Rinunciabilità al riposo nelle festività infrasettimanali solo previo accordo individuale tra datore di lavoro e lavoratore

La Corte di Cassazione con sentenza del 23 novembre 2017 si pronuncia in merito al diritto dei lavoratori di astenersi dallo svolgere l’attività in coincidenza delle festività infrasettimanali a seguito del gravame proposto da una società che era stata condannata al pagamento, in favore di alcuni lavoratori delle somme corrispondenti alla retribuzione giornaliera per le festività dell’8 dicembre e\o del 6 gennaio, avendo il primo giudice e anche la Corte territoriale ritenuto che l’emolumento fosse dovuto ex art. 7, comma 2, del c.c.n.l. industria metalmeccanica, a prescindere dalla legittimità del rifiuto dei lavoratori di prestare, come loro richiesto, attività lavorativa in dette giornate.

Si doleva la società che la sentenza impugnata aveva configurato il trattamento economico della festività come un diritto soggettivo incondizionato, inderogabile anche ad opera della contrattazione collettiva.

La Corte ritiene il motivo infondato, sul presupposto che la norma contrattuale citata prevede la possibilità di lavorare anche durante le festività, ma non un obbligo e la norma può ritenersi derogabile solamente previo dall’accordo individuale col datore di lavoro o da accordi sindacali stipulati da oo.ss. cui il lavoratore abbia conferito esplicito mandato.

La società lamenta poi che non sarebbe dovuto il trattamento di festività per il lavoratore assente ingiustificato o che sospenda il lavoro per sua volontà.

Anche tale motivo secondo la Suprema Corte è infondato atteso che ritenere che il trattamento non spetti in ipotesi in cui il lavoratore semplicemente rifiuti di prestare, come suo diritto, la sua opera durante le festività previste dalla legge non è operazione consentita, né desumibile dalla norma.

Il tempo tuta e il cambio turno degli operatori sanitari va retribuito

A deciderlo è una recentissima sentenza della Corte di Cassazione relativa ad un giudizio promosso in primo grado da un infermiere, dipendente di una azienda ospedaliera che rivendicava il diritto a percepire la retribuzione maturata per il tempo utilizzato per la vestizione/svestizione della divisa aziendale e per dare/ricevere le consegne all’uscita e all’entrata dal proprio turno di lavoro.

Il dipendente era risultato vittorioso sia in primo che in secondo grado e, pertanto, l’azienda ospedaliera aveva promosso ricorso in Cassazione.

La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 27799/2017 del 22 novembre 2017 ha sancito il principio sulla base del quale il tempo divisa e cambio turno sono adempimenti meritevoli di compenso economico poiché connessi a un’effettiva e diligente prestazione.

La Corte fonda la propria decisione sulla base dei seguenti principi: “per quanto riguarda il lavoro all’interno delle strutture sanitarie, nel silenzio della contrattazione collettiva integrativa, il tempo di vestizione/svestizione dà diritto alla retribuzione, essendo detto obbligo imposto dalle superiori esigenze di sicurezza e igiene riguardanti sia la gestione del servizio pubblico sia la stessa incolumità del personale addetto (…) quanto al cambio di consegne nel passaggio di turno, adempimento, anch’esso necessariamente connesso alle peculiarità del servizio sanitario, (…) va considerato, di per sé stesso, meritevole ricompensa economica, (…), accrescendo la dignità giuridica della regola deontologica della continuità assistenziale”.

Sulla base di tale decisione, quindi, dovrà essere retribuito sia il tempo che l’operatore sanitario ha impiegato per la vestizione (e la svestizione) della divisa sia il tempo per il passaggio di consegne all’entrata (e all’uscita) del proprio turno.

Licenziamenti Almaviva: “messaggio davvero inquietante anche per il futuro”

Avv. Francesca Frezza

Con ordinanza del 16 novembre 2017 il Giudice del Lavoro del Tribunale di Roma, dott. Buonassisi , ha accolto i ricorsi presentati da 153 lavoratori licenziati dalla società Almaviva Contact SpA ordinando a quest’ultima la reintegrazione dei dipendenti nel posto di lavoro e il risarcimento del danno dalla data del licenziamento alla data della reintegra.

