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Iscrizione a ruolo tardiva

Secondo la Cassazione — ordinanza del 18 gennaio 2018, n. 1058 — la conseguenza del mancato rispetto del termine perentorio previsto dall’art. 616 c.p.c. per l’iscrizione della causa a ruolo è l’improcedibilità, che non ammette sanatorie.

Il Collegio, nel rigettare il ricorso, ha osservato che non si tratta di tardiva costituzione in giudizio, come sostenuto dal ricorrente, sanabile qualora l’altra parte si costituisca tempestivamente, ma di tardiva iscrizione della causa a ruolo, con violazione di un termine espressamente indicato come perentorio, in quanto la conseguenza del mancato rispetto di un termine perentorio – e come tale è espressamente indicato il termine per l’iscrizione della causa a ruolo, previsto dall’art. 616 c.p.c. – è l’improcedibilità, che non ammette sanatorie.

I termini perentori infatti non sono prorogabili, né soggetti a sospensione o interruzione se non nei casi previsti dalla legge, sicché resta a carico di chi non lo rispetti il rischio delle conseguenze pregiudizievoli o della decadenza conseguenti al mancato rispetto del termine stesso.

 

Opposizione avverso il preavviso di fermo

Avv. Daniele Franzini

La scadenza del termine per proporre opposizione a cartella di pagamento, pur determinando la decadenza dalla possibilità di proporre impugnazione, produce soltanto l’effetto sostanziale della irretrattabilità del credito contributivo senza determinare anche l’effetto della c.d. “conversione” del termine di prescrizione breve (nella specie, quinquennale) in quello ordinario (decennale), ai sensi dell’art. 2953 c.c., a mente del quale i diritti per i quali la legge stabilisce una prescrizione più breve di dieci anni, quando riguardo ad essi è intervenuta sentenza di condanna passata in giudicato, si prescrivono con il decorso di dieci anni.

Tale ultima disposizione, infatti, si applica soltanto nelle ipotesi in cui intervenga un titolo giudiziale divenuto definitivo, mentre la suddetta cartella, avendo natura di atto amministrativo, è priva dell’attitudine ad acquistare efficacia di giudicato.

Lo ha stabilito la Corte di Cassazione con ordinanza del 7 dicembre 2017, n. 29511.

Tali principi valgono con espresso riferimento a cartelle esattoriali non opposte per il pagamento di premi INAIL e contributi INPS, ma la motivazione è estensibile a tutti gli atti – comunque denominati – di riscossione mediante ruolo o comunque di riscossione coattiva di crediti degli enti previdenziali.

Conseguentemente, qualora per i relativi crediti sia prevista una prescrizione (sostanziale) più breve di quella ordinaria, la sola scadenza del termine concesso al debitore per proporre l’opposizione, non consente di fare applicazione dell’art. 2953 c.c. tranne che in presenza di un titolo giudiziale divenuto definitivo.

Tasso di interesse legale per il 2018

Il Ministro dell’Economia e delle Finanze, con decreto del 13 dicembre 2017 pubblicato sulla G.U. n. 292 del 15/12/2017, ha stabilito il nuovo tasso di interesse legale in vigore a partire dal 1° gennaio 2018.

Il nuovo tasso è fissato nella misura dello 0,3% annuo. Si tratta del primo aumento dopo una lunga serie di riduzioni, dovuto essenzialmente dall’aumento dell’inflazione che quest’anno ha ricominciato a far sentire i suoi effetti  dopo il periodo di stagnazione dei prezzi e di deflazione che ha caratterizzato l’economia degli ultimi anni.

Decreto ingiuntivo non opposto

Avv. Daniele Franzini

Il decreto ingiuntivo di condanna al pagamento di una somma di denaro, ove non sia proposta opposizione, acquista efficacia di giudicato non solo in ordine al credito azionato, ma anche in relazione al titolo posto a fondamento dello stesso, precludendo in tal modo ogni ulteriore esame delle ragioni addotte a giustificazione della relativa domanda.

