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Diritto all’oblio: il tempo non è l’unico elemento da considerare

Avv. Flaviano Sanzari

Il trascorrere del tempo è senz’altro l’elemento più importante nell’ambito delle richieste riguardanti l’esercizio del cosiddetto “diritto all’oblio”, il quale, tuttavia, può incontrare altri rilevanti limiti, come precisato dalla giurisprudenza comunitaria e dal lavoro condotto dal Gruppo dei Garanti europei.

A tal proposito, l’Autorità italiana ha fatto applicazione di questi insegnamenti esaminando un recente ricorso presentato da un alto funzionario pubblico, che chiedeva la rimozione di alcuni url dai risultati di ricerca ottenuti digitando il proprio nominativo su Google. Questi url, infatti, rinviavano ad articoli nei quali erano riportate notizie relative ad una vicenda giudiziaria nella quale lo stesso era stato coinvolto e che si era conclusa con la sua condanna. Si trattava di una vicenda molto risalente nel tempo (circa 16 anni fa) e l’interessato era stato nel frattempo integralmente riabilitato.

Uno degli articoli di cui si chiedeva la rimozione era stato pubblicato nell’imminenza dei fatti ed altri, invece, più recenti, avevano ripreso la notizia originaria, riproponendola in occasione dell’assunzione di un importante incarico da parte dell’interessato.

Prima di entrare nel merito, il Garante ha affermato – contrariamente a quanto sostenuto dalla difesa di Google – che era necessario prendere in esame tutti i risultati di ricerca ottenuti a partire dal nome e cognome dell’interessato, anche quelli associati ad ulteriori specificazioni, quali il ruolo ricoperto o la circostanza dell’avvenuta condanna. Tale interpretazione è in linea con la sentenza “Google Spain”, nella quale si afferma che le istanze di deindicizzazione devono essere prese in considerazione per tutti gli url raggiungibili effettuando una ricerca “a partire dal nome”, senza escludere  quindi la possibilità che ad esso possano essere associati ulteriori termini volti a circoscrivere la ricerca stessa.

Chiarito questo punto, l’Autorità è entrata nel merito ed ha ordinato a Google di deindicizzare l’url che rinviava all’unico articolo avente ad oggetto, in via diretta, la notizia della condanna penale inflitta al ricorrente, il quale all’epoca ricopriva un ruolo diverso da quello attualmente svolto. L’Autorità ha ritenuto infatti che, considerato il tempo trascorso e l’intervenuta riabilitazione, la notizia non risultasse più rispondente alla situazione attuale.

Viceversa, con riguardo agli articoli ai quali rinviavano gli ulteriori url indicati dal ricorrente, il Garante ha riconosciuto che questi, pur richiamando la medesima vicenda giudiziaria, “inseriscono la notizia in un contesto informativo più ampio, all’interno del quale sono fornite anche ulteriori informazioni” legate al ruolo istituzionale attualmente ricoperto dall’interessato e che tali risultati erano di indubbio interesse pubblico “anche in ragione del ruolo nella vita pubblica rivestito dal ricorrente, che ricopre incarichi istituzionali di alto livello”. Pertanto, riguardo alla richiesta di una loro rimozione, ha dichiarato il ricorso infondato.

Diritto all’oblio, no per casi giudiziari gravi

Avv. Flaviano Sanzari

Non è possibile invocare il diritto all’oblio per vicende giudiziarie di particolare gravità e il cui iter processuale si è concluso da poco tempo, in quanto prevale l’interesse pubblico a conoscere la notizia. Lo ha sancito il Garante privacy con un recente provvedimento, dichiarando infondata la richiesta di deindicizzazione di alcuni articoli presentata da un ex consigliere comunale coinvolto in un’indagine per corruzione e truffa.

In particolare, la vicenda giudiziaria in oggetto si è conclusa nel 2012 con sentenza di patteggiamento e pena interamente coperta da indulto. Di fronte al rifiuto di Google di accogliere le richieste di deindicizzazione di alcuni URL – che risultavano digitando il nome e cognome dell’ex consigliere nel motore di ricerca e che facevano riaffiorare l’indagine in cui era rimasto coinvolto – quest’ultimo aveva presentato ricorso al Garante. A suo dire, non ricoprendo più incarichi pubblici e operando in un settore privato, la permanenza in rete di notizie risalenti a circa dieci anni prima (il procedimento giudiziario era stato avviato, infatti, nel 2006) e ormai prive di interesse, gli avrebbe arrecato un danno reputazionale, in grado di riflettersi sulla propria vita privata e sull’attuale attività lavorativa.

Nel rigettare la richiesta, l’Autorità ha invece rilevato che il trascorrere del tempo va valutato alla luce delle informazioni di cui si chiede la deindicizzazione; quando si tratta di reati gravi e che hanno destato un forte allarme sociale, in particolare, il diritto all’oblio deve essere bilanciato con altri interessi.

Nella fattispecie, nonostante fosse trascorso un certo lasso di tempo dai fatti riportati negli articoli, secondo il Garante merita considerazione il fatto che la vicenda giudiziaria si fosse definita solo pochi anni prima, nonché la circostanza che alcuni dei medesimi articoli, pubblicati fino al 2015, richiamavano la notizia riferendo di una maxi inchiesta sulla corruzione, di fatto rendendola di nuovo attuale e dimostrando l’interesse ancora vivo dell’opinione pubblica sulla vicenda.