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AGCM: nuove soglie per le concentrazioni tra imprese

La legge 124 del 9 agosto 2017 ha modificato le soglie di fatturato al superamento delle quali scatta l’obbligo di notificare preventivamente all’Antitrust (Autorità Garante per la Concorrenza ed il Mercato – AGCM) i dati relativi ad un’operazione che potrebbe realizzare una concentrazione tra imprese.

Una concentrazione si può avere allorquando un’impresa si fonda con – o acquisisca il controllo di – un’altra, ovvero nel caso in cui due o più società procedano alla creazione di un’impresa comune che eserciti stabilmente tutte le funzioni di un’entità economica autonoma.

Dal 29 agosto scorso, una operazione societaria che possa comportare una potenziale – concentrazione tra imprese deve essere preventivamente comunicata all’ACGM se: (i) il fatturato totale realizzato a livello nazionale dall’insieme delle imprese interessate superi i 492 milioni di euro; e se (ii) il fatturato totale realizzato individualmente a livello nazionale da almeno due delle imprese coinvolte sia superiore ai 30 milioni annui.

La differenza sostanziale con il sistema previgente risiede nel fatto che, oggi, le due soglie non sono previste come alternative, ma devono al contrario essere superate entrambe prima di far scattare l’obbligo di notifica all’Autorità. Inoltre l’importo relativo al fatturato realizzato individualmente dall’impresa (supra (ii)) è stato abbassato (prima era 50 mln ndr) e non riguarda più la sola impresa oggetto di acquisizione, bensì “almeno due delle imprese interessate”.

Le modifiche si inseriscono in una serie di altri interventi che hanno corretto la consistenza di queste soglie dal 2012 ad oggi al fine di rendere sempre più efficiente l’attività di controllo dell’AGCM. Il sistema attuale dovrebbe infatti prevedere “maglie” strette in modo da garantire un adeguato controllo preventivo senza con ciò sovraccaricare l’Autorità con operazioni di fatto irrilevanti sul piano della concorrenza.

Assemblee della s.p.a. in video e audio conferenza: le novità

Il Comitato Triveneto dei Notai lo scorso 30 settembre ha presentato le nuove massime in materia di atti societari, stabilendo, in una di esse, che nelle società per azioni così dette “chiuse” (cioè quelle in cui non c’è diffusione al pubblico del capitale sociale) l’intervento in assemblea mediante mezzi di telecomunicazione, può avvenire anche in assenza di una specifica previsione statutaria solo a condizione che siano rispettati in concreto i principi del metodo collegiale. In poche parole, la società nell’organizzare l’assemblea in video-/tele-conferenza deve garantire che tutti i partecipanti possano intervenire in tempo reale nella discussione e votare allo stesso modo come se fossero fisicamente presenti. Ne consegue che il presidente dell’assemblea dovrà verificare il pieno rispetto del metodo collegiale non solo in apertura di assemblea, ma anche nel corso della stessa, potendosi, pertanto, ipotizzare una sua legittima sospensione nel caso in cui il principio di collegialità e/o quello di parità di trattamento dei partecipanti venisse meno per ragioni di carattere tecnico. È stabilito, inoltre, che sia sempre possibile, con il consenso unanime, derogare alla regola statutaria.

Start Up Innovative: incentivi fiscali per tutti!

La Commissione Europea con la decisione del 18 settembre scorso (SA 47184) ha autorizzato gli incentivi fiscali per chi investe in start-up innovative, previsti dalla legge di bilancio per il 2017, lo ha comunicato il MISE il 2 settembre scorso. Si ricorda che le persone fisiche beneficiano di una detrazione dall’IRPEF lorda pari al 30% della somma investita nel capitale sociale delle startup innovative, fino ad un investimento massimo di un milione di euro annui e le persone giuridiche di una deduzione dall’imponibile IRES pari al 30% dell’investimento, con una soglia massima di investimento annuo pari a 1,8 milioni di euro. Grazie al via libera della Commissione, gli incentivi potranno essere utilizzati, in maniera stabile e permanente e non solo limitatamente all’anno 2017, dagli investitori che intendono fare investimenti nel capitale di rischio delle startup innovative; ne rimangono pertanto fuori tutti gli altri tipi di versamenti che hanno una funzione di finanziamento, consistenti in poste del passivo, e quindi destinati in quanto tali ad essere restituiti ai soggetti finanziatori. Ciò che rileva è anche che questi incentivi sono usufruibili sia in caso di investimenti diretti, sia in caso di investimenti indiretti operati per il tramite di organismi di investimento collettivo del risparmio (OICR) e di altre società che investono prevalentemente nelle start-up innovative.

