Articoli

Opposizione all’esecuzione

La conclusione della procedura esecutiva, proseguita, in pendenza di opposizione, a seguito di rigetto dell’istanza sospensiva proposta ai sensi dell’art. 624 c.p.c., non determina la cessazione della materia del contendere nel giudizio di opposizione all’esecuzione, permanendo l’interesse dell’opponente ad una decisione sull’insussistenza del diritto del creditore a procedere ad esecuzione forzata, anche ai fini della dichiarazione di inefficacia degli atti del processo esecutivo.

Lo ha stabilito la Corte di Cassazione con la sentenza n. 20924 del 7.9.2017.

Pagamento con cambiali: l’onere della prova del fatto estintivo grava sul debitore

Avv. Daniele Franzini

Quando il pagamento venga eccepito mediante la produzione di assegni o cambiali, che per loro natura presuppongono l’esistenza di un’obbligazione cartolare (e l’astrattezza della causa), l’onere probatorio grava in capo al debitore, che deve dimostrare il collegamento degli assegni prodotti con i crediti azionati, allorchè esso sia contestato dal creditore.

Lo ha stabilito la Corte di Cassazione con l’ordinanza n. 26275 del 6 novembre 2017.

Deve premettersi che in generale – alla luce dei principi espressi dalla consolidata giurisprudenza di legittimità in riferimento al combinato disposto di cui agli artt. 1193 e 2697 cod. civ. (Cass., 27 luglio 2006, n. 17102) – ove il convenuto eccepisca il pagamento del debito, dimostrando di aver già corrisposto all’attore una somma idonea alla sua estinzione, l’attore, il quale controdeduca che l’eseguito pagamento è da imputare ad un debito diverso da quello dedotto in giudizio, ha l’onere di provare l’esistenza di tale altro suo credito, nonchè la sussistenza delle condizioni necessarie per l’allegata diversa imputazione.

Tale principio opera, ovviamente, nel contesto della disciplina più generale che vede il creditore, il quale agisca per il pagamento di un suo credito, onerato soltanto della prova del rapporto o del titolo dal quale il suo diritto è originato e non anche del mancato pagamento, giacchè il pagamento integra un fatto estintivo dell’obbligazione, la cui prova incombe al debitore che lo eccepisca.

Ora, secondo quanto affermato dagli Ermellini, soltanto a fronte della comprovata esistenza di un pagamento avente efficacia estintiva, ossia puntualmente eseguito con riferimento ad un determinato credito, l’onere alla prova viene nuovamente a gravare sul creditore il quale controdeduca che il pagamento deve imputarsi ad un credito diverso. L’onere del convenuto di provare il fatto estintivo rappresenta, infatti, un prius logico rispetto all’onere di provare la diversa imputazione del pagamento, nel senso che l’onere del creditore acquista la sua ragion d’essere soltanto dopo che il debitore abbia dato la prova esauriente del fatto estintivo (Cass., 11 marzo 1994, n. 2369; Cass., 9 gennaio 2007, n. 205; Cass., 4 ottobre 2011, n. 20288).

Dunque, se l’onere della prova in capo al creditore in ordine alla dedotta diversa imputazione di pagamento sorge soltanto in caso di pagamento avente efficacia estintiva, ne consegue che ciò non si verifica quando il pagamento venga eccepito mediante la produzione di assegni o cambiali, che per loro natura presuppongono l’esistenza di un’obbligazione cartolare (e l’astrattezza della causa), così da ribaltare nuovamente l’onere probatorio in capo al debitore, che deve dunque dimostrare il collegamento degli assegni prodotti con i crediti azionati, là dove esso sia contestato dal creditore (Cass., 18 ottobre 2005, n. 20134; Cass., 15 febbraio 2007, n. 3457; Cass., 28 febbraio 2012, n. 3008).

Nella specie, la citata discordanza tra i pagamenti effettuati e l’importo delle fatture, nonchè l’emissione di titoli in data anteriore a tali documenti, hanno integrato presso il giudice di merito l’apprezzamento, insindacabile in sede di legittimità, che non giovi alla prova del pagamento il possesso dei titoli cambiari, data la loro astrattezza, essendo previamente mancata la prova di un sicuro collegamento tra titoli e crediti vantati, con la citata conseguenza in punto di onere della prova dell’estinzione del debito.

