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Perdite da investimenti. Responsabilità della banca

La banca non è responsabile per le perdite subite con piani di investimento che si sono rivelati fittizi o fallimentari, se l’investitore, in quanto commercialista, è perfettamente in grado di capire che le modalità di esecuzione dell’operazione sono anomale.

La Corte di Cassazione, con la sentenza 3708 del 15 febbraio ha respinto il ricorso del professionista che chiedeva alla banca i danni, pari a circa 450 mila euro, derivati dal comportamento illecito del suo promotore finanziario.

Validi i contratti bancari sottoscritti dai soli clienti

Avv. Daniele Franzini

Le Sezioni Unite della Corte di Cassazione, a distanza di pochi giorni con due sentenze dalle motivazioni identiche (898 del 20.1.2018 e 1653 del 23.1.2018), risolvono a favore delle banche la questione della corretta interpretazione sulla nullità dei contratti bancari sottoscritti solo dai clienti, facendoli sostanzialmente salvi.

Intervenendo sul punto, le Sezioni Unite hanno affermato il principio di diritto secondo cui il requisito della forma scritta del contratto-quadro relativo ai servizi di investimento è rispettato se sia redatto il contratto per iscritto e ne venga consegnata una copia al cliente, ed è sufficiente la sola sottoscrizione anche dell’investitore, non necessitando anche quella dell’intermediario, il cui consenso ben si può desumere alla stregua di comportamenti concludenti dallo stesso tenuti (per esempio dall’esecuzione di operazioni su incarico dei clienti).

La questione nasceva dal ricorso proposto dai clienti di una banca, in relazione alla firma di un contratto legato a un complesso rapporto finanziario, contro la decisione della Corte d’appello di Torino che aveva confermato la sentenza del giudice di primo grado, il quale, a sua volta, aveva rigettato la domanda dei clienti.

A fondamento del ricorso, i clienti affermavano che la ”gestione patrimoniale” è un contratto tipico e nominato nell’ambito dei contratti bancari, caratterizzato da funzione gestoria, disciplinato dall’articolo 23 del Tuf e dal Regolamento Consob 11522/1998 e, solo in via residuale, dalle norme sul mandato. Il contratto, denunciavano quindi i ricorrenti, avrebbe richiesto a pena di nullità la sottoscrizione da parte dell’intermediario.

Ma le Sezioni Unite hanno rilevato che il vincolo imposto dal legislatore (forma scritta del contratto e consegna del documento contrattuale) debba essere inteso alla luce della funzione propria della norma e non richiamando la disciplina generale sulla nullità.

Responsabilità del direttore di banca

Il direttore della filiale risponde il solido con l’autore della firma falsa apposta sul contratto quadro per il danno arrecato all’investitore.

Lo ha stabilito, con l’ordinanza del 10.1.2018, la Corte di Cassazione che ha respinto il ricorso teso a far annullare la sentenza con la quale anche il padre e il suocero dell’investitore erano stati chiamati a rispondere, nella misura del 50%, del danno provocato al titolare del conto, insieme al direttore dell’agenzia che non aveva indentificato chi stava sottoscrivendo l’ordine.

E’ valido il contratto quadro sottoscritto da una sola parte

Avv. Daniele Franzini

Il requisito della forma scritta del contratto-quadro relativo ai servizi di investimento, disposto dall’art. 23 D.Lgs n. 58/1998, deve ritenersi rispettato ove sia redatto il contratto per iscritto e ne venga consegnata una copia al cliente, ed è sufficiente la sola sottoscrizione dell’investitore, non necessitando la sottoscrizione anche dell’intermediario, il cui consenso ben si può desumere alla stregua di comportamenti concludenti dallo stesso tenuti.

Lo ha stabilito la Corte di Cassazione, a Sezioni Unite, con la sentenza n. 898 del 16.1.2018.

In particolare, la Corte ha affrontato, quale questione di particolare importanza ex art. 374, comma 2, c.p.c., il tema della validità o meno del contratto quadro prodotto in giudizio e recante la sola sottoscrizione del cliente, sul quale si era creato un acceso contrasto giurisprudenziale sia in sede di legittimità che di merito.