Lo ha stabilito la Corte di Cassazione con la sentenza n. 28318 del 28.11.2017.

Inizialmente, coesistevano indirizzi contrastanti: secondo il primo, restrittivo (tra le tante: Cass. Civ. n. 18205/2008), l’incontestabilità che nasce dal provvedimento non opposto e dichiarato esecutivo avrebbe avuto un contenuto ridotto (definito come preclusione pro judicato per distinguerlo dall’effetto di accertamento pieno ob rem judicatam previsto dall’art. 2909 c.c.), riferendosi, in sostanza, esclusivamente al petitum.

L’altro orientamento (Cass. Civ. n. 11360/2010) invece sosteneva la piena equiparazione dell’efficacia di giudicato ex art. 2909 c.c., dell’accertamento definitivo del diritto compiuto tanto in esito al procedimento monitorio, quanto in esito al processo ordinario o sommario di cognizione.

Ora, la Suprema Corte si è dunque orientata verso la tesi della piena efficacia di giudicato sostanziale del decreto ingiuntivo dichiarato esecutivo per mancata opposizione proposta nel termine perentorio di legge.

A confutare la tesi restrittiva è stato determinante l’approfondimento inteso a ricollegare la efficacia di giudicato, intesa come stabilità dell’accertamento tra le parti degli effetti del rapporto giuridico, e funzionale pertanto a garantire la certezza del diritto, al presupposto della esistenza di un effettivo contraddittorio tra i soggetti, indicati nello stesso art. 2909 c.c., nei cui confronti l’accertamento esplica il vincolo di incontestabilità.

E’ stato rilevato, al proposito, come la stessa peculiare struttura del procedimento d’ingiunzione, collocato tra i procedimenti sommari, impone di distinguere, proprio alla stregua del principio del contraddittorio, la ratio legis del differente trattamento riservato alla pronuncia di rigetto del ricorso monitorio, per difetto dei requisiti di ammissibilità o per insufficiente giustificazione probatoria, che non impedisce la riproposizione della domanda in sede ordinaria o monitoria, e alla pronuncia di accoglimento totale o parziale cui consegue la emissione del decreto ingiuntivo che, in caso di mancata opposizione, determina l’effetto preclusivo del giudicato: nel primo caso, infatti, la pronuncia di rigetto viene emessa inaudita altera parte e non può esplicare effetti vincolanti tra le parti in quanto la reiezione non è una pronunzia di accertamento negativo a favore del convenuto, non presente nel procedimento; nel secondo caso, invece, dopo la notifica del decreto, l’intimato può provocare il contraddittorio con l’opposizione e ottenere la reiezione della domanda, venendo a combinarsi l’attività di valutazione delle prove rimessa al Giudice, con l’iniziativa del debitore posto comunque in grado di esercitare il proprio diritto di difesa in contraddittorio con il creditore istante, assumendo rilevanza ai fini della formazione del giudicato anche la scelta dell’intimato di non proporre opposizione, in quanto “per aversi cosa giudicata non è necessario il contraddittorio effettivo, bensì la provocazione a contraddire a una domanda giudiziale, che rappresenta la condizione essenziale affinché il provvedimento di merito acquisti efficacia di cosa giudicata” (Cass. Civ. n. 4510/2006).

Opposizione all’esecuzione

La conclusione della procedura esecutiva, proseguita, in pendenza di opposizione, a seguito di rigetto dell’istanza sospensiva proposta ai sensi dell’art. 624 c.p.c., non determina la cessazione della materia del contendere nel giudizio di opposizione all’esecuzione, permanendo l’interesse dell’opponente ad una decisione sull’insussistenza del diritto del creditore a procedere ad esecuzione forzata, anche ai fini della dichiarazione di inefficacia degli atti del processo esecutivo.