La decisione si inserisce nell’ambito di un noto e complesso contenzioso pendente presso il Tribunale del Lavoro di Roma a seguito dei 1.666 licenziamenti operati dalla società Almaviva nei confronti dei dipendenti addetti presso la sede di Roma.

L’ordinanza del dott. Buonassisi traccia un solco rispetto alle precedenti decisioni intervenute che avevano dichiarato pienamente legittima la procedura di mobilità attuata dalla società Almaviva.

Il dott. Buonassisi, infatti, ha ritenuto non condivisibili le motivazioni poste alla base di alcune precedenti decisioni intervenute sul punto secondo le quali il rifiuto da parte delle RSU della sede di Roma di sottoscrivere l’accordo che ha riguardato la sede di Napoli e che ha “salvato” le sorti dei dipendenti addetti a quest’ultima sede, determina la preclusione dalla possibilità di comparare tali lavoratori, in quanto un simile modo di ragionare “sembra rovesciare l’ordine degli addendi”.

Osserva il Giudicante, infatti, “il datore di lavoro non poteva restringere l’ambito della scelta solo a Roma, senza rilevare in contrario che si trattava di proposta conforme ad un accordo stipulato con le organizzazioni sindacali e anche l’esigenza di ridurre il costo del lavoro in una certa unità produttiva non può giustificare tale limitazione”.

La decisione, quindi, della società di considerare esclusivamente il bacino dei dipendenti addetti alla sede di Roma e non l’intero complesso aziendale appare assolutamente illegittima in quanto, da un lato, le ragioni idonee a giustificare la delimitazione devono essere indicate e provate dal datore di lavoro, circostanze non emerse nel corso del giudizio, come rilevato dal Giudice, e, in ogni caso, l’accordo sindacale non può derogare ai criteri legali in quanto “in nessun modo il consenso sindacale può divenire lo strumento per attuare scelte obiettivamente discriminatorie”.

Come sopra rilevato, infatti, l’accordo non può essere contrario ai principi costituzionali e alle norme imperative e non può individuare criteri che, seppur indirettamente, risultano discriminatori “nell’ambito di una procedura collettiva e oltretutto con proposte di contenimento del costo del lavoro che sono anche palesemente lesive dei diritti individuali dei destinatari”.

Non è dato comprendere – osserva il Giudicante – “dove si nasconda in un simile vicenda “la razionalità e ragionevolezza” della scelta di Almaviva dovuta appunto al rifiuto dei lavoratori della sede di Roma di accettare la lesione dei loro più elementari diritti (…).

Il Giudicante conclude affermando che la scelta “e quindi anche l’accordo del 22.12.2016 se si aderisce all’interpretazione dello stesso Almaviva, si risolve in una illegittima discriminazione: chi non accetta di vedersi abbattere la retribuzione (a parità di orario e mansioni) e lo stesso tfr, in spregio all’art. 2103 c.c. e dell’art. 36 Cost. e di numerosi altri precetti costituzionali ancora vigenti, viene licenziato e chi accetta viene invece salvato. Un messaggio davvero inquietante anche per il futuro e che si traduce comunque in una condotta illegittima perché attribuisce valore decisivo ai fini della scelta dei lavoratori dal licenziare, pur se tramite lo schermo dell’accordo sindacale, ad un fattore (il maggior costo del personale in una certa sede rispetto alle altre) che per legge è del tutto irrilevante a questo fine”.

La società ha già comunicato che formulerà opposizione avverso tali ordinanze e comunque si attendono ora gli esiti delle ulteriori decisioni dei Giudici dello stesso Tribunale di Roma, al momento tutti orientati in senso contrario.

