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Tassi moratori usurari. Il mutuo diventa gratuito

Avv. Daniele Franzini

La nullità della clausola degli interessi moratori per superamento del tasso soglia travolge anche la clausola che fissa gli interessi corrispettivi, determinando così la gratuità del mutuo.

Ha errato il Tribunale nel ritenere che il tasso soglia non fosse stato superato nella fattispecie concreta, solo perché non sarebbe consentito cumulare gli interessi corrispettivi da quelli moratori al fine di accertare il superamento di tale tasso.

Lo ha stabilito la Corte di Appello di Bari con la sentenza n. 990 del 4.6.2018.

Estratti conto incompleti. CTU ammissibile

Avv. Daniele Franzini

E’ ammissibile il ricorso alla CTU ove sia incompleta la produzione degli estratti di conto corrente in un giudizio finalizzato all’accertamento e alla rettifica del saldo.

Se infatti è vero che, nei rapporti bancari in conto corrente, una volta che sia stata esclusa la validità, per mancanza dei requisiti di legge, della pattuizione di interessi, la rideterminazione del saldo del conto deve avvenire attraverso i relativi estratti a partire dalla data della sua apertura, così effettuandosi l’integrale ricostruzione del dare e dell’avere, con applicazione del tasso legale, sulla base di dati contabili certi in ordine alle operazioni ivi registrate.

Tuttavia, non è vietato al giudice del merito svolgere un accertamento tecnico contabile al fine di rideterminare il saldo del conto in base a quanto comunque emergente dai documenti prodotti in giudizio. In tal caso la tematica si riduce alla verifica di attendibilità dell’esito della CTU, che è come tale una questione di fatto.

Lo ha stabilito la Corte di Cassazione con ordinanza n. 14074 dell’1.6.2018.

Quando la parte chieda una consulenza contabile sulla base di una produzione documentale, il giudice non può qualificare come esplorativa la consulenza senza dimostrare che la documentazione esibita sarebbe comunque irrilevante; ciò in quanto possiede natura esplorativa la consulenza finalizzata alla ricerca di fatti, circostanze ed elementi non provati dalla parte che li allega, non anche invece la consulenza intesa a ricostruire l’andamento dei rapporti contabili non controversi nella loro esistenza.

E’ del resto consentito derogare finanche al limite costituito dal divieto di compiere indagini esplorative quando l’accertamento di determinate situazioni di fatto, o il loro sviluppo, possa effettuarsi solo con l’ausilio di speciali cognizioni tecniche.

Mutuo. Responsabilità precontrattuale della banca

Avv. Daniele Franzini

Sussiste la responsabilità precontrattuale della banca che, all’esito di una lunga istruttoria, neghi al richiedente la concessione di un mutuo adducendo la mancanza di una condizione, richiesta all’uopo da un regolamento interno, che non sia stata rappresentata al cliente al tempo della presentazione della domanda per la concessione del finanziamento.

Ciò in quanto, la tardiva indicazione della circostanza ostativa alla concessione deve ritenersi contraria al principio di buona fede nello svolgimento delle trattative e comporta, di conseguenza, la responsabilità precontrattuale della banca, che è quindi tenuta al risarcimento dei danni patrimoniali subiti dal cliente.

Lo ha stabilito il collegio di Napoli dell’Arbitro bancario finanziario in una decisione del 28 febbraio scorso.

In particolare, il cliente aveva convenuto la banca presso l’Arbitro bancario finanziario, domandando – sulla base di tali circostanze –  il rimborso di una pluralità di voci di danno patrimoniali, quali il costo della perizia, redatta per stipulare il mutuo poi non concesso, il rimborso del costo della perizia occorsa per stipulare un altro mutuo, la relativa polizza assicurativa, il rimborso del maggior costo (a titolo di interessi maggiormente gravosi) del mutuo stipulato con altra banca rispetto all’interesse pattuito per il mutuo non ottenuto, nonché il risarcimento del danno patito per la mancata tempestiva stipula del contratto di compravendita.

Al riguardo, il collegio ha ritenuto che la banca fosse esclusivamente tenuta al risarcimento del danno subito dal cliente, in conseguenza della differenza di importo delle rate previste dai due piani di ammortamento, ed al rimborso delle spese di perizia pagate alla banca, in quanto tali spese non sarebbero state necessarie qualora la banca avesse tempestivamente comunicato all’istante la circostanza ostativa all’ottenimento del finanziamento.

