Pignoramento di credito non esigibile

La Corte di Cassazione, con sentenza n. 15607 del 22 giugno scorso, ha affermato “l’assoggettabilità a pignoramento dei crediti non esigibili, condizionati e finanche eventuali, con il solo limite della loro riconducibilità ad un rapporto giuridico identificato e già esistente”.

Nello specifico, la non esigibilità del credito non esclude la sussistenza del credito stesso – a maggior ragione se risulta già accertato in sede giudiziale, anche con pronuncia non definitiva – né la possibilità della sua espropriazione, il che comporta il positivo accertamento del credito nel giudizio di cui all’art. 548 c.p.c. e la sua assegnazione in favore del creditore procedente, pur con il limite derivante dalle sue condizioni per l’esigibilità, le quali, rileveranno nell’ipotesi in cui il creditore assegnatario dovesse porre in esecuzione l’ordinanza di assegnazione.

Omessa indicazione del titolo esecutivo nel precetto

L’omessa indicazione del titolo esecutivo non rende nullo l’atto di precetto, laddove, chi lo riceve, dal contenuto complessivo dell’atto è in grado di identificare con certezza quale sia il titolo esecutivo e la circostanza che lo stesso sia stato effettivamente notificato.

Così ha di recente statuito la Corte di Cassazione, che con sentenza n. 15316 del 20 giugno scorso, ha ritenuto valido l’atto di precetto notificato in rinnovazione di un precedente precetto, in cui vi era l’indicazione degli estremi della sentenza di condanna, sulla base del quale era intimato il debitore, e con la precisazione che tale sentenza era stata notificata unitamente al primo precetto.

Dal 30 ottobre 2021 maggiori competenze per i giudici di pace

Avv. Daniele Franzini

Il 10 luglio scorso il Consiglio dei Ministri ha approvato in via definitiva il decreto legislativo che completa l’attuazione della delega – concessa al Governo con la legge n. 57 del 2016 – per una riforma organica della magistratura onoraria.

Il decreto introduce uno statuto unico della magistratura onoraria, applicabile ai giudici di pace, ai giudici onorari di tribunale e ai vice procuratori onorari, inserendo i primi due nell’ufficio del giudice di pace.

Dal 30 ottobre 2021, quando i nuovi giudici onorari immessi avranno terminato la fase formativa, sarà ampliata ulteriormente la competenza per materia del giudice di pace, nella quale confluirà un insieme di cause e procedimenti civili di “minore complessità” fino ad ora di competenza del tribunale. In particolare, ai giudici di pace, saranno delegate:

– le cause relative a beni mobili di valore non superiore a cinquantamila euro, nonché quelle relative al pagamento a qualsiasi titolo di somme di denaro non eccedenti il medesimo valore;

– le cause di risarcimento del danno prodotto dalla circolazione dei veicoli e dei natanti, purché il valore della controversia non superi i centomila euro;

– i procedimenti di espropriazione presso terzi, purché il valore del credito pignorato non superi i cinquantamila euro.

I giudici onorari di pace saranno assegnati alla struttura organizzativa denominata “ufficio per il processo”, costituita presso il tribunale del circondario dove ha sede l’ufficio del giudice di pace cui sono assegnati. In particolare, si prevede che i giudici onorari di pace eserciteranno la giurisdizione in materia civile e penale e la funzione conciliativa in materia civile, nel rispetto delle disposizioni dei codici di procedura civile e penale e delle leggi speciali. Mentre, per quanto concerne i vice procuratori onorari, ai sensi dell’art. 2 del decreto, “sono costituite nelle procure della Repubblica presso i tribunali ordinari, strutture organizzative denominate ‘ufficio dei vice procuratori onorari’”.

Per quanto concerne i magistrati onorari, all’interno del decreto vengono disciplinate le modalità di conferimento dell’incarico, la sua durata temporanea (limitata a non più di due quadrienni, con la necessità di conferma dopo il primo quadriennio) lo svolgimento dello stesso in modo da assicurare la piena compatibilità con il compimento di altre attività remunerative e da non richiedere al magistrato onorario un impegno superiore ai due giorni a settimana. Si prevede, altresì, una rideterminazione del ruolo e delle loro funzioni, il riconoscimento della precipua natura formativa delle attività svolte presso le rispettive strutture organizzative, l’individuazione dei compiti e delle attività delegabili dal magistrato professionale al magistrato onorario, la regolamentazione dei compensi, l’articolazione di un regime previdenziale e assistenziale adeguato in ragione dell’onorarietà dell’incarico.