Lo ha stabilito la Corte di Cassazione con la sentenza n. 20924 del 7.9.2017.

Pagamento con cambiali: l’onere della prova del fatto estintivo grava sul debitore

Avv. Daniele Franzini

Quando il pagamento venga eccepito mediante la produzione di assegni o cambiali, che per loro natura presuppongono l’esistenza di un’obbligazione cartolare (e l’astrattezza della causa), l’onere probatorio grava in capo al debitore, che deve dimostrare il collegamento degli assegni prodotti con i crediti azionati, allorchè esso sia contestato dal creditore.

Lo ha stabilito la Corte di Cassazione con l’ordinanza n. 26275 del 6 novembre 2017.

Deve premettersi che in generale – alla luce dei principi espressi dalla consolidata giurisprudenza di legittimità in riferimento al combinato disposto di cui agli artt. 1193 e 2697 cod. civ. (Cass., 27 luglio 2006, n. 17102) – ove il convenuto eccepisca il pagamento del debito, dimostrando di aver già corrisposto all’attore una somma idonea alla sua estinzione, l’attore, il quale controdeduca che l’eseguito pagamento è da imputare ad un debito diverso da quello dedotto in giudizio, ha l’onere di provare l’esistenza di tale altro suo credito, nonchè la sussistenza delle condizioni necessarie per l’allegata diversa imputazione.

Tale principio opera, ovviamente, nel contesto della disciplina più generale che vede il creditore, il quale agisca per il pagamento di un suo credito, onerato soltanto della prova del rapporto o del titolo dal quale il suo diritto è originato e non anche del mancato pagamento, giacchè il pagamento integra un fatto estintivo dell’obbligazione, la cui prova incombe al debitore che lo eccepisca.

Ora, secondo quanto affermato dagli Ermellini, soltanto a fronte della comprovata esistenza di un pagamento avente efficacia estintiva, ossia puntualmente eseguito con riferimento ad un determinato credito, l’onere alla prova viene nuovamente a gravare sul creditore il quale controdeduca che il pagamento deve imputarsi ad un credito diverso. L’onere del convenuto di provare il fatto estintivo rappresenta, infatti, un prius logico rispetto all’onere di provare la diversa imputazione del pagamento, nel senso che l’onere del creditore acquista la sua ragion d’essere soltanto dopo che il debitore abbia dato la prova esauriente del fatto estintivo (Cass., 11 marzo 1994, n. 2369; Cass., 9 gennaio 2007, n. 205; Cass., 4 ottobre 2011, n. 20288).

Dunque, se l’onere della prova in capo al creditore in ordine alla dedotta diversa imputazione di pagamento sorge soltanto in caso di pagamento avente efficacia estintiva, ne consegue che ciò non si verifica quando il pagamento venga eccepito mediante la produzione di assegni o cambiali, che per loro natura presuppongono l’esistenza di un’obbligazione cartolare (e l’astrattezza della causa), così da ribaltare nuovamente l’onere probatorio in capo al debitore, che deve dunque dimostrare il collegamento degli assegni prodotti con i crediti azionati, là dove esso sia contestato dal creditore (Cass., 18 ottobre 2005, n. 20134; Cass., 15 febbraio 2007, n. 3457; Cass., 28 febbraio 2012, n. 3008).

Nella specie, la citata discordanza tra i pagamenti effettuati e l’importo delle fatture, nonchè l’emissione di titoli in data anteriore a tali documenti, hanno integrato presso il giudice di merito l’apprezzamento, insindacabile in sede di legittimità, che non giovi alla prova del pagamento il possesso dei titoli cambiari, data la loro astrattezza, essendo previamente mancata la prova di un sicuro collegamento tra titoli e crediti vantati, con la citata conseguenza in punto di onere della prova dell’estinzione del debito.

