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Autenticazione artistica e nuove tecnologie. Blockchain e QR-code

Avv. Alessandro La Rosa

Lo strumento tradizionalmente adottato per tutelare la paternità dell’opera d’arte contro potenziali abusi è sempre stato il certificato di autenticità, rilasciato dall’artista, se ancora in vita, ovvero da esperti, case d’asta, gallerie ovvero archivi, e contenente tutte le informazioni identificative e descrittive dell’opera altresì attentandone provenienza e/o attribuzione.

In un contesto all’interno del quale le opere erano caratterizzate dalla materialità, questo è stato l’unico metodo operante per la loro autenticazione; metodo, tuttavia, entrato in crisi a seguito dell’avvento delle opere digitali, realizzate attraverso l’utilizzo di hardware e software che attribuiscono al prodotto finale carattere immateriale precludendo, pertanto, quel tradizionale carattere di tangibilità dell’opera d’arte.

Difficilmente un certificato di autenticità cartaceo potrebbe accompagnare e seguire efficacemente un’opera digitale, poiché non adeguato alla rapidità e immediatezza dei trasferimento dei files contenenti l’opera e alla contestuale esigenza di tutela del suo autore.

Le opere digitali, infatti, potrebbero viaggiare in rete un numero illimitato di volte attraverso una semplice condivisione, tanto da pregiudicare il loro autore quando non ne venga, per esempio, riportata la titolarità, ovvero quando, a sua insaputa, le stesse, vengano modificate, contraffatte o utilizzate senza alcuna autorizzazione.

Al fine di superare tali limiti e offrire una tutela immediata e incorporata nell’opera digitale, sono sempre maggiori le proposte di autenticazione che si fondano sulla marcatura temporale in grado di assicurare, attraverso l’utilizzo del medesimo linguaggio e codice informatico, una tutela peraltro maggiore rispetto a quella concessa in passato alle opere materiali dal certificato di autenticità.

In tal senso, le metodologie applicate sono diverse, la maggior parte delle quali operano attraverso piattaforme internet che rilasciano certificati di autenticità grazie all’attribuzione, appunto, di una marcatura temporale.

Tra le più innovative si menzionano le piattaforme che attraverso il database blockchain, il quale utilizza la tecnologia peer-to-peer, sono in grado di certificare la provenienza e l’autenticità delle opere d’arte digitale.

In altri termini, il blockchain, registro pubblico e incorruttibile, genera una certificazione di autenticità a sua volta incorruttibile, trasparente e perpetua che conterrà, perché da quest’ultimo generate e custodite attraverso la combinazione di firma digitale e marcatura temporale, tutte le informazioni riferite a una determinata opera d’arte –anche questa in formato digitale– e al suo titolare, non falsificabili, né suscettibili di contraffazione.

In questo modo l’artista, il collezionista o la stessa galleria potranno rivendicare in qualunque momento e nei confronti di chiunque la paternità della predetta opera, in quanto solo quest’ultima munita di certificazione con data certa, potrà essere considerata l’originale.

Ai sistemi che generano la certificazione di autenticità con tecnologia blockchain e che operano su opere create digitalmente, si affiancano le piattaforme che certificano l’autenticità delle opere d’arte realizzate con media tradizionali attribuendo, al certificato apposto sulle stesse, un QR-Code.

In questo caso l’utente della piattaforma (artista, gallerista, collezionista) regolarmente autenticato, potrà richiedere l’attribuzione e apposizione sull’opera del suddetto codice che l’accompagnerà in tutti i successivi trasferimenti.

È evidente, pertanto, come tali nuovi sistemi consentano di superare anche le annose problematiche inerenti all’autenticità dello stesso certificato, essendo loro stessi certificati, incorruttibili, non falsificabili e temporalmente illimitati.

 

Gli sviluppi evolutivi dell’enforcement del diritto d’autore per contrastare la pirateria ed il fenomeno del mirroring

Avv. Alessandro La Rosa

Spesso i soggetti dediti alla pirateria digitale tentano di superare i blocchi ai siti web imposti dalle Autorità giudiziarie ed amministrative ai fornitori di accesso alla rete, attraverso la creazione di nuovi siti web accessibili attraverso nomi di dominio di primo o di secondo livello parzialmente diversi da quelli raggiunti dagli ordini di blocco, a cui questi ultimi reindirizzano: tali siti, di fatto, riproducono integralmente i contenuti di quelli inizialmente bloccati e, per questo, si suole definirli siti “mirror”.