Chi lavori tramite il proprio account social resta un consumatore

Nel quadro della controversia relativa alla tutela dei dati personali portata avanti dal giurista austriaco Maximilian Schrems contro Facebook Ireland Ltd, l’avvocato generale della Corte di Giustizia ha chiarito incidentalmente un importante punto relativo alla possibilità di qualificare come consumatore un soggetto che utilizzi un social network per la propria attività professionale o anche semplicemente per promuoverla.

Schrems utilizza ormai da anni il proprio account Facebook per promuovere le proprie conferenze ed i propri libri sulla tutela del diritto alla privacy e ha da ultimo intentato una causa nei confronti di Facebook di fronte ai giudici austriaci, raccogliendo l’adesione di circa 25.000 altri utenti attraverso un appello pubblicato proprio sulla piattaforma social. Facebook ha sostenuto che, vista l’attività di attore “professionista” (in senso giudiziale) di Schrems e l’utilizzo che questi ha fatto del social network per promuovere la propria persona, attività e campagna, questi non potesse essere di fatto più considerato un consumatore e quindi intentare una causa di fronte ai tribunali austriaci. Sul punto, l’avvocato generale Bobek, nel negare la legittimazione di Schrems a rappresentare gli utenti che hanno aderito al suo appello (le regole per la class action in Austria ricalcano quelle stabilite al riguardo in Italia con conseguente legittimazione attiva affidata ad associazioni e non persone fisiche), ha stabilito come lo stesso possa tuttavia procedere contro Facebook in proprio conto rimanendo a tutti gli effetti un consumatore ed essendo tale qualifica indipendentemente dall’utilizzo fatto del mezzo social.01

Sindaci, prorogatio e responsabilità

La Cassazione nel corso del 2017 – e, da ultimo, con la sentenza n. 21566 del 18 settembre 2017 – si è espressa in diverse occasioni con riferimento ai sindaci e agli organi di controllo delle società di capitali. Tali decisioni presentano profili interessanti tanto più che, in base a quanto disposto dal disegno di legge delega “per la riforma delle discipline della crisi di impresa e dell’insolvenza” (v. newsletter di novembre), in un prossimo futuro saranno oltre 175.000 le PMI a responsabilità limitata che dovranno dotarsi di un organo di controllo.

Con dette decisioni, la Suprema Corte ha inteso delimitare sia l’ambito “spaziale” che l’ambito temporale in cui operano i sindaci, stabilendo, con la sentenza n. 21566/2017, che questi possono essere ritenuti responsabili unitamente agli amministratori per i danni subiti dalla società avendo mancato di osservare il dovere di vigilanza di cui all’art. 2407, co.2 c.c.  anche nel caso in cui non venissero individuati specifici comportamenti in contrasto con tale dovere, bastando invece che questi abbiano mancato di rilevare una violazione macroscopica commessa degli amministratori, trattandosi in definitiva di una responsabilità in re.

Sul fronte “temporale”, i giudici hanno poi esplicitato come si dispieghi l’effetto delle dimissioni dei sindaci in relazione ad una valutazione della loro responsabilità nell’interim che segue alle dimissioni stesse. La Corte, citando una propria precedente decisione (n. 6788/2012), ha affermato come sia possibile applicare in via analogica il regime della prorogatio stabilito per gli amministratori all’art. 2385 c.c., anche ai sindaci i quali quindi rimangono in carica – e responsabili – fino alla nomina dei loro successori. Questo sempre che la società non fosse dotata di sindaci supplenti (e in numero non inferiore ai sindaci dimissionari), i quali, avendo già accettato la carica di sindaci, necessitano solo della comunicazione di subentro per sostituire il sindaco uscente.01

Nuova “benzina” per startup e PMI innovative dai fondi PIR

La Commissione Finanze della Camera ha approvato la proposta che prevede un’estensione dei Piani Individuali di Risparmio (PIR) agli investimenti in società startup e PMI innovative. Il testo, ora in mano al Governo, potrà, con ogni auspicio, essere inserito già nella prossima Legge di bilancio.