Opposizione a precetto per debiti tributari. Intervengono le Sezioni Unite

Avv. Daniele Franzini

In materia di esecuzione forzata tributaria sussiste la giurisdizione delle commissioni tributarie nel caso di opposizione all’atto di precetto che si assume viziato per omessa o invalida notificazione della cartella di pagamento di natura tributaria o degli altri atti presupposti.

A chiarirlo sono le Sezioni unite civili della Cassazione, con la sentenza n. 24965/2017, depositata il 23.10.2017.

La pronuncia riguarda la vicenda di un contribuente che aveva impugnato, per motivi attinenti la giurisdizione, la decisione di una corte di appello secondo cui doveva essere del giudice tributario e non di quello ordinario la competenza in merito ad un procedimento di opposizione al precetto avverso una ingiunzione fiscale relativa ad Ici.

Secondo il contribuente sussisteva la giurisdizione del giudice ordinario e non quella del giudice tributario, perché era stata rilevata la nullità dell’atto di precetto per inesistenza di un valido titolo esecutivo in capo al Comune. Più in particolare egli riteneva che l’ingiunzione fiscale, a differenza di quanto aveva fatto il Comune, non poteva essere azionata secondo modalità differenti dall’iscrizione a ruolo tramite concessionario.

Le Sezioni Unite hanno dato atto dell’esistenza, sul punto, di un differente orientamento di legittimità.

Un primo orientamento ritiene che l’opposizione agli atti esecutivi riguardante un atto di pignoramento, che il contribuente assume essere viziato per nullità derivata dall’omessa notificazione degli atti presupposti, è ammissibile e va proposta dinanzi al giudice ordinario perché la giurisdizione dell’autorità giudiziaria ordinaria sussiste quando sia impugnato un atto dell’esecuzione forzata tributaria successivo alla notificazione del titolo esecutivo, restando irrilevante il vizio dedotto e, quindi, anche quando detto vizio venga indicato nella mancata notificazione della cartella di pagamento: in tale ipotesi, il giudice ordinario dovrà verificare solo se ricorra il denunciato difetto di notifica all’esclusivo fine di pronunciarsi sulla nullità del consequenziale pignoramento basato su crediti tributari.

Altro diverso orientamento prevede che l’opposizione agli atti esecutivi che il contribuente assume essere viziati da nullità derivata dalla asserita nullità degli atti presupposti si risolve nell’impugnazione del primo atto in cui viene manifestato al contribuente l’intento di procedere alla riscossione di una ben individuata pretesa tributaria: l’opposizione, pertanto, è ammissibile e va proposta davanti al giudice tributario.

Tale ultimo orientamento appare preferibile per la Suprema Corte, secondo cui l’opposizione agli atti esecutivi avverso l’atto di pignoramento asseritamente viziato per omessa o invalida notificazione della cartella di pagamento (o di altro atto prodromico al pignoramento) è ammissibile e va proposta – ai sensi degli artt. 2, comma l, e 19 del D.Lgs. n. 546 del 1992, dell’art. 57 del D.P.R. n. 602 del 1973 e dell’art. 617 c.p.c. – davanti al giudice tributario, risolvendosi nell’impugnazione del primo atto in cui si manifesta al contribuente la volontà di procedere alla riscossione di un ben individuato credito tributario.

Al fine di individuare la giurisdizione rileva, principalmente, il dedotto vizio dell’atto di precetto, cioè  la mancata notificazione dell’atto presupposto (di natura tributaria), e non la natura di primo atto dell’espropriazione forzata (art. 491 cod. proc. civ.).

L’art. 19, comma 3, D.Lgs. n. 546/92 prevede un’ipotesi d’impugnazione congiunta che consente di impugnare un atto autonomamente impugnabile “non conosciuto” unitamente al successivo atto notificato e, quindi, “conosciuto” al fine di farne valere eventuali profili di illegittimità; la mancata notificazione della cartella di pagamento rende, quindi, l’atto di precetto impugnabile, unitamente alla cartella di pagamento, dinanzi alla commissione tributaria.

