Immagini diffamatorie pubblicate su Instagram: la reputazione va tutelata

Avv. Flaviano Sanzari

La tutela della reputazione va assicurata anche a chi subisce attacchi diffamatori su Instagram, attraverso la manipolazione di un’immagine. Pertanto, se i giudici nazionali non provvedono a punire chi lancia accuse false sul social network – classificando le informazioni come giudizi di valore, quando in realtà sono dichiarazioni di fatto – è certa la violazione dell’art. 8 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo, che assicura il diritto al rispetto della vita privata, incluso quello alla reputazione, Lo ha stabilito la Corte di Strasburgo con la sentenza depositata il 7 novembre 2017, relativa al ricorso n. 24703/15. A rivolgersi ai giudici internazionali è stato un blogger e scrittore islandese, che era stato accusato di stupro. L’uomo era stato prosciolto, ma su Instagram era stata poi diffusa una sua immagine, frutto di una manipolazione della copertina di un giornale, accompagnata da una frase offensiva che lo definiva «stupratore». L’autore si era difeso, sostenendo che l’immagine doveva circolare solo tra un gruppo limitato di persone e che era stata diffusa senza il suo consenso. I tribunali nazionali non avevano quindi accolto la richiesta di risarcimento da parte del blogger, sostenendo che la riproduzione dell’immagine con la didascalia contenesse un giudizio di valore. Così, al blogger non è rimasto altro che rivolgersi alla Corte europea dei diritti dell’uomo, che gli ha dato ragione. In particolare – osservano i giudici internazionali – è vero che il blogger era un controverso personaggio pubblico e che, in quanto tale, poteva essere sottoposto a critiche ad ampio raggio; ma ciò non vuol dire che non abbia diritto alla tutela della reputazione. La Corte di Strasburgo mette in primo piano la circostanza che la diffusione era avvenuta via internet,  comportando così maggiori rischi per il diritto alla reputazione rispetto a quella che avviene attraverso la stampa. Per i giudici, in ogni caso, l’errore di fondo è stato considerare un giudizio di valore l’espressione utilizzata da chi aveva postato l’immagine su Instagram. Se è vero che compete alle autorità nazionali dare una valutazione su ciò che è da classificare come una dichiarazione di fatto o un giudizio di valore, la Corte europea ha ritenuto di intervenire limitando il margine di apprezzamento degli Stati. Chiarendo, cioè, che l’uso di espressioni quali “stupratore” non può, al di là del contesto, essere considerata come un’opinione. È stata quindi sbagliata la valutazione dei tribunali islandesi, che avrebbero dovuto constatare la mancanza di una base fattuale, visto che le accuse di stupro nei confronti del blogger erano state archiviate. La Corte non esclude che una dichiarazione di un fatto possa, in un determinato contesto, essere considerata un giudizio di valore. Ma sottolinea che va sempre richiesta una base fattuale sufficiente. Non rileva, inoltre, il comportamento del diffamato: potrà anche aver assunto una condotta provocatoria, ma questo non giustifica l’accusa di un atto illecito senza un supporto concreto. La Corte di Strasburgo conclude, quindi, affermando la violazione dell’art. 8 della Convenzione europea da parte dello Stato Islandese, proprio perché i giudici nazionali non hanno raggiunto un giusto equilibrio tra i diversi diritti in gioco: da un lato, la libertà di espressione e, dall’altro, la tutela della reputazione.