Su “Il Giorno” del
16 luglio 1995, apparve il
seguente intrigante titolo:
“Nel ricco jet set milanese il rebus
di via Montenapo: furto perde, rapina vince”.
Sembrò curioso quel “furto
perde, rapina vince”, roba
da croupier smaliziato piombato
in redazione.
Non da meno, l’occhiello,
con tanto di nomi e cognomi dei
protagonisti del “giallo”: “La
contessa Ariosto, il suo legale
Dotti, la sparizione di preziose
opere d’arte e la lite da
due miliardi con i Lloyd’s”.
Se per l’una il titolo “contessa” supera
di mille miglia marine la realtà sociale;
per l’altro, il sintagma “legale
Dotti” minimizza troppo,
quasi a nascondere.
L’approssimazione per eccesso
e quella per difetto vanno, però,
lette come segmenti del rebus più grande
e complicato, non quello per principianti
già ipotizzato nel titolo.
La prima figura del rebus grande
da decifrare è quella del
giornalista.
L’articolo - vedremo poi
quanto velenoso e devastante -
porta, infatti, la firma di un
giovane cronista allora conosciuto
solo in famiglia ed al bar sotto
casa, ma che, a furia di misurar
a passi lunghi e lenti il palazzo
di giustizia, farà carriera
(e come se la farà), approdando
nientemeno che a via Solferino,
sì, proprio al Corrierone.
Un percorso, per così dire,
anagogico, tuttavia, non rarissimo,
visto che sempre da “Il Giorno” prese
il volo per la “Stampa” di
Torino, un altro agrimensore di
palazzi giudiziari come Paolo Colonnello.
Nulla di nuovo sotto il sole peninsulare:
alcuni attori del circo mediatico
giudiziario costruirono, sulle
manette, sulle sofferenze concentrazionarie
e su non pochi suicidi, carriere
altrimenti neppure immaginabili.
Si pensi a quanti scalarono, e
non solo nei media, posizioni dominanti,
a colpi di fughe di notizie e di
esportazione clandestina di documenti
dalle procure della Repubblica.
Torniamo al nostro eroe del 16
luglio 1995.
Quell’allora anonimo cronista
si chiama Luigi Ferrarella, ormai
ben conosciuto e di cui sono notorie
passate e presenti liaisons
amoureuses con gli inquirenti
piuttosto che con gli indagati.
Ferrarella, peraltro, è cronista
rifinito, solo che è del
tipo quarto potere contiguo al
terzo.
Perché mai, dunque, Ferrarella
si scagliò, il16 luglio
1995, con tanta violenta baldanza,
come un energumeno moralista, contro
quella che di lì a poco,
invece, si trasfigurerà,
anche a mezzo stampa, da bancarottiera,
avventuriera ed impresentabile
avanzo di Casinò (qual era
secondo l’analitica descrizione
del giovane cronista) nientemeno
che a polla sorgiva di verità,
fonte purissima, teste inconfutabile
e fors’anche vergine e santa
martire?
Insomma, perché mai appena
cinque giorni prima del suo primo
abboccamento ufficiale con i magistrati
del pool di Milano, la futura beniamina
del circo mediatico-giudiziario
viene denudata ed aggredita senza
pietà da Ferrarella, così perfido
e misogino militante da disvelarne
financo l’età (“quarantaquattrenne
protagonista del jet set…”)?
Sciorinare gli anni di una donna
già trapassata verso la
metà degli “anta” è già di
per sé azione efferata,
giustificabile solo in nome di
un fine ultimo di grande momento.
Resta, comunque, il fatto che Ariosto
fu da Ferrarella, a freddo e gratuitamente,
messa in piazza, svergognata, esposta
al pubblico ludibrio.
A proposito, fra le centinaia di
querele sporte dalla “contessa” ce
n’è mai stata una
versus Ferrarella?