Distribuzione di beni di lusso su marketplace: le Conclusioni dell’Avvocato Generale

Avv. Milena Prisco

La crescente rilevanza del commercio elettronico ha fatto sì che i produttori, soprattutto di beni di lusso, ponessero negli anni sempre più attenzione a come i loro prodotti vengono venduti (ma soprattutto presentati) online, fissando nei contratti di distribuzione restrizioni e divieti tendenti a rispecchiare le condizioni poste con riferimento alle boutique in cui tali prodotti sono stati fino ad oggi messi in vendita. Il tema è attualmente al vaglio della Corte di Giustizia dell’Unione Europea nella ormai nota vicenda Coty Germany, che dovrà decidere se tali condizioni, divieti e restrizioni siano legittimi o distorsivi della concorrenza ai sensi dell’art. 101 TFUE.

In attesa della sentenza, l’Avvocato Generale Nils Wahl conclude che un produttore di beni di lusso può lecitamente vietare ai propri distributori autorizzati di commercializzare i suoi prodotti su marketplace di imprese terze.

La pratica con cui i produttori pongono in capo ai propri distributori condizioni, restrizioni e limitazioni alla possibilità di (ri)vendere i loro prodotti attraverso i c.d. marketplace (e.g. Amazon, eBay, Zalando, etc.) è al vaglio della Corte di Giustizia dell’Unione Europea a seguito di un rinvio pregiudiziale operato dalla Corte d’Appello di Francoforte (Oberlandesgericht Frankfurt am Main) nell’ambito della caso “Coty Germany GmbH v. Parfümerie Akzente GmbH” relativo ad un contratto di distribuzione con cui Coty poneva a carico dei propri rivenditori autorizzati un regime severo di controllo sulle vendite online, da attuarsi tramite “vetrine elettroniche” conformi a specifici criteri volti a “far emergere e sottolineare la connotazione lussuosa dei marchi Coty Prestige”, e vietava le vendite web gestite da terzi estranei alla rete distributiva.

La questione riguarda la definizione dei limiti e degli ambiti in cui è concesso ai produttori del lusso fissare limitazioni e condizioni alla possibilità per i loro distributori di vendere beni oltre che sul proprio sito internet, anche tramite i marketplace.

Ad oggi, infatti, l’unico elemento certo in materia risiede nella impossibilità per i produttori di imporre ai loro distributori un divieto assoluto e generalizzato di rivendere i prodotti tramite internet (dal momento che le vendite on line sono considerate passive, ovvero vendite non sollecitate dal venditore). Al di là di questo divieto assoluto, classificato come “restrizione fondamentale” (hardcore restriction), gli altri tipi di restrizioni e condizioni che pongono limiti alla commerciabilità dei prodotti online, pur senza vietare categoricamente tale pratica, non sono stati mai chiaramente presi in considerazione dal punto di vista legislativo.

La soluzione del quesito è di particolare interesse perché contribuirà a definire il quadro interpretativo in un settore in cui tra l’altro la giurisprudenza è stata spesso ondivaga e in cui non esistono riferimenti “certi” al di fuori delle linee guida pubblicate nel 2010 dalla Commissione Europea (le quali tuttavia non hanno valore di legge e non vincolano perciò i giudici). Interessati al responso della corte europea sono soprattutto i produttori di beni di lusso (e gli Stati membri che li “ospitano”), i quali, se da un lato sono interessati alle potenzialità offerte dalle piazze virtuali, dall’altro, si preoccupano di preservare l’allure, ovvero l’immagine esclusiva dei propri prodotti e del proprio marchio, limitando la distribuzione dei propri prodotti attraverso punti vendita fisici e siti propri, vietando, invece, la vendita sui marketplace.

Al di là della soluzione del pur rilevante caso concreto, vista anche l’attenzione e la partecipazione di numerosi Stati Membri interessati agli esiti della vicenda e questo per gli effetti che la decisione potrebbe avere sull’indotto e l’economia reale, spetterà ai giudici europei non solo decidere la singola questione, ma anche delineare un quadro interpretativo della normativa in materia per definire in modo chiaro se sia possibile, in che modo e fino a che punto, porre dei limiti e delle condizioni all’utilizzo di internet da parte di quelle società che operano nell’ambito di una rete di distribuzione selettiva.

