36° Congresso Internazionale di ATRIP – “The Object and Purpose of Intellectual Property”

25 Ottobre 2017 – Wellington, Nuova Zelanda.

L’Avv. Maria Letizia Bixio interverrà durante la seconda giornata del 36° Congresso Internazionale di ATRIP – “The Object and Purpose of Intellectual Property”  che si terrà presso la Victoria University di Wellington, con una relazione dal titolo: “Collective Management Systems Vis-à-Vis Competition Law and Policy, The European Response”.

SMAU – “Strumenti giuridici per l’imprenditore innovativo: piani di work for equity ed equitycrowdfunding”

WORKSHOP – Smau Milano 2017

 

Milano – Mercoledì 25 Ottobre – ore 15:00

A cura di Startup Ally

Programma:

Milena Prisco, Studio Previti – Remunerazione e incentivazione: suggerimenti tecnici e spunti pratici per implementare i piani destinati ai dipendenti, agli advisor e ai partner commerciali.

Francesca Ferrero, Studio Trevisan e Cuonzo – La disciplina della PI sviluppata dal dipendente/la tutela del segreto aziendale.

Giovannella Condò, Milano Notai – Gli investitori on line. Cosa fare, come gestire i rapporti con i founders.

Illegittimo il licenziamento per attività prestata in malattia che non pregiudica la guarigione

La Corte di Cassazione con sentenza n. 21667 del 19 settembre 2017 ha dichiarato illegittimo un licenziamento irrogato ad una lavoratore che durante un periodo di assenza dal lavoro per malattia aveva svolto attività lavorativa presso l’esercizio commerciale del figlio.

La Suprema Corte nella summenzionata sentenza ha ribadito il consolidato principio sulla base del quale lo svolgimento di un’altra attività lavorativa da parte del dipendente assente per malattia è idoneo a giustificare il recesso del datore di lavoro per violazione dei doveri generali di correttezza e buona fede e degli specifici obblighi contrattuali di diligenza e fedeltà ove tale attività esterna, prestata o meno a titolo oneroso, sia per sé sufficiente a far presumere l’inesistenza della malattia, dimostrando, quindi, una sua fraudolenta simulazione, ovvero quando, valutata in relazione alla natura della patologia e delle mansioni svolte, l’attività stessa possa pregiudicare o ritardare la guarigione e il rientro del lavoratore in servizio (v. ex plurimis Cassazione n. 17625/2014 e n. 24812/2016).

Secondo la Cassazione, la corte territoriale ha vagliato adeguatamente le attività svolte dal lavoratore risultanti dagli atti di causa (fotografie effettuate dall’agenzia investigativa) e dalle risultanze istruttorie, escludendo, dopo aver richiamato la giurisprudenza di legittimità sul rilievo disciplinare dello svolgimento dell’attività lavorativa durante la malattia,  che potessero integrare la giusta causa di licenziamento.

Le attività svolte, infatti, potevano essere astrattamente riconducibili a una prestazione lavorativa, tuttavia non erano idonee a pregiudicare la guarigione del lavoratore, né tanto meno ad avvalorare l’ipotesi di inesistenza della malattia.

La Corte di Giustizia interpreta in maniera estensiva il concetto di licenziamento

La Corte di Giustizia CE-UE con sentenza 21 settembre 2017, n. C-429/16 afferma che nella nozione di “licenziamento” deve essere ricompresa qualsiasi cessazione del contratto che si verifica per iniziativa del datore di lavoro.

Ciò posto, precisa la Corte di Giustizia, anche una modifica unilaterale delle condizioni contrattuali e salariali che si verifica per iniziativa del datore di lavoro cui consegue, per rifiuto del lavoratore, la risoluzione del contratto, va annoverata ai fini del calcolo del numero complessivo dei licenziamenti effettuati.

Sulla scorta di tale principio si dovranno attendere gli affetti di tale pronuncia nel diritto nazionale che attualmente, invece, considera valevoli nel computo esclusivamente i licenziamenti.