L’onta mediatica subita dalla
compagna di Dotti fu una coincidenza,
un avvertimento od una brutale
spinta per farla decidere? La si
voleva dissuadere o, al contrario,
la si voleva costringere ad andare
avanti?
L’articolo, infatti, non
fa pensare tanto a tattiche di
sbarramento, semmai rimanda ad
ammonimenti del tipo: hic Rhodus,
hic salta.
La “quarantaquattrenne”,
in effetti, per la serie “Banditi
a Milano!”, si vide
indicata a dito come un’imbrogliona
che tentava di spillare soldi ai
Lloyd’s di Londra per una
rapina assai sospetta e per oggetti
di cui non v’era neppure
traccia documentale. Simulazione
di reato, tentata truffa e altre
fattispecie di reato venivano,
insomma, in vario modo se non minacciate,
almeno preannunciate.
E le carte citate cantavano da
sole.
Documenti processuali alla mano,
l’articolista la inchiodò alla
pubblica gogna: “condannata
in primo grado per bancarotta semplice”;
quindi indagata e prosciolta per
assegni ballerini; segnalata, anzi
schedata dai carabinieri, marzo
1994, come giocatrice d’azzardo: “circa
300 volte dal 23 dicembre 1991
all’11 ottobre 1993” nel
Casinò di Campione d’Italia
e almeno “19 visite al
casinò di Saint Vincent”.
Ferrarella, fior di Maramaldo,
incalzò, sempre citando
il rapporto della benemerita, con
una chicca micidiale, cioè che
al casinò di Sanremo non
risultavano, in quel periodo, presenze
della Ariosto, perché “le
era stato fatto ‘divieto
d’ingresso dal 1991 su indicazione
del casinò di Montecarlo
in quanto ivi chiedeva di incassare
vincite altrui’…”.
Insomma, a Montecarlo ed a Sanremo,
se la “contessa” si
fosse fatta viva, l’avrebbero
bloccata, strattonata e buttata
fuori.
Ecco, dunque, confezionato a mezzo
stampa l’identikit di una
poco di buono, di una quarantaquattrenne
malvissuta pronta ad “incassare
vincite altrui” e capace
di chissà cos’altro,
magari la calunnia ed il ricatto,
essendo, per converso, diffidata,
malfamata e ricattabile.
La “contessa”, dando
ad intendere che fosse Cesare Previti
il mandante di quell’ efferato
medaglione pubblicato da “Il
Giorno”, farfugliò qualcosa
di logicamente depistante:
“… io mi sono
sentita delegittimata: dico, sono
senza nessuna possibilità di
poter più anche avere una
mia autonomia ideologica e quindi
ho chiamato il Colonnello Falorni
e gli ho detto se cortesemente
mi poteva mettere in contatto con
l’Autorità Giudiziaria”.
Che c’entrasse l’”autonomia
ideologica” non è dato
di sapere, mentre è chiara
la sequenza descritta: prima l’articolo
(causa scatenante), poi la decisione
di presentarsi al magistrato.
Soltanto dopo lo sfregio a mezzo
stampa del 16 luglio 1995, Ariosto,
spintonabile per i buttafuori di
Sanremo, credibile per i magistrati
di Milano, si sarebbe, dunque,
decisa al passo fatale.
E qui allora sgorga spontanea una
domanda: perché la pubblica
accusa, potendo appurare a caldo,
segmento probatorio non trascurabile,
se Previti fosse o non il mandante
del pezzo, non ha, invece, mai
pensato di interrogare Ferrarella,
il presunto - dall’Ariosto
- esecutore?
Ferrarella, col senno di oggi,
certo riesce difficile presumerlo
anche soltanto nelle vesti di cronista
sereno, imparziale, garantista
verso Previti, figuriamoci in quelle
di amico e sodale, pronto ad eseguire
nientemeno che un “Tora!Tora!Tora!”,
cioè l’ordine di bombardare
e distruggere la “contessa”.