In attesa di un responso definitivo della Corte (previsto per i primi mesi del 2018), l’Avvocato Generale Nils Wahl, chiarisce con le sue Conclusioni come non sia possibile parlare a priori di restrizioni hardcore laddove, nel porre la restrizione, siano rispettati tre parametri: “(i) se questa è legata alla natura del prodotto; (ii) se è stabilita in modo uniforme e applicata in maniera non discriminatoria e (iii) se i criteri stabiliti dal produttore non eccedono il necessario”. L’Avvocato Generale sostiene, inoltre, che le restrizioni poste dai produttori di beni di lusso non siano tali da ostacolare la concorrenza, ma al contrario possano dar vita ad una concorrenza basata su criteri qualitativi e permettere la possibilità di prevenire fenomeni di parassitismo, evitando, oltretutto, che gli sforzi impiegati dai produttori e dai distributori autorizzati per creare e migliorare l’immagine e la qualità dei prodotti vadano a beneficio di altre imprese. Infine, Wahl nelle proprie Conclusioni ritiene che un divieto di vendere mediante terzi marketplace non rientri nelle categorie di restrizioni hardcore dell’articolo 4 del Regolamento n. 330/2010 in quanto il divieto controverso non costituisce né una restrizione della clientela del distributore al dettaglio, né una restrizione delle vendite passive agli utenti finali facendo salvi, quindi, i sistemi di distribuzione di prodotti di lusso che contengano un tale divieto.

Ora, seppure le Conclusioni non siano vincolanti per la Corte, una decisione in linea con le stesse avrebbe un impatto importante sui contratti in termini di controllo della catena di distribuzione, delle politiche pubblicitarie e più in generale sulle strategie di marketing che si potrebbero aprire maggiormente a soluzioni multi-channel.

Gli operatori addetti al call center quando sono lavoratori subordinati?

Avv. Francesca Frezza

La Corte di Cassazione con sentenza n. 18018 del 21 luglio 2017 ha ritenuto corretta e immune da vizi logici la sentenza della Corte Territoriale che aveva ritenuto la prestazione resa da alcuni operatori addetti al call center rientrante nell’alveo della subordinazione sulla base degli elementi risultanti dall’istruttoria svolta.

La Suprema Corte, nel rigettare il gravame promosso dalla società, che lamentava la decisione della Corte di Appello di Roma sul presupposto che gli elementi dalla stessa valutati come idonei ex art. 2094 c.c. a far ritenere la prestazione di tipo subordinato in realtà sarebbero invece solo l’espressione della necessità della società di garantire determinati ed indispensabili standard di servizio, ha ribadito che “l’elemento indispensabile che connota il lavoro subordinato distinguendolo da quello autonomo è il vincolo di soggezione del lavoratore subordinato al potere direttivo , organizzativo e disciplinare del datore di lavoro, che discende dall’emanazione di ordini specifici e da un’attività di controllo e di vigilanza dell’esecuzione della prestazione lavorativa, attività che va valutata con riguardo alla situazione concreta, quindi alla specificità dell’incarico affidato al lavoratore ed alla sua modalità di attuazione, fermo restando che ogni attività economicamente rilevante può essere oggetto di un rapporto sia di natura subordinata che di natura autonoma. Conseguentemente elemento indefettibile della subordinazione è il vincolo di soggezione personale al potere direttivo e disciplinare, mentre hanno carattere sussidiario e funzione meramente indiziaria altri elementi del rapporto quali l’inserimento nell’organizzazione aziendale, il rispetto dell’orario, l’assenza di rischio ( cfr per tutte Cass. n.4500/2007)”.

Nello specifico la Corte territoriale aveva evidenziato come il potere direttivo e di controllo, declinato con riferimento alla peculiarità della prestazione richiesta e del contesto aziendale dato, fosse ricavabile dai seguenti elementi:

  • l’utilizzo di un sistema informatico che consentiva alla società di predeterminare, in ogni suo aspetto, il contenuto della prestazione e di accertare il rispetto delle puntuali direttive impartite;
  • direttive cristallizzate anche nelle clausole contrattuali che determinavano con particolare precisione le modalità della prestazione, come ad esempio l’uso “di un linguaggio appropriato ai contenuti dell’attività professionale, la padronanza del dialogo, la capacità di persuadere, la massima cortesia nei confronti dell’utenza”,
  • il divieto di qualsiasi modifica delle impostazioni standard relativamente a tipo colori monitor, sfondi di persona! Computer;
  • le modalità della prestazione che poi venivano controllate dagli assistenti di sala;
  • il rispetto da parte degli operatori di frasi di apertura e chiusura delle telefonate inbound;
  • l’impossibilità di gestire i contatti telefonici in modo autonomo.