Tra le motivazioni poste a fondamento della pronuncia, la Corte ha evidenziato che il requisito della forma, nel caso preso in esame, va inteso non tanto in senso strutturale, ma funzionale, nel senso appunto che, con riferimento agli obiettivi della normativa, il contratto quadro deve essere redatto in forma scritta e, per il suo perfezionamento, è indispensabile la sottoscrizione da parte dell’investitore e la consegna di una copia, mentre il consenso da parte della banca può emergere anche da comportamenti concludenti.

Inoltre, la Corte ha affermato che la tesi della nullità del contratto, a causa della mancata sottoscrizione del funzionario della banca, si muove in un’ottica esasperatamente sanzionatoria e perviene ad un risultato manifestamente sproporzionato rispetto alla funzione a cui la forma è qui preordinata.

Buoni fruttiferi postali

La somma investita in buoni fruttiferi postali con clausola “PFR” (ovvero “pari facoltà di rimborso”, che consente a uno dei sottoscrittori di riscuotere l’intero importo con la semplice presentazione del titolo), dopo la morte di uno dei cointestatari, va liquidata all’altro in uno agli interessi maturati.

E ciò anche se il cointestatario non presenti la dichiarazione di successione, né la quietanza degli eredi del defunto contitolare del buono.

Lo ha stabilito il Tribunale di Verona, sezione terza, con ordinanza del 24.11.2017.

Usura sopravvenuta. Intervengono nuovamente le Sezioni Unite

Avv. Daniele Franzini

Allorché il tasso degli interessi concordato tra mutuante e mutuatario superi, nel corso dello svolgimento del rapporto, la soglia dell’usura come determinata in base alle disposizioni della legge n.108 del 1996, non si verifica la nullità o l’inefficacia della clausola contrattuale di determinazione del tasso degli interessi stipulata anteriormente all’entrata in vigore della predetta legge, o della clausola stipulata successivamente per un tasso non eccedente tale soglia quale risultante al momento della stipula. Né la pretesa del mutuante di riscuotere gli interessi secondo il tasso validamente concordato può essere qualificata, per il solo il fatto del sopraggiunto superamento di tale soglia, contraria al dovere di buona fede nell’esecuzione del contratto.

Lo hanno stabilito le Sezioni Unite della Cassazione, con la sentenza n. 24675 del 19 ottobre 2017, con la quale hanno risolto un contrasto giurisprudenziale relativo all’applicabilità o meno della normativa antiusura (L. 108/1996) ai contratti di mutuo stipulati prima dell’entrata in vigore di quest’ultima.

Il problema della c.d. “usura sopravvenuta” riguarda i finanziamenti (soprattutto a tasso fisso) stipulati prima dell’entrata in vigore della L. 108/1996 (ma anche i finanziamenti stipulati successivamente), in cui gli interessi originariamente pattuiti nell’ambito del tasso-soglia, a seguito della sopraggiunta modifica del limite di usurarietà, si attestano al di sopra dello stesso.

In seno alla giurisprudenza di legittimità sono maturati, al riguardo, due contrastanti indirizzi: da un lato vi era chi escludeva la configurabilità del fenomeno della c.d. “usura sopravvenuta” ritenendo che il superamento del tasso-soglia degli interessi corrispettivi, originariamente convenuti in modo legittimo, in corso di esecuzione del rapporto non potesse determinarne ex artt. 1339 e 1418 c.c. la riconduzione entro il tasso-soglia stabilito dalla legge; dall’altro lato vi era chi, viceversa, riteneva ammissibile la configurazione del fenomeno usurario in corso di rapporto, atteso che le norme che prevedono la nullità dei patti contrattuali che determinano la misura degli interessi in tassi così elevati da raggiungere la soglia dell’usura (introdotte con la L. n. 108 del 1996, art. 4), pur non essendo retroattive, comporterebbero l’inefficacia ex nunc delle clausole dei contratti conclusi prima della loro entrata in vigore.