Quando una quietanza assume valore di transazione

Avv. Francesca Frezza

La generica rinuncia del lavoratore ad una serie di titoli riferibili astrattamente al rapporto di lavoro ha valore nella misura in cui vi sia consapevolezza da parte del dipendente di ciò che consegue alla abdicazione dei diritti che debbono essere determinati o determinabili sia sulla base della documentazione che del comportamento tenuto dalle parti.

La Suprema Corte con la recente sentenza n. 20976 dell’8 settembre 2017 si riallaccia al summenzionato principio consolidato ribadendo che la usuale formula “al solo fine di evitare qualsiasi rischio di controversie” costituisce semplice quietanza e non preclude la possibilità a future rivendicazioni.

Il caso sottoposto al vaglio della Suprema Corte riguardava un ricorso promosso da un lavoratore che chiedeva accertarsi il proprio diritto a vedersi ricalcolare il TFR sulla base del lavoro straordinario svolto in via continuativa.

Sia in primo che in secondo grado il lavoratore era risultato soccombente.

La Corte territoriale di Bari, in particolare, aveva rigettato la domanda sul presupposto che, all’atto di risoluzione del rapporto, il lavoratore aveva firmato un documento nel quale la società dichiarava di corrispondere, oltre alle competenze finali dovute, una ulteriore somma a titolo transattivo per integrazione del TFR al solo fine di evitare qualsiasi rischio di eventuali controversie.

La corte territoriale riteneva, quindi, che l’atto sottoscritto aveva piena efficacia di rinuncia e transazione essendo chiara la volontà abdicativa e dismissiva del diritto.

La Corte di Cassazione, tuttavia, ha ritenuto fondato il gravame promosso dal lavoratore sul presupposto che la consapevolezza del diritto non poteva certo dirsi esistente a fronte di una generica rinuncia.

Allorquando un datore di lavoro, come nel caso di specie, oltre al trattamento di fine rapporto, si impegna a corrispondere, all’atto della cessazione del rapporto, una somma lorda a titolo di rinuncia a far valere eventuali rivendicazioni anche relative al calcolo del TFR, l’eventuale adesione del lavoratore si configura come una mera quietanza e non esclude future rivendicazioni relative all’incidenza dello straordinario sul TFR.

Precisa, infatti, la corte che la quietanza a saldo sottoscritta dal lavoratore ove contenga una dichiarazione di rinuncia riferita, in termini generici, ad una serie di titoli in astratto ipotizzabili in relazione alla prestazione di lavoro subordinato e alla conclusione del relativo rapporto, può assumere il valore di rinuncia o di transazione alla condizione che risulti accertato, sulla base dell’interpretazione del documento o per il concorso di altre specifiche circostanze desumibili “aliunde”, che essa sia stata rilasciata con la consapevolezza di diritti determinati o obiettivamente determinabili e con il cosciente intento di abdicarvi o di transigere sui medesimi; infatti, enunciazioni di tal genere sono assimilabili alla clausole di stile e non sono sufficienti di per sé a comprovare l’effettiva sussistenza di una volontà dispositiva dell’interessato (ex plurimis Cassazione n. 8991/2008; 11536/2006; 13792/2006).

Prescrizione in materia di danno da omissione contributiva: le Sezioni Unite chiariscono i termini

Avv. Francesca Frezza

Il diritto del lavoratore a vedersi costituire, a spese del datore, la rendita vitalizia per effetto del mancato versamento da parte di quest’ultimo dei contributi previdenziali è soggetto all’ordinario termine di prescrizione che decorre dalla data di prescrizione del credito contributivo dell’inps, indipendentemente dal fatto che il lavoratore sia o meno a conoscenza della omissione contributiva.

È quanto ha precisato la Corte di Cassazione a sezioni Unite con sentenza n. 21302 del 14 settembre 2017, all’esito di un gravame promosso dalla Regione Toscana avverso la sentenza della Corte di Appello di Firenze (sentenza depositata il 19.2.2016) che aveva accolto l’impugnazione da parte di una ex dipendente avverso la sentenza del Tribunale della stessa sede – che le aveva rigettato la domanda volta all’accertamento del diritto alla costituzione della rendita vitalizia nei confronti dell’Inps.