La Commissione Europea con la “comunicazione COM(2017) 708” del 29.11.2017, ha fornito delle linee guida all’interpretazione della Direttiva 2004/48/CE (c.d. Enforcement) riconoscendo espressamente l’ammissibilità di ordini inibitori specificamente rivolti ad impedire gli effetti del mirroring dei siti pirata e dando atto del fatto che gli ordini inibitori, in taluni casi, possono “perdere efficacia a causa di alcune modifiche dell’oggetto per il quale il provvedimento è stato disposto. Può essere il caso, ad esempio, delle ingiunzioni di blocco di un sito web, allorché, mentre un’autorità giudiziaria competente ha emesso un’ingiunzione con riferimento a determinati nomi di dominio, possono apparire facilmente siti speculari sotto altri nomi di dominio che non sono pregiudicati dall’ingiunzione. Una possibile soluzione in questi casi è rappresentata dalle ingiunzioni dinamiche. Si tratta di ingiunzioni che possono essere emesse, ad esempio, nei casi in cui lo stesso sito web diventa disponibile immediatamente dopo l’emissione di un’ingiunzione con un indirizzo IP o un URL differenti, che sono formulate in modo tale da includere anche il nuovo indirizzo IP o l’URL senza che si renda necessario un nuovo procedimento giudiziario per ottenere una nuova ingiunzione. Poco dopo, il 21 dicembre 2017, la High Court of Justice of England and Wales ha confermato quanto già precedentemente stabilito dalla High Court of Justice Chancery Division (“HCJ”) su un caso in cui la Football Association Premier League Limited (seguita poco dopo su una simile iniziativa da “UEFA”), titolare dei diritti sulle riprese delle partite della Premier League, chiedeva l’adozione un ordine di blocco dei c.d. “streaming servers” rivolto ai maggiori fornitori di servizi di connettività inglesi (tra cui British Telecommunication PLC e Sky Uk Limited).

La particolarità delle decisioni della HCJ concerne la soluzione tecnica accordata ai titolari dei diritti: l’injunction, infatti, non ha ad oggetto (come in passato) i singoli siti web pirata, bensì direttamente i server dai quali proviene lo streaming illecito dei contenuti. L’ordine di blocco, che la stessa HJC ha definito come “live blocking order”, ha ad oggetto cioè gli indirizzi IP specificamente utilizzati dai gestori degli “streaming server” in occasione di ogni match calcistico; indirizzi IP che dovranno essere “sbloccati” una volta terminato l’incontro di calcio. In questo modo, essendo il blocco limitato alla durata delle partite, esso non andrà ad incidere sulla libertà d’impresa degli access provider, i quali si potranno avvalere di tecnologie già a loro disposizione, senza dover affrontare alcun costo ulteriore. Dall’altro, il titolare dei diritti riceverà una tutela immediata ed efficace.

In tale contesto ben si collocano, quindi, sia gli ordini di sequestro più volte disposti dall’Autorità giudiziaria penale italiana con oggetto non solo il nome a dominio attuale di un dato sito pirata ma anche i “relativi alias e nomi di dominio presenti e futuri, rinvianti al sito medesimo”, sia la recentissima proposta di modifica di AGCOM al Regolamento in materia di tutela del diritto d’autore di cui alla delibera n. 680/13/CONS che, appunto, prevede procedure di blocco particolarmente celeri nei casi di reiterazione di violazioni già accertate, anche attraverso siti web che costituiscono una mera riproduzione di quelli già oggetto di precedenti ordini di blocco. In ambito internazionale, si segnala che anche la Russia ha recentemente adottato regole specifiche per contrastare il diffuso fenomeno dei siti pirata “mirror” con decreto 1225 del 7 ottobre 2017: tale strumento normativo consente ai titolari dei diritti di ottenere misure di blocco dei siti “mirror” senza la necessità di ottenere, ogni volta, nuovi ordini dell’Autorità giudiziaria (con il risultato che dall’entrata in vigore del citato decreto sono già stati bloccati più di 500 siti).

Il concetto giuridico di “creatività”: la sentenza del Tribunale di Milano n. 10780/2017

Il carattere creativo di un’opera, unico requisito richiesto per la tutela autorale, non per forza implica la novità assoluta della stessa, corrispondendo, infatti, alla manifestazione del modo personale dell’autore di rappresentare la realtà.

Il concetto giuridico di creatività non coincide con quello di originalità e novità assoluta, riferendosi, difatti, alla personale e individuale espressione di un’oggettività manifestata mediante una delle categorie elencate all’art. 1 LDA, di modo che un’opera dell’ingegno possa ricevere protezione a condizione che sia riscontrabile in essa un atto creativo, pur minimo, suscettibile di manifestazione nel mondo esteriore.

Questo il fondamentale principio enunciato dalla recente sentenza n. 10780/2017 del Tribunale di Milano, con la quale è stato accolto il ricorso dell’Associazione Culturale Metamorfosi che contestava la violazione dei propri diritti morali e di utilizzazione economica relativi ad un catalogo illustrato intitolato “Francesco, Parole, Tracce, immagini”, connesso ad un’omonima mostra il cui “progetto scientifico” era stato curato dall’Associazione Antiqua.