I PIR, introdotti lo scorso anno dalla L. 232/2106, rappresentano una forma di risparmio fiscalmente incentivato e sono stati intesi come uno strumento volto a slegare il sistema economico italiano da un’ottica “bancocentrica” per liberare ed indirizzare i consistenti risparmi dei cittadini verso forme di investimento di cui beneficino in primis le PMI italiane, aggirando così il persistente immobilismo conseguenza del c.d. credit crunch. I PIR sono infatti riservati a piccoli investitori persone fisiche, i quali, a fronte di un investimento che deve essere mantenuto per almeno 5 anni – e che non può superare i 30mila euro annui e i 150mila nei 5 anni – ottengono in cambio un abbattimento del carico fiscale divenendo esenti dal pagamento di imposte su capital gain, dividendi, successione e donazioni. Le risorse raccolte da un PIR possono essere investite in diversi strumenti finanziari come azioni, obbligazioni e fondi di investimento e anche conti correnti bancari con un vincolo di diversificazione che impone che il 70% di quanto investito sia destinato ad strumenti emessi da imprese italiane (o imprese europee con stabile organizzazione in Italia). Il 30% di questo 70% deve inoltre essere investito in strumenti emessi da imprese diverse da quelle incluse nel catalogo FTSE Mib e cioè verso imprese di dimensioni minori come quelle quotate nei segmenti MidCap (che raccoglie i titoli a media capitalizzazione), Star (Segmento Titoli con Alti Requisiti) o sul mercato AIM (Alternative Investment Market) con un ulteriore vincolo di concentrazione, il quale impone che non più del 10% del portafoglio possa essere destinato a strumenti emessi dallo stesso emittente.

Ora, laddove il testo approvato dalla Commissione Bilancio dovesse effettivamente tradursi in un emendamento alla prossima Legge di Bilancio potranno definirsi PIR solamente i fondi che, oltre a tutte le condizioni sopra elencate, rispetteranno un ulteriore requisito e cioè investano il 3% delle risorse raccolte in fondi che investono in start-up e/o PMI innovative.

Nuova vita agli SFP: le massime del Consiglio Notarile di Milano

Avv. Milena Prisco

Il 7 novembre scorso, il Consiglio Notarile di Milano ha emanato sei massime che analizzano diversi aspetti caratteristici degli Strumenti Finanziari Partecipativi (SFP) regolati dall’articolo 2346, comma 6 codice civile in materia di società per azione. Il Consiglio è intervenuto con chiarimenti ed approfondimenti anche alla luce dell’incremento dell’utilizzo degli SFP avuto nell’ambito delle start up e PMI innovative per l’implementazione dei piani di work for equity ed incentivazione del personale. Le massime che vanno dalla 163 alla 168 sono un’occasione per evidenziare la duttilità degli SFP e la loro importanza come strumenti di finanziamento alternativo delle società di capitale.

Gli Strumenti Finanziari Partecipativi, meglio noti come SFP, sono strumenti finanziari, quindi fisiologicamente destinati ad apporti di finanza, che si pongono in una posizione ibrida fra le obbligazione e le azioni. Il codice civile ne detta una sintetica disciplina all’articolo 2346, comma 6 che, tuttavia, consente una importante flessibilità anche dovuta alla possibilità di disciplinarle la natura e le caratteristiche con clausole statutarie o, in alternativa, mediante un apposito regolamento. La commissione societaria del Consiglio Notarile di Milano ha pubblicato sei massime (dalla 163 alla 168) che chiariscono alcuni aspetti salienti degli SFP aprendo, indirettamente, a nuove possibili loro applicazioni.

In tema di competenza, i notai milanesi con la massima 163 hanno chiarito come l’emissione degli SFP e l’approvazione delle clausole statutarie che li disciplinano, rientrano nella competenza inderogabile dell’assemblea straordinaria, non delegabile, quindi, all’organo amministrativo che si occupa, invece, della fase esecutiva con la assegnazione effettiva degli strumenti ai beneficiari, sempre secondo quanto stabilito o dallo statuto o dal regolamento.