Sotto il profilo letterale, l’orientamento che vedrebbe devoluta al giudice ordinario l’impugnazione dell’atto di precetto incentrata sulla mancata notifica della cartella di pagamento sarebbe in contrasto con l’art. 57 del D.P.R. n. 602 del 1973, nella parte in cui stabilisce che non sono ammesse le opposizioni regolate dall’art. 617 cod. proc. civ. riguardanti la regolarità formale e la notificazione del titolo esecutivo: con riferimento alle procedure esecutive aventi ad oggetto entrate tributarie sarebbe, quindi, un rimedio precluso dal divieto espresso dal predetto art. 57 D.P.R. n. 602/1973.

La soluzione compatibile con il rispetto del diritto di difesa sancito dall’articolo 24 Cost. è data dal riconoscimento della facoltà per il contribuente di impugnare davanti al giudice tributario la cartella di pagamento (atto presupposto), congiuntamente all’atto di precetto (atto successivo), ai sensi dell’art. 19,comma 3, D.Lgs. n. 546/92.

Anche se l’impugnazione degli atti dell’esecuzione successivi alla cartella di pagamento e, comunque, all’atto presupposto è attratta alla giurisdizione del giudice ordinario, ai sensi dell’art.2,comma l, secondo periodo D.Lgs. n. 546/1992, esigenze di ordine sistematico impongono di ammettere la tutela giurisdizionale davanti al giudice tributario, allorché si contesti l’avvenuta notifica della sottostante cartella di pagamento nel caso in cui il contribuente, per la prima volta, viene a conoscenza dell’atto presupposto a seguito della notifica del titolo esecutivo formato nei propri confronti.

Espropriazione per pubblica utilità del bene immobile pignorato

Se al momento della trascrizione del decreto di esproprio sul bene espropriato risulta pendente una procedura esecutiva immobiliare, l’evento espropriativo determina una situazione in cui deve ritenersi venuto meno sia il diritto oggetto dell’espropriazione forzata, ovvero la proprietà del bene in capo al debitore espropriato per pubblica utilità, sia il diritto di azione esecutiva esercitato dal creditore dell’espropriato sul bene.

Il Giudice dell’Esecuzione, una volta avuta conoscenza dell’evento espropriativo (ovvero dell’avvenuta trascrizione del decreto di esproprio), deve d’ufficio prendere atto sia del venir meno dell’azione esecutiva, sia del venir meno del suo oggetto, cioè la proprietà del bene.

La ricaduta sul processo esecutivo è quella della constatazione del verificarsi di un evento che assume carattere oggettivamente impeditivo della prosecuzione del processo esecutivo con conseguente estinzione della pretesa esecutiva.

Lo ha stabilito la Corte di Cassazione con sentenza n. 21591 del 19.9.2017.

Terzo pignorato e vincolo di indisponibilità delle somme

Avv. Daniele Franzini

Nel caso in cui il terzo pignorato, nel rendere la dichiarazione ex art. 547 c.p.c., eccepisca la non assoggettabilità ad esecuzione forzata delle somme sottoposte a pignoramento, il Giudice dell’Esecuzione è tenuto a svolgere una sommaria attività accertativa, procedendo – ove ritenga effettivamente sussistente un vincolo di indisponibilità – alla declaratoria di nullità del pignoramento e di improseguibilità del processo esecutivo ovvero – per il caso di ritenuta inoperatività del vincolo – all’assegnazione del credito.

Lo ha stabilito la Corte di Cassazione con la sentenza n. 21528 del 15.9.2017.

Nel caso in commento, il pignoramento era stato promosso nei confronti del Ministero dell’Interno (debitore esecutato) e della Banca d’Italia (terzo pignorato quale tesoriere del Ministero).

Nel processo esecutivo la Banca d’Italia aveva dichiarato che le uniche somme di pertinenza del Ministero dell’Interno esistenti presso la medesima erano quelle giacenti in contabilità speciale, come tali non assoggettabili ad esecuzione forzata.

Il Tribunale di Roma, adito con giudizio di accertamento dell’obbligo del terzo, aveva ritenuto che la Banca d’Italia avesse fatto valere un vincolo di impignorabilità, non deducibile dal terzo pignorato, e pertanto aveva accolto la domanda del creditore procedente, dichiarando la Banca d’Italia debitrice del Ministero esecutato per un importo pari a quello precettato nel giudizio di esecuzione, aumentato della metà.