In particolare la doglianza è stata rivolta alla casa editrice Skira Editore, a seguito della pubblicazione negli Stati Uniti di un catalogo che riproduceva titolo ed elementi presenti nella corrispondente opera italiana, pubblicata da parte attrice. A tale accusa Skira Editore replicava che i diritti di sfruttamento economico erano stati acquistati dall’Associazione Antiqua, la quale aveva garantito, sia nel contratto di edizione che con dichiarazioni unilaterali, la titolarità dei diritti oggetto di cessione;

Secondo il Giudice di primo grado, l’autore di un’opera collettiva -come il catalogo in questione- è “chi dirige ed organizza la creazione dell’opera”, rinvenibile nel caso di specie nell’Associazione Antiqua, in quanto essa “ha diretto e coordinato la realizzazione del catalogo conferendo all’opera collettiva quel -pur minimo– carattere creativo, quale particolare espressione del lavoro intellettuale (artt. 6 LDA e 2576 c.c.), che giustifica la sua protezione monopolistica”.

Le proposte di modifica al Regolamento AGCOM in materia di tutela del diritto d’autore

Avv. Alessandro La Rosa

L’AGCOM procede spedita nella sua battaglia all’insegna della legalità sulle reti di comunicazione elettronica. Dopo la sentenza del TAR Lazio dello scorso 30 marzo 2017 – che rigettava il ricorso presentato da alcune associazioni di categoria per ottenere l’annullamento del Regolamento in materia di tutela del diritto d’autore e vedere negata la competenza dell’Autorità amministrativa-, lo scorso 24 gennaio c.a. ha pubblicato la Delibera 8/18/CONS, per sottoporre a consultazione pubblica un nuovo “schema di proposte di modifica al Regolamento in materia di tutela del diritto d’autore sulle reti di comunicazione elettronica e procedure attuative ai sensi del decreto legislativo 9 aprile 2003, 70”.

L’intento è quello di invitare gli operatori del settore le istituzioni e le associazioni rappresentative degli utenti e consumatori a far pervenire emendamenti motivati al testo del regolamento. Con un termine fissato al prossimo 23 febbraio, i soggetti interessati potranno anche essere auditi per l’illustrazione dei propri contributi.

I principali interventi sul precedente Regolamento constano tanto di un’attività di coordinamento del testo con altri atti/provvedimenti nazionali e comunitari sopravvenuti dal 2014 ad oggi, quanto, e soprattutto, di due nuove previsioni (di cui agli articoli 9-bis e 8-bis) che riguardano, invece, l’emanazione di provvedimenti cautelari nei confronti degli Internet Service Provider (ISP) e l’introduzione di misure idonee per le ipotesi di violazioni reiterate.

Alla base di tali previsioni vi è l’art. 2 della Legge europea 2017, che ha introdotto la possibilità per l’Autorità, di ordinare in via cautelare ai prestatori di servizi della società dell’informazione di porre fine immediatamente alle violazioni del diritto d’autore e dei diritti connessi, sulla base di un sommario apprezzamento dei fatti e della fondatezza delle relative ragioni di carattere giuridico (fumus boni iuris) e in presenza di una minaccia di un pregiudizio imminente e irreparabile per i titolari dei diritti (periculum in mora).

La legge europea 2017 ha inoltre incaricato l’Autorità di disciplinare, con proprio regolamento, le modalità e i termini di adozione e comunicazione del provvedimento cautelare ai soggetti interessati, i soggetti legittimati a proporre reclamo avverso il provvedimento, nonché di individuare misure idonee per impedire la reiterazione delle violazioni già accertate.

Allo stato nello schema proposto, si assiste ad un’inversione dell’iter, dove l’emanazione di un ordine cautelare nei confronti dei prestatori di servizi diviene immediato, e viene eliminato il previo contraddittorio procedimentale; ciò naturalmente purché l’intervento sia giustificato sul fumus boni iuris e sul periculum in mora e fermo restando il rispetto dei principi di gradualità, proporzionalità, adeguatezza cui le decisioni dell’Autorità devono improntarsi. In soli tre giorni dalla ricezione dell’istanza il provvedimento sarà efficace per porre “fine immediatamente alle violazioni del diritto d’autore e dei diritti connessi”.

Il potere attribuito all’Autorità di emettere un provvedimento cautelare inaudita altera parte risulta bilanciato con la possibilità di far valere adeguatamente le proprie ragioni riconosciuta a tutti i soggetti interessati (i provider, l’uploader, i gestori della pagina), i quali possono comunque determinare l’instaurazione del contraddittorio attraverso la proposizione del reclamo.