Con riferimento ai diritti patrimoniali nascenti dagli SFP, la massima n. 164 ha evidenziato come gli strumenti finanziari partecipativi possono anche non prevedere, a carico della società, l’obbligo di rimborso dell’apporto o del suo valore versato dal titolare dello strumento. Il che significa che un apporto di danaro a fronte della emissione di un SFP da parte di un socio o di un terzo consente una forma di finanziamento che non è iscrivibile al passivo come una obbligazione o un mutuo rimborsabile ma all’attivo del patrimonio in una apposita riserva non distribuibile; questo effetto ha una sua portata molto importante sui conti della società che in questo modo a fronte di una iniezione di danaro non vede appesantito il proprio asset debitorio. Resta il fatto, in ogni caso, che agli stessi strumenti, sia con sia senza diritto al rimborso, possono essere attribuiti uno o più dei diritti patrimoniali spettanti comunemente alle azioni, come nel caso del diritto all’utile, del diritto alla distribuzione delle riserve, diritto al riparto del residuo attivo di liquidazione e/o altri diritti patrimoniali di diversa natura come interessi fissi, variabili o come diritto alla conversione in partecipazione sociale.

Altro elemento di rilievo delle recenti massime è rappresentato dal principio enunciato dalla massima n. 165 secondo il quale gli SFP possono essere emessi a fronte di qualsiasi prestazione avente contenuto economico e di apporti che possono essere non solo precedenti e contestuali ma anche successivi, potendo effettuarsi con tutte le modalità consentite dalla legge, compresa la compensazione di crediti vantati verso la società emittente. E’ anche possibile, peraltro, l’emissione di strumenti senza apporto ma solo nei casi espressamente previsti dalla legge e nel caso di emissione di strumenti finanziari partecipativi a favore di tutti i soci in via proporzionale tra loro. La precisazione apre il campo ad apporti quali ad esempio diritti di proprietà intellettuale come brevetti in corso di registrazione.

Con riferimento, poi, al diritto di voto attribuito i titolari di SFP « su argomenti specificamente indicati», i notai milanesi ritengono che si tratti di un voto non cumulabile con quello degli azionisti nella formazione di un’unica delibera assembleare e che deve essere considerato separatamente. Alla luce di ciò viene ribadito come il voto dei titolari di questi strumenti deve essere esercitato in un’assemblea separata da quella degli azionisti o, quanto meno, “deve dar luogo a una deliberazione formata con un conteggio separato dei voti degli strumenti finanziari partecipativi”. La massima n. 167 fa, poi, luce su quali possano essere gli “argomenti specificamente indicati” sui quali può essere previsto il voto dei titolari di SFP, indicandoli: “(i) nell’esercizio di diritti e prerogative autonomamente concessi alla collettività degli strumenti finanziari partecipativi (come ad esempio la nomina di un componente degli organi sociali); (ii) nell’approvazione di determinate deliberazioni di competenza dell’assemblea ordinaria o straordinaria degli azionisti, fatta eccezione per le materie per le quali la legge non consente la previsione di maggioranze più elevate (ossia l’approvazione del bilancio e la nomina e la revoca delle cariche sociali, ai sensi dell’art. 2369, comma 4, c.c.); (iii) nell’autorizzazione al compimento di determinati atti da parte degli amministratori, a prescindere dal fatto che lo statuto preveda o meno l’autorizzazione dell’assemblea ordinaria ai sensi dell’art. 2364, comma 1, n. 5, c.c., in riferimento ai medesimi atti di amministrazione”.

Opposizione all’esecuzione

La conclusione della procedura esecutiva, proseguita, in pendenza di opposizione, a seguito di rigetto dell’istanza sospensiva proposta ai sensi dell’art. 624 c.p.c., non determina la cessazione della materia del contendere nel giudizio di opposizione all’esecuzione, permanendo l’interesse dell’opponente ad una decisione sull’insussistenza del diritto del creditore a procedere ad esecuzione forzata, anche ai fini della dichiarazione di inefficacia degli atti del processo esecutivo.

Lo ha stabilito la Corte di Cassazione con la sentenza n. 20924 del 7.9.2017.