La Corte d’Appello di Roma, rigettando l’appello proposto dalla Banca d’Italia, aveva confermato la sentenza del Tribunale di Roma ribadendo la carenza di interesse del terzo a far valere vincoli di impignorabilità nonché la positività della relativa dichiarazione.

Con ricorso per cassazione, la Banca d’Italia aveva dedotto: che la propria dichiarazione era riferita alla contabilità speciale 1903 (“Addizionale IRPRF enti locali”); che le somme giacenti in detta contabilità speciale erano di competenza degli enti locali e perciò non potevano essere aggredite dai creditori del Ministero dell’Interno; che a questo scopo il legislatore aveva previsto la nullità del pignoramento, rilevabile d’ufficio; che quindi non si trattava di un regime di impignorabilità ordinaria, ma di esonero della Tesoreria dagli obblighi di custodia, che impediva radicalmente che si producesse l’arresto del credito proprio del pignoramento; che – poichè la norma era rivolta direttamente alla Banca d’Italia – questa aveva un interesse diretto a far valere il proprio esonero dagli obblighi di custodia del credito pignorato ordinariamente incombenti sul terzo pignorato; che, in conclusione, il giudizio di accertamento dell’obbligo del terzo avrebbe dovuto essere dichiarato inammissibile.

Come anticipato, la S.C., con la sentenza in esame, ha statuito che la rilevabilità ufficiosa del vincolo di indisponibilità delle somme impone al Giudice dell’Esecuzione di svolgere nell’ambito dei poteri a lui attribuiti dall’art. 484, co. 1, c.p.c. una sommaria attività accertativa, procedendo alla declaratoria di nullità del pignoramento e di improseguibilità del processo esecutivo ovvero all’assegnazione del credito.

In entrambi i casi la tutela contro i provvedimenti resi dal Giudice dell’Esecuzione è affidata al rimedio dell’opposizione ex art. 617 c.p.c., salva l’opposizione del debitore esecutato volta a far valere l’impignorabilità del credito, proposta prima del provvedimento del Giudice dell’Esecuzione ai sensi dell’art. 615 c.p.c..

Opposizione a decreto ingiuntivo

Con ordinanza del 15 giugno 2017, il Tribunale di Santa Maria Capua Vetere – nello statuire che “l’opposizione a decreto ingiuntivo, in applicazione del principio dettato dall’articolo 645 del codice di procedura civile, deve essere notificata alla controparte per consentire la valida instaurazione del contraddittorio, necessaria per la trasformazione del procedimento monitorio in un ordinario processo di cognizione” – ha ritenuto che la notifica a mezzo posta elettronica certificata, effettuata allegando la sola procura alle liti con la relata, firmate digitalmente, senza l’atto di opposizione, determina l’inesistenza dell’atto stesso.

Con ciò generando non la nullità (eventualmente sanabile), ma l’insussistenza della conoscibilità legale  – che non consente alcuna possibilità di sanatoria – dell’atto cui tende la notificazione in favore della controparte. Il tutto, in ottemperanza ai principi di strumentalità delle forme degli atti processuali e del giusto processo.

Sotto un altro profilo, deve osservarsi il passaggio in giudicato del decreto ingiuntivo opposto, essendo decorso il termine per la rituale notifica dell’opposizione, cosi come deve ritenersi esclusa la possibilità per il debitore di proporre un’opposizione tardiva.

Addio a Equitalia. Designata “erede universale” l’Agenzia delle Entrate-Riscossione

Avv. Daniele Franzini

A decorrere dal 1° luglio 2017 le società del Gruppo Equitalia sono cancellate d’ufficio dal registro delle imprese, senza che sia esperita alcuna procedura di liquidazione.

Al fine di garantire la continuità e la funzionalità delle attività di riscossione, è stato istituito un ente pubblico economico, denominato Agenzia delle Entrate-Riscossione, sottoposto all’indirizzo e alla vigilanza del Ministero dell’Economia e delle Finanze.