La sentenza della Corte territoriale aveva riconosciuto tale diritto alla lavoratrice per il periodo compreso tra gennaio 1973 e settembre 1974, condannando lo stesso istituto di previdenza alla determinazione della riserva matematica e la Regione Toscana, presso la quale l’appellante era impiegata dal 21.9.1974, a versare direttamente all’Inps tale riserva per la regolarizzazione della posizione assicurativa.

La ricorrente deduceva la violazione o falsa applicazione degli artt. 13 L. n. 1338/1962, 2935, 2939, 2946 e 1227 cod. civ., nonché l’omesso esame circa un fatto decisivo oggetto di discussione tra le parti, contestando la decisione con la quale la Corte di merito aveva ritenuto che nella fattispecie non era maturata l’eccepita prescrizione del diritto preteso dalla controparte.

Assumeva, invero, la ricorrente che, avendo la lavoratrice chiesto la condanna della datrice di lavoro a versare all’Inps la riserva matematica, il termine di prescrizione decorreva solo dal momento della prescrizione del credito contributivo dell’Inps.

Ciò posto, considerato che il periodo rispetto al quale si chiedeva l’accertamento della sussistenza del rapporto di lavoro era compreso tra il mese di gennaio del 1973 e quello di settembre del 1974, ne conseguiva che nel mese di ottobre del 1984 si era prescritto il credito contributivo e nel mese di ottobre del 1994 il diritto alla costituzione della rendita.

Erano da considerare, quindi, a parere del ricorrente, tardive sia la richiesta pervenuta alla Regione Toscana in data 31 maggio 2008 per il riconoscimento contributivo, sia la domanda del versamento della riserva matematica all’Inps proposta col ricorso di primo grado depositato ‘8.5.2012 e notificato il 9.10.2012.

Per la Suprema Corte il motivo di doglianza è fondato, precisando che “il diritto del lavoratore di vedersi costituire, a spese del datore di lavoro, la rendita vitalizia di cui all’art. 13, comma 5, della I. n. 1338 del 1962, per effetto del mancato versamento da parte di quest’ultimo dei contributi previdenziali, è soggetto al termine ordinario di prescrizione, che decorre dalla data di prescrizione del credito contributivo dell’INPS, senza che rilevi la conoscenza o meno, da parte del lavoratore, della omissione contributiva” (conf. a Cass. Sez. Lav. n. 3756 del 13.3.2003) nonchè (Cass. Sez. Lav. n. 12213 del 3.7.2004) che “nel caso di omessa contribuzione previdenziale da parte del datore di lavoro e di prescrizione del corrispondente diritto di credito spettante all’ente assicuratore, il prestatore di lavoro subisce un danno immediato, diverso dalla perdita futura e incerta della pensione di anzianità o di vecchiaia, consistente nella necessità di costituire la provvista per il beneficio sostitutivo della pensione. La prescrizione del diritto al risarcimento di questo danno decorre dal momento di maturazione della prescrizione del diritto ai contributi, spettante all’ente assicuratore

Pertanto, a parere della Suprema Corte, ha ragione la difesa dell’ente territoriale a dolersi della decisione della Corte d’appello di ritenere inapplicabile la prescrizione alla richiesta di costituzione della rendita in esame, atteso che il principio di certezza del diritto impone di considerare che sussiste un termine finale entro il quale lavoratore interessato possa esercitare il diritto potestativo a vedersi costituire la rendita di cui alla L. n. 1338 del 1962, art. 13, per i contributi omessi e tale prescrizione non può essere che quella ordinaria decennale.

A sua volta, per le stesse ragioni di certezza, quest’ultimo periodo di prescrizione non può che decorrere dalla maturazione della prescrizione, anch’essa decennale, del diritto al recupero dei contributi da parte dell’Inps per l’accantonamento necessario alla costituzione della riserva matematica del relativo fondo di destinazione.

Obblighi informativi ed adeguatezza dell’investimento

Non è sufficiente, per ritenere assolti gli obblighi informativi che gravano sull’intermediario finanziario, aver fornito e fatto sottoscrivere al cliente con propensione al rischio medio-bassa una serie di documenti, pur in osservanza delle disposizioni di legge, qualora a ciò non si accompagni un’effettiva attività di informazione del cliente tesa a consentirne la formazione di una volontà pienamente consapevole, che tenga conto, in particolare, della concreta propensione al rischio desumibile anche da investimenti pregressi.

