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Ipoteca iscritta da Equitalia

In tema di riscossione coattiva delle imposte, l’ipoteca iscritta da Equitalia è nulla qualora non sia stato garantito il diritto al contraddittorio del contribuente.

Lo ha stabilito la Corte di Cassazione con la recente sentenza n. 4587 del 22 febbraio 2017.

I Giudici di legittimità hanno statuito che l’amministrazione finanziaria, prima di procedere all’iscrizione di ipoteca su beni immobili ai sensi dell’art. 77 del D.P.R. 602/1973, deve previamente comunicare al contribuente che procederà all’iscrizione medesima e concedere al contribuente un termine di 30 giorni per presentare osservazioni o effettuare il pagamento.

La Suprema Corte ha così chiarito che l’omessa attivazione del contraddittorio comporta la nullità dell’iscrizione ipotecaria per violazione del diritto alla partecipazione al procedimento, diritto garantito anche dagli articoli 41, 47 e 48 della Carta dei diritti della Unione europea, fermo restando che, attesa la natura reale dell’ipoteca, l’iscrizione mantiene la sua efficacia fino alla sua declaratoria giudiziale di illegittimità.

Espropriazione mobiliare presso il terzo

In caso di incapienza del patrimonio del debitore l’atto di pignoramento determina un effetto interruttivo della prescrizione avente carattere permanente.

Lo ha stabilito la Corte di Cassazione con la recente sentenza n. 3741 del 13 febbraio 2017.

I Giudici di legittimità hanno in primis ribadito che l’atto di precetto, contenendo un’intimazione ad adempiere rivolta al debitore (con conseguente messa in mora di quest’ultimo), produce un effetto interruttivo della prescrizione del relativo diritto di credito a carattere istantaneo, sicché, verificatosi tale effetto, inizia a decorrere, dalla data della sua notificazione, un nuovo periodo di prescrizione (artt. 2943, comma terzo e 2945, comma primo, cod. civ.).

Quanto all’atto di pignoramento i Giudici di legittimità hanno precisato che detto atto determina un doppio effetto, ovvero un effetto interruttivo della prescrizione e, allo stesso tempo, sospensivo della prescrizione stessa, in virtù del disposto dell’art. 2943, comma primo, cod. civ., poiché ad esso consegue l’introduzione di un giudizio di esecuzione tutte le volte in cui risulti notificato regolarmente al debitore. In particolare, secondo i Supremi Giudici, l’effetto interruttivo della prescrizione ha carattere permanente tutte le volte in cui l’impossibilità di soddisfarsi per il creditore non sia dipesa da sua inerzia, bensì da motivi diversi, quali l’insufficienza della retribuzione già colpita da altri pignoramenti.

Espropriazione immobiliare

Avv. Daniele Franzini

In caso di espropriazione immobiliare intrapresa dall’istituto di credito mutuante, in forza di cambiale rilasciata dal soggetto mutuatario a garanzia dell’esatto adempimento di un contratto di finanziamento, la cambiale medesima costituisce idoneo titolo esecutivo soltanto se in regola con l’imposta di bollo.

Non costituisce, quindi, valido titolo esecutivo la cambiale rilasciata dal soggetto mutuatario non in regola con l’imposta di bollo.

Lo ha stabilito la Corte di Cassazione con la recente sentenza n. 3792 del 14 febbraio 2017.

Gli Ermellini hanno, altresì, chiarito che – per la verifica della regolarità della cambiale ai fini dell’imposta di bollo – è necessario distinguere tra operazioni di finanziamento finalizzate ad investimenti finanziari e contratti di finanziamento stipulati per esigenze familiari.

La normativa di riferimento è contenuta nel decreto del Presidente della Repubblica n. 601 del 29 settembre 1973 (recante “Disciplina delle agevolazioni tributarie”), il cui Titolo IV è dedicato alle “Agevolazioni per il settore del credito”.

In particolare, l’art. 15 prevede per le operazioni di credito a medio e lungo termine, nonché per “tutti i provvedimenti, atti, contratti e formalità inerenti alle operazioni medesime, alla loro esecuzione, modificazione ed estinzione, alle garanzie di qualunque tipo da chiunque e in qualsiasi momento prestate e alle loro eventuali surroghe, sostituzioni, postergazioni, frazionamenti e cancellazioni anche parziali, ivi comprese le cessioni di credito stipulate in relazione a tali finanziamenti, nonché alle successive cessioni dei relativi contratti o crediti e ai trasferimenti delle garanzie ad essi relativi” una serie di agevolazioni fiscali, consistenti, nello specifico, nella esenzione dall’imposta di bollo, dalle imposte ipotecarie e catastali e dalle tasse sulle concessioni governative.