Il passaggio al nuovo ente comporterà innanzitutto un cambiamento sotto il profilo formale, in quanto le cartelle di pagamento porteranno la firma dell’Agenzia delle Entrate-Riscossione.

Il nuovo ente si occuperà di gestire le cartelle esattoriali, le iscrizioni a ruolo e i procedimenti in corso.

In materia di riscossione delle imposte sul reddito, che prevede in capo all’agente della riscossione la possibilità di pignorare direttamente il conto corrente, si applicheranno le disposizioni di cui all’art. 72 bis del D.p.r. 602/1973, introdotto dal D.L. 203/2005.

La procedura di recupero permetterà prima di bloccare il conto corrente e poi di prelevare la somma spettante al creditore, riconoscendo la possibilità agli agenti della riscossione di accedere direttamente ai conti senza la necessità di autorizzazione del giudice.

Tuttavia, con il passaggio all’Agenzia delle Entrate-Riscossione verranno introdotte delle garanzie maggiori per i debitori.

Il nuovo ente della riscossione, infatti, potrà accedere direttamente all’archivio dei rapporti con gli operatori finanziari per verificare le giacenze sul conto corrente ma – a differenza del modus operandi posto in essere da Equitalia, la quale attivava il pignoramento su tutti i conti intestati e incassava il dovuto solo in seguito alle risposte delle banche sull’ammontare della giacenza – ora il pignoramento sarà promosso solo sul conto ove è disponibile la somma necessaria per coprire il debito.

Il tutto nell’ottica di ovviare ad un sistema che generava, ad esempio, problemi di liquidità ai professionisti che si vedevano bloccato non solo il conto professionale, ma anche eventuali conti personali.

Con l’Agenzia delle Entrate-Riscossione, invece, il conto bloccato sarà sempre e solo uno, lasciando, quindi, la possibilità di porre in essere altre operazioni e l’utilizzo senza vincoli delle altre disponibilità finanziarie.

Relativamente alle sorte delle cartelle esattoriali pendenti con Equitalia, queste passeranno alla nuova Agenzia delle Entrate-Riscossione.

Per quanto concerne invece i rapporti processuali pendenti, l’art. 1, comma 3 del D.L. n. 193 del 2016, convertito dalla L. n. 225 del 2016 sembra chiaro nello stabilire che L’ente subentra, a titolo universale, nei rapporti giuridici attivi e passivi, anche processuali, delle società del Gruppo Equitalia di cui al comma 1 e assume la qualifica di agente della riscossione”.

Tuttavia, l’interpretazione della norma ha originato due diverse orientamenti interpretativi.

Secondo un primo orientamento, prevedendo la norma il subentro nei rapporti processuali, si dovrebbe concludere che si tratta di una vicenda evolutiva di uno stesso soggetto, per la quale non si pongono problemi di interruzione del processo.

Secondo altra impostazione, invece, l’estinzione di un soggetto giuridico, avendo come effetto la perdita della capacità processuale, costituirebbe una causa tipica e ordinaria di interruzione del processo, che dovrebbe essere dunque riassunto.

In realtà appare preferibile la teoria del subentro automatico senza necessità di interruzione del processo alla luce della nota del Ministero della Giustizia del 7 giugno scorso, che – richiamando la previsione di cui all’art. 1, comma 3 del D.L. 193/2016 – ha indicato “anche ai fini delle comunicazioni/notificazioni di cancelleria e dell’allineamento del Registro PP.AA” l’ indirizzo PEC del nuovo ente (protocollo@pecagenziariscossione.gov.it).

Pignoramento di credito non esigibile

La Corte di Cassazione, con sentenza n. 15607 del 22 giugno scorso, ha affermato “l’assoggettabilità a pignoramento dei crediti non esigibili, condizionati e finanche eventuali, con il solo limite della loro riconducibilità ad un rapporto giuridico identificato e già esistente”.

Nello specifico, la non esigibilità del credito non esclude la sussistenza del credito stesso – a maggior ragione se risulta già accertato in sede giudiziale, anche con pronuncia non definitiva – né la possibilità della sua espropriazione, il che comporta il positivo accertamento del credito nel giudizio di cui all’art. 548 c.p.c. e la sua assegnazione in favore del creditore procedente, pur con il limite derivante dalle sue condizioni per l’esigibilità, le quali, rileveranno nell’ipotesi in cui il creditore assegnatario dovesse porre in esecuzione l’ordinanza di assegnazione.

