Articoli

La natura e i limiti del diritto di critica

Avv. Flaviano Sanzari

La Corte di Cassazione, sezione III, con la sentenza n. 14727 del 7 giugno 2018, è tonata sul tema dei limiti e della differenza tra diritto di critica e diritto di cronaca. In particolare, la Corte ha ribadito che il diritto di critica non si concreta nella mera narrazione di fatti, ma si esprime in un giudizio avente carattere necessariamente soggettivo rispetto ai fatti stessi (che ha, per sua natura, carattere congetturale, che non può, per definizione, pretendersi rigorosamente obiettiva ed asettica), con la precisazione che, per riconoscere efficacia esimente all’esercizio di tale diritto, occorre tuttavia che il fatto presupposto ed oggetto della critica corrisponda a verità, sia pure non assoluta, ma ragionevolmente putativa per le fonti da cui proviene o per altre circostanze soggettive. Non è invece necessario che tale fatto sia esposto con la completezza che si richiede quando si perseguono scopi esclusivamente informativi, quando, cioè, si esercita il diritto di cronaca.

Dati “personali” e dati “identificativi”: la Cassazione precisa come distinguerli

Avv. Flaviano Sanzari

La seconda sezione civile della Corte di Cassazione, con l’ordinanza n. 17665 pubblicata il 5 Luglio 2018, pronunciata su un ricorso proposto da una società italiana avverso una sentenza di condanna del Tribunale di Pavia, procedimento nel quale il Garante Privacy ha resistito con controricorso, spiega come si debba correttamente valutare la distinzione tra dati “personali” e dati meramente “identificativi”, nonché chiarisce l’ambito di applicazione dell’obbligo di informativa all’atto di predisporre un form per la raccolta dei dati. E anche se la Corte si basa ancora unicamente sul Codice Privacy D.Lgs. 196/2003, e non sul combinato disposto delle previsioni del Codice con quelle del GDPR (Regolamento UE 2016/679), fornisce comunque un chiarimento fondamentale anche per lo stesso GDPR, visto che questo riprende sia la nozione di dato personale contenuta nella Direttiva 95/96 su cui il Codice si fondava, sia l’adempimento della informativa di cui il GDPR ne ha esteso il contenuto minimo obbligatorio.

In particolare, la Corte di Cassazione ha affermato che la nozione di “dato personale” è un concetto molto ampio (e diverso da quello di “dato identificativo“, che ne è una specie della categoria generale), in quanto ricomprensivo di qualsiasi informazione che consenta di identificare una persona fisica, tra cui senz’altro il nome, il cognome ma anche lindirizzo di posta elettronica.

Mentre il dato personale è quel dato che consente di identificare, anche indirettamente una determinata persona fisica, i “dati identificativi” sono dati personali che permettono tale identificazione direttamente. In tale prospettiva si è infatti chiarito che ai sensi dell’art. 4 del d. lgs. 30 giugno 2003, n. 196, “dato personale”, oggetto di tutela, è “qualunque informazione” relativa a “persona fisica, giuridica, ente o associazione”, che siano “identificati o identificabili”, anche “indirettamente mediante riferimento a qualsiasi altra informazione”. La Corte Suprema ha ricompreso nella propria giurisprudenza anche i dati personali presenti nelle banche dati costituite sulla base degli elenchi telefonici pubblici, per la cui utilizzazione è prescritta la previa informativa di cui all’art. 13 del d.lgs. n. 196 del 2003 per l’acquisizione del consenso degli interessati all’utilizzazione dei dati di loro pertinenza. Pertanto, la riconduzione nella categoria di dati personali ex art. 4 d. lgs. n. 196/2003 per cui era necessaria la preventiva informativa ex art. 13 del codice privacy predetto risulta fondata.

Nuove falsificazioni digitali: punita la «vanità» in rete

Avv. Flaviano Sanzari

Per la legge, il profilo digitale costituisce oggi una proiezione dei diritti della personalità nella comunità virtuale. Per cui, fingere di essere un’altra persona, spacciarsi per single quando si è invece sposati, usare come fotografia del proprio profilo sui social network quella di un’altra persona, magari nota, al fine di ingannare gli utenti, estorcere denaro o, semplicemente, avere più visibilità, costituiscono attività illecite, spesso perseguibili anche penalmente.

L’attribuirsi uno status fittizio

Per la Corte di Cassazione è reato anche spacciarsi per single quando si è sposati, così come anche soltanto utilizzare come foto del proprio profilo Facebook l’immagine di un’altra persona.