Nel decidere il ricorso proposto da un istituto di credito avverso la sentenza resa dalla Corte d’Appello di Lecce a definizione di un’opposizione all’esecuzione proposta dal debitore ai sensi dell’art. 615 c.p.c., la Suprema Corte ha previamente individuato l’ambito di applicazione dell’art. 15 del D.P.R. 601/1973, stabilendo che le operazioni di finanziamento cui si applica la citata disposizione normativa sono quelle che si traducono nella provvista di disponibilità finanziarie, cioè nella possibilità di attingere denaro da impiegare in investimenti produttivi.

Viceversa, il negozio complesso avente ad oggetto l’erogazione di una somma di denaro a titolo di mutuo e la contemporanea costituzione su essa di un pegno ovvero il contemporaneo rilascio di una garanzia a favore della banca erogatrice, non consentendo un investimento produttivo della somma medesima, esula dall’ambito applicativo del menzionato art. 15.

Conseguentemente, secondo il dictum dei Supremi Giudici, la cambiale rilasciata dal soggetto mutuatario a garanzia dell’esatto adempimento di un contratto di finanziamento stipulato per esigenze familiari (ovvero per finalità diverse dall’impiego della somma mutuata in investimenti finanziari) non gode del trattamento fiscale agevolato previsto dall’art. 15 del D.P.R. 601/1973.

Pertanto, la cambiale, se non in regola con l’imposta di bollo, non costituisce titolo esecutivo idoneo a fondare l’esecuzione forzata.

L’eventuale pignoramento dell’immobile del soggetto mutuatario, eseguito dall’istituto mutuante in virtù della cambiale non in regola con l’imposta di bollo, deve, quindi, essere dichiarato inefficace.

Pignoramento dei compensi dell’amministratore e dei consiglieri di una s.p.a.

Avv. Daniele Franzini

I compensi dell’amministratore unico e dei consiglieri di società per azioni sono pignorabili per l’intero importo e non nel limite del quinto previsto dall’art. 409, n. 3, c.p.c.

Lo hanno stabilito le Sezioni Unite della Suprema Corte di Cassazione con la recentissima sentenza n. 1545 del 20 gennaio 2017 n. 1545.

La pronuncia è stata resa a definizione di un giudizio promosso da una banca che lamentava l’illegittimità della limitazione, in sede di esecuzione forzata, alla pignorabilità del compenso dovuto all’amministratore unico di una società per azioni suo debitore.

Nell’accogliere il ricorso, gli Ermellini hanno proceduto alla previa individuazione della natura del rapporto fra manager e società, rapporto che, in relazione alle funzioni di gestione della società stessa, non può certo avere natura di lavoro subordinato o simili.

Sul punto le Sezioni Unite, partendo dagli indirizzi dottrinali e giurisprudenziali susseguitesi negli anni, hanno chiarito che “tra i rapporti societari deve necessariamente comprendersi il rapporto tra società e amministratori, data l’essenzialità del rapporto di rappresentanza in capo a questi ultimi come rapporto che, essendo funzionale, secondo la figura della c.d. immedesimazione organica, alla vita della società, consente alla stessa di agire. In altri termini, tale rapporto è rapporto di società perché serve ad assicurare l’agire della società, non assimilabile, in quest’ordine di idee, né ad un contratto d’opera né tanto meno a un rapporto di tipo subordinato o parasubordinato”.

A conclusione di una motivazione molto articolata, hanno, quindi, sancito il seguente innovativo principio di diritto: “L’amministratore unico o il consigliere d’amministrazione di una società per azioni sono legati da un rapporto di tipo societario che, in considerazione dell’immedesimazione organica che si verifica tra persona fisica ed ente e dell’assenza del requisito della coordinazione non è compreso in quelli previsti dal n. 3 dell’art. 409 c.p.c. Né deriva che i compensi spettanti ai predetti soggetti per le funzioni svolte in ambito societario sono pignorabili senza i limiti previsti dal quarto comma dell’art. 545 c.p.c.”.

La ratio della decisione risiede, dunque, nella natura del rapporto che lega l’amministratore unico e i consiglieri alla società, trattandosi di un rapporto di tipo societario e non di lavoro subordinato o parasubordinato, anche in virtù del principio di immedesimazione organica.

Le Sezioni Unite hanno così risolto una questione oggetto, da tempo, di contrasti a livello giurisprudenziale.

Esecuzioni e sospensioni feriali

Avv. Daniele Franzini

La Corte costituzionale mette ordine nel processo di esecuzione.