In particolare, la Suprema Corte ha rammentato che la problematica si era posta subito dopo l’entrata in vigore della legge 108, tanto che il legislatore decise di intervenire con la nota norma d’interpretazione autentica di cui all’art. 1, comma 1, d.l. n. 394 del 2000, nella quale è stato chiarito che “Ai fini dell’applicazione dell’articolo 644 del codice penale e dell’articolo 1815, secondo comma, del codice civile, si intendono usurari gli interessi che superano il limite stabilito dalla legge nel momento in cui essi sono promessi o comunque convenuti, a qualunque titolo, indipendentemente dal momento del loro pagamento”.

Secondo le Sezioni Unite deve negarsi la configurabilità dell’usura sopravvenuta, atteso che il giudice è vincolato all’interpretazione autentica delle norme; segnatamente, il divieto di usura è contenuto esclusivamente nell’art. 644 c.p., mentre la legge 108/96 si limita a prevedere il meccanismo di determinazione del tasso oltre il quale gli interessi sono considerati usurari e l’art. 1815 c.c. contiene una sanzione in caso di usura.

Di talché, ha stabilito Corte: “sarebbe impossibile operare la qualificazione di un tasso come usurario senza fare applicazione dell’art. 644 cod. pen., ai fini dell’applicazione del quale, però, non può farsi a meno – perché così impone la norma di interpretazione autentica – di considerare il momento in cui gli interessi sono convenuti, indipendentemente dal momento del loro pagamento”.

Ne deriva che deve ritenersi priva di fondamento la tesi dell’illiceità della pretesa del pagamento di interessi a un tasso divenuto superiore alla soglia usura solo nel corso del rapporto, ma contenuto nei limiti della soglia alla data della pattuizione.

Ripetizione dell’indebito. Onere di produzione

In tema di contratto di conto corrente bancario, il correntista che agisce per la ripetizione dell’indebito è tenuto a fornire la prova sia degli avvenuti pagamenti che della mancanza, rispetto ad essi, di una valida causa debendi, essendo all’uopo onerato di documentare l’andamento del rapporto con la produzione degli estratti conto, i quali evidenziano le singole rimesse che, per riferirsi ad importi non dovuti, sono suscettibili di ripetizione.

Lo ha stabilito la Corte di Cassazione con la sentenza n. 24948 del 23 ottobre 2017.

Usura sopravvenuta. Intervengono le Sezioni Unite

Avv. Daniele  Franzini

Allorché il tasso degli interessi concordato tra mutuante e mutuatario superi, nel corso dello svolgimento del rapporto, la soglia dell’usura come determinata in base alle disposizioni della legge n. 108 del 1996, non si verifica la nullità o l’inefficacia della clausola di determinazione del tasso degli interessi stipulata anteriormente all’entrata in vigore della predetta legge, o della clausola stipulata successivamente per un tasso non eccedente tale soglia quale risultante al momento della stipula; né la pretesa del mutuante di riscuotere gli interessi secondo il tasso validamente concordato può essere qualificata, per il solo fatto del sopraggiunto superamento di tale soglia, contraria al dovere di buona fede nell’esecuzione del contratto.

Lo hanno stabilito le Sezioni Unite della Corte di Cassazione con la sentenza n. 24675 del 19 ottobre 2017.

Nel caso di specie, una società convenne in giudizio una banca per sentir dichiarare nulla la previsione del tasso d’interesse del 7,75 % fisso semestrale, contenuta nel mutuo decennale di 14 miliardi di lire concluso con la convenuta, perché detto tasso era superiore al tasso soglia determinato secondo le previsioni dalla L. 7 marzo 1996, n. 108, in materia di usura, entrata in vigore nel corso del rapporto. Chiese, conseguentemente, la condanna della convenuta al rimborso degli interessi già riscossi, dovendo il mutuo considerarsi gratuito, o comunque al rimborso della parte di tali interessi eccedente il tasso legale o quello ritenuto giusto, nonché al risarcimento dei danni, anche morali, conseguenti al reato di usura commesso dalla banca, rifiutatasi di rinegoziare il tasso a seguito dell’entrata in vigore della Legge suindicata.

La convenuta resistette ma il Tribunale di Milano accolse la domanda, condannando la banca al rimborso degli interessi riscossi per la parte eccedente il tasso soglia.