Si tratta di un reato contro la fede pubblica: a essere tutelata è la fiducia che gli altri utenti della rete devono poter riporre nelle identità altrui. A pesare sono non soltanto le falsificazioni delle identità ma anche le false attribuzioni di qualità alle quali la legge attribuisce effetti giuridici, come lo stato civile o l’età. Già da tempo, poi, i giudici avevano sottolineato che la finalità non deve essere necessariamente economica: il vantaggio descritto dalla norma può essere dato anche semplicemente dalla visibilità, nuovo patrimonio degli utenti della rete.

Il nickname altrui

Non salva nemmeno usare un nickname o un fake di un personaggio famoso. Ad avviso dei giudici, anche gli pseudonimi utilizzati in rete hanno una dimensione concreta, in grado da sola di produrre effetti reali nella sfera giuridica altrui. Per questo, quando non ci sono dubbi sulla riconducibilità del nickname a una persona fisica, questo ha natura di «contrassegno identificativo».

La falsa identità per truffe

Più spesso le falsificazioni delle identità passano attraverso la commissione di altri reati, come la truffa. È il caso di chi crea falsi account per accedere al car sharing (e poi si tradisce usando un’utenza realmente nella sua disponibilità) oppure per godere di un buon rating online per ottenere un credito da privati, il cosiddetto peer landing.

È pacifica ormai la giurisprudenza delle sostituzioni di persona che si aggiungono alle estorsioni. L’autore si finge un’altra persona per attirare a sé virtualmente un possibile partner al quale chiede fotografie o video erotici per poi ricattarlo se si rifiuta di pagare una certa somma di denaro. La tecnologia ha poi modificato le possibili modalità esecutive del reato, ad esempio in tutti i casi in cui l’autenticazione dell’interessato avvenga attraverso tecniche biometriche o di identificazione facciale.

L’affissione di una graduatoria legata allo stato di salute, viola la privacy della famiglia dell’alunno

Avv. Flaviano Sanzari

L’esposizione in luogo antistante l’istituto delle graduatorie per l’ammissione a un privilegio scolastico, legato allo stato di salute del minore, danneggia anche la privacy dei propri familiari, che hanno diritto a pretendere dall’amministrazione il risarcimento dei danni non patrimoniali. La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 16816/2018, depositata il 26 giugno scorso, ha respinto il ricorso principale proposto dal Ministero dell’Istruzione contro la legittimazione dei genitori ad agire in giudizio in conto proprio e per l’altra propria figlia minore. Il Ministero negava anche il carattere lesivo della privacy attribuito alla pubblicazione tramite affissione di una graduatoria sull’ammissione a corsi scolastici.

La Cassazione, tuttavia, ribadisce che è ormai dato acclarato per la giurisprudenza che la salute di un minore costituisca dato «personale» e «sensibile» protetto dalla disciplina privacy. E la tutela apprestata è spendibile tanto a favore del minore stesso quanto dei suoi congiunti legati da «vincoli di comunanza» di vita familiare e domestica. Questo perché – come ampiamente argomenta la Corte – il dato riferito allo stato di salute del familiare, è dato sensibile anche per chi con lui convive. Conclude la Corte che anche se a fronte di situazioni disagiate, legate allo stato di salute di un congiunto, la legge appronta strumenti di sostegno economico e sociale, lo stesso tale condizione è un dato sensibile da trattare con la stessa riservatezza imposta dalla legge privacy di quando un ammalato espone a un terzo o a una pubblica amministrazione la propria malattia. E testualmente afferma la Cassazione che la sensibilità del dato non dipende dall’essere attinente alla fisicità della persona, ma dalla consapevolezza sociale dell’esistenza di un disagio familiare.

La Cassazione condanna Yahoo per la pubblicazione di foto di una minore

Avv. Flaviano Sanzari

Con l’ordinanza n. 12855/18, la Corte di Cassazione, respingendo il ricorso di Yahoo, ha confermato la condanna del portale web al risarcimento del danno – liquidato nella misura di euro 15.000,00 – per aver pubblicato fotografie di una minorenne (la figlia della soubrette Antonella Mosetti) senza alcuna autorizzazione o motivazione che giustificasse tale operazione.