Pagamento con cambiali: l’onere della prova del fatto estintivo grava sul debitore

Avv. Daniele Franzini

Quando il pagamento venga eccepito mediante la produzione di assegni o cambiali, che per loro natura presuppongono l’esistenza di un’obbligazione cartolare (e l’astrattezza della causa), l’onere probatorio grava in capo al debitore, che deve dimostrare il collegamento degli assegni prodotti con i crediti azionati, allorchè esso sia contestato dal creditore.

Lo ha stabilito la Corte di Cassazione con l’ordinanza n. 26275 del 6 novembre 2017.

Deve premettersi che in generale – alla luce dei principi espressi dalla consolidata giurisprudenza di legittimità in riferimento al combinato disposto di cui agli artt. 1193 e 2697 cod. civ. (Cass., 27 luglio 2006, n. 17102) – ove il convenuto eccepisca il pagamento del debito, dimostrando di aver già corrisposto all’attore una somma idonea alla sua estinzione, l’attore, il quale controdeduca che l’eseguito pagamento è da imputare ad un debito diverso da quello dedotto in giudizio, ha l’onere di provare l’esistenza di tale altro suo credito, nonchè la sussistenza delle condizioni necessarie per l’allegata diversa imputazione.

Tale principio opera, ovviamente, nel contesto della disciplina più generale che vede il creditore, il quale agisca per il pagamento di un suo credito, onerato soltanto della prova del rapporto o del titolo dal quale il suo diritto è originato e non anche del mancato pagamento, giacchè il pagamento integra un fatto estintivo dell’obbligazione, la cui prova incombe al debitore che lo eccepisca.

Ora, secondo quanto affermato dagli Ermellini, soltanto a fronte della comprovata esistenza di un pagamento avente efficacia estintiva, ossia puntualmente eseguito con riferimento ad un determinato credito, l’onere alla prova viene nuovamente a gravare sul creditore il quale controdeduca che il pagamento deve imputarsi ad un credito diverso. L’onere del convenuto di provare il fatto estintivo rappresenta, infatti, un prius logico rispetto all’onere di provare la diversa imputazione del pagamento, nel senso che l’onere del creditore acquista la sua ragion d’essere soltanto dopo che il debitore abbia dato la prova esauriente del fatto estintivo (Cass., 11 marzo 1994, n. 2369; Cass., 9 gennaio 2007, n. 205; Cass., 4 ottobre 2011, n. 20288).

Dunque, se l’onere della prova in capo al creditore in ordine alla dedotta diversa imputazione di pagamento sorge soltanto in caso di pagamento avente efficacia estintiva, ne consegue che ciò non si verifica quando il pagamento venga eccepito mediante la produzione di assegni o cambiali, che per loro natura presuppongono l’esistenza di un’obbligazione cartolare (e l’astrattezza della causa), così da ribaltare nuovamente l’onere probatorio in capo al debitore, che deve dunque dimostrare il collegamento degli assegni prodotti con i crediti azionati, là dove esso sia contestato dal creditore (Cass., 18 ottobre 2005, n. 20134; Cass., 15 febbraio 2007, n. 3457; Cass., 28 febbraio 2012, n. 3008).

Nella specie, la citata discordanza tra i pagamenti effettuati e l’importo delle fatture, nonchè l’emissione di titoli in data anteriore a tali documenti, hanno integrato presso il giudice di merito l’apprezzamento, insindacabile in sede di legittimità, che non giovi alla prova del pagamento il possesso dei titoli cambiari, data la loro astrattezza, essendo previamente mancata la prova di un sicuro collegamento tra titoli e crediti vantati, con la citata conseguenza in punto di onere della prova dell’estinzione del debito.