Lo ha stabilito il Tribunale di Santa Maria Capua Vetere con sentenza dell’11.7.2017.

Il contratto quadro è valido anche se firmato solo dalla banca

Avv. Daniele Franzini

Una nuova pronuncia in ordine alla nullità o meno, ex art. 23 TUF, del contratto quadro (ovvero del contratto relativo alla prestazione di servizi di investimento) sottoscritto dal solo investitore ed alla revoca della proposta di conclusione del contratto quadro da parte dell’investitore.

La nullità di cui all’art. 23 del D. Lgs. 24 febbraio 1998, n. 58, prevista in caso di inosservanza della forma scritta del contratto quadro, è volta a tutelare in via principale l’interesse dell’investitore, sicché non è invocabile la declaratoria di nullità richiesta sul presupposto, ritenuto indispensabile, che la volontà contrattuale di entrambi i contraenti sia estrinsecata per iscritto e contestualmente.

Ciò in quanto tale principio non è ricavabile dalla funzione essenziale della disciplina normativa, tutta imperniata sulla tutela che la forma scritta è in grado di assicurare ad una sola delle parti, alla quale riserva la esclusiva legittimazione ad agire.

Lo ha stabilito la Corte d’Appello di Venezia, con la sentenza n. 1938 del 12.9.2017.

In primo luogo la Corte ha osservato, in ordine alla tesi dell’investitore di aver revocato la proposta di conclusione del contratto quadro, che nell’atto introduttivo del giudizio di primo grado non era stata espressa l’intenzione di revocare la proposta e che essa non poteva essere ravvisata neppure per implicito, perché i ricorrenti (eredi dell’investitore) avevano sostenuto tout court la mancanza del contratto quadro.

Inoltre, la Corte ha escluso che la revoca possa derivare dalla mera affermazione da parte dell’investitore della nullità per la opinata mancanza del contratto quadro, non potendosi inferire da tale circostanza in maniera inequivoca la revoca della proposta, viepiù in quanto detta revoca non è avvenuta neppure dopo la produzione del contratto quadro da parte della banca, perché allora l’investitore ha predicato la nullità per difetto della doppia firma.

Ciò premesso, il Collegio veneziano ha affrontato il tema della necessità o meno che il contratto quadro sia sottoscritto sia dall’investitore sia dall’intermediario finanziario, rilevando che la Corte di Cassazione, pur in presenza di un orientamento favorevole alla nullità del contratto quadro per carenza di sottoscrizione da parte della banca (Cass. Civ., n. 5919/16; Id.7068/16; Id. 10331/2016; Id. 8396/2016; Id.8395/2016), aveva ritenuto che la questione meritasse ulteriore disamina rilevando come “la predisposizione del contratto ad opera dell’intermediario e la teorica delle c.d. formalità di protezione possano indurre ad ulteriori riflessioni sul punto” (Cass. Civ. n. 10331/2016).

La Corte d’Appello di Venezia ha poi richiamato la sentenza n. 10447/2017 della Corte di Cassazione, che ha proposto la rimessione alle Sezioni Unite della questione se, a norma dell’art. 23 d.lgs. n. 58 del 1998, il requisito della forma scritta del contratto d’investimento esiga, accanto a quella dell’investitore, anche la sottoscrizione ad substantiam dell’intermediario, evidenziando e facendo propria la seguente motivazione: “nei casi ove la legittimazione ad agire per la declaratoria di nullità del negozio è circoscritta a una parte soltanto, deve conseguentemente ritenersi che la forma prevista non sia un requisito indefettibile della manifestazione della volontà contrattuale dettato da preminenti esigenze d’indole pubblicistica (…). La imposizione della forma stabilita dall’art. 23 TUF, oppure ex art. 127 t.u.b. ovvero anche ex art. 36 codice consumo, trova la propria ragion d’essere e, al tempo stesso, il proprio confine ultimo nella protezione di quella parte che il legislatore ha valutato come bisognosa di tutela in ragione della sua posizione di soggetto non qualificato, non professionista, privo di particolari cognizioni tecniche, a fronte di una controparte professionalmente dedita allo svolgimento di attività tecniche che necessitano di peculiari conoscenze e informazioni. L’interesse generale e superindividuale, la cui presenza non può essere esclusa anche in tali fattispecie, è comunque protetto solo in via indiretta e passa attraverso il vaglio della parte unica legittimata (…). Essendo questa la funzione che gli articoli 23 t.u.f. o 127 TUB intendono assicurare attraverso la previsione di forma, è agevole individuarne anche il concreto ambito di operatività. Nel caso in esame la declaratoria di nullità è invocata sul presupposto, ritenuto indispensabile, che la volontà contrattuale di entrambi i contraenti sia estrinsecata per iscritto e contestualmente mentre tale principio non è ricavabile dalla funzione essenziale della disciplina normativa, tutta imperniata sulla tutela che la forma scritta è in grado di assicurare ad una sola delle parti (alla quale riserva la esclusiva legittimazione ad agire)”.