Opposizione a precetto per debiti tributari. Intervengono le Sezioni Unite

Avv. Daniele Franzini

In materia di esecuzione forzata tributaria sussiste la giurisdizione delle commissioni tributarie nel caso di opposizione all’atto di precetto che si assume viziato per omessa o invalida notificazione della cartella di pagamento di natura tributaria o degli altri atti presupposti.

A chiarirlo sono le Sezioni unite civili della Cassazione, con la sentenza n. 24965/2017, depositata il 23.10.2017.

La pronuncia riguarda la vicenda di un contribuente che aveva impugnato, per motivi attinenti la giurisdizione, la decisione di una corte di appello secondo cui doveva essere del giudice tributario e non di quello ordinario la competenza in merito ad un procedimento di opposizione al precetto avverso una ingiunzione fiscale relativa ad Ici.

Secondo il contribuente sussisteva la giurisdizione del giudice ordinario e non quella del giudice tributario, perché era stata rilevata la nullità dell’atto di precetto per inesistenza di un valido titolo esecutivo in capo al Comune. Più in particolare egli riteneva che l’ingiunzione fiscale, a differenza di quanto aveva fatto il Comune, non poteva essere azionata secondo modalità differenti dall’iscrizione a ruolo tramite concessionario.

Le Sezioni Unite hanno dato atto dell’esistenza, sul punto, di un differente orientamento di legittimità.

Un primo orientamento ritiene che l’opposizione agli atti esecutivi riguardante un atto di pignoramento, che il contribuente assume essere viziato per nullità derivata dall’omessa notificazione degli atti presupposti, è ammissibile e va proposta dinanzi al giudice ordinario perché la giurisdizione dell’autorità giudiziaria ordinaria sussiste quando sia impugnato un atto dell’esecuzione forzata tributaria successivo alla notificazione del titolo esecutivo, restando irrilevante il vizio dedotto e, quindi, anche quando detto vizio venga indicato nella mancata notificazione della cartella di pagamento: in tale ipotesi, il giudice ordinario dovrà verificare solo se ricorra il denunciato difetto di notifica all’esclusivo fine di pronunciarsi sulla nullità del consequenziale pignoramento basato su crediti tributari.

Altro diverso orientamento prevede che l’opposizione agli atti esecutivi che il contribuente assume essere viziati da nullità derivata dalla asserita nullità degli atti presupposti si risolve nell’impugnazione del primo atto in cui viene manifestato al contribuente l’intento di procedere alla riscossione di una ben individuata pretesa tributaria: l’opposizione, pertanto, è ammissibile e va proposta davanti al giudice tributario.

Tale ultimo orientamento appare preferibile per la Suprema Corte, secondo cui l’opposizione agli atti esecutivi avverso l’atto di pignoramento asseritamente viziato per omessa o invalida notificazione della cartella di pagamento (o di altro atto prodromico al pignoramento) è ammissibile e va proposta – ai sensi degli artt. 2, comma l, e 19 del D.Lgs. n. 546 del 1992, dell’art. 57 del D.P.R. n. 602 del 1973 e dell’art. 617 c.p.c. – davanti al giudice tributario, risolvendosi nell’impugnazione del primo atto in cui si manifesta al contribuente la volontà di procedere alla riscossione di un ben individuato credito tributario.

Al fine di individuare la giurisdizione rileva, principalmente, il dedotto vizio dell’atto di precetto, cioè  la mancata notificazione dell’atto presupposto (di natura tributaria), e non la natura di primo atto dell’espropriazione forzata (art. 491 cod. proc. civ.).

L’art. 19, comma 3, D.Lgs. n. 546/92 prevede un’ipotesi d’impugnazione congiunta che consente di impugnare un atto autonomamente impugnabile “non conosciuto” unitamente al successivo atto notificato e, quindi, “conosciuto” al fine di farne valere eventuali profili di illegittimità; la mancata notificazione della cartella di pagamento rende, quindi, l’atto di precetto impugnabile, unitamente alla cartella di pagamento, dinanzi alla commissione tributaria.