La sentenza di primo grado fu integralmente riformata dalla Corte d’appello su impugnazione della banca soccombente.

Il successivo ricorso venne assegnato alle Sezioni Unite essendo stato rilevato un contrasto di giurisprudenza sulla questione dell’incidenza del sistema normativo antiusura, introdotto dalla richiamata legge 108/1996, sui contratti stipulati anteriormente alla sua entrata in vigore.

La questione consisteva, più precisamente, nel chiarire quale fosse la sorte della pattuizione di un tasso d’interesse che, a seguito dell’operatività del meccanismo previsto dalla stessa legge per la determinazione della soglia oltre la quale un tasso era da qualificare usurario, si rivelasse superiore a detta soglia.

Si determinarono due orientamenti nella giurisprudenza delle sezioni semplici della Corte di Cassazione.

Un primo orientamento (da ultimo: Cass. Sez. 1^ 19/1/2016, n. 801) dava alla questione della configurabilità dell’usura sopravvenuta risposta negativa. Ciò in quanto la norma d’interpretazione autentica attribuisce rilevanza, ai fini della qualificazione del tasso convenzionale come usurario, al momento della pattuizione dello stesso e non al momento del pagamento degli interessi; cosicchè deve escludersi che il meccanismo dei tassi soglia previsto dalla richiamata legge sia applicabile alle pattuizioni di interessi stipulate in data precedente la sua entrata in vigore, anche se riferite a rapporti ancora in corso a tale data.

In altre decisioni, al contrario, veniva affermata l’incidenza della nuova legge sui contratti in corso alla data della sua entrata in vigore (da ultimo Cass. Sez. 1^ 17/8/2016, n. 17150).

E’ avviso delle Sezioni Unite che debba darsi continuità al primo dei due orientamenti giurisprudenziali sopra richiamati, che nega la configurabilità dell’usura sopravvenuta, essendo il giudice vincolato all’interpretazione autentica degli ‘artt. 644 c.p. e 1815 c.c., comma 2, come modificati dalla L. n. 108/1996; interpretazione della quale la Corte costituzionale ha escluso la sospetta illegittimità, per violazione degli artt. 3, 24, 47 e 77 Cost., con la sentenza 25/02/2002, n. 29, e della quale non può negarsi la rilevanza per la soluzione della questione in esame.

E’ priva di fondamento, infatti, la tesi della illiceità della pretesa del pagamento di interessi a un tasso che, pur non essendo superiore, alla data della pattuizione (con il contratto o con patti successivi), alla soglia dell’usura definita con il procedimento previsto dalla L. n. 108/1996, superi tuttavia tale soglia al momento della maturazione o del pagamento degli interessi stessi.

Obblighi informativi ed adeguatezza dell’investimento

Non è sufficiente, per ritenere assolti gli obblighi informativi che gravano sull’intermediario finanziario, aver fornito e fatto sottoscrivere al cliente con propensione al rischio medio-bassa una serie di documenti, pur in osservanza delle disposizioni di legge, qualora a ciò non si accompagni un’effettiva attività di informazione del cliente tesa a consentirne la formazione di una volontà pienamente consapevole, che tenga conto, in particolare, della concreta propensione al rischio desumibile anche da investimenti pregressi.

Lo ha stabilito il Tribunale di Santa Maria Capua Vetere con sentenza dell’11.7.2017.

Il contratto quadro è valido anche se firmato solo dalla banca

Avv. Daniele Franzini

Una nuova pronuncia in ordine alla nullità o meno, ex art. 23 TUF, del contratto quadro (ovvero del contratto relativo alla prestazione di servizi di investimento) sottoscritto dal solo investitore ed alla revoca della proposta di conclusione del contratto quadro da parte dell’investitore.

La nullità di cui all’art. 23 del D. Lgs. 24 febbraio 1998, n. 58, prevista in caso di inosservanza della forma scritta del contratto quadro, è volta a tutelare in via principale l’interesse dell’investitore, sicché non è invocabile la declaratoria di nullità richiesta sul presupposto, ritenuto indispensabile, che la volontà contrattuale di entrambi i contraenti sia estrinsecata per iscritto e contestualmente.

