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Facebook: non è diffamatorio il messaggio che non indica i destinatari dell’offesa

Principio simile è stato recentemente riaffermato anche dalla Corte di Cassazione, 5° sez. penale, che con sentenza n. 39763 del 31.8.2017 ha ribadito che la pubblicazione (anche su Facebook) di un messaggio offensivo, in cui la vittima non sia stata indicata per nome (né risulti identificabile con certezza), ma che sia stato rivolto ad una generica pluralità di soggetti, non integra il reato di diffamazione.

Diffamazione, reato solo se l’offeso è individuabile

Il reato di diffamazione a mezzo stampa è configurabile solo se – travalicati i limiti di verità, pertinenza e continenza, il destinatario dell’offesa sia individuabile con certezza, anche in relazione al contesto in cui la notizia è inserita. A fronte di una generica accusa denigratoria, invece, sono irrilevanti intuizioni o soggettive congetture di chi, per sua scienza diretta, può essere consapevole di poter essere uno dei destinatari. La Corte d’Appello di Roma, 3° sez. penale, con sentenza n. 2833/2017 ha così assolto così un giornalista accusato di aver diffamato un funzionario di un’università coinvolta in uno scandalo sui test di ammissione.

Diritto di cronaca, la verità e la continenza della notizia escludono il danno

Sussiste la scriminante dell’esercizio del diritto di cronaca giornalistica giudiziaria di cui all’articolo 21 della Costituzione, nel caso in cui il giornalista rispetti i limiti della verità oggettiva della notizia, della pertinenza e della continenza. Lo ha ribadito anche il Tribunale di Firenze, con la recente sentenza n. 517/2017.

Nella fattispecie – relativa alla pubblicazione di un articolo online su un’inchiesta penale in tema di sicurezza sul lavoro, che aveva portato all’emissione di misure cautelari nei confronti degli indagati – Il Tribunale ha accertato come l’articolo incriminato avesse rispettato tutti i limiti «esterni» del diritto di cronaca previsti dalla giurisprudenza. Quanto alla verità oggettiva della notizia, l’articolo si è basato fedelmente sugli atti delle autorità giudiziarie, senza alcun intervento manipolatorio da parte del giornalista. Quanto alla pertinenza, la rilevanza sociale è data dal fatto che si tratta di reati particolarmente gravi perché riguardanti la sicurezza del lavoro e, in quanto tali, di sicuro interesse per la comunità. Quanto alla continenza, «la indispensabile osservanza del limite di contemperamento tra la necessità del diritto di cronaca e la tutela della riservatezza», ovvero «la correttezza formale dell’esposizione e non eccedenza da quanto strettamente necessario per il pubblico interesse» è data dal fatto che l’articolista ha riportato fatti di cronaca giudiziaria senza alludere a sentenze di colpevolezza già pronunziate e senza alcuna modalità espressiva trasmodante rispetto alla verità oggettiva.

Diffamazione, il gestore del sito risponde dei commenti

Il gestore di un sito web risponde per i contributi diffamatori pubblicati da altri, anche non anonimi, purché ne sia a conoscenza. Così la quinta sezione penale della Corte di cassazione, con sentenza n. 54946 depositata il 27 dicembre 2016, che afferma il principio per cui il titolare di un sito web può essere ritenuto direttamente responsabile del reato di diffamazione – a titolo di concorso – se non si attiva per impedire che uno scritto diffamatorio, pubblicato e firmato da un soggetto terzo, permanga online, in quanto, così facendo, consente l’aggravamento delle conseguenze del reato.

I luoghi comuni offensivi non sono diffamatori

La Corte di Cassazione, con la recente sentenza n. 24065/2016, ha sensibilmente ridotto la portata diffamatoria di espressioni legate ai cosiddetti “luoghi comuni” e di alcune tipologie di affermazioni che, seppur munite di una evidente carica offensiva, non sono indirizzate a soggetti definiti o individuabili.

Sulla base di tale assunto, la quinta sezione penale della Corte di Cassazione ha convalidato l’archiviazione di un procedimento penale in materia di diffamazione.

Il procedimento era nato in conseguenza di una serie di affermazioni, rilasciate da un intervistato nel corso di un noto programma radiofonico. L’indagato, infatti, aveva affermato che i veneti “sono un popolo di ubriaconi ed alcolizzati”, proseguendo con frasi del tenore “poveretti, non è colpa loro se nascono in Veneto. Basta sentire l’accento veneto: è da ubriachi, da alcolizzati, da ombretta, da vino. Ne era scaturita una querela da parte di quattro veneti che si erano sentiti offesi come “abitanti, residenti e appartenenti alla comunità, alla Regione e al popolo veneto”.

La Cassazione, chiamata a decidere in merito alla suesposta controversia, sottoscrivendo il precedente giudizio del gip di Verona, ha definito “del tutto generiche, indubbiamente caratterizzate da preconcetti e luoghi comuni ma prive di specifica connessione con l’operato e la figura di soggetti determinati o determinabili e ha, in più, sottolineato come “non integra il reato di diffamazione l’affermazione offensiva, caratterizzata da preconcetti e luoghi comuni, che non consenta l’individuazione specifica, ovvero riferimenti inequivoci a circostanze e fatti di notoria conoscenza attribuibili a un determinato individuo, giacché il soggetto passivo del reato deve essere individuabile, in termini di affidabile certezza, dalla stessa prospettazione oggettiva dell’offesa, quale si desume anche dal contesto in cui è inserita.

Il criterio dettato dai Giudici di Piazza Cavour, inoltre, non è surrogabile con intuizioni o con soggettive congetture che possano insorgere in chi, per sua scienza diretta, può essere consapevole, di fronte alla genericità di un’accusa denigratoria, di poter essere uno dei destinatari.