Sotto il profilo letterale, l’orientamento che vedrebbe devoluta al giudice ordinario l’impugnazione dell’atto di precetto incentrata sulla mancata notifica della cartella di pagamento sarebbe in contrasto con l’art. 57 del D.P.R. n. 602 del 1973, nella parte in cui stabilisce che non sono ammesse le opposizioni regolate dall’art. 617 cod. proc. civ. riguardanti la regolarità formale e la notificazione del titolo esecutivo: con riferimento alle procedure esecutive aventi ad oggetto entrate tributarie sarebbe, quindi, un rimedio precluso dal divieto espresso dal predetto art. 57 D.P.R. n. 602/1973.

La soluzione compatibile con il rispetto del diritto di difesa sancito dall’articolo 24 Cost. è data dal riconoscimento della facoltà per il contribuente di impugnare davanti al giudice tributario la cartella di pagamento (atto presupposto), congiuntamente all’atto di precetto (atto successivo), ai sensi dell’art. 19,comma 3, D.Lgs. n. 546/92.

Anche se l’impugnazione degli atti dell’esecuzione successivi alla cartella di pagamento e, comunque, all’atto presupposto è attratta alla giurisdizione del giudice ordinario, ai sensi dell’art.2,comma l, secondo periodo D.Lgs. n. 546/1992, esigenze di ordine sistematico impongono di ammettere la tutela giurisdizionale davanti al giudice tributario, allorché si contesti l’avvenuta notifica della sottostante cartella di pagamento nel caso in cui il contribuente, per la prima volta, viene a conoscenza dell’atto presupposto a seguito della notifica del titolo esecutivo formato nei propri confronti.

Espropriazione per pubblica utilità del bene immobile pignorato

Se al momento della trascrizione del decreto di esproprio sul bene espropriato risulta pendente una procedura esecutiva immobiliare, l’evento espropriativo determina una situazione in cui deve ritenersi venuto meno sia il diritto oggetto dell’espropriazione forzata, ovvero la proprietà del bene in capo al debitore espropriato per pubblica utilità, sia il diritto di azione esecutiva esercitato dal creditore dell’espropriato sul bene.

Il Giudice dell’Esecuzione, una volta avuta conoscenza dell’evento espropriativo (ovvero dell’avvenuta trascrizione del decreto di esproprio), deve d’ufficio prendere atto sia del venir meno dell’azione esecutiva, sia del venir meno del suo oggetto, cioè la proprietà del bene.

La ricaduta sul processo esecutivo è quella della constatazione del verificarsi di un evento che assume carattere oggettivamente impeditivo della prosecuzione del processo esecutivo con conseguente estinzione della pretesa esecutiva.

Lo ha stabilito la Corte di Cassazione con sentenza n. 21591 del 19.9.2017.

Terzo pignorato e vincolo di indisponibilità delle somme

Avv. Daniele Franzini

Nel caso in cui il terzo pignorato, nel rendere la dichiarazione ex art. 547 c.p.c., eccepisca la non assoggettabilità ad esecuzione forzata delle somme sottoposte a pignoramento, il Giudice dell’Esecuzione è tenuto a svolgere una sommaria attività accertativa, procedendo – ove ritenga effettivamente sussistente un vincolo di indisponibilità – alla declaratoria di nullità del pignoramento e di improseguibilità del processo esecutivo ovvero – per il caso di ritenuta inoperatività del vincolo – all’assegnazione del credito.

Lo ha stabilito la Corte di Cassazione con la sentenza n. 21528 del 15.9.2017.

Nel caso in commento, il pignoramento era stato promosso nei confronti del Ministero dell’Interno (debitore esecutato) e della Banca d’Italia (terzo pignorato quale tesoriere del Ministero).

Nel processo esecutivo la Banca d’Italia aveva dichiarato che le uniche somme di pertinenza del Ministero dell’Interno esistenti presso la medesima erano quelle giacenti in contabilità speciale, come tali non assoggettabili ad esecuzione forzata.