Sulla base di tali premesse  – precisa la Corte di Cassazione – deve rilevarsi che la sentenza della Corte d’Appello, che ha posto in luce le specifiche modalità con cui si svolgeva la prestazione degli attuali contro ricorrenti, assunti con contratti di collaborazione coordinata e continuativa e a progetto, prorogati nel tempo, è esente da censure, perché l’accertamento di fatto è conforme ai principi di diritto prima richiamati e la motivazione immune da vizi logici.

 

Il prezzo indicato nel contratto definitivo prevale sul preliminare

Sul tema del rapporto tra contratto definitivo e preliminare vi sono numerosi precedenti giurisprudenziali nei quali viene delineata chiaramente la preminenza del primo – ovvero delle clausole ivi contenute – sul secondo, salvo una diversa volontà delle parti risultante da prova scritta (trattandosi spesso il tema con riferimento a beni immobili).

Ebbene, la recentissima sentenza della Corte di Cassazione (n. 20541 del 30 agosto 2017) non si allontana dal solco tracciato da oltre 50 anni di precedenti giurisprudenziali ma tuttavia mostra una particolarità: la sentenza infatti non prende in esame il semplice contrasto tra le clausole presenti in un preliminare e non trasposte – o non compiutamente riportate – nel definitivo, bensì la prassi, in sé piuttosto comune, di prevedere il prezzo “reale” di una compravendita nel preliminare ed un prezzo “scontato” nel definitivo.

La Corte ha rilevato infatti che, in assenza di un documento che provi la diversa volontà delle parti, l’unico contratto vincolante tra le stesse deve necessariamente essere il definitivo (nel quale, nel caso di specie, veniva riportato un prezzo inferiore) con la conseguenza che il diverso prezzo indicato nel definitivo deve essere considerato come il corrispettivo effettivamente e definitivamente concordato tra venditore e acquirente (nel caso di specie il venditore è stato costretto a restituire la differenza di prezzo a titolo di indebito oggettivo).

Ne discende che, laddove la parti vogliano far “sopravvivere” alcune prestazioni contenute nel preliminare dovranno premunirsi di formalizzarle in documenti sottoscritti contemporaneamente al definitivo.

Recesso libero se la s.r.l. “dura una vita”

La sentenza del Tribunale di Torino n. 2363 del 5 maggio 2017 ha riconosciuto, anche con riferimento alle società a responsabilità limitata costituite per periodi di tempo particolarmente lunghi ancorché non indeterminati, la sussistenza del principio generale, che si oppone alla costituzione di vincoli perpetui, in base al quale il soggetto vincolato a tempo indeterminato deve essere messo in grado di liberarsi da tale vincolo.

Nei fatti, il socio di una s.r.l. aveva comunicato la propria intenzione di recedere dalla società ai sensi dell’art. 2473 co. 2 c.c. il quale stabilisce che, laddove una società sia costituita a tempo indeterminato, compete al socio il diritto di recedere dando un semplice preavviso di almeno centottanta giorni. Ebbene, nel caso di specie, la società in questione non era stata costituita a tempo indeterminato – almeno non in senso stretto – ma, avendo una scadenza posta al 31 dicembre 2100, ovvero ben oltre la durata normale di una vita umana, doveva intendersi costituita in perpetuo.

Ne consegue che i soci parte in società costituite per periodi di tempo particolarmente lunghi (si può pensare orientativamente ad un periodo superiore all’aspettativa di vita media) avranno un ulteriore possibilità di recedere ex lege dalla società. Questo principio deve, pertanto, scoraggiare all’atto della redazione degli statuti la fissazione di una durata particolarmente lunga che consentirebbe a ciascun socio l’esercizio del diritto di recesso con conseguente liquidazione della propria quota da parte della società.

Codice del consumo: le società commerciali non sono consumatori

Con la sentenza n. 17848 del 19 luglio 2017, la Cassazione ha  precisato ancora una volta il perimetro della definizione di consumatore in base al Codice del Consumo. L’occasione è nata dalla pretesa di una società a responsabilità limitata di essere classificata come consumatore in una causa che la vedeva opposta ad un avvocato, attore di un decreto ingiuntivo.