 

AGCM: nuove soglie per le concentrazioni tra imprese

La legge 124 del 9 agosto 2017 ha modificato le soglie di fatturato al superamento delle quali scatta l’obbligo di notificare preventivamente all’Antitrust (Autorità Garante per la Concorrenza ed il Mercato – AGCM) i dati relativi ad un’operazione che potrebbe realizzare una concentrazione tra imprese.

Una concentrazione si può avere allorquando un’impresa si fonda con – o acquisisca il controllo di – un’altra, ovvero nel caso in cui due o più società procedano alla creazione di un’impresa comune che eserciti stabilmente tutte le funzioni di un’entità economica autonoma.

Dal 29 agosto scorso, una operazione societaria che possa comportare una potenziale – concentrazione tra imprese deve essere preventivamente comunicata all’ACGM se: (i) il fatturato totale realizzato a livello nazionale dall’insieme delle imprese interessate superi i 492 milioni di euro; e se (ii) il fatturato totale realizzato individualmente a livello nazionale da almeno due delle imprese coinvolte sia superiore ai 30 milioni annui.

La differenza sostanziale con il sistema previgente risiede nel fatto che, oggi, le due soglie non sono previste come alternative, ma devono al contrario essere superate entrambe prima di far scattare l’obbligo di notifica all’Autorità. Inoltre l’importo relativo al fatturato realizzato individualmente dall’impresa (supra (ii)) è stato abbassato (prima era 50 mln ndr) e non riguarda più la sola impresa oggetto di acquisizione, bensì “almeno due delle imprese interessate”.

Le modifiche si inseriscono in una serie di altri interventi che hanno corretto la consistenza di queste soglie dal 2012 ad oggi al fine di rendere sempre più efficiente l’attività di controllo dell’AGCM. Il sistema attuale dovrebbe infatti prevedere “maglie” strette in modo da garantire un adeguato controllo preventivo senza con ciò sovraccaricare l’Autorità con operazioni di fatto irrilevanti sul piano della concorrenza.

Assemblee della s.p.a. in video e audio conferenza: le novità

Il Comitato Triveneto dei Notai lo scorso 30 settembre ha presentato le nuove massime in materia di atti societari, stabilendo, in una di esse, che nelle società per azioni così dette “chiuse” (cioè quelle in cui non c’è diffusione al pubblico del capitale sociale) l’intervento in assemblea mediante mezzi di telecomunicazione, può avvenire anche in assenza di una specifica previsione statutaria solo a condizione che siano rispettati in concreto i principi del metodo collegiale. In poche parole, la società nell’organizzare l’assemblea in video-/tele-conferenza deve garantire che tutti i partecipanti possano intervenire in tempo reale nella discussione e votare allo stesso modo come se fossero fisicamente presenti. Ne consegue che il presidente dell’assemblea dovrà verificare il pieno rispetto del metodo collegiale non solo in apertura di assemblea, ma anche nel corso della stessa, potendosi, pertanto, ipotizzare una sua legittima sospensione nel caso in cui il principio di collegialità e/o quello di parità di trattamento dei partecipanti venisse meno per ragioni di carattere tecnico. È stabilito, inoltre, che sia sempre possibile, con il consenso unanime, derogare alla regola statutaria.