Il provvedimento contiene, infine, uno specifico regime transitorio per i magistrati onorari in servizio alla data della riforma. I magistrati onorari che ne facciano domanda potranno essere confermati nell’incarico per un periodo massimo di quattro quadrienni, da computare a far data dal giugno 2016, purché confermati ad ogni scadenza quadriennale dal Consiglio superiore della magistratura.

Commissione di massimo scoperto

Con l’ordinanza n. 15188 del 20 giugno 2017, la prima sezione della Corte di Cassazione ha rimesso al Primo Presidente, per l’eventuale sottoposizione alle Sezioni Unite Civili, la questione della rilevanza usuraria della commissione di massimo scoperto. Il quesito concerne, in particolare, l’interpretazione della natura della disciplina di cui all’art. 2-bis della L. n. 2/09, da cui discende che la commissione in esame debba essere inclusa o meno nella formula per il calcolo del TEG, anche per il periodo anteriore al gennaio 2010.

Risoluzione degli ordini di acquisto

Avv. Daniele Franzini

A fronte dell’inadempimento dell’intermediario degli obblighi imposti dalla legge, l’investitore, contraente non inadempiente, può agire per la sola risoluzione dei singoli ordini di investimento nei quali il detto inadempimento si è consumato, fermo restando il necessario riscontro che trattasi, in concreto, di inadempimento di non scarsa importanza rispetto all’ordine per il quale si è verificato.

Lo ha stabilito la Corte di Cassazione, con la sentenza n. 12937 del 23 maggio 2017.

In particolare, la questione sulla quale si è espressa la Corte attiene alla possibilità che una richiesta risolutoria (come espressamente formulata nella relativa direzione) possa comportare la caducazione dei soli ordini a cui, nello specifico, la stessa viene a riferirsi, lasciando così in essere il contratto quadro, nel caso non interessato dalla richiesta di risoluzione; come pure lasciando fermi e integri nella loro esecuzione gli altri ordini di investimento che, per ipotesi, fossero stati effettuati e che non vengano investiti dalla domanda risolutoria, che nel concreto risulti articolata.

La Corte, nel richiamare propri precedenti arresti, ha invero affermato che l’inadempimento degli obblighi gravanti sull’intermediario ben può giustificare, tanto la risoluzione del contratto quadro, quanto quella dei singoli ordini, ovviamente nella misura in cui, per la sua importanza, si riveli idoneo a determinare un’alterazione dell’equilibrio contrattuale.

Ricorrendone i presupposti, l’investitore, nella sua veste di contraente non inadempiente, può cioè indirizzare l’azione, a seconda del suo interesse, nel senso della caducazione dell’intero rapporto con l’intermediario o nel senso invece della sola caducazione di talune parti dello stesso.

Ciò in quanto, chiarisce la Corte, qualora il contraente inadempiente (nella specie, l’intermediario) potesse opporre a quello non inadempiente (l’investitore) la ‘necessità’ della risoluzione totale, verrebbe illegittimamente a spostarsi la facoltà di scelta, di cui all’art. 1453 cod. civ., dalla parte adempiente a quella inadempiente o ad alterarsi la stessa portata della disposizione normativa.

In altri termini, condizionare la caducazione dei singoli ordini alla caducazione dell’intero rapporto (altrimenti detto, al contratto quadro) implica far perdere al contraente non inadempiente, qual è – nel caso di specie – l’investitore, le utilità che pur il rapporto gli ha arrecato, per transitarle a vantaggio del contraente inadempiente (l’intermediario).

Con la pronuncia in esame, la Corte ha altresì precisato come i singoli ordini di investimento, concretamente verificatisi, si pongano all’interno della struttura fissata dal contratto quadro, nell’alveo tracciato dallo stesso.

Il che vale a escludere in radice la possibilità di racchiudere la fase logica (ben più che cronologica), che va dalla stipulazione del contratto quadro all’emissione dei singoli ordini, nell’ambito dell’agire precontrattuale (e della conseguente responsabilità); sì che l’assolvimento degli obblighi di informazione attiva e di adeguatezza costituisce proprio il ponte di passaggio tra la funzione di investimento, come resa dal contratto quadro, e i singoli investimenti, come inevitabilmente espressi dai singoli ordini: in questa «cinghia di trasmissione» consistendo propriamente la protezione sostanziale che il sistema vigente viene ad assicurare all’investitore.