Usura sopravvenuta. Intervengono nuovamente le Sezioni Unite

Avv. Daniele Franzini

Allorché il tasso degli interessi concordato tra mutuante e mutuatario superi, nel corso dello svolgimento del rapporto, la soglia dell’usura come determinata in base alle disposizioni della legge n.108 del 1996, non si verifica la nullità o l’inefficacia della clausola contrattuale di determinazione del tasso degli interessi stipulata anteriormente all’entrata in vigore della predetta legge, o della clausola stipulata successivamente per un tasso non eccedente tale soglia quale risultante al momento della stipula. Né la pretesa del mutuante di riscuotere gli interessi secondo il tasso validamente concordato può essere qualificata, per il solo il fatto del sopraggiunto superamento di tale soglia, contraria al dovere di buona fede nell’esecuzione del contratto.

Lo hanno stabilito le Sezioni Unite della Cassazione, con la sentenza n. 24675 del 19 ottobre 2017, con la quale hanno risolto un contrasto giurisprudenziale relativo all’applicabilità o meno della normativa antiusura (L. 108/1996) ai contratti di mutuo stipulati prima dell’entrata in vigore di quest’ultima.

Il problema della c.d. “usura sopravvenuta” riguarda i finanziamenti (soprattutto a tasso fisso) stipulati prima dell’entrata in vigore della L. 108/1996 (ma anche i finanziamenti stipulati successivamente), in cui gli interessi originariamente pattuiti nell’ambito del tasso-soglia, a seguito della sopraggiunta modifica del limite di usurarietà, si attestano al di sopra dello stesso.

In seno alla giurisprudenza di legittimità sono maturati, al riguardo, due contrastanti indirizzi: da un lato vi era chi escludeva la configurabilità del fenomeno della c.d. “usura sopravvenuta” ritenendo che il superamento del tasso-soglia degli interessi corrispettivi, originariamente convenuti in modo legittimo, in corso di esecuzione del rapporto non potesse determinarne ex artt. 1339 e 1418 c.c. la riconduzione entro il tasso-soglia stabilito dalla legge; dall’altro lato vi era chi, viceversa, riteneva ammissibile la configurazione del fenomeno usurario in corso di rapporto, atteso che le norme che prevedono la nullità dei patti contrattuali che determinano la misura degli interessi in tassi così elevati da raggiungere la soglia dell’usura (introdotte con la L. n. 108 del 1996, art. 4), pur non essendo retroattive, comporterebbero l’inefficacia ex nunc delle clausole dei contratti conclusi prima della loro entrata in vigore.

In particolare, la Suprema Corte ha rammentato che la problematica si era posta subito dopo l’entrata in vigore della legge 108, tanto che il legislatore decise di intervenire con la nota norma d’interpretazione autentica di cui all’art. 1, comma 1, d.l. n. 394 del 2000, nella quale è stato chiarito che “Ai fini dell’applicazione dell’articolo 644 del codice penale e dell’articolo 1815, secondo comma, del codice civile, si intendono usurari gli interessi che superano il limite stabilito dalla legge nel momento in cui essi sono promessi o comunque convenuti, a qualunque titolo, indipendentemente dal momento del loro pagamento”.

Secondo le Sezioni Unite deve negarsi la configurabilità dell’usura sopravvenuta, atteso che il giudice è vincolato all’interpretazione autentica delle norme; segnatamente, il divieto di usura è contenuto esclusivamente nell’art. 644 c.p., mentre la legge 108/96 si limita a prevedere il meccanismo di determinazione del tasso oltre il quale gli interessi sono considerati usurari e l’art. 1815 c.c. contiene una sanzione in caso di usura.

Di talché, ha stabilito Corte: “sarebbe impossibile operare la qualificazione di un tasso come usurario senza fare applicazione dell’art. 644 cod. pen., ai fini dell’applicazione del quale, però, non può farsi a meno – perché così impone la norma di interpretazione autentica – di considerare il momento in cui gli interessi sono convenuti, indipendentemente dal momento del loro pagamento”.

Ne deriva che deve ritenersi priva di fondamento la tesi dell’illiceità della pretesa del pagamento di interessi a un tasso divenuto superiore alla soglia usura solo nel corso del rapporto, ma contenuto nei limiti della soglia alla data della pattuizione.