Il Tribunale di Roma, adito con giudizio di accertamento dell’obbligo del terzo, aveva ritenuto che la Banca d’Italia avesse fatto valere un vincolo di impignorabilità, non deducibile dal terzo pignorato, e pertanto aveva accolto la domanda del creditore procedente, dichiarando la Banca d’Italia debitrice del Ministero esecutato per un importo pari a quello precettato nel giudizio di esecuzione, aumentato della metà.

La Corte d’Appello di Roma, rigettando l’appello proposto dalla Banca d’Italia, aveva confermato la sentenza del Tribunale di Roma ribadendo la carenza di interesse del terzo a far valere vincoli di impignorabilità nonché la positività della relativa dichiarazione.

Con ricorso per cassazione, la Banca d’Italia aveva dedotto: che la propria dichiarazione era riferita alla contabilità speciale 1903 (“Addizionale IRPRF enti locali”); che le somme giacenti in detta contabilità speciale erano di competenza degli enti locali e perciò non potevano essere aggredite dai creditori del Ministero dell’Interno; che a questo scopo il legislatore aveva previsto la nullità del pignoramento, rilevabile d’ufficio; che quindi non si trattava di un regime di impignorabilità ordinaria, ma di esonero della Tesoreria dagli obblighi di custodia, che impediva radicalmente che si producesse l’arresto del credito proprio del pignoramento; che – poichè la norma era rivolta direttamente alla Banca d’Italia – questa aveva un interesse diretto a far valere il proprio esonero dagli obblighi di custodia del credito pignorato ordinariamente incombenti sul terzo pignorato; che, in conclusione, il giudizio di accertamento dell’obbligo del terzo avrebbe dovuto essere dichiarato inammissibile.

Come anticipato, la S.C., con la sentenza in esame, ha statuito che la rilevabilità ufficiosa del vincolo di indisponibilità delle somme impone al Giudice dell’Esecuzione di svolgere nell’ambito dei poteri a lui attribuiti dall’art. 484, co. 1, c.p.c. una sommaria attività accertativa, procedendo alla declaratoria di nullità del pignoramento e di improseguibilità del processo esecutivo ovvero all’assegnazione del credito.

In entrambi i casi la tutela contro i provvedimenti resi dal Giudice dell’Esecuzione è affidata al rimedio dell’opposizione ex art. 617 c.p.c., salva l’opposizione del debitore esecutato volta a far valere l’impignorabilità del credito, proposta prima del provvedimento del Giudice dell’Esecuzione ai sensi dell’art. 615 c.p.c..

Opposizione a decreto ingiuntivo

Con ordinanza del 15 giugno 2017, il Tribunale di Santa Maria Capua Vetere – nello statuire che “l’opposizione a decreto ingiuntivo, in applicazione del principio dettato dall’articolo 645 del codice di procedura civile, deve essere notificata alla controparte per consentire la valida instaurazione del contraddittorio, necessaria per la trasformazione del procedimento monitorio in un ordinario processo di cognizione” – ha ritenuto che la notifica a mezzo posta elettronica certificata, effettuata allegando la sola procura alle liti con la relata, firmate digitalmente, senza l’atto di opposizione, determina l’inesistenza dell’atto stesso.

Con ciò generando non la nullità (eventualmente sanabile), ma l’insussistenza della conoscibilità legale  – che non consente alcuna possibilità di sanatoria – dell’atto cui tende la notificazione in favore della controparte. Il tutto, in ottemperanza ai principi di strumentalità delle forme degli atti processuali e del giusto processo.

Sotto un altro profilo, deve osservarsi il passaggio in giudicato del decreto ingiuntivo opposto, essendo decorso il termine per la rituale notifica dell’opposizione, cosi come deve ritenersi esclusa la possibilità per il debitore di proporre un’opposizione tardiva.