Nonostante  il Codice, all’art. 3 co. 1, lett. a), definisca il consumatore come “persona fisica”, è sempre rimasta una certa incertezza derivante dall’interpretazione della nozione di professionista.

Il professionista viene difatti indicato come “la persona fisica o giuridica che agisce nell’esercizio della propria attività imprenditoriale, commerciale, artigianale o professionale”, non quindi tutte le persone fisiche o giuridiche, bensì solo quelle che agiscono in qualità di imprenditore.

Secondo l’interpretazione della Corte, tuttavia, stante la definizione fornita dal Codice del Consumo, la possibilità di considerare una persona giuridica come un consumatore è da escludersi categoricamente, tanto più che, come affermato da una costante giurisprudenza, ad “una società che abbia come oggetto un’attività […] che rientri fra quelle integranti l’impresa commerciale” deve essere necessariamente “riconosciuta la qualità di imprenditore a prescindere da ogni indagine sul concreto esercizio di quell’attività”. In sostanza, una società opera  sempre ed indistintamente nell’alveo della propria attività imprenditoriale/commerciale per il solo fatto della sua costituzione.

Resta tuttavia aperto il fronte con riferimento alle persone fisiche: il medico che compri una risma di carta per il proprio studio avrà una tutela diversa dallo stesso medico, questa volta nella sua veste di padre, che compri una risma di carta per la stampante del figlio? Nell’attesa di un nuovo intervento della Suprema Corte al riguardo, non resta che attenersi alla divisione – radicale – in base alla quale il professionista, quale che sia l’attività che sta svolgendo, è tendenzialmente sempre considerato non come un consumatore.

Verso un diritto societario europeo: la Direttiva 2017/1132

Avv. Milena Prisco

Con la Direttiva n. 2017/1132, entrata in vigore il 20 luglio scorso e relativa ad “alcuni aspetti di diritto societario”, il Parlamento europeo e il Consiglio intendono, attraverso l’armonizzazione della legislazione in materia, porre le basi per la creazione di un diritto societario europeo uniforme in grado di promuovere la libertà di stabilimento e realizzare la libertà d’impresa, diritto fondamentale sancito dall’art. 16 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea.

La Direttiva 2017/1132, che, si inserisce nel quadro della libertà di stabilimento, mira ad operare in primis un’attività di sistematizzazione della normativa comunitaria in materia di diritto societario abrogando le Direttive n.82/891/CEE, n. 89/666/CEE, n. 2005/56/CE, n. 2009/101/CE, n. 2011/35/UE e n. 2012/30/UE, attività alla quale si affianca inoltre il tentativo di realizzare un progetto di armonizzazione sempre più compiuto della materia a livello continentale, con particolare attenzione al coordinamento delle informazioni e delle garanzie a tutela di soci e di terzi.

Ad oggi, infatti, a livello europeo sono presenti ben 28 differenti diritti societari nazionali, i quali, in assenza di una disciplina uniforme, vengono applicati sia con riferimento alle società locali che a quelle straniere all’ingresso nel territorio di un altro Stato membro a detrimento – indirettamente certo – della effettività della libertà di stabilimento delle imprese, che  , sono da equipararsi ai cittadini europei in base all’art. 54, co. 1 Trattato sul funzionamento dell’Unione Europea.

La Direttiva consta di tre titoli dove vengono affrontati principalmente questioni relative alla costituzione delle società di capitali, alla rappresentanza della società; ai registri delle imprese, alle succursali di società basate in uno Stato membro diverso da quello di costituzione, al capitale sociale ed alla modifica della sua consistenza ed infine alla fusione (domestica e transfrontaliera) delle società di capitali e alla loro scissione.

Andando più nel concreto, le principali regole introdotte dalla Direttiva riguardano:

La costituzione delle società di capitali, in occasione della quale occorre fare ricorso all’atto pubblico “in tutti gli Stati membri la cui legislazione non preveda, all’atto della costituzione, un controllo preventivo amministrativo o giudiziario l’atto costitutivo e lo statuto della società e le loro modifiche devono rivestire la forma di atto pubblico”.

La creazione di un registro centrale delle imprese, che nasca dall’interconnessione dei registri dei singoli Stati membri e che consenta l’accesso agli utenti attraverso un unico portale web.