Ciò in quanto tale principio non è ricavabile dalla funzione essenziale della disciplina normativa, tutta imperniata sulla tutela che la forma scritta è in grado di assicurare ad una sola delle parti, alla quale riserva la esclusiva legittimazione ad agire.

Lo ha stabilito la Corte d’Appello di Venezia, con la sentenza n. 1938 del 12.9.2017.

In primo luogo la Corte ha osservato, in ordine alla tesi dell’investitore di aver revocato la proposta di conclusione del contratto quadro, che nell’atto introduttivo del giudizio di primo grado non era stata espressa l’intenzione di revocare la proposta e che essa non poteva essere ravvisata neppure per implicito, perché i ricorrenti (eredi dell’investitore) avevano sostenuto tout court la mancanza del contratto quadro.

Inoltre, la Corte ha escluso che la revoca possa derivare dalla mera affermazione da parte dell’investitore della nullità per la opinata mancanza del contratto quadro, non potendosi inferire da tale circostanza in maniera inequivoca la revoca della proposta, viepiù in quanto detta revoca non è avvenuta neppure dopo la produzione del contratto quadro da parte della banca, perché allora l’investitore ha predicato la nullità per difetto della doppia firma.

Ciò premesso, il Collegio veneziano ha affrontato il tema della necessità o meno che il contratto quadro sia sottoscritto sia dall’investitore sia dall’intermediario finanziario, rilevando che la Corte di Cassazione, pur in presenza di un orientamento favorevole alla nullità del contratto quadro per carenza di sottoscrizione da parte della banca (Cass. Civ., n. 5919/16; Id.7068/16; Id. 10331/2016; Id. 8396/2016; Id.8395/2016), aveva ritenuto che la questione meritasse ulteriore disamina rilevando come “la predisposizione del contratto ad opera dell’intermediario e la teorica delle c.d. formalità di protezione possano indurre ad ulteriori riflessioni sul punto” (Cass. Civ. n. 10331/2016).

La Corte d’Appello di Venezia ha poi richiamato la sentenza n. 10447/2017 della Corte di Cassazione, che ha proposto la rimessione alle Sezioni Unite della questione se, a norma dell’art. 23 d.lgs. n. 58 del 1998, il requisito della forma scritta del contratto d’investimento esiga, accanto a quella dell’investitore, anche la sottoscrizione ad substantiam dell’intermediario, evidenziando e facendo propria la seguente motivazione: “nei casi ove la legittimazione ad agire per la declaratoria di nullità del negozio è circoscritta a una parte soltanto, deve conseguentemente ritenersi che la forma prevista non sia un requisito indefettibile della manifestazione della volontà contrattuale dettato da preminenti esigenze d’indole pubblicistica (…). La imposizione della forma stabilita dall’art. 23 TUF, oppure ex art. 127 t.u.b. ovvero anche ex art. 36 codice consumo, trova la propria ragion d’essere e, al tempo stesso, il proprio confine ultimo nella protezione di quella parte che il legislatore ha valutato come bisognosa di tutela in ragione della sua posizione di soggetto non qualificato, non professionista, privo di particolari cognizioni tecniche, a fronte di una controparte professionalmente dedita allo svolgimento di attività tecniche che necessitano di peculiari conoscenze e informazioni. L’interesse generale e superindividuale, la cui presenza non può essere esclusa anche in tali fattispecie, è comunque protetto solo in via indiretta e passa attraverso il vaglio della parte unica legittimata (…). Essendo questa la funzione che gli articoli 23 t.u.f. o 127 TUB intendono assicurare attraverso la previsione di forma, è agevole individuarne anche il concreto ambito di operatività. Nel caso in esame la declaratoria di nullità è invocata sul presupposto, ritenuto indispensabile, che la volontà contrattuale di entrambi i contraenti sia estrinsecata per iscritto e contestualmente mentre tale principio non è ricavabile dalla funzione essenziale della disciplina normativa, tutta imperniata sulla tutela che la forma scritta è in grado di assicurare ad una sola delle parti (alla quale riserva la esclusiva legittimazione ad agire)”.