Articoli

Pignoramento degli immobili dei contribuenti-debitori

Avv. Daniele Franzini

Novità in materia di pignoramento degli immobili dei contribuenti-debitori, pignorabilità dell’abitazione principale e rottamazione delle liti fiscali.

Il D.E.F. 2017 (c.d. manovrina fiscale approvata dal Consiglio dei Ministri lo scorso 11 aprile, attualmente all’esame delle Camere) ha introdotto un nuovo metodo di calcolo del tetto minimo.

In via di principio, la pignorabilità di qualsiasi immobile prescinde dall’entità del credito azionabile con l’esecuzione forzata, non essendo previsti limiti minimi.

Il discorso cambia se ad agire è Equitalia (ovvero l’ente di riscossione) per la quale vigono regole particolari.

L’avvio dell’esecuzione forzata deve essere preceduto dall’iscrizione dell’ipoteca (adempimento, viceversa, non obbligatorio per i creditori privati), formalità che deve essere, a sua volta, preceduta dall’invio (da effettuarsi con un anticipo di almeno 30 giorni) al contribuente di un apposito preavviso (il preavviso deve contenere l’indicazione del debito per il quale si procede, dell’importo e dell’immobile sui quale si intende iscrivere ipoteca).

L’importo del debito complessivamente maturato dal contribuente ed iscritto a ruolo deve essere superiore, attualmente, a 120.000 euro (in origine, era stata fissata una ‘soglia’ minima di 20.000 euro, aumentata dal D.L. 69/2013); devono essere trascorsi sei mesi dall’iscrizione dell’ipoteca senza alcun pagamento da parte del contribuente.

Una regola particolare vige con riferimento al ‘tetto minimo’: in precedenza era previsto che un immobile, per poter essere pignorato da parte del Fisco, dovesse avere, singolarmente considerato, un valore superiore al debito maturato ovvero superiore a 120.000 euro.

Nel D.E.F. 2017, è stata inserita la modifica del criterio di calcolo del ‘tetto minimo’ di 120.000 euro, diventato cumulativo: in pratica, si considera il valore dell’insieme degli immobili di proprietà del contribuente-debitore, valore che complessivamente calcolato deve superare 120.000 euro.

Quanto all’abitazione principale, con il decreto-legge 21 giugno 2013 n. 69 (c.d. decreto del fare), convertito con legge 9 agosto 2013 n. 98, ne era stata dichiarata l’impignorabilità a condizione che l’immobile fosse per il contribuente l’unico immobile di sua proprietà e fosse nel contempo adibito a sua abitazione principale.

Con il D.E.F. 2017 è stata confermata l’impignorabilità dell’abitazione principale.

Infine, il D.E.F. 2017 introduce una rottamazione molto simile a quella delle cartelle Equitalia: la c.d. rottamazione delle liti fiscali.

Fino al 30 settembre 2017 potranno essere presentate le domande di definizione agevolata delle controversie rientranti nella giurisdizione tributaria in cui è parte l’Agenzia delle Entrate, definizione da attuarsi mediante il pagamento degli importi contestati con l’atto impugnato e degli interessi da ritardata iscrizione a ruolo al netto di sanzioni ed interessi di mora.

Allo stato, tuttavia, non sono state diffuse ulteriori notizie sulle modalità applicative e sui soggetti legittimati a presentare domanda, aspetti con riferimento ai quali dovrà attendersi la conclusione dell’iter parlamentare.

Pignoramento multiplo

Avv. Daniele Franzini 

Deve ritenersi legittimo il pignoramento multiplo del medesimo bene da parte dello stesso creditore.

Lo ha stabilito, con la recente sentenza n. 6019 del 9 marzo 2017, la Suprema Corte di Cassazione, ad avviso della quale la facoltà di cumulo delle procedure esecutive prevista dall’art. 483 c.p.c. non si esplica soltanto nella contemporanea aggressione, in forza di un unico titolo esecutivo, di diversi beni del medesimo debitore, potendo il creditore anche procedere a più pignoramenti dello stesso bene in tempi successivi senza dover attendere che il processo di espropriazione aperto dal primo pignoramento si concluda, atteso che il diritto di agire in esecuzione forzata non si esaurisce che con la piena soddisfazione del credito portato dal titolo esecutivo.

Il caso sottoposto ai Giudici di legittimità traeva origine da una procedura esecutiva presso terzi nell’ambito della quale il terzo pignorato aveva reso dichiarazione di tenore negativo, in quanto il debitore esecutato (il cui credito era oltretutto contestato in ragione di controcrediti) aveva già a sua volta agito in executivis nei confronti del medesimo terzo pignorato per il recupero forzoso di quanto vantato nei suoi confronti, sottoponendo a pignoramento un quinto dello stipendio del medesimo terzo pignorato.

Alla luce della dichiarazione negativa, il creditore procedente aveva provveduto ad instaurare un giudizio di accertamento dell’obbligo del terzo pignorato, giudizio nell’ambito del quale quest’ultimo, all’atto della costituzione in giudizio, aveva eccepito che il creditore procedente si era medio tempore sostituito al debitore esecutato nella procedura da quest’ultimo avviata nei confronti del terzo pignorato.