Tuttavia, all’epoca, Ferrarella
avrebbe dovuto, secondo logica
e buon senso, essere ascoltato
dagli inquirenti, non foss’altro
che per verificare l’attendibilità delle
spiegazioni fornite dalla teste
Omega; non foss’altro che
per scacciare il dubbio su altri
ed opposti mandanti, visto che
quell’articolo piuttosto
che alla deterrenza, sembrava puntare
sull’esplosione proprio in
una precisa ”ora x” della
bomba Omega.
E qui si stagliano altre figurine
e qualche altra lettera per la
soluzione del rebus, perché l’Ariosto,
al momento dell’uscita dell’articolo
così troppo mirato, collaborava
già da oltre cinque mesi
con la Guardia di Finanza, nelle
vesti non gloriosissime, usando
il lessico concentrazionario, dell’”infame” o,
col vocabolario di questura, di “confidente
di polizia”.
Soffiava, soffiava, ma non si decideva
ad attraversare il guado verso
la riva giudiziaria, a cui invece
approdò di colpo, dopo il
persuasivo articolo di Ferrarella.
V’è, inoltre, la coincidenza
temporale tra gli avvenimenti:
- il 26 gennaio 1995,
la quinta sezione civile del Tribunale
dà torto all’Ariosto,
riguardo al contenzioso con i Lloyd’s
di Londra, un affaruccio di oltre
2 miliardi che avrebbe potuto dare
ossigeno al grave indebitamento
della “contessa” e
che, ora, invece, potrebbe comportare
una nuova ricaduta negativa anche
sul piano penale, visto che i Lloyd’s
hanno buoni motivi per ritenersi
vittime di un maldestro tentativo
di truffa;
- pochi giorni dopo, nel febbraio
1995, l’Ariosto
diventa confidente di polizia;
- il 16 luglio 1995,
articolo di Ferrarella sul “Giorno”;
- il 21 luglio 1995,
primo incontro dell’Ariosto
col pubblico ministero Francesco
Greco.
Sarebbe, infine, interessante sapere
come andò a finire il procedimento
civile Ariosto-Lloyd’s e
in quale data giunse a soluzione.
Comunque, l’articolo del
16 luglio 1995, peraltro incisivo,
assai documentato, intrigante e
ben confezionato - salvo l’errore
di porre erroneamente la virgola
tra le ore ed i minuti -, merita
di essere letto per intero ed attentamente,
riflettendo sulla messe di fonti
utilizzate.
La soluzione del rebus è al
suo interno: al lettore il gusto
di scoprirla, confrontandosi col
testo di Ferrarella, articolo integralmente
qui di seguito riprodotto:
NEL RICCO JET SET MILANESE
IL REBUS DI VIA MONTENAPO
FURTO PERDE, RAPINA VINCE
di Luigi Ferrarella
“Milano -
Sotto l’ombrellone se ne
risolvono tanti in questa stagione,
ma il rebus di via Montenapoleone
22 tiene banco in tribunale pure
d’estate, misterioso come
le modalità della sparizione
il 29 dicembre 1993 di due preziose
opere d’arte dal negozio
d’antiquariato ‘Milano
quindici srl’ della contessa
Stefania Ariosto, quarantaquattrenne
protagonista del jet-set e compagna
del cinquantaquattrenne vicepresidente
della Camera e capogruppo di ‘Forza
Italia’ Vittorio Dotti.
Furto perde, rapina vince -
La derubata, assistita nella
combattuta causa civile proprio
dall’avvocato Dotti sostiene
di essere stata vittima di una
rapina e pretende dunque che
i ‘Lloyd’s’ inglesi
onorino l’impegno a pagarle
un indennizzo di oltre 2 miliardi.
Ma per gli assicuratori si è invece
trattato di furto con destrezza,
non coperto da garanzia e solo
tardivamente rappresentato come
rapina proprio per rientrare
in maniera fraudolenta sotto
l’ ‘ombrello’ della
polizza. E tra verdetti contrastanti
e colpi di scena, sullo sfondo
di storie di debiti di gioco
e disavventure finanziarie, ecco
l’ultima (in ordine di
tempo) ‘puntata’ con
Dotti che in vista della prossima
udienza civile ha chiesto pochi
giorni fa anche la testimonianza
a favore di Giorgio e Rosanna
Falck, nonché dell’ex
senatore psi Giorgio Casoli.
