuni e degli altri Enti locali nonchè delle sanzioni amministrative per la violazione di norme tributarie o amministrative e così via.

Dunque, la scadenza del termine per proporre opposizione a cartella di pagamento, pur determinando la decadenza dalla possibilità di proporre impugnazione, produce soltanto l’effetto sostanziale della irretrattabilità del credito contributivo senza determinare anche l’effetto della c.d. “conversione” del termine di prescrizione breve (nella specie, quinquennale) in quello ordinario (decennale), ai sensi dell’art. 2953 c.c., a mente del quale i diritti per i quali la legge stabilisce una prescrizione più breve di dieci anni, quando riguardo ad essi è intervenuta sentenza di condanna passata in giudicato, si prescrivono con il decorso di dieci anni.

Iscrizione a ruolo tardiva

Secondo la Cassazione — ordinanza del 18 gennaio 2018, n. 1058 — la conseguenza del mancato rispetto del termine perentorio previsto dall’art. 616 c.p.c. per l’iscrizione della causa a ruolo è l’improcedibilità, che non ammette sanatorie.

Il Collegio, nel rigettare il ricorso, ha osservato che non si tratta di tardiva costituzione in giudizio, come sostenuto dal ricorrente, sanabile qualora l’altra parte si costituisca tempestivamente, ma di tardiva iscrizione della causa a ruolo, con violazione di un termine espressamente indicato come perentorio, in quanto la conseguenza del mancato rispetto di un termine perentorio – e come tale è espressamente indicato il termine per l’iscrizione della causa a ruolo, previsto dall’art. 616 c.p.c. – è l’improcedibilità, che non ammette sanatorie.

I termini perentori infatti non sono prorogabili, né soggetti a sospensione o interruzione se non nei casi previsti dalla legge, sicché resta a carico di chi non lo rispetti il rischio delle conseguenze pregiudizievoli o della decadenza conseguenti al mancato rispetto del termine stesso.

 

Opposizione avverso il preavviso di fermo

Avv. Daniele Franzini

La scadenza del termine per proporre opposizione a cartella di pagamento, pur determinando la decadenza dalla possibilità di proporre impugnazione, produce soltanto l’effetto sostanziale della irretrattabilità del credito contributivo senza determinare anche l’effetto della c.d. “conversione” del termine di prescrizione breve (nella specie, quinquennale) in quello ordinario (decennale), ai sensi dell’art. 2953 c.c., a mente del quale i diritti per i quali la legge stabilisce una prescrizione più breve di dieci anni, quando riguardo ad essi è intervenuta sentenza di condanna passata in giudicato, si prescrivono con il decorso di dieci anni.

Tale ultima disposizione, infatti, si applica soltanto nelle ipotesi in cui intervenga un titolo giudiziale divenuto definitivo, mentre la suddetta cartella, avendo natura di atto amministrativo, è priva dell’attitudine ad acquistare efficacia di giudicato.

Lo ha stabilito la Corte di Cassazione con ordinanza del 7 dicembre 2017, n. 29511.

Tali principi valgono con espresso riferimento a cartelle esattoriali non opposte per il pagamento di premi INAIL e contributi INPS, ma la motivazione è estensibile a tutti gli atti – comunque denominati – di riscossione mediante ruolo o comunque di riscossione coattiva di crediti degli enti previdenziali.

Conseguentemente, qualora per i relativi crediti sia prevista una prescrizione (sostanziale) più breve di quella ordinaria, la sola scadenza del termine concesso al debitore per proporre l’opposizione, non consente di fare applicazione dell’art. 2953 c.c. tranne che in presenza di un titolo giudiziale divenuto definitivo.

Tasso di interesse legale per il 2018

Il Ministro dell’Economia e delle Finanze, con decreto del 13 dicembre 2017 pubblicato sulla G.U. n. 292 del 15/12/2017, ha stabilito il nuovo tasso di interesse legale in vigore a partire dal 1° gennaio 2018.