Tale circostanza, a parere di quest’ultimo, rendeva inammissibile il pignoramento per indebita duplicazione delle azioni esecutive e, conseguentemente, avrebbe dovuto condurre al rigetto della domanda di accertamento.

Il Tribunale, a definizione del giudizio, aveva accertato l’esistenza dell’obbligo del terzo pignorato, il quale aveva perciò impugnato la decisione, riproponendo le medesime questioni già sollevate in primo grado. La Corte d’Appello aveva rigettato l’impugnazione.

Il terzo pignorato, pertanto, aveva proposto ricorso per la cassazione, respinto dai Supremi Giudici, i quali – esaminando l’ambito applicativo dell’art. 483 c.p.c. e la facoltà di cumulo delle procedure esecutive dalla medesima norma prevista – hanno ritenuto che tale facoltà potesse esplicarsi non soltanto nella contemporanea aggressione, in forza di un unico titolo esecutivo, di diversi beni del medesimo debitore, ma anche nella legittimazione del creditore a procedere a più pignoramenti dello stesso bene in tempi successivi, senza dover attendere che il processo di espropriazione aperto dal primo pignoramento si concluda.

Ciò in ragione della dirimente considerazione che il diritto di agire in esecuzione forzata si esaurisce esclusivamente con la piena soddisfazione del credito portato dal titolo esecutivo.

I Supremi Giudici hanno ulteriormente precisato che, in caso di plurime azioni esecutive sul medesimo bene, non ricorre una situazione di litispendenza nel senso previsto dall’art. 39 c.p.c., che postula la pendenza di più cause, aventi in comune le parti, la causa petendi e il petitum, incardinate dinanzi a distinte autorità giudiziarie e non davanti allo stesso giudice.

Locazione di un immobile pignorato

Avv. Daniele Franzini

Anche se la locazione di un bene sottoposto a pignoramento senza l’autorizzazione del giudice dell’esecuzione, in violazione della legge, non comporta l’invalidità del contratto ma solo la sua inopponibilità ai creditori e all’assegnatario, il contratto così concluso non pertiene al locatore-proprietario esecutato, ma al locatore-custode, nominato dal Giudice dell’esecuzione, e le azioni che da esso scaturiscono – nella specie per il pagamento dei canoni – devono essere esercitate, anche in caso di locazione non autorizzata, dal custode.

Lo ha stabilito la sentenza n. 13216/2016 del 27.6.2016 della Corte di Cassazione.

La Suprema Corte ha accolto il ricorso avverso la sentenza del 22 febbraio 2012 della Corte d’Appello di Roma che, a sua volta, aveva invece ritenuto che, in forza di contratto di locazione dell’immobile oggetto di esecuzione forzata stipulato in data successiva al pignoramento dell’immobile stesso ed in difetto della prescritta autorizzazione del giudice dell’esecuzione, il locatore proprietario avesse diritto al pagamento dei canoni afferenti l’immobile locato.

Tale principio è stato invece ribaltato dalla sentenza oggetto di commento.

Per effetto dello spossessamento conseguente al pignoramento e dell’effetto estensivo previsto dall’art. 2912 c.c. (a mente del quale “il pignoramento comprende gli accessori, le pertinenze e i frutti della cosa pignorata”), il debitore esecutato perde vuoi il diritto di gestire e amministrare (se non in quanto custode) il bene pignorato, vuoi il diritto di far propri i relativi frutti civili.

Fermo restando che, ai sensi dell’art. 559 c.p.c, col pignoramento il debitore è costituito custode dei beni pignorati e che, su istanza del creditore, può essere nominato custode un terzo, anche nell’ipotesi in cui il locatore-proprietario resti custode, lo stesso comunque “dopo il pignoramento, perde la legittimazione sostanziale sia a richiedere al locatario il pagamento dei canoni… sia per ogni altra azione, perchè, pur permanendo l’identità del soggetto, muta il titolo del possesso da parte sua, in quanto ogni sua attività costituisce conseguenza del potere di amministrazione e gestione del bene pignorato, di cui egli continua ad avere il possesso come organo ausiliario del giudice dell’esecuzione…. E ciò per la semplice ragione che il bene è a lui sottratto per tutelare le ragioni creditorie del terzo, il quale con il pignoramento mostra tutto l’interesse di vedere soddisfatto il suo credito e non vedersi sottratte le somme ricavate”.

Il proprietario-locatore di bene pignorato non è quindi legittimato ad esercitare le azioni derivanti dal contratto di locazione concluso senza l’autorizzazione del giudice dell’esecuzione, ivi compresa quella di pagamento dei canoni, poichè la titolarità di tali azioni non è correlata ad un titolo convenzionale o unilaterale (il contratto di locazione o la proprietà) ma spetta al custode, in ragione dei poteri di gestione e amministrazione a lui attribuiti e della relazione qualificata con il bene pignorato derivante dall’investitura del giudice.

D’altra parte l’art. 560 c.p.c. prevede che solamente il giudice dell’esecuzione possa autorizzare il contratto di affitto di un bene pignorato, dato che i canoni, ossia i frutti del bene immobile locato, andranno ridivisi fra tutti i creditori procedenti.