 

Operazioni con strumenti elettronici. Responsabilità dell’intermediario

Avv. Daniele Franzini

Nel caso di operazioni effettuate tramite strumenti elettronici, va ricondotto all’area di rischio professionale del prestatore di servizi di pagamento la possibilità di utilizzo di codici di accesso al sistema da parte di terzi estranei, esclusi peraltro dolo e “comportamenti del tutto incauti” del titolare.

Ciò in quanto la banca deve prevedere ed evitare condotte fraudolente con appositi sistemi di sicurezza, così da verificare e controllare la riconducibilità dell’operazione alla volontà del cliente.

Lo ha stabilito la Corte di Cassazione con ordinanza n. 9158 del 12.4.2018.

La fattispecie oggetto di analisi è relativa a un’operazione di bonifico effettuata on-line a carico di clienti dell’intermediario a favore di terzi, sconosciuti ai clienti stessi e in mancanza di qualunque loro disposizione in tal senso.

L’ordinanza richiama un principio anche recentemente ribadito dalla stessa Corte (Cass., n. 2950/2017), secondo cui è onere della banca fornire la prova della riconducibilità dell’operazione al cliente. La diligenza richiesta alla banca nello svolgimento delle sue attività è una diligenza di natura tecnico-professionale, parametrabile sullo stereotipo del c.d. accorto banchiere.

Ma cosa deve dimostrare l’intermediario per potere andare esente da responsabilità?

In proposito, può essere opportuno richiamare l’orientamento consolidato dell’Arbitro Bancario Finanziario, secondo cui – in materia di operazioni effettuate tramite servizio di home banking – si è in presenza di un caso di responsabilità da status dell’intermediario, derivante dalla professionalità che deve per legge caratterizzarlo: quest’ultimo, infatti, è obbligato ad adottare tutte le misure e gli standard di sicurezza più evoluti e idonei a tutelare la clientela. L’unica (e per sé relativa) esimente di cui si può giovare l’intermediario è rappresentata dal caso di colpa assai grave (o di dolo) del cliente, della quale dovrà pure fornire, com’è pur naturale, la prova specifica.

Numerose in tal senso sono le pronunce dell’Arbitro; del resto, la tematica dell’utilizzo indebito di strumenti di pagamento sub specie di bonifico effettuato per il tramite del servizio home banking e relativa distribuzione dell’onere della prova è stata fatta oggetto anche della Relazione di Banca d’Italia (anno 2015) sull’attività di tale organo.

Nell’affrontare tale tematica le decisioni dell’ABF (non quelle, al contrario, della Corte di Cassazione) spesso richiamano il d.lgs. n. 11/2010. Gli artt. 8 e ss. di questo decreto, infatti, individuano gli obblighi sussistenti in capo al prestatore di servizi di pagamento in relazione agli strumenti di pagamento e la sua responsabilità per le operazioni di pagamento non autorizzate e per l’utilizzo non autorizzato di strumenti o servizi di pagamento: l’art. 8 pone in capo al prestatore di servizi di pagamento il compito di impedire l’accesso a terzi ai dispositivi personalizzati che consentono l’utilizzo di uno strumento di pagamento; l’art. 11 dispone che in caso di operazione di pagamento non autorizzata il prestatore di servizi di pagamento rimborsi immediatamente al pagatore l’importo dell’operazione medesima; l’art. 12 esclude che l’utilizzatore possa sopportare le perdite derivanti dall’utilizzo di uno strumento di pagamento smarrito, sottratto, utilizzato dopo la comunicazione del furto o dell’appropriazione indebita o dello smarrimento al prestatore di servizi di pagamento.

Perdite da investimenti. Responsabilità della banca

La banca non è responsabile per le perdite subite con piani di investimento che si sono rivelati fittizi o fallimentari, se l’investitore, in quanto commercialista, è perfettamente in grado di capire che le modalità di esecuzione dell’operazione sono anomale.

La Corte di Cassazione, con la sentenza 3708 del 15 febbraio ha respinto il ricorso del professionista che chiedeva alla banca i danni, pari a circa 450 mila euro, derivati dal comportamento illecito del suo promotore finanziario.

Validi i contratti bancari sottoscritti dai soli clienti

Avv. Daniele Franzini

Le Sezioni Unite della Corte di Cassazione, a distanza di pochi giorni con due sentenze dalle motivazioni identiche (898 del 20.1.2018 e 1653 del 23.1.2018), risolvono a favore delle banche la questione della corretta interpretazione sulla nullità dei contratti bancari sottoscritti solo dai clienti, facendoli sostanzialmente salvi.