Non viola la privacy la telecamera privata puntata sulla scala condominiale

La Corte di Cassazione Penale, con la recente sentenza 12 luglio 2017, n. 34151, si è pronunciata su un ricorso proposto avverso la sentenza con cui la Corte d’appello, andando di contrario avviso rispetto al Tribunale, aveva assolto un imputato dal reato di interferenze illecite nella vita privata. L’uomo aveva installato una telecamera sul muro del pianerottolo condominiale, nella parte contigua alla porta d’ingresso della propria abitazione, con cui inquadrava la porzione di pianerottolo prospiciente la porta suddetta, nonché la rampa delle scale condominiali e una larga parte del pianerottolo condominiale, in tal modo videoregistrando chiunque entrasse nel raggio d’azione della telecamera. La Suprema Corte – nel respingere la tesi della parte civile, vicino di casa dell’imputato, secondo cui la Corte d’appello aveva male interpretato l’art. 615/bis c.p. e la giurisprudenza formatasi sul punto, in quanto il pianerottolo condominiale costituirebbe “appartenenza” di un luogo di “privata dimora” ai sensi dell’art. 614 c.p. (richiamato dall’art. 615 bis c.p.) – ha invece affermato che le scale di un condominio e i pianerottoli delle scale condominiali non assolvono alla funzione di consentire l’esplicazione della vita privata al riparo da sguardi indiscreti, perché sono, in realtà, destinati all’uso di un numero indeterminato di soggetti e di conseguenza la tutela penalistica di cui all’art. 615 bis c.p. non si estende alle immagini eventualmente ivi riprese.

Tempo scaduto per la conservazione: vecchi dati telefonici da distruggere

Scade l’obbligo, per gli operatori telefonici e gli internet provider, di conservare i dati del traffico telefonico e telematico più vecchi, precedenti cioè i termini ordinari di conservazione. Ed è allarme sulle inchieste per i reati più gravi, mafia o terrorismo, che di questi termini più ampi si sono fin qui potute giovare.

L’obbligo sulla cosiddetta data-retention, infatti, era stato introdotto dal decreto antiterrorismo del 2015 (Dl n. 7), che per esigenze investigative ha imposto, fino al 30 giugno 2017, il mantenimento di tutti i dati di traffico, in deroga ai vincoli del codice della privacy, a partire dal 21 aprile 2015 (data di entrata in vigore della legge di conversione del decreto legge).

Ora, superata la scadenza del 30 giugno senza che il legislatore sia intervenuto (e, a quanto risulta, senza che abbia mostrato la volontà di intervenire), tornano ad applicarsi le regole base, quelle cioè previste dal codice della privacy, per cui i dati del traffico telefonico devono essere conservati per 24 mesi dalla comunicazione e quelli telematici per 12 mesi. Ciò vuol dire che, oggi, i gestori telefonici devono tenere solo le informazioni relative alle comunicazioni effettuate da due anni a questa parte (cioè, dal 3 luglio 2015 fino a oggi), mentre gli operatori internet devono conservare i dati relativi agli accessi dell’ultimo anno (vale a dire dal 3 luglio 2016 a oggi). Di conseguenza, tutti i dati precedenti, possono (devono?) essere distrutti da chi li detiene.

Con buona pace delle inchieste sui reati più gravi, dal terrorismo alla mafia come detto, che il decreto legge del 2015 intendeva invece tutelare.

Privacy Shield: a settembre la prima revisione dell’accordo Usa-Ue

Avv. Flaviano Sanzari

Il Gruppo che riunisce le Autorità Garanti europee (WP 29) ha reso note le raccomandazioni indirizzate alla Commissione Ue in vista della prima revisione congiunta dell’Accordo “Privacy Shield” relativo al trasferimento dei dati dall’Unione agli Stati Uniti. L’Accordo sullo “scudo privacy”, adottato il 12 luglio 2016, si fonda su un sistema di autocertificazione in base al quale le organizzazioni statunitensi che intendono ricevere dati personali dall’Unione europea s’impegnano a rispettare un insieme di principi in materia di privacy fissati dal sistema medesimo. Lo “scudo” prevede un riesame periodico dell’accertamento di adeguatezza, al fine di verificare che le constatazioni relative al livello di protezione assicurato dagli Stati Uniti nell’ambito dello Scudo continuino ad essere giustificate in fatto e in diritto.

La prima revisione periodica dell’accordo del Privacy Shield è prevista per il prossimo settembre 2017, quando la Commissione europea incontrerà i rappresentanti delle organizzazioni statunitensi interessate, in primo luogo la Federal Trade Commission e il Dipartimento del Commercio e, per le questioni relative alla sicurezza nazionale, i rappresentanti dell’intelligence e il Mediatore (Ombudsperson) istituito dallo Scudo.