Dal 30 ottobre 2021 maggiori competenze per i giudici di pace

Avv. Daniele Franzini

Il 10 luglio scorso il Consiglio dei Ministri ha approvato in via definitiva il decreto legislativo che completa l’attuazione della delega – concessa al Governo con la legge n. 57 del 2016 – per una riforma organica della magistratura onoraria.

Il decreto introduce uno statuto unico della magistratura onoraria, applicabile ai giudici di pace, ai giudici onorari di tribunale e ai vice procuratori onorari, inserendo i primi due nell’ufficio del giudice di pace.

Dal 30 ottobre 2021, quando i nuovi giudici onorari immessi avranno terminato la fase formativa, sarà ampliata ulteriormente la competenza per materia del giudice di pace, nella quale confluirà un insieme di cause e procedimenti civili di “minore complessità” fino ad ora di competenza del tribunale. In particolare, ai giudici di pace, saranno delegate:

– le cause relative a beni mobili di valore non superiore a cinquantamila euro, nonché quelle relative al pagamento a qualsiasi titolo di somme di denaro non eccedenti il medesimo valore;

– le cause di risarcimento del danno prodotto dalla circolazione dei veicoli e dei natanti, purché il valore della controversia non superi i centomila euro;

– i procedimenti di espropriazione presso terzi, purché il valore del credito pignorato non superi i cinquantamila euro.

I giudici onorari di pace saranno assegnati alla struttura organizzativa denominata “ufficio per il processo”, costituita presso il tribunale del circondario dove ha sede l’ufficio del giudice di pace cui sono assegnati. In particolare, si prevede che i giudici onorari di pace eserciteranno la giurisdizione in materia civile e penale e la funzione conciliativa in materia civile, nel rispetto delle disposizioni dei codici di procedura civile e penale e delle leggi speciali. Mentre, per quanto concerne i vice procuratori onorari, ai sensi dell’art. 2 del decreto, “sono costituite nelle procure della Repubblica presso i tribunali ordinari, strutture organizzative denominate ‘ufficio dei vice procuratori onorari’”.

Per quanto concerne i magistrati onorari, all’interno del decreto vengono disciplinate le modalità di conferimento dell’incarico, la sua durata temporanea (limitata a non più di due quadrienni, con la necessità di conferma dopo il primo quadriennio) lo svolgimento dello stesso in modo da assicurare la piena compatibilità con il compimento di altre attività remunerative e da non richiedere al magistrato onorario un impegno superiore ai due giorni a settimana. Si prevede, altresì, una rideterminazione del ruolo e delle loro funzioni, il riconoscimento della precipua natura formativa delle attività svolte presso le rispettive strutture organizzative, l’individuazione dei compiti e delle attività delegabili dal magistrato professionale al magistrato onorario, la regolamentazione dei compensi, l’articolazione di un regime previdenziale e assistenziale adeguato in ragione dell’onorarietà dell’incarico.

Il provvedimento contiene, infine, uno specifico regime transitorio per i magistrati onorari in servizio alla data della riforma. I magistrati onorari che ne facciano domanda potranno essere confermati nell’incarico per un periodo massimo di quattro quadrienni, da computare a far data dal giugno 2016, purché confermati ad ogni scadenza quadriennale dal Consiglio superiore della magistratura.

Opposizione a decreto ingiuntivo e lite temeraria

Se al momento dell’instaurazione del giudizio l’opponente era cosciente dell’infondatezza dell’opposizione e delle tesi sostenute, o comunque nella sua condotta è mancata la normale diligenza per l’acquisizione di detta consapevolezza, non appare sostenibile la tesi secondo cui le notevoli dimensioni dell’azienda e le conseguenti disfunzioni organizzative che ne derivano potrebbero giustificare la contradditoria condotta dell’opponente.

Il Tribunale di Bari, con sentenza n. 3129 del 6 giugno 2017, ha infatti statuito che l’opponente così facendo, ha dato corso ad una lite temeraria, condannandolo pertanto ai sensi e per gli effetti dell’art. 96 c.p.c..