Quanto alla novità introdotta dall’articolo 8-bis, dedicato alla reiterazione di violazioni già accertate dall’Autorità, l’Autorità si troverebbe a verificare la presenza delle stesse opere digitali già oggetto di provvedimenti recanti ordine di disabilitazione dell’accesso a siti con server ubicati sul territorio nazionale; nel caso di accertata reiterazione della violazione, l’inottemperanza all’ordine dell’Autorità da parte del prestatore dei servizi di hosting verrà perseguita ai sensi di legge (sanzione di cui all’art. 1, comma 31, della legge n. 249/97 e trasmissione degli atti agli organi di polizia giudiziaria ai sensi dell’art. 182-ter della legge n. 633/41).

Quando invece, la reiterazione occupi siti ospitati su server ubicati fuori dal territorio nazionale, l’Autorità, procede con un provvedimento comunicato al soggetto istante e notificato ai prestatori di servizi individuati, nonché, ove rintracciabili, all’uploader e ai gestori della pagina e del sito internet, i quali possono proporre reclamo entro cinque giorni dalla notifica. In tal caso, la Direzione dispone l’avvio del procedimento, dandone comunicazione ai soggetti legittimati a presentare reclamo e al soggetto istante. Il provvedimento dell’Autorità sul reclamo è adottato entro sette giorni dalla data della sua presentazione.

Se invece, sulla base degli elementi valutati, i fatti segnalati non risultino costituire reiterazione di violazione già accertata, se la fattispecie integra gli estremi di un’autonoma violazione l’Autorità procede con l’avvio di un procedimento istruttorio ex novo.

Pirateria online: Telegram tra gli strumenti di violazione dei diritti d’autore

Il mondo della tecnologia è in continua evoluzione. Sebbene si debba guardare con favore a tale sviluppo, esistono grandi preoccupazioni diffuse tra gli addetti ai lavori nella lotta contro la pirateria online. In questo contesto vale la pena soffermarsi su un nuovo player che ha tutti i presupposti per creare grossi problemi ai titolari di diritto d’autore, parliamo dell’applicazione Telegram.

Oltre alle tipiche funzioni di messaggistica (come Whatsapp), tramite Telegram, gli utenti possono sfruttare le funzionalità dei c.d. canali come strumento di comunicazione. La prima differenza, rispetto a un mero gruppo di messaggistica, è che i messaggi che vengono veicolati tramite i canali Telegram sono sempre messaggi pubblici e rivolti a un ampio numero di persone (diversamente dai gruppi). I canali possono trattare dei più svariati argomenti, e molto spesso sono utilizzati per diffondere abusivamente –senza il consenso del titolare dei diritti- opere protette dal diritti d’autore. In proposito, proprio recentemente, Telegram ha dovuto bloccare per la prima volta un canale e lo avrebbe fatto su pressione di Google e Apple. L’azione è stata portata avanti in seguito ad un reclamo con ad oggetto download illegali di un album di un famoso cantante internazionale. In particolare, sembra che Telegram avrebbe ricevuto pressioni da Apple e Google, che probabilmente avrebbero fatto intendere che la mancata rimozione del canale avrebbe portato alla rimozione dell’app dall’App Store e da Google Play.

Sebbene Telegram sembra aver iniziato ad accettare le richieste da parte dei titolari di copyright per varare misure atte a limitare l’accesso ai contenuti pirata online (anche attraverso un’e-mail appositamente dedicata), sarà interessante vedere fino a che punto e in che misura tali richieste saranno effettivamente soddisfatte.

Niente più foto ai monumenti? Tutto merito del David di Michelangelo

Il Tribunale di Firenze lo scorso 23 novembre ha statuito sull’illiceità della riproduzione non autorizzata delle immagini che ritraggono beni culturali per finalità commerciali. Nel caso di specie la contestazione è stata mossa da parte dell’Avvocatura dello Stato avverso una società di promozione turistica che, sfruttando indebitamente l’immagine del David di Michelangelo sui propri materiali informativi e promozionali, vendeva fuori dalla Galleria dell’Accademia di Firenze pacchetti turistici e biglietti museali a prezzi maggiorati.

Il Tribunale, nell’accogliere la domanda attorea ha vietato ogni sfruttamento dell’immagine del David a fini commerciali senza la previa autorizzazione della Galleria dell’Accademia, e senza il pagamento dei relativi diritti, fissando altresì una penale di 2.000 euro per ogni giorno di mancato rispetto. La decisione trova giustificazione nel Codice dei beni culturali, che accorda all’autorità che ha in consegna un bene culturale la facoltà di consentirne la riproduzione previa richiesta di concessione e pagamento del canone stabilito dall’autorità stessa.