In particolare, pur avendo Yahoo rilevato come, nella fattispecie, non fosse stato a suo dire commesso alcun illecito, dal momento che la minore era stata ritratta in luoghi pubblici insieme ai familiari, in un momento di svago e come la ragazza, sin dalla più tenera età, si fosse esposta ai media e avesse sempre gestito con piena consapevolezza la sua immagine, pubblicando centinaia di foto sui social networks cui era iscritta, il giudice di merito aveva invece ritenuto illecita la pubblicazione delle fotografie della minore, per l’assenza di interesse pubblico alla diffusione dell’immagine e di utilità sociale della notizia.

la Cassazione, chiamata a giudicare sugli specifici motivi di ricorso, ha dal canto suo osservato come Yahoo non potesse godere di alcuna limitazione di responsabilità, non essendosi limitata a fornire dello spazio virtuale in rete per contenuti realizzati e diffusi da terzi, ma essendo il soggetto cui faceva diretto riferimento la gestione del sito. Quanto al danno i Supremi giudici hanno rilevato come fosse stata corretta una valutazione necessariamente equitativa del pregiudizio subito, risultando tale criterio imposto dalla natura stessa di tale danno, che non può essere provato nel suo preciso ammontare.

Legittimo dare del “bugiardo” al sindaco che non mantiene le promesse

Insulti come «Falso! Bugiardo! Ipocrita! Malvagio!», scritti nero su bianco sui manifesti di un comune siciliano, non integrano il reato di diffamazione, ma costituiscono manifestazione di legittima critica politica. Lo ha stabilito la Corte di Cassazione penale, che, con la sentenza n. 317 dell’8 gennaio 2018 ha respinto il ricorso del primo cittadino del comune di Furci Siculo, contro la sentenza della Corte di Appello di Messina, che, ribaltando la decisione di primo grado, aveva assolto sei rappresentanti dell’opposizione ritenendo la loro condotta scriminata dal diritto di critica politica.

Per i consiglieri, in particolare, si trattava di una «decisione politica diretta ad attaccare il Sindaco e la Giunta da lui presieduta, che aveva deliberato l’erogazione dell’indennità di funzione, così tradendo le promesse elettorali». Per la Corte d’Appello, che pure ha ravvisato la natura «offensiva» degli epiteti, dalla lettura integrale del manifesto risulta chiaro che si tratta di critiche «pertinenti, sebbene espressione di un costume politico deteriore ma ampiamente diffuso». Per il sindaco ricorrente, invece, il diritto di critica si deve arrestare di fronte al «rispetto della dignità altrui e non può costituire l’occasione di gratuiti attacchi alla persona ed alla sua reputazione».

La Corte di Cassazione, da parte sua, ha riconosciuto l’esimente del diritto di critica politica, osservando come «gli epiteti rivolti alla parte offesa presentavano una stretta attinenza alle vicende che avevano visto l’opposizione contrapporsi al Sindaco in merito alla erogazione dell’indennità di funzione, a cui il primo cittadino aveva dichiarato di voler rinunciare in campagna elettorale». L’attacco, dunque, «riguardava specificamente le scelte politiche ed amministrative» del sindaco e della sua maggioranza, per cui «del tutto correttamente, si è escluso che sia trasmodato in un attacco alla dignità morale ed intellettuale della persona offesa».

Vietato postare sui social foto dei figli minori

Avv. Flaviano Sanzari

Deve essere disposta, a tutela del minore e al fine di evitare il diffondersi di informazioni anche nel nuovo contesto sociale frequentato dal ragazzo, l’immediata cessazione della diffusione da parte della madre sui social network di immagini, notizie e dettagli relativi ai dati personali e alla vicenda giudiziaria inerente il figlio.

Lo ha stabilito il Tribunale di Roma, sez. I civ., con ordinanza del 23 dicembre 2017, pronunciata nell’ambito di un giudizio di divorzio caratterizzato da una fortissima conflittualità tra i genitori, a tutela del figlio minore.

Il Tribunale riconosce il pregiudizio per il minore insito nella diffusione on line delle immagini, delle notizie e dei dettagli sulla vicenda giudiziaria che lo vede coinvolto suo malgrado; vieta la prosecuzione di tali condotte e ordina la rimozione di quanto già pubblicato.

Pur in mancanza di un espresso richiamo normativo, è da ritenere che la pronuncia trovi il suo fondamento nel dettato degli artt. 10 c.c. e 96 della legge sulla protezione del diritto d’autore (legge 22.4.1941 n. 633), concernenti la tutela del diritto all’immagine, nonché degli artt. 1 e 16, comma 1 , della Convenzione di New York sui diritti del Fanciullo, ai sensi dei quali è vietata ogni interferenza arbitraria nella vita privata dei minori degli anni diciotto.