Intervenendo sul punto, le Sezioni Unite hanno affermato il principio di diritto secondo cui il requisito della forma scritta del contratto-quadro relativo ai servizi di investimento è rispettato se sia redatto il contratto per iscritto e ne venga consegnata una copia al cliente, ed è sufficiente la sola sottoscrizione anche dell’investitore, non necessitando anche quella dell’intermediario, il cui consenso ben si può desumere alla stregua di comportamenti concludenti dallo stesso tenuti (per esempio dall’esecuzione di operazioni su incarico dei clienti).

La questione nasceva dal ricorso proposto dai clienti di una banca, in relazione alla firma di un contratto legato a un complesso rapporto finanziario, contro la decisione della Corte d’appello di Torino che aveva confermato la sentenza del giudice di primo grado, il quale, a sua volta, aveva rigettato la domanda dei clienti.

A fondamento del ricorso, i clienti affermavano che la ”gestione patrimoniale” è un contratto tipico e nominato nell’ambito dei contratti bancari, caratterizzato da funzione gestoria, disciplinato dall’articolo 23 del Tuf e dal Regolamento Consob 11522/1998 e, solo in via residuale, dalle norme sul mandato. Il contratto, denunciavano quindi i ricorrenti, avrebbe richiesto a pena di nullità la sottoscrizione da parte dell’intermediario.

Ma le Sezioni Unite hanno rilevato che il vincolo imposto dal legislatore (forma scritta del contratto e consegna del documento contrattuale) debba essere inteso alla luce della funzione propria della norma e non richiamando la disciplina generale sulla nullità.

Responsabilità del direttore di banca

Il direttore della filiale risponde il solido con l’autore della firma falsa apposta sul contratto quadro per il danno arrecato all’investitore.

Lo ha stabilito, con l’ordinanza del 10.1.2018, la Corte di Cassazione che ha respinto il ricorso teso a far annullare la sentenza con la quale anche il padre e il suocero dell’investitore erano stati chiamati a rispondere, nella misura del 50%, del danno provocato al titolare del conto, insieme al direttore dell’agenzia che non aveva indentificato chi stava sottoscrivendo l’ordine.

E’ valido il contratto quadro sottoscritto da una sola parte

Avv. Daniele Franzini

Il requisito della forma scritta del contratto-quadro relativo ai servizi di investimento, disposto dall’art. 23 D.Lgs n. 58/1998, deve ritenersi rispettato ove sia redatto il contratto per iscritto e ne venga consegnata una copia al cliente, ed è sufficiente la sola sottoscrizione dell’investitore, non necessitando la sottoscrizione anche dell’intermediario, il cui consenso ben si può desumere alla stregua di comportamenti concludenti dallo stesso tenuti.

Lo ha stabilito la Corte di Cassazione, a Sezioni Unite, con la sentenza n. 898 del 16.1.2018.

In particolare, la Corte ha affrontato, quale questione di particolare importanza ex art. 374, comma 2, c.p.c., il tema della validità o meno del contratto quadro prodotto in giudizio e recante la sola sottoscrizione del cliente, sul quale si era creato un acceso contrasto giurisprudenziale sia in sede di legittimità che di merito.

Tra le motivazioni poste a fondamento della pronuncia, la Corte ha evidenziato che il requisito della forma, nel caso preso in esame, va inteso non tanto in senso strutturale, ma funzionale, nel senso appunto che, con riferimento agli obiettivi della normativa, il contratto quadro deve essere redatto in forma scritta e, per il suo perfezionamento, è indispensabile la sottoscrizione da parte dell’investitore e la consegna di una copia, mentre il consenso da parte della banca può emergere anche da comportamenti concludenti.

Inoltre, la Corte ha affermato che la tesi della nullità del contratto, a causa della mancata sottoscrizione del funzionario della banca, si muove in un’ottica esasperatamente sanzionatoria e perviene ad un risultato manifestamente sproporzionato rispetto alla funzione a cui la forma è qui preordinata.

Buoni fruttiferi postali

La somma investita in buoni fruttiferi postali con clausola “PFR” (ovvero “pari facoltà di rimborso”, che consente a uno dei sottoscrittori di riscuotere l’intero importo con la semplice presentazione del titolo), dopo la morte di uno dei cointestatari, va liquidata all’altro in uno agli interessi maturati.