Il grande colpo -
Alle 9, 30 del 29 dicembre 1993,
la 53enne commessa del negozio,
Iride Confalonieri, da 10 anni
persona di fiducia della titolare
racconta al capo della squadra
antirapine della polizia, Paolo
Groppuzzo, che, mentre si trovava
sola nel negozio di via Montenapoleone,
era entrata una coppia a chiederle
di esaminare un’opera.
Mentre l’uomo l’ammirava
e la donna restava sulla soglia
mantenendo aperta la porta d’ingresso,
era suonato il campanello di
quella di servizio: il tempo
di rigirarsi, e la coppia era
già sparita con una testa
maschile di porfido risalente
al II secolo a.C. rappresentante
il filosofo greco Epicuro e un
libro d’Ore del XV secolo
miniato dall’autore francese
Jean Coulombe, acquistati per
300 e 572 milioni, ma assicurati
per 2 miliardi e 50 milioni.
Una sparizione, due versioni - ‘La
segnalazione parlava di furto
e la commessa non accennò minimamente
di essere stata oggetto di violenza
fisica subita dalla coppia’,
assicura il commissario al pm.
Ma meno di 10 ore dopo, la commessa,
accompagnata dalla titolare,
si ripresenta in Questura e cambia
versione: la verità, dice, è che
sono stata aggredita dall’uomo.
A sostegno della nuova versione,
non più furto con destrezza
ma rapina, ecco un referto medico
rilasciatole il 29 dicembre alle
21, 15 dal pronto soccorso del
Fatebenefratelli con diagnosi
di ‘contusione sternale
senza prognosi’. E la prima
versione? Ero spaventata, si
giustifica la donna, e non volevo
angosciare la titolare, perché ‘avevo
ricollegato l’episodio
con le minacce che in quel momento
la signora subiva in relazione
ai debiti di gioco contratti’.
La polizza birichina -
Ma che cambia tra furto con destrezza
o rapina? Cambia, cambia, come
si era già accorto il
commmissario Groppuzzo sfogliando
la polizza: ‘Dissi ai fratelli
Ariosto (Stefania e Carlo, soci
nella società, ndr) che
il furto che avevano subito non
era coperto da assicurazione
in quanto si trattava di furto
con destrezza. Quando appresero
ciò, entrambi furono spiacevolmente
sorpresi e manifestarono il loro
disappunto’. L’ ‘Ariosto
Consulting srl’, infatti,
nel 1992 aveva stipulato, per
il tramite del broker ‘Rasini
e Viganò’ (gruppo
Fininvest), una polizza sulle
opere d’arte con i ‘Lloyd’s
di Londra’, i quali, accusata
una prima scomparsa di un libro
miniato, al rinnovo avevano però depennato
il furto con destrezza dai rischi
assicurati sino al 31 dicembre
1993.
Affari e processi -
L’assicurata vuole l’indennizzo,
l’assicurazione lo rifiuta
adducendo le dubbie modalità dell’asserita
rapina, il fatto che la commessa
risulti collaboratrice e non
dipendente della società,
e soprattutto che le perizie
contabili non trovino nei bilanci
traccia delle due opere d’arte
rubate. Questi rilievi finiscono
sul tavolo del pm Maria Rosa
Sodano, che indaga sulla rapina.