Per garantire che le autorità statunitensi siano in grado di rispondere costruttivamente alle preoccupazioni riguardanti l’applicazione concreta dell’accordo, il Gruppo dei Garanti Ue comunicherà alla Commissione le informazioni e i chiarimenti su cui, anche alla luce dei commenti e delle criticità già evidenziate nel parere del dell’aprile scorso,  concentrerà la sua attenzione.

Per quanto riguarda la parte commerciale, alcune preoccupazioni erano state sollevate, ad esempio, sulle garanzie riguardo a decisioni automatizzate o in relazione all’assenza di indicazioni specifiche per l’applicazione dei principi del Privacy Shield da parte delle società che operano, quali responsabili del trattamento, per titolari stabiliti in Ue. Per quanto riguarda gli aspetti di law enforcement e sicurezza nazionale, il WP 29 chiederà garanzie  in merito al rispetto dei principi di necessità e proporzionalità nella eventuale raccolta massiva di dati personali,  nonché sulle nomine dei quattro membri del Privacy and Civil Liberties Oversight Board (agenzia indipendente che si occupa della tutela della privacy e delle libertà fondamentali nell’ambito delle attività governativa statunitense per la lotta al terrorismo), sulla nomina del Mediatore e sulle procedure che ne disciplinano il funzionamento.

 

Antitrust: Influencer marketing? Serve trasparenza

Il fenomeno del marketing nascosto è alimentato dall’influencer – personaggio appartenente al mondo online – che diffondendo su blog, vlog e social network determinati brand, instaura così una relazione con followers-consumatori, generando un effetto pubblicitario, senza palesare nella comunicazione tale finalità.

Al fine di reprimere questo tipo di manifestazione l’Antitrust, insieme al Nucleo speciale della Guardia di Finanza, ha spedito lettere di moral suasion ad alcuni dei principali influencer italiani e alle società titolari dei marchi: in particolare, ha richiesto che gli operatori fornissero indicazioni in grado di svelare la natura del messaggio “laddove esso derivi da un rapporto di committenza e abbia una finalità commerciale, ancorché basato sulla fornitura gratuita di prodotti”.
Sul punto, ha posto il divieto di pubblicità occulta, dandogli portata generale, e stabilendo che quest’ultimo dovrà essere applicato anche con riferimento alle comunicazioni diffuse tramite i social network, non potendo gli influencer lasciar credere di agire in modo spontaneo e disinteressato se, in realtà, stanno promuovendo un brand.

L’Antitrust ha ricordato che affinché la pubblicità venga riconosciuta come tale, conditio sine qua non sarà l’inserimento di diciture (come ad esempio, #pubblicità, #sponsorizzato, #advertising #inserzioneapagamento) alle quali dovrà seguire il nome del marchio che si intende promuovere.

Nuova decisione della CGUE sul criterio di giurisdizione nell’UE

Avv. Alessandro La Rosa

Il conflitto di giurisdizione costituisce senza dubbio un tema delicato per i legislatori nazionali ed europei. La rilevanza economica e sociale assunta dai mercati online ha maggiormente accentuato l’esigenza di promuovere una migliore cooperazione tra gli Stati Membri europei al fine di garantire certezza del diritto e più speditezza nella circolazione delle decisioni nazionali all’interno dell’Unione Europea. Nell’ambito della proprietà intellettuale e del diritto all’immagine, tale esigenza è ancora più sentita data la grande mole di contraffazioni online ed usi lesivi di brand o immagini altrui che Internet ha reso ancor più di facile attuazione.

Come noto, il Regolamento n. 1215/12/CE ha da ultimo modificato la disciplina europea (Reg. n. 44/2001/CE) in materia di giurisdizione ed esecuzione dei provvedimenti nazionali negli altri Stati Membri, recependo, peraltro, molti principi fissati dalla giurisprudenza europea.

Il principio generale stabilisce che la competenza giurisdizionale debba essere esercitata dal paese dell’UE in cui il convenuto è domiciliato, indipendentemente dalla sua nazionalità. Tuttavia, in alcune circostanze, il convenuto potrà essere citato avanti al tribunale di un altro paese dell’UE. Il Regolamento elenca i settori di giurisdizione ove è così: la giurisdizione speciale o esclusiva, nonché la giurisdizione in materia di assicurazioni, contratti di consumo e contratti di lavoro individuali.