Il capitale delle s.p.a., il cui ammontare minimo non potrà essere inferiore a 25 mila euro (in Italia il un capitale minimo è di 50 mila euro). Sul punto l’articolo 45 della Direttiva specifica che questa soglia minima andrà aggiornata nel tempo e sempre nell’ottica di riservare la forma della società per azioni ad imprese di dimensioni medio-grandi.

L’operato degli organi societari della s.p.a. che saranno in grado di vincolare la società indipendentemente da questioni relative al validità della nomina degli organi stessi ed indipendentemente dall’estraneità degli atti da questi posti in essere rispetto all’oggetto sociale (sul punto la Direttiva stabilisce che gli Stati potranno intervenire escludendo che la società si trovi vincolata nel caso di compimento di atti che eccedano l’oggetto sociale laddove il terzo destinatario dell’atto fosse a conoscenza del superamento di detto limite).

La creazione di regole relative alla pubblicità delle succursali di una società costituite in un altro Stato membro, le quali saranno soggette agli obblighi di pubblicità dei registri nazionali (che saranno nel frattempo divenuti interconnessi a quello centrale europeo). Questi obblighi saranno finalizzati a raggiungere una diffusione certa e sicura dei dati societari; in particolare dovranno essere rese pubbliche le informazioni relative all’attività esercitata, alla denominazione e al tipo di società e alla denominazione della succursale se questa non corrisponde a quella della società, i documenti contabili e le generalità dei soggetti che hanno il potere di impegnare la società nei confronti dei terzi e di rappresentarla in giudizio (inoltre se questi devono operare congiuntamente o possono operare disgiuntamente).

Allo stesso modo dovranno essere resi pubblici, in caso di scioglimento della società, le generalità ed i poteri dei liquidatori, nonché la chiusura della liquidazione, oltre alle eventuali procedure concorsuali cui dovesse essere soggetta la società.

Le fusioni e scissioni societarie in relazione alle quali verranno previste garanzie, conformemente a quanto stabilito nella direttiva 2001/23/CE, a tutela dei diritti dei lavoratori di ciascuna delle società coinvolte. Anche in caso, similarmente a quanto viene stabilito per la costituzione della società, se la legislazione di uno Stato membro non prevede per le fusioni un controllo preventivo di legittimità, giudiziario o amministrativo, ovvero se tale controllo non verte su tutti gli atti necessari alla fusione, i verbali delle assemblee dei soci che deliberano la fusione e, se del caso, il conseguente atto di fusione dovranno essere redatti per atto pubblico. Stessa sorte per il progetto di fusione qualora non venga richiesto dalle norme nazionali l’approvazione da parte dell’assemblea dei soci.

La Direttiva se potrà porre le basi per uno sviluppo di un diritto societario uniforme a livello europeo, non impatterà in maniera rilevante sulla normativa italiana, già in gran parte conforme alle altre discipline nazionali,  con l’eccezione delle regole che riguarderanno l’implementazione del registro delle imprese interconnesso, il capitale sociale minimo della s.p.a. e i poteri di rappresentanza degli organi sociali.

Potere ai piccoli! Socio di minoranza revoca l’amministratore di s.r.l.

Il Tribunale di Cagliari, con la recente ordinanza n. 2792-2017, depositata il 22 giugno 2017, ha stabilito il diritto del socio di minoranza di chiedere la revoca cautelare dell’amministratore di s.r.l. anche nel corso di un giudizio di opposizione alle delibere assembleari ove viziate. La decisione è di estrema importanza in quanto svincola la richiesta di revoca del socio dal preventivo esperimento dell’azione sociale di responsabilità nei confronti dell’amministratore. Inoltre, il Tribunale ha precisato che il provvedimento è ammissibile anche ante causam quale provvedimento a carattere anticipatorio, meritevole di essere concesso tutte le volte che questo rimedio si rende opportuno “per ovviare ai pericoli di tardività dei provvedimenti di merito”. Infine, la revoca può essere concessa per la sua provvisoria esecutività anche nel caso di sentenza aventi ad oggetto delibere assembleari non definitive; in tal modo è possibile anticipare gli effetti del giudicato e questo per evitare che la delibera viziata ed oggetto di causa possa produrre effetti in un lungo arco temporale e provocare conseguenze nefaste in via derivata. L’ordinanza del Tribunale sardo in definitiva ha promosso un provvedimento di urgenza che risponde ad esigenze di una giustizia immediata tutte le volte che le lungaggini processuali renderebbero vano ed inefficace un provvedimento di revoca giunto “troppo tardi” rispetto alle esigenze dell’azienda.