Inevitabilmente l’inchiesta
scandaglia anche la vita della
derubata ed emerge che la contessa
era stata condannata in primo
grado per una bancarotta semplice
del 1988 (amnistiata però già prima
dell’appello), in seguito
al traumatico destino della società che
puntava a realizzare insieme
a Stefano Casiraghi (il marito
di Carolina di Monaco) un mega-centro
da 40 miliardi per gli appassionati
di golf nel milanese. Salta fuori
anche la storia dell’amministratore
di una società che nel
1991 la contattò per ottenere,
tramite i suoi rapporti con società finanziarie
e in cambio di una percentuale,
uno sconto di effetti commerciali
a firma dello scomparso ‘cassiere’ psi
Balzamo: ma l’affare, con
l’abortito intervento della ‘Mediolanum
Factor’ (gruppo Fininvest)
non andò in porto, e ‘ballarono’ tre
assegni da complessivi 200 milioni,
per i quali Ariosto venne denunciata
ma prosciolta nel maggio 1991
dal giudice Massimo Ruggiero
su conforme richiesta del pm
della pretura Filippo Fratelli.
Roulette calda -
Nel marzo 1994 un rapporto dei
carabinieri segnala al magistrato
l’ingresso della signora
Ariosto al casinò di Campione
d’Italia ‘circa 300
volte dal 23 dicembre 1991 all’11
ottobre 1993’ con altre
19 visite al casinò di
Saint Vincent e nessuna invece
alla casa da gioco di Sanremo,
dove le era stato ‘fatto
divieto d’ingresso dal
1991 su indicazione del casinò di
Montecarlo, in quanto chiedeva
di incassare vincite altrui’.
In maggio l’interessata
ribatte: ‘Nell’ambiente
mi sono creata numerose inimicizie
per aver denunciato cambisti
senza scrupoli che prestano soldi
a tassi usurai e che hanno metodi
di recupero crediti poco ortodossi’:
e, difesa in sede penale dall’avvocato
Manola Murdolo, reagisce censurando
gli asseriti metodi spicci e
invadenti del ‘detective’ britannico
dell’assicurazione Hugh
Taylor.
Contessa batte Lloyd’s
2 a 0 - Quando il pm
Sodano chiede e ottiene dal gip
Maurizio Grigo l’archiviazione
dell’indagine il 21 luglio
1994, l’assicurazione ripropone
i propri dubbi in sede penale
con un esposto che ipotizza la
simulazione di reato e la tentata
truffa: ma anche questo fascicolo
, trasmesso per competenza il
19 ottobre 1994 dal pm del tribunale
Ilio Poppa al pm della pretura
Stefano Aprile, viene archiviato
dal giudice Anna Maria Gatto
il 7 novembre.
Contrattacco -
Tre giorni dopo è l’avvocato
Dotti, con il collega Aurelio
Favaro, a spostare sul terreno
civile il contenzioso con una
mossa da quasi k.o. per i ‘Lloyd’s’:
il sequestro conservativo dei
loro beni in Italia sino a 2
miliardi e 200 milioni di lire,
che il 30 dicembre scorso il
giudice della quinta sezione
civile Giuseppe Valenti dispone
nel presupposto che ‘l’atteggiamento
dilatorio’ della compagnia
sia ‘dovuto alla sua grave
crisi finanziaria’, tale
da far dubitare della sua solvibilità.
I ‘Lloyd’s’ replicano
con l’avvocato Alessandro
Giorgetti che il trasferimento
in Gran Bretagna delle riserve
tecniche non è vigilia
di un crac, ma opzione contemplata
da una direttiva Cee, e insistono
sui dubbi circa le modalità della
rapina e sulla reale titolarità delle
opere trafugate.
E ribaltone -
Ma il 26 gennaio di quest’anno,
sempre la quinta sezione, con
il giudice Marco Manunta, accoglie
il reclamo dell’assicurazione
e revoca il sequestro, definendo ‘incongruenti’ le
motivazioni del cambio di versione,
ed esprimendo ‘dubbi sulla
fondatezza della domanda di indennizzo,
posto che il furto con destrezza
(prima denuncia) risulta espressamente
escluso dalla copertura assicurativa’.
The end ?
Solo a settembre, davanti alla
dodicesima sezione civile.
Giancarlo Lehner
(continua) |