Con la sentenza 191 del 20 luglio 2016, la Consulta ha ritenuto non fondata la questione di legittimità costituzionale dell’art. 3 della legge 7 ottobre 1969, n. 742 (che disciplina la sospensione dei termini processuali nel periodo feriale) sollevata dal Tribunale di Cosenza nella parte in cui, in combinato disposto con l’art. 92 dell’Ordinamento giudiziario, stabilisce che i procedimenti di opposizione all’esecuzione non sono sospesi durante il periodo feriale (1 agosto – 31 agosto), mentre – diversamente – restano sospesi i termini degli atti del processo esecutivo.

Tale differente trattamento, a parere della Corte Costituzionale, trova ragione e giustificazione nella divergenza strutturale esistente tra il processo esecutivo e le opposizioni all’esecuzione. Il modello del rito ordinario di cognizione, che accomuna queste ultime, consente l’applicabilità dell’art. 3 a tutti gli incidenti di esecuzione, mentre la natura non contenziosa del processo esecutivo precluderebbe la sua inclusione nell’ambito della deroga, in ragione del divieto posto dall’art. 14 delle disposizioni sulla legge in generale, che esclude l’interpretazione analogica di norme eccezionali.

Il Tribunale rimettente sospettava della legittimità costituzionale di siffatta discrasia, essendo, a suo avviso, irragionevole e contrario al principio di uguaglianza il trattamento differenziato di situazioni, quali il processo esecutivo e gli incidenti che si instaurano all’interno di esso, accomunate dalle medesime ragioni di celerità.

Nel caso specifico deciso dal giudice delle leggi un creditore aveva chiesto, nel maggio 2015, la vendita della casa di proprietà del debitore, ma aveva ritardato a fine ottobre il deposito (che andava effettuato entro 120 giorni, cioè entro settembre) dei certificati ipotecari relativi alla casa. Ma se ai 120 giorni disponibili per depositare i certificati catastali si fossero aggiunti anche gli ulteriori 30 giorni di sospensione feriale di agosto, l’adempimento del creditore sarebbe risultato tempestivo, scadendo ad ottobre (150 giorni da maggio).

La Corte costituzionale ha ammesso questo supplemento di termine (30 giorni in più) ragionando nei seguenti termini.

Il processo esecutivo costituisce lo strumento apprestato dall’ordinamento per l’attuazione del diritto, da realizzare in via coattiva, mentre l’incidente di esecuzione, che apre una parentesi all’interno di questo procedimento, può assumere due diverse forme, quella dell’opposizione all’esecuzione quando si contesta il “se” del diritto di agire in executivis o la pignorabilità dei beni pignorati, e quella dell’opposizione agli atti esecutivi, quando ci si duole del “come” dell’esercizio del diritto, deducendosi l’esistenza di vizi formali degli atti compiuti o dei provvedimenti adottati nel corso del processo esecutivo e di quelli preliminari all’azione esecutiva.

In sintesi, il processo esecutivo consiste in una sequenza di atti procedimentali per la realizzazione del credito, mentre le opposizioni integrano dei veri e propri giudizi, che si svolgono nel contraddittorio delle parti.

La diversità strutturale dei due tipi di procedimenti non può essere ricondotta ad unità sul presupposto dell’esigenza di celerità comune ad entrambi, ben potendo il legislatore, nell’esercizio della sua discrezionalità, soddisfare tale esigenza mediante discipline differenziate, con l’unico limite costituito dalla non arbitrarietà e irragionevolezza della scelta compiuta (ex plurimis, sentenze n. 237 del 2007 e n. 341 del 2006; ordinanze n. 405 e n. 376 del 2007, n. 101 del 2006).

Nell’ambito del procedimento esecutivo il legislatore ha ritenuto di soddisfare tale esigenza mediante la previsione di un termine perentorio, prorogabile una sola volta per giusti motivi, per l’acquisizione della documentazione ipocatastale.

La durata di esso, originariamente pari a centoventi giorni e, successivamente, ridotta a sessanta giorni, è correlata alla necessità di garantire l’acquisizione completa della documentazione attestante l’appartenenza del bene pignorato al debitore e la sospensione della sua decorrenza durante il periodo feriale è ragionevolmente correlata al rallentamento delle attività degli uffici preposti al rilascio della suddetta documentazione.

Quanto, invece, alle opposizioni all’esecuzione, l’esigenza di celerità è perseguita mediante la deroga alla sospensione feriale, anche in considerazione della peculiarità dello strumento che può prestarsi ad un utilizzo strumentale con finalità dilatoria da parte del debitore assoggettato all’esecuzione.