Giova, infine, richiamare il provvedimento del Garante per la protezione dei dati personali del 23 febbraio 2017, n. 75, emesso in una fattispecie analoga a quella presa in esame dall’ordinanza in rassegna. In quel caso, infatti, era coinvolta una minore, il cui padre denunciava al Garante una lesione del diritto alla riservatezza della medesima da parte della madre. Costei aveva pubblicato un post su Facebook, contenente due sentenze relative al divorzio tra i coniugi e genitori della suddetta minore, nella quali erano rivelati dettagli riguardanti la vita familiare, compresi quelli della figlia minore. Il Garante dà atto dell’illegittima pubblicazione dei dati e ordina la rimozione del post, facendo interessanti osservazioni sulla pertinente disciplina. Il Garante rileva, innanzitutto, che le sentenze pubblicate rendono identificabile la minore: riportano, infatti, dei dati personali, perché così il c.d. Codice Privacy definisce “qualunque informazione relativa a persona fisica, identificata o identificabile, anche indirettamente, mediante riferimento a qualsiasi altra informazione”, e per di più dati identificativi, perché “dati personali che permettono l’identificazione diretta dell’interessato” (Art. 4, lett. b e c del D.Lgs. 196/2003). L’Autorità ricorda, inoltre, che gli articoli 50 e 52  del Codice Privacy vietano la divulgazione di informazioni che rendano identificabili minori coinvolti in procedimenti giudiziari.

 

Diritto all’immagine, risarcimento per la pubblicazione della fotografia senza consenso

Avv. Flaviano Sanzari

La pubblicazione non autorizzata di una fotografia, utilizzata per fini pubblicitari, comporta il risarcimento del danno, patrimoniale e non patrimoniale, in favore del danneggiato, a prescindere dal contenuto denigratorio o meno dell’immagine, per il sol fatto del mancato consenso alla pubblicazione. Il danno non patrimoniale, poi, previsto dall’articolo 10 del codice civile, se non può essere provato nel suo preciso ammontare, può essere liquidato anche equitativamente dal giudice, tenendo conto di tutte le circostanze del caso specifico. Questo è il principio ribadito dalla sentenza 634/2017 del Tribunale di Pordenone.

La vicenda vedeva come protagonista un uomo che, per puro caso, sfogliando il catalogo di una rivista turistica, si era accorto di comparire insieme al suo figlio minore su una pagina del catalogo. L’immagine, che ritraeva il padre e il piccolo mentre accarezzavano un cervo, era stata pubblicata senza il consenso dell’uomo e, per tale motivo, quest’ultimo chiedeva alla società editrice di ritirare dalla distribuzione il catalogo, nonché una somma a titolo di risarcimento del danno patrimoniale e non patrimoniale. A seguito del rifiuto della società, la questione è arrivata dinanzi al Tribunale, che ha accolto la domanda, pur avendo riconosciuto che la pubblicazione della fotografia in questione «non presenta alcun elemento atto a fornire un’immagine negativa dei soggetti in questione, né a ledere l’immagine, l’onore o la reputazione degli stessi», non essendo desumibile dalla stessa alcun elemento diffamatorio o denigratorio né per il padre né per il figlio.

L’elemento decisivo, infatti, è costituito dalla mancanza del consenso dell’interessato, considerato che l’articolo 10 c.c. vieta la sola pubblicazione non autorizzata o giustificata dalla legge e che, nel caso di specie, secondo il Tribunale, non ricorreva alcuna delle ipotesi – previste dagli articoli 96 e 97 della legge sul diritto d’autore (Legge 633/1941) – per le quali l’immagine di una persona può essere esposta, pubblicata o messa in commercio senza il consenso di questa.

Ciò posto, per quanto riguarda la quantificazione del danno, è ben possibile che essa avvenga «in via forfettaria sulla base quanto meno del cd. prezzo del consenso, anche con valutazione equitativa». E nel caso di specie, tenendo conto di tutte le circostanze del caso, ovvero la non notorietà delle persone raffigurate nella fotografia e la distribuzione capillare e per finalità pubblicitarie del catalogo, la somma equa liquidata dal giudice è stata pari a 10 mila euro.