E ciò anche se il cointestatario non presenti la dichiarazione di successione, né la quietanza degli eredi del defunto contitolare del buono.

Lo ha stabilito il Tribunale di Verona, sezione terza, con ordinanza del 24.11.2017.

Usura sopravvenuta. Intervengono nuovamente le Sezioni Unite

Avv. Daniele Franzini

Allorché il tasso degli interessi concordato tra mutuante e mutuatario superi, nel corso dello svolgimento del rapporto, la soglia dell’usura come determinata in base alle disposizioni della legge n.108 del 1996, non si verifica la nullità o l’inefficacia della clausola contrattuale di determinazione del tasso degli interessi stipulata anteriormente all’entrata in vigore della predetta legge, o della clausola stipulata successivamente per un tasso non eccedente tale soglia quale risultante al momento della stipula. Né la pretesa del mutuante di riscuotere gli interessi secondo il tasso validamente concordato può essere qualificata, per il solo il fatto del sopraggiunto superamento di tale soglia, contraria al dovere di buona fede nell’esecuzione del contratto.

Lo hanno stabilito le Sezioni Unite della Cassazione, con la sentenza n. 24675 del 19 ottobre 2017, con la quale hanno risolto un contrasto giurisprudenziale relativo all’applicabilità o meno della normativa antiusura (L. 108/1996) ai contratti di mutuo stipulati prima dell’entrata in vigore di quest’ultima.

Il problema della c.d. “usura sopravvenuta” riguarda i finanziamenti (soprattutto a tasso fisso) stipulati prima dell’entrata in vigore della L. 108/1996 (ma anche i finanziamenti stipulati successivamente), in cui gli interessi originariamente pattuiti nell’ambito del tasso-soglia, a seguito della sopraggiunta modifica del limite di usurarietà, si attestano al di sopra dello stesso.

In seno alla giurisprudenza di legittimità sono maturati, al riguardo, due contrastanti indirizzi: da un lato vi era chi escludeva la configurabilità del fenomeno della c.d. “usura sopravvenuta” ritenendo che il superamento del tasso-soglia degli interessi corrispettivi, originariamente convenuti in modo legittimo, in corso di esecuzione del rapporto non potesse determinarne ex artt. 1339 e 1418 c.c. la riconduzione entro il tasso-soglia stabilito dalla legge; dall’altro lato vi era chi, viceversa, riteneva ammissibile la configurazione del fenomeno usurario in corso di rapporto, atteso che le norme che prevedono la nullità dei patti contrattuali che determinano la misura degli interessi in tassi così elevati da raggiungere la soglia dell’usura (introdotte con la L. n. 108 del 1996, art. 4), pur non essendo retroattive, comporterebbero l’inefficacia ex nunc delle clausole dei contratti conclusi prima della loro entrata in vigore.

In particolare, la Suprema Corte ha rammentato che la problematica si era posta subito dopo l’entrata in vigore della legge 108, tanto che il legislatore decise di intervenire con la nota norma d’interpretazione autentica di cui all’art. 1, comma 1, d.l. n. 394 del 2000, nella quale è stato chiarito che “Ai fini dell’applicazione dell’articolo 644 del codice penale e dell’articolo 1815, secondo comma, del codice civile, si intendono usurari gli interessi che superano il limite stabilito dalla legge nel momento in cui essi sono promessi o comunque convenuti, a qualunque titolo, indipendentemente dal momento del loro pagamento”.

Secondo le Sezioni Unite deve negarsi la configurabilità dell’usura sopravvenuta, atteso che il giudice è vincolato all’interpretazione autentica delle norme; segnatamente, il divieto di usura è contenuto esclusivamente nell’art. 644 c.p., mentre la legge 108/96 si limita a prevedere il meccanismo di determinazione del tasso oltre il quale gli interessi sono considerati usurari e l’art. 1815 c.c. contiene una sanzione in caso di usura.

Di talché, ha stabilito Corte: “sarebbe impossibile operare la qualificazione di un tasso come usurario senza fare applicazione dell’art. 644 cod. pen., ai fini dell’applicazione del quale, però, non può farsi a meno – perché così impone la norma di interpretazione autentica – di considerare il momento in cui gli interessi sono convenuti, indipendentemente dal momento del loro pagamento”.

Ne deriva che deve ritenersi priva di fondamento la tesi dell’illiceità della pretesa del pagamento di interessi a un tasso divenuto superiore alla soglia usura solo nel corso del rapporto, ma contenuto nei limiti della soglia alla data della pattuizione.