Il nuovo tasso è fissato nella misura dello 0,3% annuo. Si tratta del primo aumento dopo una lunga serie di riduzioni, dovuto essenzialmente dall’aumento dell’inflazione che quest’anno ha ricominciato a far sentire i suoi effetti  dopo il periodo di stagnazione dei prezzi e di deflazione che ha caratterizzato l’economia degli ultimi anni.

Decreto ingiuntivo non opposto

Avv. Daniele Franzini

Il decreto ingiuntivo di condanna al pagamento di una somma di denaro, ove non sia proposta opposizione, acquista efficacia di giudicato non solo in ordine al credito azionato, ma anche in relazione al titolo posto a fondamento dello stesso, precludendo in tal modo ogni ulteriore esame delle ragioni addotte a giustificazione della relativa domanda.

Lo ha stabilito la Corte di Cassazione con la sentenza n. 28318 del 28.11.2017.

Inizialmente, coesistevano indirizzi contrastanti: secondo il primo, restrittivo (tra le tante: Cass. Civ. n. 18205/2008), l’incontestabilità che nasce dal provvedimento non opposto e dichiarato esecutivo avrebbe avuto un contenuto ridotto (definito come preclusione pro judicato per distinguerlo dall’effetto di accertamento pieno ob rem judicatam previsto dall’art. 2909 c.c.), riferendosi, in sostanza, esclusivamente al petitum.

L’altro orientamento (Cass. Civ. n. 11360/2010) invece sosteneva la piena equiparazione dell’efficacia di giudicato ex art. 2909 c.c., dell’accertamento definitivo del diritto compiuto tanto in esito al procedimento monitorio, quanto in esito al processo ordinario o sommario di cognizione.

Ora, la Suprema Corte si è dunque orientata verso la tesi della piena efficacia di giudicato sostanziale del decreto ingiuntivo dichiarato esecutivo per mancata opposizione proposta nel termine perentorio di legge.

A confutare la tesi restrittiva è stato determinante l’approfondimento inteso a ricollegare la efficacia di giudicato, intesa come stabilità dell’accertamento tra le parti degli effetti del rapporto giuridico, e funzionale pertanto a garantire la certezza del diritto, al presupposto della esistenza di un effettivo contraddittorio tra i soggetti, indicati nello stesso art. 2909 c.c., nei cui confronti l’accertamento esplica il vincolo di incontestabilità.

E’ stato rilevato, al proposito, come la stessa peculiare struttura del procedimento d’ingiunzione, collocato tra i procedimenti sommari, impone di distinguere, proprio alla stregua del principio del contraddittorio, la ratio legis del differente trattamento riservato alla pronuncia di rigetto del ricorso monitorio, per difetto dei requisiti di ammissibilità o per insufficiente giustificazione probatoria, che non impedisce la riproposizione della domanda in sede ordinaria o monitoria, e alla pronuncia di accoglimento totale o parziale cui consegue la emissione del decreto ingiuntivo che, in caso di mancata opposizione, determina l’effetto preclusivo del giudicato: nel primo caso, infatti, la pronuncia di rigetto viene emessa inaudita altera parte e non può esplicare effetti vincolanti tra le parti in quanto la reiezione non è una pronunzia di accertamento negativo a favore del convenuto, non presente nel procedimento; nel secondo caso, invece, dopo la notifica del decreto, l’intimato può provocare il contraddittorio con l’opposizione e ottenere la reiezione della domanda, venendo a combinarsi l’attività di valutazione delle prove rimessa al Giudice, con l’iniziativa del debitore posto comunque in grado di esercitare il proprio diritto di difesa in contraddittorio con il creditore istante, assumendo rilevanza ai fini della formazione del giudicato anche la scelta dell’intimato di non proporre opposizione, in quanto “per aversi cosa giudicata non è necessario il contraddittorio effettivo, bensì la provocazione a contraddire a una domanda giudiziale, che rappresenta la condizione essenziale affinché il provvedimento di merito acquisti efficacia di cosa giudicata” (Cass. Civ. n. 4510/2006).