Non è diffamazione parlare di Sicilia mafiosa nei libri di testo

Avv. Flaviano Sanzari

La terza Sezione civile della Corte di Cassazione, attraverso la recente sentenza n. 6785/2016, ha rigettato il ricorso avanzato dalla Regione Sicilia avverso la pronuncia con cui la Corte d’Appello di Milano aveva respinto la richiesta risarcitoria promossa dalla Regione nei confronti di una casa editrice, rea di aver pubblicato espressioni denigranti la Sicilia e i suoi abitanti in un libro di testo per la scuola media inferiore.

Nel corso del giudizio di primo grado, la casa editrice e gli autori del libro erano stati condannati in solido tra loro a risarcire alla Regione Sicilia 50.000,00 euro per i giudizi fortemente negativi espressi nel testo. Con la medesima sentenza, il Tribunale di Milano aveva inoltre vietato alla casa editrice di ristampare il libro con i passaggi oggetto di causa.

La Corte d’Appello, invece, aveva ribaltato la sentenza di primo grado, evidenziando come i giudizi espressi dagli autori rientrassero a pieno titolo nell’ esimente del diritto di critica ed, in più, fossero da collocarsi in una prospettiva storica e in un contesto di dati ritenuti sostanzialmente obiettivi.

All’interno della sentenza in esame vengono analiticamente riportate le espressioni ritenute diffamatorie dalla ricorrente e poste all’ attenzione della Suprema Corte, a mero titolo esemplificativo: “oggi la Sicilia è una regione autonoma con ampi poteri, che riceve dallo stato più di quello che dà e consuma più di quello che produce”; “il potere mafioso ha stabilito nell’isola un clima di violenza che avvelena i rapporti tra la gente, dissangua ogni attività economica e impedisce di governare per il bene della collettività “; “l’economia si basa sull’assistenza dello stato, sotto forma di sovvenzioni di opere pubbliche e pagamento di pensioni; la spesa pubblica però, più che dare impulso produttivo, ha alimentato un intreccio di corruzione tra forze politiche e criminalitԝ.

Nell’argomentare il rigetto del ricorso, i giudici di Piazza Cavour hanno anzitutto rilevato come la fattispecie in oggetto coinvolgesse non solo aspetti propri del diritto di critica, ma, più significativamente, il più generale ambito della libertà di insegnamento di cui all’art. 33 Cost.”. Inquadrando in quest’ottica il caso di specie, gli Ermellini hanno proseguito evidenziando come l’inserimento di simili espressioni e giudizi, purché articolati richiamando contesti storici e di cronaca recente che ne facciano presumere la veridicità , corrisponderebbe “all’esercizio della libertà di insegnamento, a sua volta riconducibile a quella più ampia di manifestazione del pensiero, non solo degli autori del libro, ma, essendo questo destinato ad essere adottato nelle scuole, dei professori o docenti che ritenessero di adottarlo quale strumento di sviluppo del loro programma”.

Diffamazione attraverso Facebook

Avv. Alessandro La Rosa

Con sentenza dello scorso 29 gennaio (n. 3981/2016), la Cassazione penale ha assolto dal reato di diffamazione aggravata un utente del noto social network “Facebook” che aveva “postato” un commento ritenuto offensivo della reputazione di un collega. Secondo la Corte non integra il reato di diffamazione la condotta di chi mediante un post su un social network esprima, con frasi non offensive né ingiuriose, il suo apprezzamento e la sua condivisione con riferimento ad espressioni e critiche diffamatorie utilizzate in precedenza da altri, e condivise via internet.

I difensori dell’imputato denunciavano l’errata applicazione della legge penale in ordine all’attribuzione della portata offensiva del messaggio, ritenendo il contenuto del “post” di per sé inoffensivo: “spero solo di vivere abbastanza x godermi il giorno ke andrà in pensione e prenderlo a bastonate.

Particolare interesse rivestono le considerazioni relative alla portata lesiva della frase “postata”: nei tre gradi di giudizio vi é stata grande difformità d’interpretazione.

In particolare, secondo i giudici della Corte di Appello, sebbene il commento fosse di per sé inoffensivo, avrebbe mutuato la sua carica denigratoria dall’implicita adesione al contenuto dei “post” precedenti, caricati da altri utenti e realmente diffamatori, rappresentando così “una volontaria adesione e consapevole condivisione” delle espressioni offensive precedentemente pubblicate.

La Suprema Corte, recuperando parte delle argomentazioni del primo giudice, evidenzia invece l’illogicità della motivazione della Corte di Appello: se infatti, il reato di diffamazione circoscrive la condotta di colui che specificatamente “comunicando con più persone, offende l’altrui reputazione”, non può essere sanzionata una condotta di per sé inoffensiva, per il solo processo all’inverso della ricerca di un’indiretta, implicita e non provata, volontà adesiva a condotte realmente illecite tenute da terzi.

In questi termini, appare irrilevante che l’imputato condividesse o meno i presunti insulti che altri avrebbero pubblicato prima di lui, laddove, il commento susseguente, non necessariamente deve considerarsi quale atto di adesione integrale a quanto sopra scritto.

La decisione della Cassazione in esame conferma, dunque, un discrimine nell’individuazione della colpevolezza di chi si limita a condividere indirettamente le ostilità di terzi, senza tuttavia utilizzare espressioni dall’intrinseca portata offensiva. Sembra quindi prevalere l’orientamento (già condiviso in Cass. penale, Sezione V, 14 aprile 2015, n. 31669; Cass. penale, Sezione V, 9 marzo 2015, n. 18170) che attribuisce particolare importanza alla libertà di manifestazione del pensiero, così come alla tutela del diritto di critica e di cronaca.