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Legittimo dare del “bugiardo” al sindaco che non mantiene le promesse

Insulti come «Falso! Bugiardo! Ipocrita! Malvagio!», scritti nero su bianco sui manifesti di un comune siciliano, non integrano il reato di diffamazione, ma costituiscono manifestazione di legittima critica politica. Lo ha stabilito la Corte di Cassazione penale, che, con la sentenza n. 317 dell’8 gennaio 2018 ha respinto il ricorso del primo cittadino del comune di Furci Siculo, contro la sentenza della Corte di Appello di Messina, che, ribaltando la decisione di primo grado, aveva assolto sei rappresentanti dell’opposizione ritenendo la loro condotta scriminata dal diritto di critica politica.

Per i consiglieri, in particolare, si trattava di una «decisione politica diretta ad attaccare il Sindaco e la Giunta da lui presieduta, che aveva deliberato l’erogazione dell’indennità di funzione, così tradendo le promesse elettorali». Per la Corte d’Appello, che pure ha ravvisato la natura «offensiva» degli epiteti, dalla lettura integrale del manifesto risulta chiaro che si tratta di critiche «pertinenti, sebbene espressione di un costume politico deteriore ma ampiamente diffuso». Per il sindaco ricorrente, invece, il diritto di critica si deve arrestare di fronte al «rispetto della dignità altrui e non può costituire l’occasione di gratuiti attacchi alla persona ed alla sua reputazione».

La Corte di Cassazione, da parte sua, ha riconosciuto l’esimente del diritto di critica politica, osservando come «gli epiteti rivolti alla parte offesa presentavano una stretta attinenza alle vicende che avevano visto l’opposizione contrapporsi al Sindaco in merito alla erogazione dell’indennità di funzione, a cui il primo cittadino aveva dichiarato di voler rinunciare in campagna elettorale». L’attacco, dunque, «riguardava specificamente le scelte politiche ed amministrative» del sindaco e della sua maggioranza, per cui «del tutto correttamente, si è escluso che sia trasmodato in un attacco alla dignità morale ed intellettuale della persona offesa».

Vietato postare sui social foto dei figli minori

Avv. Flaviano Sanzari

Deve essere disposta, a tutela del minore e al fine di evitare il diffondersi di informazioni anche nel nuovo contesto sociale frequentato dal ragazzo, l’immediata cessazione della diffusione da parte della madre sui social network di immagini, notizie e dettagli relativi ai dati personali e alla vicenda giudiziaria inerente il figlio.

Lo ha stabilito il Tribunale di Roma, sez. I civ., con ordinanza del 23 dicembre 2017, pronunciata nell’ambito di un giudizio di divorzio caratterizzato da una fortissima conflittualità tra i genitori, a tutela del figlio minore.

Il Tribunale riconosce il pregiudizio per il minore insito nella diffusione on line delle immagini, delle notizie e dei dettagli sulla vicenda giudiziaria che lo vede coinvolto suo malgrado; vieta la prosecuzione di tali condotte e ordina la rimozione di quanto già pubblicato.

Pur in mancanza di un espresso richiamo normativo, è da ritenere che la pronuncia trovi il suo fondamento nel dettato degli artt. 10 c.c. e 96 della legge sulla protezione del diritto d’autore (legge 22.4.1941 n. 633), concernenti la tutela del diritto all’immagine, nonché degli artt. 1 e 16, comma 1 , della Convenzione di New York sui diritti del Fanciullo, ai sensi dei quali è vietata ogni interferenza arbitraria nella vita privata dei minori degli anni diciotto.

Giova, infine, richiamare il provvedimento del Garante per la protezione dei dati personali del 23 febbraio 2017, n. 75, emesso in una fattispecie analoga a quella presa in esame dall’ordinanza in rassegna. In quel caso, infatti, era coinvolta una minore, il cui padre denunciava al Garante una lesione del diritto alla riservatezza della medesima da parte della madre. Costei aveva pubblicato un post su Facebook, contenente due sentenze relative al divorzio tra i coniugi e genitori della suddetta minore, nella quali erano rivelati dettagli riguardanti la vita familiare, compresi quelli della figlia minore. Il Garante dà atto dell’illegittima pubblicazione dei dati e ordina la rimozione del post, facendo interessanti osservazioni sulla pertinente disciplina. Il Garante rileva, innanzitutto, che le sentenze pubblicate rendono identificabile la minore: riportano, infatti, dei dati personali, perché così il c.d. Codice Privacy definisce “qualunque informazione relativa a persona fisica, identificata o identificabile, anche indirettamente, mediante riferimento a qualsiasi altra informazione”, e per di più dati identificativi, perché “dati personali che permettono l’identificazione diretta dell’interessato” (Art. 4, lett. b e c del D.Lgs. 196/2003). L’Autorità ricorda, inoltre, che gli articoli 50 e 52  del Codice Privacy vietano la divulgazione di informazioni che rendano identificabili minori coinvolti in procedimenti giudiziari.

 

Diritto all’immagine, risarcimento per la pubblicazione della fotografia senza consenso

Avv. Flaviano Sanzari

La pubblicazione non autorizzata di una fotografia, utilizzata per fini pubblicitari, comporta il risarcimento del danno, patrimoniale e non patrimoniale, in favore del danneggiato, a prescindere dal contenuto denigratorio o meno dell’immagine, per il sol fatto del mancato consenso alla pubblicazione. Il danno non patrimoniale, poi, previsto dall’articolo 10 del codice civile, se non può essere provato nel suo preciso ammontare, può essere liquidato anche equitativamente dal giudice, tenendo conto di tutte le circostanze del caso specifico. Questo è il principio ribadito dalla sentenza 634/2017 del Tribunale di Pordenone.

La vicenda vedeva come protagonista un uomo che, per puro caso, sfogliando il catalogo di una rivista turistica, si era accorto di comparire insieme al suo figlio minore su una pagina del catalogo. L’immagine, che ritraeva il padre e il piccolo mentre accarezzavano un cervo, era stata pubblicata senza il consenso dell’uomo e, per tale motivo, quest’ultimo chiedeva alla società editrice di ritirare dalla distribuzione il catalogo, nonché una somma a titolo di risarcimento del danno patrimoniale e non patrimoniale. A seguito del rifiuto della società, la questione è arrivata dinanzi al Tribunale, che ha accolto la domanda, pur avendo riconosciuto che la pubblicazione della fotografia in questione «non presenta alcun elemento atto a fornire un’immagine negativa dei soggetti in questione, né a ledere l’immagine, l’onore o la reputazione degli stessi», non essendo desumibile dalla stessa alcun elemento diffamatorio o denigratorio né per il padre né per il figlio.

L’elemento decisivo, infatti, è costituito dalla mancanza del consenso dell’interessato, considerato che l’articolo 10 c.c. vieta la sola pubblicazione non autorizzata o giustificata dalla legge e che, nel caso di specie, secondo il Tribunale, non ricorreva alcuna delle ipotesi – previste dagli articoli 96 e 97 della legge sul diritto d’autore (Legge 633/1941) – per le quali l’immagine di una persona può essere esposta, pubblicata o messa in commercio senza il consenso di questa.

Ciò posto, per quanto riguarda la quantificazione del danno, è ben possibile che essa avvenga «in via forfettaria sulla base quanto meno del cd. prezzo del consenso, anche con valutazione equitativa». E nel caso di specie, tenendo conto di tutte le circostanze del caso, ovvero la non notorietà delle persone raffigurate nella fotografia e la distribuzione capillare e per finalità pubblicitarie del catalogo, la somma equa liquidata dal giudice è stata pari a 10 mila euro.