Le disposizioni che meritano più attenzione sono quelle relative alla competenza giurisdizionale in materia di illecito extra-contrattuale. Al riguardo, l’art. 7 del Regolamento dispone che nei casi di illeciti la giurisdizione spetterà al giudice del luogo in cui l’evento dannoso è avvenuto. Sul tema, la Corte di Giustizia Europea era già intervenuta più volte per precisare che ai fini della giurisdizione potrà aver rilevanza sia il luogo dove è insorto il danno, sia dove si è verificato il fatto generatore (cfr. CGEU, C-68/93 e C-161/10). Sebbene tale criterio sia alternativo al principio generale del luogo del domicilio del convenuto, esiste una grande differenza con riferimento all’estensione del risarcimento danni che l’attore potrà chiedere nell’uno e nell’altro caso. In linea generale, se l’illecito ha recato danni in più Paesi, l’attore potrà chiedere il risarcimento di tutti i danni occorsi nelle varie giurisdizioni solo qualora abbia adito il giudice dello Stato in cui il convenuto ha il proprio domicilio. Mentre, in tutte le altre giurisdizioni potranno essere risarciti soltanto i danni arrecati nel singolo Paese (approccio a mosaico: C-21/76, C-69/93).

Nei casi di ubiquitous media, ovvero di attività avvenute nel web, il trasgressore potrebbe agire da qualsiasi parte dell’UE (o meglio del Globo) e arrecare danni in un numero potenzialmente illimitato di Paesi. Secondo consolidata giurisprudenza (cfr. per tutte Tribunale di Roma, ordinanza collegiale del 22.1/11.2.2010), se l’attore lamentasse in giudizio la lesione dei propri diritti, in alternativa al criterio generale, l’azione potrà essere proposta anche davanti alla Sezione Specializzata competente per il luogo dove i fatti lesivi siano stati commessi o dove i danni si siano verificati, quando risulti che l’azione del danneggiante sia stata tale da poter essere ragionevolmente considerata diretta anche verso lo Stato in cui, appunto, si sono verificati i danni. Ovviamente, il prerequisito affinchè si possa agire in un determinato Stato, diverso da quello del domicilio del convenuto, è che il diritto di cui si chiede tutela e ristoro sia protetto in quello Stato Membro.

Sul punto, è interessante osservare come tali principi siano stati applicati dalla Corte di Giustizia Europea in materia di diritti della personalità e quali eventuali sviluppi potrebbero portare.

In merito, nella sentenza eDate (C-509/09 e C-161/10) la Corte ha formulato un ulteriore (rispetto a quelli di cui si è già discusso sopra) criterio di competenza in riferimento solamente ai casi di diffamazione: un’azione può essere avviata dinanzi ai giudici del luogo in cui si trova il centro degli interessi dell’attore per il risarcimento totale (e non territoriale/mosaico) dei danni subiti. Tale luogo corrisponderebbe allo Stato membro in cui l’attore risiede abitualmente o ad un altro uno Stato membro rispetto al quale possa essere dimostrata l’esistenza di un collegamento particolarmente stretto, ad esempio perché l’attore vi esercita un’attività professionale. Sebbene non sia espressamente menzionata, sembrerebbe che nella sentenza eDate l’idea fortemente sottesa alla creazione di un criterio supplementare speciale di competenza sia la tutela di diritti fondamentali.

Gli effetti di tale sentenza sembrerebbero tuttavia limitati soltanto ai casi di diffamazione riguardanti persone fisiche, con esclusione delle persone giuridiche, anche in virtù della decisione resa in Shevill e altri contro Presse Alliance (C-69/93).

Tale limitazione potrebbe essere tuttavia superata se la Corte di Giustizia deciderà di seguire le conclusioni dell’Avvocato Generale nel caso C-194/16.

Infatti, lo scorso 13 luglio, nelle sue conclusioni, l’Avvocato Generale Bobek ha ritenuto che una società che lamenti la violazione dei propri diritti della personalità a causa della pubblicazione di informazioni lesive su Internet potrà agire in giudizio nello Stato membro in cui si trova il “centro dei suoi interessi” per il risarcimento della totalità del danno subito. Nella motivazione, l’AG ha ricordato che il luogo in cui il danno è avvenuto è presumibilmente quello in cui la reputazione della persona è stata maggiormente lesa: per l’appunto, nei casi di diffamazione tale luogo è presumibilmente quello in cui la persona fisica o giuridica abbia il proprio centro di interessi. Il caso in questione è importante in quanto potrebbe portare i giudici europei a modificare la loro giurisprudenza anche in virtù della natura particolare di Internet e delle informazioni pubblicate su di esso, abbandonando, in particolare, per quanto riguarda il contenuto reso accessibile su Internet, la competenza a mosaico che è stata definita, per esempio, nella sentenza Shevill in specifico riferimento ai danni derivanti dalla diffusione di informazioni diffamatorie attraverso la carta stampata.